Nominativo - Cosimo de’ Medici

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Ma tempo è ormai di ripigliare il filo dell’Istoria, e parlare delle altre opere di questo grande artefice, colle quali egli abbellì non poco la patria nostra, ed accrebbe a sé stesso gloria immortale. Fece egli dunque anche l’altra bella figura di bronzo del S. Stefano per l’Arte della Lana, che fu collocato nell’ultimo Pilastro: e altre bellissime cose condusse circa a questi medesimi tempi, d’oro e d’argento, ed orificeria, nella quale fu singolarissimo, come appresso diremo, seguendo in ciò quanto ne lasciò scritto il Vasari co’ seguenti periodi. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevan fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone, così in lavori di metallo come d’argento eoro; capitò nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, una cornjuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo, quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondoché si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello. Ed essendo pe’l pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dell’intaglio in cavo, cosa rara; Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato: ed esso penatovi molti mesi, lo finì del tutto; facendo un’opera non men bella d’intaglio a torno a quella, che si fusse la bontà e perfezione del cavo in quella pietra: la quale opera fu cagione, ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritrovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone, che egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo, e fra esse, gioje di grandissimo prezzo; cosa molto eccellente: e così una Mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole, tutte tonde, che furon tenute bellissime; e ne acquistò, oltre al nome, utilità grande dalla liberalità di quel Pontefice.

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Sono ancora di sua mano i Colossi di mattoni e stucco intorno alla Cupola del Duomo di Firenze, dalla parte di fuori, che servono per ornamento delle Cappelle. Scolpì il Pergamo di marmo, nel quale si mostra la Sacra Cintola di Maria Vergine nella città di Prato in Toscana. In Padova gettò il Cavallo di bronzo, colla statua di Gattamelata, nella quale opera superò sé stesso: e fece nella Chiesa de’ Frati Minori molte opere della Vita di Santo Antonio, ed altre: onde gran fatica gli costò il sottrarsi dagl’inviti de’ Padovani, che volevano per ogni modo fermarlo in essa città di Padova, e per tal effetto aggregarlo a quella cittadinanza: a’ quali diceva, che lo star quivi, dove era così lodato, gli avrebbe presto fatto dimenticare ogni suo sapere; laddove il tornare alla patria, dove era dagli emuli professori biasimato, gli dava cagione di studio, mediante il quale s'acquistava egli gloria maggiore. Lavorò in Roma, in Venezia, in Siena, in Montepulciano, in Faenza: ed in somma può dirsi, che non pure la città di Firenze, ma il mondo tutto, sia pieno delle sue opere, tutte a maraviglia belle. Ed è sua gran lode, che al suo tempo non erano sopra la terra scoperte le più belle antichitadi, salvo che le colonne, i pili, e gli archi trionfali: onde potesse portarsi, coll’ajuto di quelli, a quel segno di perfezione nell’arte, alla quale si portò col solo ottimo suo gusto: e dicono essere egli stata potissima cagione, che a Cosimo de’ Medici, suo e di ogni altro virtuoso gran protettore, si svegliasse il desiderio d’introdurre, com’e’ fece in Firenze, l’antichità, che erano e sono in quell’augustissima Casa, le quali tutte di sua mano restaurò. Fu Donatello uomo allegro, modesto, e niente interessato, e de’ guadagni che fece, poco a sé, e molto ad altri profittò. Teneva egli il suo danaro in una sporta, per una corda al palco appiccata, ed ognuno de’ suoi lavoranti, senz’altro dire, ne pigliava pel proprio bisogno. Avevagli Piero, figliuolo di esso Cosimo de’ Medici, che alla sua morte gli aveva molto esso Donatello raccomandato, fatta donazione di un bel podere in Cafaggiuolo, acciocché con esso potesse sostentare la sua già cadente età; ma appena sel tenne un anno, che stanco, com’è diceva, dall’importunità del lavoratore, che del continuo, secondo il costume di tal gente, con nuove odiose se gli faceva vedere, allo stesso Piero, per pubblico strumento, lo renunziò; asserendo volersi anzi morir di fame, che a tale inquietezza soggettarsi. Ma non potendo l’inclita liberalità di quel Signore lasciarsi vincere dalla continenza di Donato, al medesimo assegnò sopra i proprj effetti un’annua entrata maggiore in contanti, la quale egli poi quietamente godè fino alla morte. Fu ancora bizzarro e vivace nelle risoluzioni, e sempre tenne l’arte in gran pregio. Ad un Mercante, che stiracchiava a mal modo il prezzo di un’opera, fattagli fare apposta, disse esser egli avvezzo a mercantar fagiuoli e non statue: e precipitata da alto la sua statua, e quella in mille parti spezzata, non volle pel doppio più del domandato, farne un’altra al Mercante; tuttoché lo stesso Cosimo de’ Medici molto in persuaderlo a ciò si adoperasse. Aveva egli finito il San Marco per la facciata di Orsanmichele, del quale sopra si è parlato, figura, che ad alcuni guastamestieri (di che sempre fu pieno il mondo) piacque così poco, che a verun patto volevano, che si ponesse su al suo luogo; onde fu necessario, che Donatello gran preghi adoperasse con promesse, che lavorandovi sopra qualche tempo altra cosa, l’averebbe condotta da quel ch’ella era; ottenne finalmente, che fosse posta al suo luogo: e immantinente fattala coprire, e così tenutala quindici giorni, e poi senz’averla punto tocca, scoprendola, fu da ognuno veduta, con istupore e maraviglia: e così fece conoscere a quegl’intelligenti balordi, quanto sia mal giudicare le opere grandi fuori del luogo loro, da chi gran maestro non è. Giunto all’estremo di sua vita, lo visitarono alcuni suoi parenti, di quella sorta, che misurano il proprio affetto non altrimenti, che a proporzione dell’utile, che ei si promettono di trarre dalla persona amata: e sì pregaronlo, che loro lasciar volesse un podere, che egli aveva vicino a Prato. A quelli rispose francamente, esser cosa di poco merito, per acquistare un podere, una sola visita, fatta ad un parente in tanti anni, a confronto di quello del povero lavoratore, che tutto il tempo di sua vita si era affaticato in lavorarlo e custodirlo: parergli però giusta cosa, che al lavoratore e non a loro si dovesse il podere: e con tali parole cortesemente licenziatigli, allo stesso suo lavoratore con suo testamento il podere lasciò; e poco dopo, con dimostrazioni di buon Cristiano, alli 13 di Dicembre l’anno sopraddetto, passò da questa all’altra vita.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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