Nominativo - FELIBIEN

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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LXVI. 1666 FELIBIEN Franzese, ne’ suoi Trattenimenti sopra le vite e opere de’ Pittori. Voilà l’estat où estoit l’Italie aù commencement de l’année 1240 quand CIMABUE vint aù monde, le quel estant né pour restablir la Peinture, que les desordres & le guerres en avoient bannie, prit cependant naissance dans le temps des plus grands desordres dont l’Italie ait esté jamais affligée. Comme c’est le premier de tous les Peintres qui a remis au jour un Art si illustre, c’est avec raison qu’on peut le nommer le Maistre de tous ceux qui ont paru depuis ce temps-là. Il estoit d’une noble famille de Florence. Poi soggiugne: Et déroboit les heures de ses leçons pour voir travailler certains Peintres grossiers & ignorans, que ceux qui gouvernoient dans Florence avoient fait venir de Grece, & qui peignoient la Chapelle de l’illustre famille de Gondi, qui est dans l’Eglise de sancta Maria novella. Pymandre m’interrompant, Est-ce, me dit-il qu’il y avoit encore dans la Grece des successeurs de ces grand Peintres dont vous m’avez parlé? C’estoit bien en effet, luy repartis-je, les successeurs de ces fameux Peintres Grecs, mais il y avoit entre les derniers & les premiers la mesme difference, qui se trouvoit entre l’état déplorable où estoit alors ce païs-là, & l’etat florissant où il avoit esté du temps des Zeuxis & des Appelles. C’est-à-dire que ces derniers Peintres dont je parle, n’estoient que les miserables restes de ces grands hommes. Cependant comme si c’eust esté une fatalité à l’Italie de ne pouvoir posseder la Peinture, que par le moyen des Grecs, ce furent eux qui l’y apporterent pour la seconde fois, & qui dés l’an 1013. firent à Florence & en plusieurs autres lieux des Ouvrages de Mosaïque & de Peinture. Che recato in nostro Idioma vuol dire, Ecco lo stato, nel quale era l’Italia al principio dell’anno 1240. quando CIMABUE venne al Mondo; il quale essendo nato per istabilire la Pittura, la quale i disordini e le guerre ne avevano bandita, ebbe i suoi natali in questo mentre, nel tempo delle più gran turbolenze, dalle quali era stata già mai afflitta l’Italia: siccome questi è il primo fra tutti i Pittori, che à rimesso alla luce un’Arte tanto illustre; così con ragione si può chiamare il Maestro di tutti quei che sono venuti doppo questo tempo. Egli era d’una nobil famiglia di Fiorenza etc. Poi soggiugne: Egli rubava l’ore delle sue lezzioni, per veder lavorare alcuni Pittori grossolani ed ignoranti, che quei che governavano in Fiorenza, avevan fatto venire di Grecia, che dipignevano la Cappella dell’illustre famiglia de’ Gondi, che è nella chiesa di S. Maria Novella. Pimandro interrompendomi; puol’ essere, mi disse egli, che vi fussero ancora nella Grecia successori di questi gran Pittori, de’ quali m’avete parlato? Questi eran ben’ in effetto, io gli risposi, i successori di quei famosi Pittori Greci: ma vi correva, tra gli ultimi ed i primi, la medesima differenza, che si trova tra lo stato deplorabile, mel quale era allora quel Paese, e lo stato florido nel quale era stato a tempo degli Zeusi e degli Apelli. Voglio dire, che questi ultimi Pittori, de’ quali io parlo, non erano, che i miserabili avanzi di quei grand’uomini: fra tanto come se fusse stata una fatalità all’Italia di non poter posseder la Pittura, che per mezzo de’ Greci, furono essi quei che ve la portarono per la seconda volta, e che doppo l’anno 1013. fecero a Firenze, ed in molt’altri luoghi dell’opere di Musaico, e di Pittura. Fin qui il FELIBIEN. E avverta il Lettore in questo luogo, che il moderno autore, già tante volte mentovato, per avvalorar suo sentimento, lasciando di far menzione di ciò che disse il Felibien nel luogo sopra notato, lo cita per sé in un altro luogo, nel quale egli non disse mai ciò che esso Autore vuol ch’ei dica, né contradisse a sé stesso, ma asserì quel che veramente fu vero, che gl’Italiani non sono stati i primi inventori della Pittura, e che innanzi, che Cimabue e Giotto incominciassero a far riviver quest’arte, nel fioritissimo Regno della Francia ella si praticava, non punto inferiormente a quello che si faceva in Italia; perché torno a dire, che verissima cosa è che in ogni parte d’Europa avanti a Cimabue, e Giotto si dipigneva, ma alla Greca e Gotica maniera.

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1728

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Moltissime poi furono le opere, che fece questo artefice: e fra l’altre rimase di sua mano in Anversa una bellissima tavola nella Chiesa della Madonna, e una nella Compagnia de’ Legnaiuoli o Ebanisti: e in questa era figurata la Deposizione della Croce di Cristo nudo, che si conosceva fatto dal naturale, e aveva maneggiato il colore a olio artificiosissimamente: le Marie e l’altre figure appartenenti alla storia, esprimevano tutti quegli affetti ed azioni, che si confacevano con quel misterioso fallo. In uno sportello, dalla parte di dentro, era San Giovanni nella Caldaja bollente, molto ben colorito: e se gli vedevano attorno alcune bellissime figure de’ ministri di giustizia a cavallo. Nell’altro sportello era la storia di Erodiade, che balla avanti ad Erode: le quali tutte vedute in lontananza, apparivano assai finite, ma nell’accostarsi si vedevan fatte di colpi e con assai buona franchezza, in che è maggiormente da ammirarsi l’ottima disposizione del pittore in pigliar quel modo sì franco, e quasi da niuno usato allora in quelle parti; mentre sappiamo, che ciò appena può venir fatto a coloro, che cominciarono a darsi al colorire fino dalla puerizia. Filippo II Re di Spagna, fece far gran pratiche, per aver questo quadro, offerendone gran danari; ma seppero gli uomini di quella Compagnia, con bella ed acconcia maniera, liberarsi da tale richiesta. Il medesimo quadro, per la grande stima, in cui era colà, fu nel tempo della destruzione delle immagini, conservato intatto. Finalmente l’anno 1577, nell’ultimo tumulto della città, fu dalla stessa Compagnia venduto: e Martino de Vos, celebre pittore, pell’amore, ch’e’ portava a quest’opera, passò tali uficj, e talmente si adoperò con chi faceva di bisogno, che quantunque fosse stato venduto ad altre persone, ne fu guasto il partito, e comprato il quadro da’ Signori della città, per prezzo di 1500 testoni di quella moneta, non volendo, che sì bella gioja si perdesse. Molte altre opere in quadri fece Quintino, che furono in diversi luoghi trasportate, e di tempo in tempo in case de’ particolari se ne son trovati de’ pezzi, che poi sono stati tenuti in gran venerazione. Fra questi uno ne aveva l’amatore dell’arte Bartolommeo Ferreris, in cui era una Madonna molto bella. Nel Gabinetto di Carlo I Re d’Inghilterra, erano di sua mano i ritratti di Erasmo e di Pietro Egidio, in un medesimo ovato: l’ultimo teneva una lettera, che Tommaso Moro, stato conoscente di tutti e due, gli avea scritto, siccome io trovo nel Felibien , Autore Franzese, ne’ suoi Ragionamenti, dove ancora son portati alcuni versi di Tommaso Moro, in lode di essi ritratti e del pittore. Appresso il Duca di Buchingan e’l Conte d’Arondel in Inghilterra, erano più ritratti di mano di Quintino. Appresso un Mercante d’Anversa, nominato Stenens , si vedevano di suo bei ritratti: e fra gli altri uno, che rappresenta un Banchiere colla sua donna, che contano e pesano danari, fatto l’anno 1514. Ve ne erano altri, ove son persone, che giuocano alle carte. Nella Chiesa di San Pietro di Lovanio, era una tavola di Sant’Anna: e coloro di quella città, che ne fanno gran conto, hanno sostenuto, che questo pittore era nato appresso di loro: onore, conteso loro da que’ d’Anversa. Ebbe Quintino un figliuolo, che fu anch’egli pittore e suo discepolo: di mano del quale era in Amsterdam, nella strada detta Waermoestraet, una pittura, nella quale si vedevano alcuni in atto di contar danari; ed altrove in Anversa erano altri quadri, pure di sua mano, tenuti in grande stima. Morì finalmente Quintino nella stessa città d’Anversa sua patria, l’anno 1529 e fu sepolto nella Certosa, presso le mura della città, nella quale, con intaglio di Tommaso Galle, fu dopo molti anni dato alle stampe il suo ritratto molto al naturale, fra quelli di altri celebratissimi Pittori Fiamminghi, sotto il quale si leggono i seguenti versi: Ante faber fueram Cyclopeus: ast ubi mecum Ex aequo victor coepit amare procus: Seque graves tuditum tonitrus post ferre silenti Peniculo objecit cauta puella mihi. Pictorem me fecit Amor: Tudes innuit illud Exiguus, tabulis quae nota certa meis. Sic ubi Vulcanum nato Venus arma rogarat, Pictorem e fabro, summe Poeta facis. L’ossa di quest’artefice, dopo cent’anni, furono ritrovate per opera di Cornelio Vander Geest, che aveva di sua mano una Vergine, che molto stimava, e fatte riporre a piè del campanile della Chiesa Cattedrale di nostra Donna d’Anversa: e sopra fecevi elevare l’immagine di Quintino, scolpita di marmo bianco, col seguente epitaffio: QUINTINO MATSYS INCOMPARABILIS ARTIS PICTORIS, AD MIRATRIX GRATAQUE POSTERITAS ANNO POST OBITUM SAECULARI MDCXXIX. E più basso è scritto sopra marmo nero in lettere d’oro: Connubialis amor de Mulcibre fecit Apellem.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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