Nominativo - Cristofano Landini

Numero occorrenze: 6

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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Dipinse Stefano a fresco la Madonna del Campo santo di Pisa, nella qual’ opera si portò meglio del Maestro. Fece nel Chiostro di Santo Spirito di Firenze tre storie, che oggi più non si vedono, e le arricchì di prospettive, e architetture fatte con tanto gusto, che già si cominciò a scoprire in quelle qualche barlume della buona maniera moderna. Fra queste finse una capricciosa salita di scale, della quale è fama, che poi si servisse il Magnifico Lorenzo de’ Medici per fare le scale di fuora della real Villa del Poggio a Caiano. Fu bizzarro, e nuovo negli scorci, e il primo che uscisse dell’antico modo tenuto nelle figure da’ maestri suoi antecessori, tanto che disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia. Stefano da tutti è nominato scimia della natura; tanto espresse qualunque cosa volle. Dipinse in Pistoia la Cappella di San Iacopo. Operò in Milano, Roma, Ascesi, Perugia, e in altre molte Città d’Italia, oltre a tutto cio, ch’egli fece per le principali Chiese di Firenze sua patria. Seguì la sua morte l’anno del Giubbileo 1350.

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Discepolo di Giotto, nato 1300., e secondo il Vasari ? 1350. Ebbe Taddeo i principj nell’arte della pittura da Gaddo Gaddi suo padre, dipoi postosi sotto la disciplina di Giotto, dal quale era stato tenuto al battesimo: stette con lui ventiquattro anni, e dopo la morte di esso Giotto restò fra’ più eccellenti maestri. Nella Cappella della Sagrestia di santa Croce in Firenze fece alcune storie di Santa Maria Maddalena, e nelle Cappelle di essa Chiesa, e nel Convento. In altre Chiese della Città operò assai, tenendo sempre la maniera del suo maestro Giotto con alquanto di meglioramento nel colorito; ma fra le più belle opere, che a’ nostri tempi si vedono di sua mano in pittura sono le storie a fresco nel Capitolo di santa Maria Novella fatte rincontro a quelle di Simon Memmi stato suo condiscepolo sotto Giotto, e suo amicissimo; perché essendo stato allogato quel gran lavoro a esso Taddeo, egli contento della facciata sinistra, e di tutta la volta, lasciò l’altre tre facciate a Simone. Taddeo dunque spartì la volta in quattro spazzi, secondo gli andari di essa; nel primo fece la Resurrezione del Signore; nel secondo lo stesso Signore, che libera san Pietro dal naufragio; nel terzo figurò l’Ascensione di Cristo; e nell’ultimo la Venuta dello Spirito santo. In quest’opera fece vedere in belle attitudini alcuni Giudei, i quali pare che anelino di entrare in quel Santuario. Nella facciata poi dipinse le sette scienze, ovvero arti liberali co’ nomi di ciascuna e sotto, alcune figure a quelle appropriate; cioè sotto alla Grammatica Donato scrittore di essa; sotto la Rettorica una figura, che ha due mani a’ libri, e una terza mano si trae di sotto il mantello, e se la tiene appresso alla bocca, quasi in atto di far silenzio, costume antichissimo de’ dicitori prima di principiare l’orazione, e l’abbiamo anche in Iuditta al Capit. 13; e sotto la Logica Zenone Eleate; sotto l’Arimmetica è Abramo, il quale antichissimo tra Caldei si dice, siccome dell’Astronomia ritrovatore; la Musica ha Tubalcaino, che batte con due martelli sopra l’ancudine; la Geometria ha Euclide, che ne diede gli stromenti; l’Astrologia, Atlante, che per essere valentissimo Astrologo fu da’ Poeti favoleggiato, ch’egli cogli omeri suoi il Cielo sostentasse. Sono dall’altra parte sette virtudi, tre teologiche, e quattro che si dicono cardinali, ciascheduna ha sotto le sue figure; e nella figura d’un Pontefice è ritratto al naturale Papa Clemente V. vedevisi san Tommaso d’Aquino, che in tutte quelle virtù fu singolare, che ha sotto alcuni Eretici, ed appresso sono Mosè, Paolo, Gio: Evangelista, e altre figure, opera veramente, per quei tempi stupenda; onde non senza ragione disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia, che va innanzi al suo comento sopra Dante: Grandissima arte appare in Taddeo Gaddi.

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1686

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Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350. Questo Iacopo, che fu cognominato Iacopo di Casentino, ebbe per sua patria Prato vecchio Castello di quel tenitorio, il quale potea dirsi celebre in quei tempi per quel Donato eccellente grammatico, a quale sono indirizzate più lettere del Petrarca, intitolandolo egli Apenninigena, e poi nel suo PetrarcaTestamento de Prato Veteri, ma molto più celebre ne’ tempi susseguenti, anzi felicissimo per esserne uscita la casa del dottissimo uomo Cristofano Landini, il di cui corpo conservasi al Borgo alla Collina, non molto lungi da esso Castello, per lo spazio ormai di circa 300. anni incorrotto, e mostrasi per maraviglia. Della famiglia di esso Landino, dice il Vasari, che fusse questo Iacopo da Prato vecchio, detto di Casentino, del quale ora siamo per parlare. Costui adunque fece in Firenze la pittura a fresco del Tabernacolo de’ Tintori da Sant’Onofrio sul canto delle mura dell’orto loro, rincontro a San Giuseppe, e di quello della Madonna di Mercato vecchio, colla tavola dell’Altare ivi eretto.

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1686

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È notissimo per le nostre storie il decreto, che fecero i Fiorentini, che in memoria della ricevuta grazia per la cacciata di quel tiranno si dovesse per l’avvenire ogn’anno solennizzare come Pasqua il giorno della festività di Sant’Anna Madre della Gran Madre di Dio, e che nello stesso giorno correr si dovesse un palio di panno lucchesino, e si facessero solenni ufficj, ed offerta per lo comune, e per tutte l’arti, e magistrati della Città. Tornando ora a Giottino, egli fu nell’arte sua molto desideroso di gloria; che però sempre dipinse con diligenza, ed accuratezza, senza fermarsi punto nella considerazione del guadagno, che quindi a lui venisse, e più tosto a sé stesso volle egli sodisfare, che alle proprie comodità: onde per poco ben nutrirsi, e molto affaticarsi, si morì tisico l’anno della sua età 32. Questo artefice da coloro, che dopo di lui ne’ trascorsi secoli scrissero de’ nostri Pittori, viene assai lodato, e particolarmente da Cristofano Landiniprefazione al Comento di Dante. Ebbe Giottino molti discepoli nella pittura, e fra questi Giovanni Tossicani Aretino, che imitò molto la sua maniera; onde fu fatto operare per tutta la Toscana, e particolarmente nella sua patria, dove nella Pieve dipinse la Cappella di santa Maria Maddalena de’ Tuccerelli; e nel Vescovado, una bella Nonziata con san Iacopo, e san Filippo; opere che il tempo disfece, e furonvi poi ridipinte da altri maestri. A Pisa mandò diverse sue tavole, che furon poste nel Duomo , statene poi levate per dar luogo alle moderne pitture, e nella Terra d’Empoli colorì nella Pieve in un pilastro un san Iacopo Apostolo.

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1686

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P Pace da Faenza sua vita 5. Palazzo de’ Signori in Siena 4. 40. Palazzo del Pubblico, già de’ Signori della Scala 83. Paolo da Siena pitt. ritrasse Papa Benedetto X. 32. rifa i tetti della Basilica di san Pietro 32. Paolo Orlandini Monaco Camaldolese sue composizioni in versi latini 61. Pestilenza in Firenze del 1383. 56. del 1348. 58. descritta 66. Pesarese scult. e archit. 46. Piena d’arno del 1333. 36. Piazza de’ Signori allargata con rovina di molte case 41. Piero da Farnese Capitano de’ Fiorentini contro i Pisani muore 73. Pietro Cavallini pitt. sua vita 6. fu scultore 6. uomo di santa vita 6. sua morte 6. alle imagini dipinte da lui concorse Iddio con miracoli 7. suo particolar modo di dipignere imagine della Santissima Nunziata 7. Pietro Laurati sua vita 31. il primo che in Siena introducesse la buona maniera di dipignere 31. il primo che ingrandisse la maniera 31. Pietro Lorenzetti pitt. Sanese 40. Pieve di S. Maria in Cœliaula, detta in Cilicciavoli nel Fiorentino 8. Pieve d’Empoli Terra di Toscana 44. Pieve d’Arezzo 60. Pittori Fiorentini dopo il risorgimento seguito in Firenze dell’arte della pittura si spargono per tutta Europa 48. Pittura nella facciata del palazzo di parte Guelfa da chi fatta 102. Polito di Clemente di Polito sua vita 105. Ponti, e mura in Firenze rovinati per la piena del 1333. da chi rifatti 37. Ponte di S. Trinita il vecchio 44. rovina per la piena del 1557. 44. Poppi Castello nel Casentino 43. Porta di bronzo il Tempio di S. Giovanni fatta da Andrea Pisano 32. finita nel 1339. 32. levata di suoi primo luogo 32. Porta di bronzo di d. tempio di S. Gio: 96. Porta principale di S. Petronio di Bologna da chi intagliata 96. Prato Vecchio Terra di Toscana, celebre per Donato Grammatico, per Cristofano Landini, e per Iacopo da Prato Vecchio pitt. 42. Proverbio nato da un fatto di Lorenzo di Bicci pitt. Fiorentino 100. Puccio Capanna pitt. Fior. sua vita 45.

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1728

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Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

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