Nominativo - Erodiade

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Moltissime poi furono le opere, che fece questo artefice: e fra l’altre rimase di sua mano in Anversa una bellissima tavola nella Chiesa della Madonna, e una nella Compagnia de’ Legnaiuoli o Ebanisti: e in questa era figurata la Deposizione della Croce di Cristo nudo, che si conosceva fatto dal naturale, e aveva maneggiato il colore a olio artificiosissimamente: le Marie e l’altre figure appartenenti alla storia, esprimevano tutti quegli affetti ed azioni, che si confacevano con quel misterioso fallo. In uno sportello, dalla parte di dentro, era San Giovanni nella Caldaja bollente, molto ben colorito: e se gli vedevano attorno alcune bellissime figure de’ ministri di giustizia a cavallo. Nell’altro sportello era la storia di Erodiade, che balla avanti ad Erode: le quali tutte vedute in lontananza, apparivano assai finite, ma nell’accostarsi si vedevan fatte di colpi e con assai buona franchezza, in che è maggiormente da ammirarsi l’ottima disposizione del pittore in pigliar quel modo sì franco, e quasi da niuno usato allora in quelle parti; mentre sappiamo, che ciò appena può venir fatto a coloro, che cominciarono a darsi al colorire fino dalla puerizia. Filippo II Re di Spagna, fece far gran pratiche, per aver questo quadro, offerendone gran danari; ma seppero gli uomini di quella Compagnia, con bella ed acconcia maniera, liberarsi da tale richiesta. Il medesimo quadro, per la grande stima, in cui era colà, fu nel tempo della destruzione delle immagini, conservato intatto. Finalmente l’anno 1577, nell’ultimo tumulto della città, fu dalla stessa Compagnia venduto: e Martino de Vos, celebre pittore, pell’amore, ch’e’ portava a quest’opera, passò tali uficj, e talmente si adoperò con chi faceva di bisogno, che quantunque fosse stato venduto ad altre persone, ne fu guasto il partito, e comprato il quadro da’ Signori della città, per prezzo di 1500 testoni di quella moneta, non volendo, che sì bella gioja si perdesse. Molte altre opere in quadri fece Quintino, che furono in diversi luoghi trasportate, e di tempo in tempo in case de’ particolari se ne son trovati de’ pezzi, che poi sono stati tenuti in gran venerazione. Fra questi uno ne aveva l’amatore dell’arte Bartolommeo Ferreris, in cui era una Madonna molto bella. Nel Gabinetto di Carlo I Re d’Inghilterra, erano di sua mano i ritratti di Erasmo e di Pietro Egidio, in un medesimo ovato: l’ultimo teneva una lettera, che Tommaso Moro, stato conoscente di tutti e due, gli avea scritto, siccome io trovo nel Felibien , Autore Franzese, ne’ suoi Ragionamenti, dove ancora son portati alcuni versi di Tommaso Moro, in lode di essi ritratti e del pittore. Appresso il Duca di Buchingan e’l Conte d’Arondel in Inghilterra, erano più ritratti di mano di Quintino. Appresso un Mercante d’Anversa, nominato Stenens , si vedevano di suo bei ritratti: e fra gli altri uno, che rappresenta un Banchiere colla sua donna, che contano e pesano danari, fatto l’anno 1514. Ve ne erano altri, ove son persone, che giuocano alle carte. Nella Chiesa di San Pietro di Lovanio, era una tavola di Sant’Anna: e coloro di quella città, che ne fanno gran conto, hanno sostenuto, che questo pittore era nato appresso di loro: onore, conteso loro da que’ d’Anversa. Ebbe Quintino un figliuolo, che fu anch’egli pittore e suo discepolo: di mano del quale era in Amsterdam, nella strada detta Waermoestraet, una pittura, nella quale si vedevano alcuni in atto di contar danari; ed altrove in Anversa erano altri quadri, pure di sua mano, tenuti in grande stima. Morì finalmente Quintino nella stessa città d’Anversa sua patria, l’anno 1529 e fu sepolto nella Certosa, presso le mura della città, nella quale, con intaglio di Tommaso Galle, fu dopo molti anni dato alle stampe il suo ritratto molto al naturale, fra quelli di altri celebratissimi Pittori Fiamminghi, sotto il quale si leggono i seguenti versi: Ante faber fueram Cyclopeus: ast ubi mecum Ex aequo victor coepit amare procus: Seque graves tuditum tonitrus post ferre silenti Peniculo objecit cauta puella mihi. Pictorem me fecit Amor: Tudes innuit illud Exiguus, tabulis quae nota certa meis. Sic ubi Vulcanum nato Venus arma rogarat, Pictorem e fabro, summe Poeta facis. L’ossa di quest’artefice, dopo cent’anni, furono ritrovate per opera di Cornelio Vander Geest, che aveva di sua mano una Vergine, che molto stimava, e fatte riporre a piè del campanile della Chiesa Cattedrale di nostra Donna d’Anversa: e sopra fecevi elevare l’immagine di Quintino, scolpita di marmo bianco, col seguente epitaffio: QUINTINO MATSYS INCOMPARABILIS ARTIS PICTORIS, AD MIRATRIX GRATAQUE POSTERITAS ANNO POST OBITUM SAECULARI MDCXXIX. E più basso è scritto sopra marmo nero in lettere d’oro: Connubialis amor de Mulcibre fecit Apellem.

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Discepolo di Leonardo da Vinci, fioriva circa al 1560. Attesta Gio. Paolo Lomazzo, che quest’uomo fosse molto avvertito nell’operare, e con grande accuratezza esprimesse i suoi concetti, non lasciando vagar l’invenzione più là del verisimile: e stando sempre in sul proprio, in ogni cosa, ancorché minima: e non solo in ciò, che apparteneva alle immagini degli uomini, ma degli animali ancora, e fino dell’erbe medesime; e che operasse anche maravigliosamente in far panni cangianti, che però l’annovera tra’ buoni artefici. Ora, prima di venire a dar notizia d’alcune delle più belle opere di Cesare, stimo bene il dire, come son molti secoli, che la nobilissima città di Milano (per occulta disposizione della Divina Provvidenza) è assai frequentemente tocca dal male della pestilenza: e per ordinario non son passati mai cinquant’anni, che ella da tal contagiosa infezione non sia stata percossa. Del 1254 a tal cagione rimase affatto senz’abitatori, del 1316 patì lo stesso infortunio, con tutta l’Italia insieme, per otto mesi continui: e quantunque (se prestiamo fede a istorico di que’ tempi) fosse ella singolarmente privilegiata in quella tanto terribile e spaventosa mortalità, che dell’anno 1347 e 1348 non pure l’Italia tutta, ma quasi tutto il mondo allagò e sommerse; contuttociò del 1383 fu oppressa da questo male, a tal segno, che dieci delle cento persone non ne camparono. Del 1405 sessantamila uomini perirono dentro alla città. Nel 1451 fu aggravata similmente, e vi seguì la morte del primo Duca Galeazzo Visconti. Nel 1486 fu anche flagellata molto: e del 1525 s’infettò l’aria di tal maniera, che marcivano le stesse cose commestibili, ogni qualvolta fossero state fuori la notte esposte. Del 1576 furono le miserie della pestilenza tali e tante, quanto bastarono per appagare l’ardente carità di Carlo Borromeo, il Santo Arcivescovo, nel sovvenire a’ bisogni de’ miseri. E ultimamente del 1630 giunsero per ordinario i morti di tal male al numero di dugento ogni giorno, a segno, che in ispazio di mesi sei, sopra dugentomila persone perirono. Onde ad effetto di tener lontane così fatte influenze, ha proccurato quella città di dimostrarsi in ogni tempo molto devota di Santo Rocco, al quale ha edificate sei Chiese dalle sei porte. In una di queste, che è la Parrocchiale, vicina al Dazio della Porta Romana, dipinse Cesare una tavola, che riuscì delle migliori, che uscissero dal suo pennello, nella quale rappresentò Maria Vergine, con Gesù, e di fuori della serratura, i Santi Rocco e Bastiano, che fu posta sopra l’Altar maggiore. Dipinse in Santa Corona una Vergine molto bella: e in una Cappella della Chiesa di San Giovanni Decollato, alle case rotte, figurò un Erodiade, la quale essendo stata l’anno 1630 da’ Signori Conti Archinti donata al Cardinal Giulio Mazzarrini, fu da Ambrogio Ficini copiata, e posta la copia in luogo, dove era già l’originale: e a mio credere, fu essa tavola quella, che dice il nominato Gio. Paolo Lomazzo, che ne’ suoi tempi si trovava appresso un tal Cesare Negruola.

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