Nominativo - Clemente

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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Sarà bene ora per ultimo il dire alcuna cosa sopra l’etimologia del nome del nostro Giotto. È dunque da sapere, come nella Città di Firenze, e forse altrove, era molto praticato in que’ tempi il dividere, accrescere, o mozzare, o in altro modo variare, e corrompere quasi ogni nome proprio delle persone, o fusse vizio popolare, o lo facessero per vezzi, o per abbreviatura del dire, egli è certo, che infiniti nomi si trovano o corrotti, o in tutto e per tutto mutati; dico di que’ medesimi, de’ quali per mille indubitate testimonianze si fanno i nomi interi: e perché quest’uso, o abuso che e’ si fusse non ha lasciato di portare alla posterità molta confusione, il nominato Gentiluomo, dico il Capit. Cosimo della Rena, doppo aver veduto ogni Archivio pubblico, e privato, e stetti per dire quanto poteva in questa Patria vedersi, si è applicato a compilare un’operetta, con la quale sciogliendo questo fastidiosissimo enigma, arrecherà chiarezza, e facilità maggiore a chi per l’avvenire ricercherà per l’antiche memorie; e per condurci al proposito nostro, eccone un saggio. Il nome di Ciuta significava Ricevuta, Chiello era detto per Rustichello, Bindo per Aldobrandino, Bese per Borghese, Buto per Bonaiuto, Bonsi per Bonsignore, Duti per Dietaiuti, Drada per Gualdrada, Minuccio tre volte corrotto, prima Iacopo ch’era il vero nome, poi Iacomo, in poi Iacomuccio, finalmente Minuccio. Per Cuccio s’intendeva Francesco, per CoccoNiccolò, per GhigoFederigo, per GhirigoroGregorio, per ChimentiClemente, per CeceCesare, e Ciriaco, ed il nome di Angelo si diceva con duplicata corruttela Angiolotto, e poi Giotto, e questo fu il nome del nostro Artefice, che non per Giotto, né per Angiolotto, ma per Angelo fu nominato; e fu quello, che per quanto permessero que’ tempi, si potè veramente chiamare un vero Angelo della Pittura.

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Nato 1416. ?1484. Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

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Nato 1507, morto 1573. In questi tempi fu pienissimo, per così dire, il mondo tutto, dell’ottima fama del celebre prospettivo e architetto, Jacopo Barozzi da Vignola, terra nobile del Milanese. Questi, non solo per le opere sue egregie, ch’ei condusse, in ciò che all’architettura appartiene; ma eziandio per li suoi dotttissimi scritti di simili facultadi, meritò non solo, che il tanto celebre Mattematico Egnazio Danti, Religioso dell’Ordine de’ Predicatori, eletto Vescovo d’Alatri, dopo la morte di lui, volgesse ogni applicazione, non pure a pubblicare colle stampe a proprie spese, i suoi Trattati, con impiegare il proprio intelletto in ridurgli anche più godibili, coll’aggiunta di chiarissime dimostrazioni; ma eziandio, ch’egli medesimo obbligasse la propria penna a distendere una esattissima Narrazione della vita, dell’opere e dell’altre singolarissime qualitadi o doti, che l’animo di lui adornarono. Dovendo io adunque in questo luogo far menzione d’un uomo sì celebre, sono andato fra me stesso pensando, s’io dovessi contentarmi di compendiare, quanto dallo stesso Frate Egnazio fu scritto, il tutto riducendo al mio solito periodo, qualunque esso si sia, o oscuro o melenso. Ma considerando da una parte, non esser giusta cosa il privare, o punto o poco, la posterità della notizia di tante e assai nobili doti di sì gran virtuoso: e dall’altra riflettendo alla dignità del soggetto, che esse notizie scrisse e pubblicò; mi son risoluto a far cosa, che io non mai, o rarissime volte feci nel descrivere i fatti di molti celebri uomini: mi son risoluto, dico, di copiare distintamente di parola in parola, quanto lo stesso Danti nel 1583, dieci anni appunto dopo la morte del Barozzi, scrisse e pubblicò a principio dell’opera, che intitolò Le due Regole della Prospettiva Pratica di Mess. Jacomo Barozzi da Vignola, con i Commentarj del R. P. Egnazio Danti dell’Ordine de’ Predicatori, Mattematico dello studio di Bologna. Dice egli dunque così. Coloro, che sono ascesi a quei gradi d’eccellenza, che la scala degli onori di questo mondo s’ha in ogni maniera di virtù e di scienza prescritti per supremi, quasi sempre vi sono stati guidati dalla Natura per asprissime e faticosissime strade. E questo fa ella per avventura, per mostrare a quelli, che son nati negli agi e nutriti nelle delizie, che altri, che la virtù non ha parte alcuna di sublimare altrui a così fatti gradi, e che difficilissimo, e quasi impossibile sia il poterci altramente arrivare. Di che se ne sono in ogni tempo veduti infiniti esempi, tra i quali al presente è rarissimo questo del Barozzi; imperciocché avendosi ella proposto di sublimarlo nei primi gradi dell’eccellenza della nobilissima Arte dell’Architettura e della Prospettiva, ridusse Clemente suo padre a sì estrema necessità, che gli convenne, per le discordie civili, abbandonare Milano sua patria, dove egli era nato di sì nobile famiglia, ed eleggere per sua stanza Vignola, Terra, che per essere capo del Marchesato, e però convenevolmente nobile e di civili abitatori ripiena. Dove nel 1507 il dì primo d’Ottobre, gli nacque Jacomo suo primo figliuolo, di madre Tedesca, figliuola di un principal condottiere di fanterie. E perché in quello esilio della patria non pareva che potesse aver luogo tanta felicità, che Clemente lo vedesse indirizzato, come desiderava; appena vide gli anni dell’infanzia di lui, che passò di questa a miglior vita. Rimaso Jacomo senza padre, e fuor della patria, avendo in quella tenera età l’animo ardentissimo alla virtù, si trasferì subito a Bologna, per attendere alla pittura. Ma accorgendosi poi di non fare in essa molto profitto, così per non avere quella buona istituzione, che a così difficile arte fa di mestiere: come anco per aver occupato quasi tutto il tempo nel disegno delle linee, dove maggiormente si sentiva inclinato, si voltò quasi del tutto agli studj dell’Architettura e della Prospettiva. Nella quale, senza veruno indirizzo, riuscì da sé stesso di tanta eccellenza, che con la vivacità dell’ingegno suo ritrovò queste bellissime e facilissime regole, che ora vengono in luce, colle quali si può con molta facilità, e con usarvi pochissima, o niente di pratica, ridurre in disegno qualsivoglia difficil cosa: invenzione nel vero degna dell’ingegno suo, ed alla quale nessuno arrivò mai nel pensiero prima di lui. Avendosi dunque in quest’arte acquistato nome di valent’uomo, ebbe occasione in Bologna di mostrare il valor suo, e di farvi molte cose di pregio: tra le quali furono grandemente stimati i disegni che fece per Mess. Francesco Guicciardini, il quale essendo allora Governatore di quella città, gli mandò a Firenze per fargli lavorare di tarsia da eccellenti maestri. E sapendo il Barozzi, che non bastava il leggere solamente quei precetti, che lasciò scritti Vitruvio Pollione, intorno all’Architettura; ma che oltre a ciò, bisognava vederli osservati in atto nelle vive reliquie degli antichi edificj; si trasferì a Roma, come in luogo particolarmente per qualità e numero di essi chiarissimo e famosissimo. Ma perchè bisognava pure procurare intanto il vivere per sé e per la famiglia; esercitava talvolta la pittura, non levando però mai l’animo dall’osservazioni dell’anticaglie. In quel mentre essendo stata instituita da molti nobili spiriti un’Accademia d’Architettura, della quale erano principali, il Signor Marcello Cervini, che poi fu Papa, Monsignor Majfei, ed il Signore Alessandro Manzuoli. Lasciò di nuovo la pittura, ed ogni altra cosa: e rivolgendosi in tutto a quella nobile esercitazione, misurò e ritrasse per servizio di quei Signori tutte l’antichità di Roma: donde si partì l’anno 1537 essendo stato condotto in Francia dall’Abate Primaticcio, eccellentissimo Pittor Bolognese, a i servizi del Re Francesco I; il qual volendo fare un palazzo e luogo di delizia di tal eccellenza, che agguagliasse la grandezza del generoso animo suo, e di superare con quella fabbrica tutti gli altri edificj, che per l’addietro fossero stati fatti da qualsivoglia Principe del mondo; Volle, ch’egli gli facesse i disegni e modelli di essa, i quali poi non furono del tutto messi in esecuzione per cagione delle guerre più che civili. Contuttociò fece a quel Re molti altri disegni di fabbriche, che furono messi in opera, e particolarmente i disegni e cartoni di prospettiva, dove andavano istorie del Primaticcio, che nel Palazzo di Fontanablò furono dipinti; facendo nel medesimo tempo gettare di metallo molte statue antiche, le quali erano state formate in Roma, la più parte d’ordine suo. Ma non avendo potuto effettuare il tutto compiutamente, per essere stato costretto quel Re a rivolger l’animo a cose maggiori, se ne ritornò a Bologna, chiamato e pregato strettamente dal Conte Filippo de’ Peppoli, Presidente di San Petronio, per farlo attendere a quella fabbrica, intorno a i disegni della quale si occupò fino all’anno 1550, non avendo quasi potuto farvi altro per le molte competenze, che si trovò di persone, le quali non sapevano cercar fama, se non con opporsi, affinché l’opera non camminasse avanti: vizio naturale d’alcuni, che conoscendo l’imperfezione loro, non possono vedere, se non con gli occhi pregni d’invidia, arrivar altri dove essi possono solamente col temerario ardir loro avvicinarsi; ma non poté però operar tanto questa sciocca emulazione, che finalmente non si conoscesse il valor suo, e l’altrui malignità. Perciocchè essendo stati chiamati Giulio Romano, nobilissimo Pittore e Architetto, e Cristefano Lombardi, Architetto del Duomo di Milano, a dar giudicio sopra quei disegni: vedutili e consideratili maturamente, approvarono quei del Vignola, con pubblica scrittura, per eccellentissimi sopra tutti gli altri. In quel medesimo tempo, oltre a molt’altre cose, fece un Palazzo a Minerbro, pel Conte Alamanno Isolano, con ordine e disegno molto notabile e maraviglioso. Fece la casa del Bocchio, seguitando l’umore del padrone di essa: e condusse con incredibil fatica, il Canale del Navilio dentro Bologna, dove prima non arrivava se non tre miglia appresso.

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