Nominativo - Cosimo I

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 108

Vedi

E Empoli Terra di Toscana. Eremo di Camaldoli 56. Errore di Scrittor Francese 26. Errore del Vasari intorno al tempo nel quale fu fatta da Andrea Pisano la prima porta di bronzo del Tempio di S. Giovanni 32. Intorno alla morte di Gaddo Gaddi 37. Intorno alla Sagrazione della Chiesa di S. Maria Maggiore 56. Errore del medesimo, e d’un moderno intorno al casato di Andrea Orcagna 64. Intorno alle figure della Loggia de’ Lanzi 65. 71. Errore d’un moderno intorno all’Imagine di M. Vergine in Or S. Michele 67. Errore del Vasari, e di Fra Isidoro Ugurgieri, e d’altri intorno all’Imagine di Maria Vergine di marmo, ch’è sopra la porta del fianco del Duomo dalla parte de’ Servi 96. Facciata della Chiesa di santa Croce da chi dipinta, e quando 97. 100. Facciata della Chiesa di santa Maria nuova da chi dipinta 100. Festa di sant’Anna, Madre della Gran Madre di Dio in Firenze si solennizza come Pasqua, si corre il palio di panno lucchesino, e fannosi altri divoti ufici, perché 60. Filippo Rossuti pitt. *sua vita* 9. Abate Filippo Titi scrittore 10. Figure delle Profezie dell’Abate Giovacchino nella Real Libreria di S. Lorenzo 93. Fortezza di Firenze d. la fortezza da basso 12. Figure della Loggia de’ Signori in Firenze 41. Fonte nella Città d’Arezzo 43. Fortificazioni d’Arezzo fatte dal Granduca Cosimo I 44.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 56

Vedi

Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 128

Vedi

Così detto, perché fu discepolo di Cosimo Rosselli , nato 1441. ? 1521. Nacque Piero di un tal Lorenzo orafo, e fin dalla prima età fu posto dal padre nella in quei tempi fioritissima scuola di Cosimo Rosselli : e perché egli era, come si suol dire, nato pittore, avanzatosi in breve tempo di gran lunga sopra tutti i suoi condiscepoli, arrivò a formarsi una maniera molto vivace, e tutta piena di bellissime e varie fantasie. A questo, molto l’ajutò, oltre all’amore ed indefessa applicazione all’arte, l’avere una natura malinconica, ed esser di così forte immaginativa, che mentre stava operando, non sentiva i discorsi, che intorno a lui si facevano, da chi si fosse. La prima sua applicazione fu l’ajutare al maestro suo, che vedendoselo superiore in tutte le facultà, appartenenti a quella professione, molto se ne valse nell’opere, che fece in Firenze e in Roma. L’accennata sua natura, fissa e malinconica, operò in lui una gran facilità, e felicità in far ritratti al naturale somigliantissimi, de’ quali ne fece molti nel tempo, che stette in Roma: e fra questi bellissimo fu quello del Duca Valentino Borgia , d’infausta memoria. Capitategli alle mani alcune cose di Lionardo da Vinci , diedesi a colorire a olio: e benché non giugnesse di gran lunga al segno, si affaticò però molto per imitare quella maniera. Vedesi di sua mano, fino a’ presenti tempi, nella Chiesa di Santo Spirito di Firenze, una tavola all’Altare della Cappella de’ Capponi, ove rappresentò Maria Vergine, in atto di visitare Santa Elisabetta: e figurovvi un San Niccolò molto bello, ed un S. Antonio, in atto di leggere, assai naturale e spiritoso. Fece anche la tavola di San Filippo Benizzi, colla Vergine ed altri Santi, per la Cappella de’ Tedaldi nella Chiesa de’ Servi , la qual tavola pochi anni sono dal Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana , di gloriosa memoria, fu levata, con far porre in suo luogo la bella tavola, che oggi vi si vede fatta da Baldassarre Volterrano ; e quella di Pier di Cosimo restò appresso di Sua Altezza Reverendissima: fece anche una tavola per la Chiesa di San Pier Gattolini , poi rovinata per l’assedio del 1529 dove dipinse Maria Vergine sedente con quattro figure attorno, la qual poi fu posta in San Friano . Dipinse infiniti quadri per le case de’ cittadini, e colorì molte spalliere di camera con belle bizzarrie. Aveva costui nello stranissimo cervello suo un mondo nuovo di stravagantissimi capricci, e andava inventando diverse forme d’animali, colle più nuove e spaventose apparenze, che immaginar si possa: de’ quali (fatti colla penna) aveva pieno un libro, che restò poi nella Guardaroba del Serenissimo Cosimo I . Similmente fece figure, facce di satiri, maschere, abiti, istrumenti, e altre cose fatte dalla natura, o inventate dagli uomini, storcendo il tutto a seconda del suo fantastico umore; onde, oltre a quanto in questa parte operò in diversi quadri e spalliere per le case de’ particolari, fu anche molto adoperato in trovare invenzioni di pubbliche feste e mascherate, nelle quali fu maraviglioso, ed a tempo suo cominciarono a farsi nella città con invenzione e pompa, di gran lunga maggiore di quel che pel passato si era fatto: e fu egli l’inventore di quella tanto famosa, che avanti al 1512. fu fatta in Firenze in tempo di notte, con cui rappresentavasi il Trionfo della Morte, che per esser da altri stata descritta, non ne dirò di vantaggio. Ponevasi egli alcuna volta come estatico a guardare i nuvoli dell’aria, o qualche muro, dove per lungo tempo fosse stato sputato: e da quelle macchie cavava invenzioni di battaglie, di paesi, di scogli, di figure, e animali i più spaventosi, che immaginar si possa. Né sia chi si maravigli, che Piero fosse così strano ne’ concetti, e negli studj dell’arte sua, perché tale appunto fu egli sempre nel trattamento di sé medesimo in ogni sua azione, benché per altro fosse un buon uomo. Fin da quel tempo, che passò all’altra vita Cosimo suo maestro, egli si ritirò in una casa (dicesi nella via detta Gualfonda) dove stavasene solo e serrato, per non esser veduto lavorare: ed arrivò a tale così fatta stravaganza, che avendo egli a fare per lo Spedalingo degl’Innocenti una tavola per la Cappella de’ Pugliesi, all’entrar di Chiesa da man sinistra, tuttoché lo Spedalingo fosse suo amicissimo, e tuttavia gli somministrasse danari, non fu mai possibile, ch’e’ potesse vedere quel ch’e’ si facesse. Finalmente, credendo di coglierlo, venuto che fu il tempo di dargli gli ultimi danari, negò di farlo, se prima non vedeva l’opera; ma gli rispose Piero , che avrebbe guastato tutto quel che aveva fatto, tantoché allo Spedalingo convenne aver pazienza, e veder la tavola quando volle Piero . Stavasi in quella sua solitudine assai trascuratamente. Non voleva che si spazzassero le stanze, né ebbe mai altr’ora determinata per mangiare, se non quella, nella quale era colto dalla fame: e consisteva la sua cucina in assodare ad ogni tanto gran quantità di uova nel tempo medesimo, e nella medesima pentola, dov’ei faceva la colla, e poi ripostele in una sporta, andavasele consumando appoco appoco, senz’altra conversazione, che di sé medesimo, biasimando ogni altro modo di vivere, come egli diceva, men libero di quello.

Con il contributo di