Nominativo - Delfino

Numero occorrenze: 1

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Altrove poi dice, così parlando del Re. Egli ritornò a Parigi, e l’altro giorno, senza che io l’andassi a incitare, da per sé venne a casa mia, dove fattomegli incontro, lo menai per diverse stanze, dove erano diverse sorte d’opere: e cominciando dalle cose più basse, gli mostrai molte quantità d’opere di bronzo: dipoi lo menai a vedere il Gioved’argento, e gliene mostrai come finito, con tutti i suoi ornamenti. Dipoi lo menai a vedere altre opere d’argento e d’oro, e altri modelli per inventare opere nuove. Dipoi alla sua partita, nel mio prato del castello, scopersi quel gran Gigante. E più appresso: Intanto con gran sollecitudine, io finii il Gioved’argento, colla sua base dorata, la quale io avevo posta sopra un zocco di legno: e in detto zocco di legno avevo commesso quattro pallottole pure di legno, le quali stavano più che mezze nascose nelle loro casse, in foggia di noce di balestra. Erano queste cose tanto gentilmente ordinate, che un piccolo fanciullo, facilmente per tutti i versi, senza fatica al mondo, mandava innanzi e indietro, e volgeva la detta statua. Avendola assettata a mio modo, andai con essa a Fontanablò, dove era il Re. In questo tempo il sopraddetto Bologna aveva portato di Roma le sopraddette statue, e l’aveva con gran sollecitudine fatte gettar di bronzo. Io che non sapevo nulla di questo, sì perché egli aveva fatta questa faccenda segretamente; e perché Fontanablò è discosto da Parigi quaranta miglia, però non avevo potuto saper niente. Facendo intendere al Re, dove e’ voleva ch’io ponessi il Giove; essendo alla presenza Madama di Tampes, disse al Re, che non vi era luogo più a proposito per metterlo, che nella sua bella Galleria. Questa si era, come noi diremmo in Toscana, una loggia, o sì vero androne: più presto androne si potria chiamare, perché loggie noi chiamiamo quelle stanze, che sono aperte da una parte. Era questa stanza lunga molto più di cento passi andanti, ed era ornata e ricchissima di pitture di mano di quel mirabile Rosso nostro Fiorentino: e fra le pitture erano accomodate moltissime parti di scultura, alcune tonde, altre di bassorilievo. Era di larghezza, di passi andanti, dodici in circa. Il sopraddetto Bologna aveva condotto in questa Galleria tutte le sopraddette opere antiche fatte di bronzo, e benissimo condotte: e l’aveva poste con bellissimo ordine elevate in sulle loro base; siccome di sopra ho detto. Queste erano le più belle cose tratte da quelle antiche di Roma. In questa detta stanza io condussi il mio Giove: e quando io vidi quel grande apparecchio, tutto fatto a arte, in da per me dissi: Questo si è come passare infra le picche: ora Iddio m’ajuti. Messolo al suo luogo, e quanto io potetti, benissimo acconcio, aspettai quel gran Re che venisse. Aveva il detto Giove, nella sua mano destra, accomodato il suo fulgore, in attitudine di volerlo tirare, e nella sinistra gli avevo accomodato il mondo. Infra le fiamme avevo con molta destrezza commesso un pezzo d’una torcia bianca. E perché Madama di Tampes aveva trattenuto il Re fino a notte per fare uno de’ due mali, o che egli non venisse, o sì veramente, che l’opera mia, o causa della notte si mostrasse manco bella: e come Iddio promette a quelle creature, che hanno fede in lui, ne avvenne tutto il contrario; perché fattosi notte, io accesi la detta torcia, che era in mano al Giove, e per essere alquanto elevata sopra la testa di detto Giove, cadevano i lumi di sopra, e facevano molto più bel vedere, che di dì non avrian fatto. Comparve il detto Re colla sua Madama di Tampes, colla Delfina sua figliuola, e col Delfino, oggi Re, col Re di Navarra suo Cognato, con Madama Margherita sua figliuola, e parecchi altri gran Signori, i quali erano istrutti apposta da Madama di Tampes, per dir contro di me. E veduto entrare il Re, feci spingere innanzi da quel mio garzone Ascanio, già detto, incontro al Re il detto Giove; e perché ancora era ciò fatto con un poco d’arte, quel poco di moto, che si dava a detta figura, la faceva parer viva: e lasciatomi alquanto dette figure antiche indietro, detti prima gran piacere agli occhi dell’opera mia. Subito disse il Re, questa è molto più bella cosa, che mai per nessun uomo si sia veduta: ed io, che pure me ne diletto e intendo, non avrei immaginato la centesima parte. Que’ Signori, che avevano a dire contra di me, pareva che e’ non si potesser saziare di lodare la detta opera. Madama di Tampes disse arditamente: Non vedete voi quante belle figure di bronzo antiche son poste più là, nelle quali consiste la vera virtù di quest’arte, e non in queste bajate moderne? Allora il Re si mosse, e gli altri seco, e data un’occhiata alle dette figure, e quelle per esser lor posto il lume inferiore, non si mostravano molto bene. A questo il Re disse: chi ha voluto disfavorir quest’uomo, gli ha fatto un gran favore.

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