Nominativo - Cimabue

Numero occorrenze: 91

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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SONO già cinque anni passati, AMICO LETTORE, che io vi diedi a vedere il primo aborto de’ miei poveri studj in materie appartenenti a cose di Pittura, Scultura, e Architettura, ed a Pittori, Scultori, e Architetti, col dare alla luce parte delle Notizie compilate da me de’ Professori del Disegno da Cimabue in qua, di quelle dico, che cadevano nel Secolo primo del risorgimento di quest’Arte, cioè dal 1260. nel qual tempo incomincio a fiorire esso Cimabue Pittore Fiorentino, che ne fu il primo restauratore, e la comunicò al celebratissimo Giotto, fino al 1300. Le quali Notizie essendo da me state distinte in Decennali, dal 1260 al 1300, ne giunsero a compire appunto i primi quattro. Mi ricordo d’avervi a principio di quella Operetta, mediante una mia Lettera, data cognizione delle prime cagioni, che inclinarono l’animo mio a tale impresa intraprendere, degl’impulsi, che da persona d’alto affare mi furono dati per applicarmivi senza replica, del fine, che io mi prescrissi, e dell’ordine ch’io mi proposi per continuarla.

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Mi sovvengono altresì le proteste, ch’io feci con voi, a cagione della da me ben conosciuta poca mia sufficienza, massimamente in materia si vasta, e che di momento in momento andavami sempre sotto l’occhio crescendo, per non dire raddoppiando. Non mi è fuggito dalla mente quanto io vi dissi pure alla lontana intorno alla ragione, che mossemi a dar fuori i quattro Decennali, dal 1260 al 1300, con si poca quantità di nomi, e notizie di Artefici degli molti, che furono in quegli antichi tempi; e fu questa, cioè, che oltre alla gran fretta, che mi facevano gli amici d’incominciare ad esporre al pubblico alcuna cosa del mio, non parvemi conveniente, che quel poco, ch’io aveva già ridotto a qualche perfezione, dovesse stare nascoso, fino a tanto che io avessi terminata tutta l’Opera; perché sarebbevi stato pericolo, anzi una morale certezza, attesa la mia età già molto avanzata, che potesse restarsi, in caso di mia mancanza, e l’antico finito, e’l moderno ancora non perfezionato, sepolto nell’oblivione. E che però per fuggire tale inconveniente (se pure potea dirsi inconveniente la perdita nel Mondo d’un parto miserabile dell’intelletto mio) deliberai d’eleggere un ordine di fare un primo libro di ciascheduno Decennale, non pure del detto primo Secolo dal 1200. fino al 1300. ma poi a suo tempo di tutti i Secoli susseguenti, fino al termine dell’Opera, per assicurarmi dal pericolo d’accavallare i tempi, per quello che all’ordine cronologico appartiene; siccome per poter lasciare indietro in qual si fosse Secolo, o Decennale, tanto nell’antico, che nel moderno, molti Artefici, de’ quali si ha cognizione, ma non già tanta, che basti per farne un Trattato intero, per doversi poi loro dar luogo o da me, o da altri, a chi dopo me piacesse di continuare questa serie, ne’ secondi, terzi, o quarti Libri di qualsisia Decennale. Ora sappiate che le medesime cagioni, che mossero l’animo mio allora a dar fuori solamente quel poco, che io aveva di ordinato, e di rivisto nel primo Secolo dal 1260. al 1300. cioè a dire l’istesse persuasioni degli amici, e’l timore, che tale mia povera fatica coll’indugio non perisca, mi muovono adesso a farvi vedere il secondo Secolo dal 1300. e al 1400. diviso in dieci Libri, cioè i primi Libri d’ogni Decennale, scarso ne piu, ne meno del primo, con animo di seguitare l’ordine stesso di fare il primo Libro d’ogni Decennale de’ tre Secoli, che rimangono fino al presente; i quali però e per ragione delle minori antichità, e dell’abbondanza di notizie, che con lunga fatica m’è riuscito raccogliere, spero che saranno di gran lunga più copiosi. Fu allora mia intenzione il darvi in ogni Tomo, o volume dell’Opera, una particella dell’albero universale, che io conservo fatto da me degli Artefici da Cimabue in qua il numero di quasi duemila, dico di quegli de’ quali io stimai bene far menzione, e questo voleva fare a fine che vi fosse per essere facil cosa il vedere per mezzo di esso in un occhiata sola la derivazione de’ suggetti da loro maestri, e dal primo stipite Cimabue; ed a fine ancora, che volendo voi congiungere alla prima le altre particelle d’albero d’ogni Volume, vi potesse venir fatto il condurre l’albero intero da detto primo stipite, fino a’ viventi artefici; e tutto questo vi promessi nella mia Lettera. Ma assai mi duole ora d’avervi a dire, che per cagione della cosa stessa io non vi posso tale premessa a così di subito adempire, conciosiacosache io ho trovato nel fare, che il venirne all’esecuzione averebbe a lungo andare cagionato a me, ed a voi difficultadi da non potersi così facilmente superare, e sarebbemi convenuto perder tanto di tempo nell’adattare le molte piccole particelle dell’albero, in modo che riuscisse chiaro, che mi sarebbe dipoi mancato per operare nel più importante; onde io ho avuto per meglio il non dar fuori per ora alcun’altra di esse particelle d’albero, ma aspettare a farlo quando che sia, che io abbia col Divino aiuto data in luce parte assai maggiore de’ molti volumi, che mi restano terminati, per farne allora tutta una carta, lasciando in essa il luogo da potervisi fare le connessioni di quei nomi, che ne’ primi Libri a tutti i Secoli, e Decennali non fossero stati menzionati, Ma lasciati per i secondari Libri. E così non verrà negato a voi quanto io vi promessi, benché dato in diverso modo, ed io donerò al principale mio assunto, che fu di scriver Notizie, di numero stetti per dire infinito, di Professori di queste belle Arti, la preziosità di quel tempo, che averebbe voluto per sé un simile impaccio; e vivete felice.

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CIMABUE Pittore Margheritone
nato 1240. d’ Arezzo Pit.
morto 1300. Scult. e Archit.

Arnolfo di Lapo Gaddo Gaddi Andrea Tafi Giotto di Bondone Ugolino Sanese Oderigi d’Agobbio
Scult. e Archit. Pittore Pittore Pitt. e Archit. Pittore Miniatore
Nato 1232. Nato 1239. Nato 1213. Nato 1276. Nato … Nato …
Mor. 1300. Mor. 1312. Mor. 1294. Mor. 1336. Mor. 1349. Fior. del 1299

Nello BrunoNozzo di PerinoF. Iacopo da Giovanni Pisano Marino Boccanera
Pittore Pittore d. Calandrino Torrita Pitt. Scult. e Archit. Archit. Genovese
Fior. 1320. Fior. 1320. Pitt. Fior. 1280. Fior. 1280. Nato… mor. 1320. Fior. del 1283.

Agnolo e Agostino Sanesi
Scult. e Architetti
Fior. 1300

Fra Ristoro Converso Fra Sisto ConversoFra Giovanni da Campi
dell’ord. de’ Predic. dell’ord. de’ Predic. dell’ord. de’ Predic.
Architetto nato … Architetto nato … Architetto nato …
Morto 1283. Morto 1289. Morto 1339.

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DECENNALE I. del Secolo I. dal 1260. al 1270.
I Proemio, e Cimabue con Margaritone , e l’Apologia
2 Andrea Tafi .
3 Arnolfo di Lapo .
DECENNALE II. del Secolo I. dal 1270. al 1280.
I Gaddo Gaddi .
2 Fra Iacopo da Turrita.
DECENNALE III. del Secolo I. dal 1280. al 1290.
I Giovanni Pisano .
2 Ugolino Sanese .
3 Marino Boccanera .
DECENNALE IV. del Secolo I. dal 1290. al 1300.
I Giotto .
2 Oderigi d’Agobbio .
3 Nozzo di Perino detto Calandrino.
4 Agostino , e Agnolo Sanesi .

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DELLE NOTIZIE DE’ PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA. DECENNALE I. DEL SECOLO I. DAL MCCLX AL MCCLXX.

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PROEMIO DELL’OPERA Con le notizie di CIMABUE Pittor Fiorentino, il primo che desse miglioramento all’Arte del Disegno, ed alla maniera del dipignere, che i moderni Greci, ed altri loro imitatori ne’ suoi tempi tenevano.

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Erano dunque gli anni di nostra salute al numero pervenuti di mille dugento quaranta, quando nella Città di Firenze , Madre e nudrice di tutte l’Arti e Scienze più riguardevoli, nacque d’assai nobile stirpe il famoso Giovanni de’ Cimabuoi , detto poi comunemente Cimabue: questi in età cresciuto fu dal Padre applicato agli studi di Gramatica sotto la disciplina di ben’esperto Maestro (qualunque o Religioso o Secolare egli si fosse) che nel Convento di S. Maria Novella de’ Frati Predicatori l’insegnava. Ma prima di fare ad altra cosa passaggio, è da sapersi in questo luogo, come ritrovandosi in Bologna il Patriarca S. Domenico , dodici de’ suoi Frati mandò a’ Fiorentini, sotto la cura del B. Giovanni da Salerno, a’ quali essi diedero per abitazione il luogo di Ripoli , fuori di Firenze . Dopo alcun tempo portatisi dentro la Città, stettero in quello di S. Pancrazio ; fin che venuto a Firenze lo stesso S. Domenico , esso luogo in quello di S. Paolo loro mutò: quivi si trattennero facendo gran frutto, finché dal Legato di Onorio III. Sommo Pontefice, a’ 31. Ottobre 1221. della Chiesa di S. Maria Novella , e de’ beni a quella annessi, fu dato loro il possesso. Era allora essa Chiesa alquanto piccola (e se vogliamo credere alla Cronica) risguardando verso Occidente dalla parte che si dice la piazza vecchia, aveva il suo principale ingresso in quel luogo appunto, dove oggi si vede il sepolcro di bronzo, di Maestro Lionardo Dati , cioè nel mezzo della larghezza della navata maggiore, ove il prospetto e faccia di essa Chiesa sorgea, e fra questa e la porta che a’ tempi nostri in essa piazza vecchia risponde, frapponevasi un grande spazio, qualunque o Cimitero o Prato o Cortile egli si fosse, per lo quale mediante un certo vestibulo alla medesima antica Chiesa si perveniva: era angusta altresì l’abitazione, senza Chiostri, o alcun’altro di quei requisiti, che ad un comodo servigio del divin culto, e delle persone degli operarj di quella Religione abbisognavano; e in tale stato si mantenne finché poi del 1279. nel giorno dedicato all’Evangelista S. Luca, con disegno di Fra Sisto e Fra Ristoro Fiorentini Conversi di quell’Ordine, fu per mano del Cardinal Latino Domenicano, in tempo del Pontificato di Niccola III. posta la prima pietra della gran fabbrica che far si doveva per accrescimento di essa fino a quel segno ch’oggi si vede.

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Doveavansi fare alcune Pitture nell’antica Chiesa per entro la Cappella, che stata di diverse famiglie, poi fu ed è della nobil famiglia de’ Gondi detti del Palazzo, la qual Cappella, nell’accrescimento predetto, fu lasciata in piedi, e dedicatovi l’Altare a S. Luca. Quegli che dovevano operare, erano alcuni Maestri Greci, per tal’ effetto a Firenze chiamati; e già s’erano essi posti a tal lavoro, quando il nostro Giovanni , che da natura era a quell’Arte forte inclinato, divertendo da quelli studj a’ quali il Padre obbligato l’aveva, sempre con que’ Maestri trattenendosi, non poteva saziarsi di vedergli dipignere; e fra tanto non frammetteva tempo, nel quale egli alcuna cosa in disegno a loro imitazione non operasse. Di ciò avvedutosi il Padre purtroppo, e conosciuta la costanza del Figliuolo in non voler’ altro fare; fu necessitato sottrarlo allo studio delle Lettere e a quello del Disegno, sotto la scorta di que’ maestri in tutto e per tutto dedicarlo. Avanzavasi a gran passi il giovane negli studi dell’Arte, in cui fece tanto profitto, che in breve tempo quella goffa maniera Greca, in modo migliorò, che si può sicuramente e col consenso di tutti i più pratici di quell’antichità e dell’Arte della Pittura, affermare, che ella per le mani di quest’uomo già cominciasse a dare apertissimi segni di dover ben presto risorgere a nuova vita; il che poi ebbe suo effetto per gli studj del famosissimo Giotto di lui Discepolo. Molte furono l’opere di Cimabue fatte in Firenze , e fra queste la gran tavola di Maria Vergine nostra Signora, con Angeli attorno, che tuttavia oggi si vede nella Cappella de’ Rucellai nella medesima Chiesa di S. Maria Novella . Attesta il Vasari degnissimo Scrittore delle vite de’ Pittori, aver letto in alcuni ricordi di Pittori antichi, che per non essersi in que’ tempi veduta opera di maggior grandezza e bellezza, fosse con gran festa a suon di trombe, e con solennissima processione portata dalla casa alla Chiesa; anzi che nel tempo che Cimabue in un luogo allora fuor delle mura di Firenze , vicino a porta S. Pietro la dipigneva; passando per detta Città il Rè Carlo il Vecchio d’Angiò , i Fiorentini in tal luogo il condussero, e feciongli vedere tale immagine, non ancora da alcuno stata veduta. Afferma ancor’egli che tale fosse il concorso, e così grande la festa che di ciò fece il devoto popolo, che fino da quel tempo ricevette quel luogo, che oggi è compreso dentro alle mura della Città, il nome che fino al presente conserva di Borgallegri ; e ciò seguì nel tempo che il nominato Carlo d’Angiò fratello di S. Luigi, venne in Toscana per favorire il partito de’ Guelfi contro i Ghibellini, dopo d’essere stato da papa Clemente IV. incoronato Rè di Sicilia e di Gerusalemme, e dopo d’aver vinto Manfredi a Benevento .

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Dipinse in oltre Cimabue l’Immagine del Patriarca S. Francesco, ch’oggi avanti l’ Altare della Cappella del Santo nella Chiesa di S. Croce si riverisce; ed è fama, che molto al vivo il facesse, mercè l’averlo colorito a relazione d’alcuni Frati antichi di quel Convento, i quali col Santo medesimo avean domesticamente trattato. Opera del suo pennello, fu un Crocifisso grande in tavola, un’Immagine di Maria Vergine, ed altre Pitture nella medesima Chiesa. Ancora dipinse per i Monaci Valombrosani una gran tavola, dove rappresentò Maria Vergine sedente in maestoso trono col Figliuolo in braccio e molti Angeli attorno, in campo d’oro, e in atto d’adorazione, che fu collocata sopra l’Altare Maggiore della lor Chiesa di S. Trinita , ed oggi si vede nella Sala dell’Infermieria di quel Monasterio. Né volle la Città di Pisa restarsi senza molt’opere di sua mano; parte delle quali, o perché furono lacerate da tempo, o demolite per cagion di nuove fabbriche, oggi più non si vedono. Non ostante ciò che dica un moderno Autor Franzese, si veddero in questa Città di mano di Cimabue , le prime figure con alcune parole scritte quasi che loro escan dalla bocca, con le risposte che loro danno altre figure, invenzione che fu altrettanto accettata in quel secolo, quanto poi da’ maestri migliori detestata e fuggita. Avanti a tutte queste cose, circa l’anno 1260. era egli stato chiamato in Ascesi , dove pure aveva fatto molt’opere, cioè nella Chiesa di sotto di S. Francesco , aveva dipinto in compagnia di alcuni Maestri Greci, parte delle volte, e nelle facciate la vita di Cristo, e quella di S. Francesco, nelle quali aveva talmente megliorato la maniera, che d’allora in poi, fu di gran lunga superiore a sé stesso. E bene il dimostrò nelle soprannotate pitture; anzi in quelle stesse ch’ei fece poco dipoi nella medesima Chiesa, che per brevità si lasciano. Aveva fino da gran tempo avanti, e molto più in quei medesimi tempi, la venuta in Italia de’ Pittori Greci, fatto sì che altri pure inclinati a quell’Arte, ad essa attendessero. Fra questi ebbe la Città d’ Arezzo un tale Margaritone , che fu anche Scultore e Architetto.

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Similmente la Città di Roma , Venezia , Siena e Bologna , anzi per quanto pur’io medesimo ò veduto, non dubito punto di affermare, che quasi ogni Città nutrisse i suoi Pittori; ma però senza che mai si scorgesse in quegli alcun meglioramento dal goffo modo che i Greci tenevano; ed è certa cosa che e’non vi fecero allievi che punto valessero; onde a gran ragione l’antica e la moderna età, solo a Cimabue che tanto l’Arte megliorò, comunicandola anche ad altri che poi eccellentemente la professarono, à data la prima lode. Merita contuttociò il nominato Margaritone qualche memoria fra gli uomini, non solo per essersi affaticato in tuttociò che a ciascheduna di queste bell’Arti appartiene, ed aver’ in esse moltissimo operato, benché all’antico barbaro modo; ma per esser’egli stato il primo che cominciasse a rapportar sopra le tavole alcune tele, quelle dipoi ingessando per dipingervi sopra; costume seguitato dopo di lui da’ megliori Maestri antichi, per assicurar le lor pitture dall’aprirsi col tempo e fendersi delle tavole. Fece lo stesso Margaritone con suo modello l’anno 1270. il Palazzo de’ Governatori nella Città d’ Ancona , e nella parte più alta di otto finestre della facciata di esso, intagliò otto Storie di mezzo rilievo del Vecchio Testamento. Fu similmente fatta con suo disegno la Chiesa di S. Ciriaco , e altr’opere fece di Scultura e Architettura della vecchia maniera, che per brevità si tralasciano. Ma tornando ora a Cimabue ; averei io avuto gran piacere, che mi fosse riuscito il dare alcuna notizia più particolare dello stato e persona di lui; ma col fuggire de’ quattro Secoli, sonosi anche dileguate assai delle desiderate memorie: onde a me piace ora il portare in questo luogo, quel poco che si trova in antiche Scritture, che quantunque non abbia un appicco immediato, e per conseguenza indubitato con Cimabue , à però in sé tali circostanze, e di nome, e di luoghi, e di tempi, che a mè pare non potersi affermare senza temerità, che a lui non appartenga. Dico dunque, che siccome egli sortì ne’ suoi per altro infelici tempi, di aver fama del primo Pittore del Mondo, così fu egli perciò sì riputato, e gli furon date a fare tant’opere, e sì magnifiche; ch’egli divenne ricco, e ciò mostra assai chiaro l’essere stati aggravati quegli di sua famiglia, ne’ quali io stimo che pervenissero le sue facoltà, delle più grosse prestanze che allora fossero solite ricercarsi nella Città di Firenze ne’ maggiori bisogni, da qualsifosse benestante e ricco.

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Ben è vero che poi a cagion dell’essere stato diminuito il patrimonio, esse prestanze si ridussero a poco, finché per quanto s’è potuto fino a ora riconoscere, non si faceva più menzione di tal famiglia, o perché ella rimanesse estinta, o perché ella avesse abbandonato la Città: trovasi dunque nella prestanza del Quartiere S. Giovanni dell’anno 1369. in Camera Fiscale, nel Gonfalone delle Chiavi, Via Borgallegri a 55. (che è appunto il luogo dove sappiamo che operò, e forse ebbe per alcun tempo sua abitazione il nostro Artefice) Dominicus Lapi Gualtierij Cimabue flor. 22. 4. 5. e nella prestanza del 1390. Quartiere S. Giovanni , Via di Borgallegri a 85 Gualtieri di Domenico Gualtieri fior. 6.1.8. e in quella del 1397. S. Gio. Via di Borgallegri a 29. Gualtieri di Domenico Gualtieri fol. 19.10. e in quella del 1426. S. Giovanni 35. Gualtieri di Domenico Gualtieri, Gonfalone Chiave, fior. 2.11. Ma per non essere tedioso al Lettore in raccontar ad un per uno gli uomini di questa casa (che in Firenze passò per la maggiore) e anche per dar luogo ad altri di poter rintracciarne la serie continovata fino a’ nostri tempi, se pur’ella vi si sia condotta, il che fin qui a me non è riuscito fare; mostrerò in fine delle presenti notizie, un piccol’Albero delle ritrovate fino a quest’ora. Finalmente ebbe Cimabue oltre al famosissimo Giotto molti Discepoli, che divennero buoni Pittori, Scultori, ed Architetti, come nelle note di ciascheduno si dirà; da’ quali poi, siccome noi in questa nostra operetta c’ingegneremo di mostrare, queste bell’Arti da Maestro a Discepolo trapassando, ed al sommo di lor perfezione a poco a poco ascendendo, sonosi dilatate per tutto il Mondo. Pervenuto finalmente Cimabue al sessantesimo anno di sua età, gloriosamente menata, passò da questa all’altra vita l’anno 1300. e nella Chiesa di Santa Maria del Fiore di Firenze sua Patria, fu onorevolmente sepolto col seguente Epitaffio. CREDIDIT UT CIMABOS
PICTURÆ CASTRA TENERE:
SIC TENUIT.
VERUM NUNC TENET ASTRA POLI.
Ne’ Sepoltuarj di Francesco Segaloni e di Stefano Rosselli, vien fatta menzione d’una Sepoltura ch’ebbono gli uomini di questa Casa, e che tuttavia si riconosce nel Cimitero Vecchio di S. Croce verso tramontana, dove a num. 95. apparisce un arme con una branca di Leone, e sopra un Rastrello con quattro Gigli, e dice così. S. Io. Lombardi, e poi Nota Dominici Lapi Gualtierij et filiorum .

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CIMABUE detti anche GUALTIERI .

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Per l’assertiva di Giorgio Vasari Aretino, ed onore di CIMABUE e GIOTTO Fiorentini. Avevamo scritto fin quì; e tanto ci bastava, per dare alcun cenno di ciò che noi in quest’opera intendevamo di mostrare: quando (essendosi già per diverse vie pubblicato il nostro concetto) del corrente anno 1677. è venuto alle pubbliche stampe, un Libro di moderno Autore, nel quale, mentre si danno molte e belle notizie d’alcuni veramente eccellentissimi Pittori di sua Patria, con dimostrazione di collera implacabile si parla di Giorgio Vasari , che pure possiamo dire che fusse il primo, il quale ne’ secoli più vicini aprisse agli studiosi ed amatori delle buone Arti, il bel campo di tesser le vite degli eccellenti Artefici, tutto che in alcuna cosa, come fa la più parte di coloro che molto scrivono, s’ingannasse, o pure fusse da altri ingannato. In oltre con sì poca onorevolezza, anzi con tanto avvilimento si discorre degli antichi Pittori Fiorentini, dico di Cimabue e di Giotto , i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al Disegno ed alla Pittura, siccome ancora di altri da loro derivati; che io a prima vista (credendo certo, che il soverchio calore con che ne vengon portate l’invettive, la credenza e l’affetto de’ Lettori toglier dovesse) pensai non esser d’uopo il dire, benché minima cosa in lor difesa, e di tutto quello ancora che a gloria di loro fin qui è stato scritto: ma poi fra me stesso ripensando, stimai volere ogni giustizia, che non tanto per render giusto tributo d’ossequio e d’amore alla mia Patria ed a’ miei Cittadini, quanto per dimostrar di far quella stima che meritano gli scritti di un per altro dotto Autore, e non disprezzare i colpi della sua penna (quali io credo vibrati da altra mano) io alcuna cosa scriva di quel ch’io sento in simil particolare. Dissi colpi vibrati da altra mano, perch’egli è noto, che qualunque per ingegnoso e dotto che sia, il qual piglia a scrivere di alcun’Arte, nella quale egli stesso, come sua propria non si sia lungamente esercitato, potrà ben far mostra della capacità del suo intelletto in quanto spetta alla Storia e suo ornato; ma in ciò che alla professione appartiene, gli è necessario il valersi alquanto dell’altrui notizia; e quel ch’è più, il sottoscriversi sovente agli altrui pareri. Quindi è che veggonsi bene spesso andar per le stampe, siccome appunto nel caso nostro addiviene, mescolate fra bellissime notizie e dotte erudizioni, opinioni e pareri, tanto contrarj al comun sentimento de’ pratici ed eccellenti Professori delle medesime Arti, che toltone tutto ciò che anno in sé di troppo immoderato affetto alle Patrie loro, poco o nulla poi vi rimane di sustanza, onde cavar si possa un ben sicuro e fondato ammaestramento. Non lasciano però tali opinioni alcuna volta, e per lo valore e credito di coloro che le scrivono, e per l’imperizia di molti che leggono, di far gran danno agl’intelletti, facendo loro concepire in sé stessi sentimenti dalla buona e vera intelligenza di tali cose pur troppo lontani. Né l’ottima intenzione di chi scrisse, molto giova a questo male; in quella guisa appunto, che poco rilieva al danno di chi è colpito da una pietra, l’esser’ella stata avventata da mano nimica, o da per sé stessa da alto caduta. Il perché, non credo io, che mi si potrà ragionevolmente ascrivere a mancanza quel poco, che in sola difesa della verità, e per mantener vivi al Mondo i belli attributi della mia Patria, io sono ora per dire. E lasciando da parte i supposti e le conghietture portate dall’Autore, quali io giudico non rilevanti per l’effetto di provar concludentemente sua intenzione; fermandomi per ora in ciò ch’ei disse, che quel di Dante Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido

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A’ PAESANI DEL VASARI RESTATI FORSE NELLA PITTURA PIÙ INFELICI L’AVER POTUTO ADATTARSI, E CHE LO STESSO VASARI E’ SEGUACI DI LUI DA INTERESSATI SCRITTORI DI QUELLA STESSA NAZIONE, POCHI E POETICI DETTI TOGLIENDO, E CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO ESAGERANDO, SI TRASSE DIETRO DE’ SUCCESSIVI AUTORI, CON LA FACILE CREDENZA, UNA COMUNE OPINIONE. E astraendo adesso da’ detti del Vasari e de’ suoi seguaci, cercherò di far vedere se tale stimata dall’Autore opinione, sia nata prima o dopo agli scritti dello stesso Vasari , e quando; e se da’ soli parziali e paesani di lui, o da altri; e se le parole del divin Poeta, sieno da’ più dotti interpetrate per iperboliche esagerazioni. Che però son per notare in questo luogo le sentenze d’una minima parte degl’infiniti Autori antichi e moderni; e quel che è più, d’insignissimi professori di pittura Italiani ed Oltramontani, che pur’ ora mi sovvengono aver fin da que’ primi tempi, e fino a’ presenti giorni di ciò fedelmente scritto; affinché vegga il Mondo, contro quanti Scrittori, contro quante e quali autorità (per togliere alla Toscana la bella gloria d’aver ella, o sia per le mani di Cimabue , o sia per le mani di Giotto miglior Maestro di lui, l’uno e l’altro Fiorentini, dato alla bell’Arte del Disegno e della Pittura miglioramento, e quali ridottala a nuova vita) si sia questo per altro erudito ingegno fatto Autore. Se poi ciò veduto vorrà la letteraria Repubblica credere; e dalle autorità, che siamo per addurre, vorrà trar conseguenza, CHE NON SOLO (come egli scrisse) L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE; resterà tuttavia a gloria della Toscana il vivo testimonio dell’opere di Cimabue e di Giotto , dalle quali, e da quelle goffissime de’ moderni Greci e loro imitatori da esso addotte, che pur’ ancora vivono; potrà chiunque abbia occhi eruditi al bisogno, restar difeso dall’erroneità di così nuova e così strana opinione. E lasciando ora da parte l’inscrizione che fu posta sopra la sepoltura di Cimabue nella Chiesa di S. Maria del Fiore fino negli antichi tempi; Credidit ut CIMABOS picturae castra tenere; Sic tenuit. Verum nunc tenet astra poli, M’incomincerò dalla sentenza I. 1310 Del divino POETA DANTE , tanto diversamente dal suo vero senso dall’Autore interpretrata; Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido. Egli è certo secondo i precetti dell’Arte, che non poteva il divin Poeta, parlando quì per similitudine, e in materia morale de’ due celebratissimi uomini Guido Guinicelli e Guido Cavalcanti , valersi di Cimabue e di Giotto , quando egli non già seriamente e da senno, ma solo per iperbolica esagerazione gli avesse potuti, in genere di lor mestiere, chiamare uomini di non ordinario valore e fama.

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Ma perché più facil cosa è, che sappia un forsennato ciò che si fece nella propria casa, di quel che il savio saper possa ciò che nell’altrui; veggiamo un poco, quanto sopra di ciò, ci lasciò scritto uno della propria casa e famiglia di Dante , dico un proprio figliuolo; dico II. 1330 PIERO DI DANTE, forse primo Commentatore della Commedia. Sentiamo un poco, s’egli credette che il Padre ciò dicesse per iperbolica esagerazione, o per poetico ingrandimento, o pure perch’egli ciò conoscesse esser vero. Trovasi nella rinomatissima Libreria di S. Lorenzo de’ Serenissimi Granduchi di Toscana, il di lui comento manuscritto, nel quale volendo esemplificare nella vanità dell’eccedente gloria, che alcuna volta si procacciano gli uomini, si vale del famosissimo Cimabue, e dice così. Et maxime modicum durat hæc nostra fama vanagloriosa, si ætates subtiles sequantur, ut patet in CIMABOVE, et GUIDONE GUINICELLI, et GUIDONE de CAVALCANTIBUS: Con che seguendo il paterno sentimento non iperbolicamente, ma da senno dichiara Cimabue uomo celebratissimo, agguagliando la fama di lui a quella di Guido Guinicelli. Or dicami quest’Autore se quel Poeta, gran miracolo delle lettere, nel parlare di Cimabue e di Guido Guinicelli, da lui in altro luogo chiamato Padre suo e degli altri migliori Rimatori Toscani, si fosse contro i primi precetti dell’Arte impegnato in affermar cosa contraria a ciò che fusse apparito dall’opere loro (nel qual caso potremmo dire con verità, che anche il Guinicelli, messo insieme con Cimabue, fosse stato un uomo da nulla) vogliamo noi credere che Piero il Figliuolo, che pure anch’egli tali opere aveva vedute, avesse fatto lo stesso? Se Dante avesse detta cosa, contra la quale potesse gridare quell’età; crederemo noi che ciò fatto avesse il figliuolo, e con esso tanti altri?

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IV. 1334 Un COMENTATORE di Dante citato dal Vasari nella vita di Cimabue che scrisse nel tempo che Giotto viveva, e dieci o dodici anni doppo la morte di esso Dante, cioè intorno agli anni di Cristo 1334. dice parlando di Cimabue queste proprie parole. Fu Cimabue di Firenze Pintore nel tempo di l’Autore molto nobile di più che uomo sapesse, e con questo fue sì arrogante etc. Il medesimo Comentatore citato dallo stesso Vasari: Fu ed è Giotto fra li Dipintori il più sommo della medesima Città di Firenze, le sue opere il testimoniano a Roma a Napoli a Vignone a Firenze a Padova, e in molte parti del mondo: e soggiunge il Vasari, il qual comento è oggi appresso il Molto Reverendo Don Vincenzio Borghini Priore degl’Innocenti. V. 1340 in circa Il veracissimo Scrittore delle Storie Fiorentine GIOVANNI VILLANILibro XI. 692, parlando del Campanile del Duomo di Firenze, dice così: Provveditore della detta opera di S. Reparata fue fatto per lo comune, Maestro GIOTTO nostro Cittadino, il più sovrano Maestro stato in dipintura, che si trovasse al suo tempo, e quelli che più trasse ogni figura e atti al naturale. VI. 1342 In un RICORDO nell’antichissimo LIBRO de’ benefattori della Vaticana Basilica fog. 87. del quale anche vien fatto menzione nel Libro intitolato anonimoMartirologio esistente nell’Archivio di S. Pietro in Vaticano à fog. 83: citato da più Autori, quale noi pure porteremo intero nella vita di Giotto, si legge fra l’altre cose. Tabulam depictam de manu IOCTI super eius Basilicæ sacrosantum Altare donavit, octingentos auri florenos constitit. In Paradiso eiusdem Basilicæ de opere musaico historiam, qua Christus B. Petrum Apostolum influctibus ambulantem, dextera, ne mergeretur, erexit, per manus eiusdem singularissimi Pictoris fieri fecit, pro quo opere 2200. florenos persoluit etc.

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IX. 1370 in circa nella nominata Libreria di S. Lorenzo è un COMENTO di Dante cogli argumenti delle due cantiche fatti da Mes. Giovan Boccaccio; e il Manoscritto è del 1417. che sopra le parole addotte di sopra, dice così. In sulla cima dura etc. Vuol dire che la fama di molti dura molto tempo, ma non eccellente; perocché sopravviene un altro eccellente Maestro, che fa scemar la fama del primo: ma se uno suttile Artefice fosse tra uomini grossi, e dietro a lui anche seguitassono lungo tempo genti grossi, allora la sua eccellenza e fama durerebbe lungo tempo: ma quando seguita un altro suttile Artefice, il primo perde l’eccellenza; e dà esempio Dante di due solenni Dipintori Fiorentini, che l’uno tolse la fama all’altro, il primo fu CIMABUE, e poi fu GIOTTO.

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XII. 1395 in circa. BENVENUTO DA IMOLA Comentatore di Dante detto L’IMOLESE, nel suo Comento, che pure è manoscritto nella nominata Libreria di S. Lorenzo: Credette CIMABUE etc. Hic Poeta confirmat dictum suum per exempla moderna, quæ clare manifestant expositionem factam; et primo ponit exemplum duorum concivium suorum, quorum unus nomine CIMABOS fuit excellens Pictor, alter nomine GIVOTUS fuit excellentior illo, imo cito derogavit gloriæ eius; ad litteram ergo dicit Poeta velut OdorisiusCIMABU Civis Florentinus, credette tener lo campo nella pentura idest victoriam gloriæ in Arte pingendi; sed spes eius est delusa, quia non reperit se in ætatibus grossis, imo subtilioribus; unde dicit, e ora à Giotto il grido, idest rumorem famæ, et gloriæ: Sì che la fama di colui, scilicet CIMABOVIS ee scura; et hic nota lector, quod Poeta noster merito facit commendationem GIOTTI, ratione Civitatis, ratione virtutis, ratione familiaritatis. De isto namque GIOTTO faciunt mentionem et laudem alij duo Poetæ Florentini, scilicet Petrarcha, et Boccatius, qui scribit quod tanta fuit excellentia ingenij et artis huius nobilis Pictoris, quod nullam rem rerum Natura produxit, quam iste non representaret tam propriam, ut oculus intuentium sæpe falleretur, accipiens rem fictam pro vera. Accidit autem semel, quod dum GIOTTUS pingeret Paduæ adhuc satis iuvenis unam Cappellam, in loco ubi fuit olim Theatrum sive Arena, Dantes pervenit ad locum, quem GIOTTUS honorifice receptum duxit ad domum suam; ubi Dantes videns plures infantulos eius summe deformes, et ut ita dicam similissimos Patri; petivit: Egregie Magister nimis miror, quod cum in Arte pictoria dicamini non habere parem; unde est quod alienas figuras facitis tam formosas, vestras vero tam turpes? Cui GIOTTUS subridens presto respondit: Quia pingo de die, sed fingo de nocte. Hæc responsio summe placuit Danti, non quia sibi esset nova, cum inveniatur in MacrobiusLib. Saturnalium; sed quia nata videbatur ab ingenio hominis. Iste GIOTTUS vixit postea diu; nam mortuus est 1336. et sic nota quod GIOTTUS ad huc tenet campum; quia nondum venit alius subtilior eo, cum tamen fecerit aliquando magnos errores in picturis suis, ut audivi a magnis ingeniis. Qui notisi come a questo Autore si vede indirizzata un’epistola Latina da Francesco Petrarca. XIII. 1400 in circa. FRANCESCO di Bartolo da BUTI Cittadino Pisano, che lesse pubblicamente in Pisa la DanteCommedia, nel suo Comento originale, che pure è nella Libreria di S. Lorenzo, sopra le parole dette, così ragiona. Questo CIMABU fu uno Dipintore, e ebbe grande nome nell’Arte del dipignere, e tenne lo nome insino che venne GIOTTO, che fu molto eccellente più di lui nella dipintura; e ora anco lo tiene GIOTTO, perché la sua fama è stata vinta dalla età grossa in quell’Arte; imperocché nessuno è stato poi che in quell’Arte sia valuto, quanto egli, non che più che egli; e però dice tener lo campo, cioè aver la gloria, come lo Cavaliere che sta in sul campo vincitore; ed ora à GIOTTO il grido, cioè la fama, sicché la fama di colui, cioè CIMABU oscura la fama di GIOTTO, e falla apparire nulla.

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XIV. 1420 in circa. LIONARDO BRUNI detto l’ARETINO, Secretario della Fiorentina Repubblica, nel libro VI. della sua StoriaPer hoc tempus marmorea turris fundari cœpta est architectata quidem à IOCTO insigni per eam tempestatem pingendi Magistro. XV. 1435 in circa.FRANCO SACCHETTI nelle sue trecento novelle che si veggono manoscritte nella nominata Libreria; nella Novella riportata da don don Vincenzio Borghini nel Trattato delle Arme. Ciascuno può aver già udito chi fu GIOTTO, e quanto fu gran Dipintore sopra ogn’altro; sentendo la fama sua un grossolano Artefice etc. Lo stesso FRANCO SACCHETTI, Novella 136. Nella Città di Firenze, che sempre di nuovi uomini è stata doviziosa, furono già certi Dipintori, et altri Maestri, gli quali essendo a un luogo fuori della Città, che si chiama S. Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorìo, che alla Chiesa si doveva fare; quando ebbono desinato coll’Abate, e ben pasciuti, e bene avvinazzati, cominciarono a questionare; e fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu Capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto S. Michele, qual fu il maggior Maestro di dipignere, che altro che sia stato, da GIOTTO in fuori. Altri dicea che fu CIMABUE, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Bufalmacco, e chi uno, e chi un altro. Taddeo Gaddi, che era nella brigata disse per certo assai valenti Dipintori sono stati etc.

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XXII. 1460 in circa LANDINI , nell’ Apologia avanti al suo Comento di Dante , parlando della Pittura e Scultura Ma tale doppo sua perfezione come molte altre nell’Italica Servitù quasi si spense, ed erano le pitture in quel Secolo non punto atteggiate, e senza affetto alcuno d’animo; fu adunque il primo IOANNI Fiorentino cognominato CIMABUE , che ritrovò e lineamenti naturali, e la vera proporzione, la quale e Greci chiamano Simetrìa, e le figure ne’ superiori Pittori morte fece vive, e di varij gesti, e gran fama lasciò di se; ma molto maiore la lasciava se non avesse auto sì nobil successore, quale fu GIOTTO Fiorentino coetaneo di Dante Lo stesso Landino in altro luogo, Dalla disciplina di GIOTTO come dal Cavallo Troiano uscirono mirabili Pittori etc. Lo stesso parlando di Cimabue , Costui essendo la Pittura in oscurità la ridusse in buona fama.

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XXIII. 1470. Un buon COMENTATORE di Dante, Manoscritto d’Antonio di M. Palmieri Altoviti Fiorentino, nella Libreria di S. Lorenzo , Qui per esemplo mostra, e dice che quello Dipintore che ebbe nome CIMABUE credette sempre esser nominato per miglior Dipintore del Mondo, e che il suo credere gli venne fallato che nel tempo era nominato un altro, che ebbe nome GIOTTO , e che di CIMABUE non si diceva nulla. XXIV. 1475. Mes. AGNOLO detto il POLIZIANO, nell’iscrizione della Statua di GIOTTO in Santa Maria del Fiore . Ille ego sum, per quem Pictura extinta revixit, Cui tam recta manus, tam fuit et facilis. Naturae deerat nostræ quod defuit Arti: Plus licuit nulli pingere nec melius. Miraris turrim etc.

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XXV. 1476 BRANDOLINI, nella Storia di Messer POGGIO suo Padre, da lui tradotta In questo tempo si cominciò a fondare il Campanile di marmo di S. Liperata, e GIOTTO fu l’Architettore singular Maestro in quel tempo di Pittura. XXVI. 1480 BATISTA PLATINA Cremonese nella vita di Benedetto XI. IOCTUM Pictorem illa ætate egregium ad pingendas Martyrum historias in ædibus a se structis conducere in animo habuit. XXVII. 1490 VERINO de Illustratione Urbis Florentiæ lodato dal Poliziano e da altri celebri Autori chiamato Longaevus, dice …………… IOCTUS revocavit ab Orco Picturam ……………… XXVIII. 1493 LIBER CHRONICARUMper viam Epitomatis & Breviarij compilatus stampato in Norimberga da Antonio Koberger, Florentia, cum omni Italiæ Civitatum flos nuncupetur etiam prætaer pulchritudinem, et Civium urbanitatem viros quoque in omni genere virtutis prœstantiores habuit; Parla di diversi celebri uomini Fiorentini, e poi di Dante, del quale doppo aver detto alcune cose, così ragiona; Ille Florentinis parentibus Florentiæ natus obijt Ravennæ patria exul. E poi proseguisce coll’Elogio di Giotto del seguente tenore: Paulo post IOCTUM habuit Pictorem celeberrimum Apelli æquiparandum: habuit quoque Accursium Iurisconsultorum principem: etc. XXIX. 1500 MAFFEI detto il VOLTERRANO in Antropologiæ Libro XXI. de ijs qui in varijs Artibus claruerunt, pone in primo luogo fra’ Pittori Giotto, e dice così. In pictura ZOTHUS Florentinus anno etc. cuius opera per Italiam extant, plurima, præsertim Florentiæ, Romæ verò Navicula Petri fluctuantis. Da ciò che si è mostrato fin quì, potrà riconoscer l’Autore, quanto di sussistenza abbia in sé la massima da lui portata nell’Opera sua, CHE NON SOLO L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PRESENTE E DEL PASSATO SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. Or quì vorrei che mi fosse detto (supponendo per vero che anche nelle cose mondane sia necessaria qualche fede) a chi avrebbe egli voluto che gli AUTORI DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO quella prestata avessero, per credere con qualche fondamento, che Cimabue e Giotto fossero stati grandi uomini, e i primi restauratori del Disegno e della Pittura. Se poi, quest’Autore vuole che la sua sola autorità a tutte l’altre prevaglia, fa di mestiere che egli a coloro faccia ricorso, che anno occhio da non saper vedere il contrario; perché, secondo quel poco di gusto ch’io possa aver acquistato in quest’Arte, nello spazio di presso a quarant’anni, ch’io ò per mio solo divertimento atteso a tutto ciò che a Disegno e Pittura appartiene, e per quanto mi è riuscito fin qui arrivare a conoscere, dopo un quasi continuo studio fatto per sedici anni in circa sopra le Pitture e Disegni degli antichi Maestri, ad effetto di potere, il meglio che a me fosse possibile, assistere all’ordinazione della maravigliosa raccolta di Disegni fatta dalla gloriosa memoria del Sereniss. Cardinal Leopoldo di Toscana, mentre pel Sereniss. Granduca Cosimo III. nostro Signore, se ne son formati i già tanto rinomati Libri, non saprei già mai altro dire, se non che verissimo fosse tutto ciò che di Cimabue e di Giotto fu da tante e così dotte penne lasciato scritto, e per conseguenza che quest’Autore che tanto le controverte, s’inganni all’ingrosso. Siccome è patente al senso l’altro sbaglio che si riconosce in quel suo DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, conciossiacosaché io abbia fin quì fatto vedere, che la sua penna in su la bella prima si è lasciata indietro due Secoli intieri, ed i migliori, con gli attestati in contrario di uomini di sì grand’essere, de’ quali io ò citata la minima parte.

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Venghiamo adesso a far nota d’alcuni pochi Autori fra’ molti, che sono stati NEL SUO PASSATO E PRESENTE SECOLO, cioè di alcuni di quegli che prima del Vasari, e doppo anno scritto; e veggiamo, se per ragione della propria autorità, e della propria professione, meritino appresso al mondo tanta fede, ch’e’ non si possa più dire che essi CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIANSI LASCIATI PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. XXX. 1503 Fra IACOPO FILIPPO da Bergamo, nel Supplimento alle Croniche , Libro 6. ove parla di Firenze, dice: Florentia autem, cum omnium Italiæ civitatum flos nuncupetur, et præter pulchritudimen et civium urbanitatem, viros quoque in omni genere virtutum præstantionres habuit: in primis quidem theologos, et philosophos, ac poetas, Franciscum Petrarcham, et Dantem, et Accursum Iurisconsultorum principem, qui ius civile primus explanavit, et IOCTUM Pictorem celeberrimum, qui antiquam pingendi Artem nobilissimam reddidit etc. Et libro 13. ad annum Christi 1342. ZOTUS denique Florentinus plæclarissimi in Pictura ingenij vir, qui superioribus diebus antiquam longo tempore pingendi Artem nobilissimam reddidit, hisdem temporibus eam ob rem in precio existens; cum à Benedicto Pontifice in Avenionem, ad pingendum Martyrum historias ingenti precio statutum fuisset, morte præventus, rem omisit. XXXI. 1530 Monsignor GIOVANNI della CASA, nel Galateo. Per la qual cosa si potrebbe per avventura dire, che GIOTTO non meritasse quelle commendazioni ch’alcun crede, per aver’ egli rifiutato d’esser chiamato Maestro, essendo egli non solo Maestro, ma senza alcun dubbio singular Maestro secondo quei tempi. XXXII. 1534 Il TRADUTTORE del Supplemento delle Croniche di F. IACOPO FILIPPO da Bergamo Lib. 6. dove parla di Firenze, e de’ Fiorentini più rinomati GIOTTO Dipintore nobilissimo, e singolare, el quale ritrovò l’Arte antica della Pittura. E Lib. 13. all’anno 1342. ZOTO Fiorentino nella Pittura celeberrimo, e singolare, non solo in questi tempi, ma per molti anni innanti: per la qual cosa, essendo per tutt’el Mondo famoso fu chiamato da Benedetto in questa età Papa, che andasse a Vignone, per dipingere l’Istorie de’ Martiri; e fu condotto con grandissimo prezzo, dove infermandosi, poich’ebbe principiato, morì, e lasciò tal’ opera totalmente imperfetta. XXXII. 1530 MICHELAGNOLO BUONARRUOTI, citato dal Vasari, parlando d’una Tavolina a tempera ch’era nel tramezzo della Chiesa d’Ognissanti, dipinta da Giotto con infinita diligenza (dove era la morte di Maria Vergine cogli Apostoli attorno, e con un Cristo, che in braccio l’anima di lei riceveva) era solito dire, che la proprietà di tale Storia dipinta non poteva esser più simile al vero di quel ch’ell’era. XXXIV. 1535 Messer FRANCESCO ALUNNO da Ferrara , nella Fabbrica del Mondo. Pittori celebrati da’ nostri Poeti, CIMABUE e GIOTTO Fiorentini etc. CIMABUE Fiorentino, che ne’ suoi tempi ottenne l’onore e primo luogo nella Pittura, tanto che GIOTTO venne tale, che’l vinse e superò. GIOTTO Latine Iochtus, ebbe un ingegno di tanta eccellenza, che niuna cosa della Natura, madre di tutte le cose, e operatrice col continuo girar de’ Cieli, fu, che egli, con lo stile, e con la penna, e col pennello, non dipignesse così simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse.

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XXXV. 1540 ALESSANDRO VELLUTELLO Lucchese, Commentatore di Dante. E il poeta, in persona d’Oderisi, ne assegna due esempi, il primo di CIMABUE, il quale fu nello Pittura tenuto eccellentissimo, e nondimeno fu poi vinto da GIOTTO, che molto tempo dopo lui rilusse. XXXVI. 1546 BENEDETTO VARCHI nelle Lezzioni fatte nell’Accademia Fiorentina sopra la maggioranza e nobiltà dell’Arti: Disputa prima. Qual sia più nobile la Scultura, o la Pittura: dice queste parole. Ben’è vero, che nissuna Arte fu trovata e compiuta, o in un medesimo tempo, o da un solo, ma di mano in mano, e da diversi; perché sempre si va o aggiugnendo, o ripulendo, o quello che manca, o quello che è rozzo e imperfetto; e perciò disse Dante, non meno veramente, che con giudizio, nell’undecimo Canto del Purgatorio:Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo, ed ora ha GIOTTO il grido. Sicché la Fama di colui oscura. Fin quì questo gravissimo Autore, il quale (per quanto io veggio) non credette, che Dante avesse ciò detto POETICAMENTE ESAGERANDO CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Lo Stesso, alla Disputa seconda, Potremmo addurre infiniti altri esempi, sì di molte altre città, e sì massimamente di Firenze, dove la Pittura già spenta rinacque. XXXXII. 1550 GIORGIO VASARI nella prima edizione della sua Opera, e specialmente nella vita di Cimabue e di Giotto in molti luoghi afferma quanto s’è provato. XXXXII. 1550 FLEANDRO ALBERTI Bolognese, nell’ Etruria Mediterranea. Vi fu GIOTTO Fiorentino, che fu il primo a svegliare i Pittori all’Arte del dipignere, ed in fino ad oggi in più luoghi d’Italia vedesi le pitture di lui fatte con grande artifizio. XXXIX. 1553 Messer MARCO GUAZZO, Cronica. Non solo in questo tempo, ma per molt’anni andati fu Zotto Fiorentino nella Pittura singolare. XL. 1567 L’eruditissimo Messer GIOVAMBATTISTA ADRIANI nella Lettera scritta a Giorgio Vasari, dove a lungo tratta de’ più eccellenti Artefici antichi, di Pittura, Bronzo e Marmo, non solo si sottoscrive a’ detti del Vasari, ma dà loro gran lode. Essa lettera và aggiunta al secondo, ed ultimo Volume della terza parte dell’Opera del GIORGIO VASARI, in data delli 8. di Settembre 1597. ma fu error di Stampa, che doveva dire 1567.

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XLI. 1568 Il Citato VASARI, ne’ Proemj de’ suoi Libri nella seconda edizione; e specialmente in quello delle Vite, Parte I a 85. Ma tempo è di venire oggi mai alla Vita di CIMABUE; il quale, siccome dette principio al nuovo modo di disegnare, e di dipingere, così è giusto e conveniente, che lo dia ancora alle Vite. XLII. 1570 F. ONOFRIO PANVINIO Eremitano, erudito Investigatore dell’antichità Romane, nell’ Opera Latina intitolata: De præcipuis urbis Romæ sanctioribusque Basilicis. IOCHTUS egegius suo tempore Pictore multas in ea picturas miri operis fecit. Lo stesso Autore parlando della Basilica Constantiniana. Inter aulam, quam salam Concilij vocant, et hanc, quam supra descripsi, porticum, est alia porticus oblonga etc. in cuius fine occidentem versus, est pulpitum marmoreum à Bonifacio VIII. factum, totum ferè depictum, emblematibus ornatum; pulpitum extra Concilij aulam porrectum est totum è lateribus è marmore factum, picturæ pro temporum conditione elegantissimæ, existimantur CIMABOVIS egregij Pictoris manu factæ, qui primus Italiæ picturam, post antiquos, restituit. XLIII. 1580 TEODORO ZUINGERO, nell’Opera intitolata: Theatrum Vitæ Humanæ, Basileæ per Sebastianum Enrich Petri. Zotus Florentinus in Pictura satis præclarus fuit. XLIV. 1581 GIOVANNI BARDI, nella sua Cronica universale, Parte 3. a 420, tra’ più segnalati uomini che fiorissero nel Mondo l’anno 1336. mette Giotto Fiorentino Pittore, e per moltissimi anni avanti e doppo non fa menzione d’altri Pittori. XLV. 1583 VINCENZIO BORGHINI ne’ suoi Ragionamenti dell’Armi delle famiglie Fiorentine a 33 dice così: GIOTTO non meno ingegnoso e piacevole nella familiar conversazione, che sommo Maestro in quel tempo nella Pittura. XLVI. 1584 RAFFAELLO BORGHINI nel suo Riposo a 288. Quando come volle Iddio l’anno 1240. nacque in Firenze della nobil famiglia de’ CIMABUOI, per ritornare in luce la Pittura, GIOVANNI cognomato CIMABUE. Il medesimo a 297. parla di GiottoIo ho favellato delle cose di GIOTTO alquanto a lungo perch’egli fu veramente quello, che ritornò in luce la Pittura.

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XLVII. 1584 GIOVAN PAOLO LOMAZZO Pittor Milanese, parlando del dipignere a fresco, dice così. Veggonsi opere de’ più antichi Pittori in fin da CIMABUE. Il medesimo nel suo Trattato dell’Arte della Pittura a 683 dice CIMABUE Fiorentino primo Pittore degno di nome fra’ moderni. XLVIII. 1584 ALESSANDRO LAMO Cremonese nel Discorso intorno alla Scultura e Pittura, dove ragiona della vita e opere di più Pittori Cremonesi, in Cremona 1584, parlando di Cammillo Boccaccini, dice, Ei fu nel tempo, che questa onorata Arte era nel maggior colmo di perfezione, che mai fusse da CIMABUE in poi. XLIX. 1586 PIETRO RIDOLFI da Tossignano, Historiarum Seraphicæ Religionis Libro 2 pagina 248. . Resumpto autem prioris narrationis proposito, rursus dicamus reliqua. Ergo quod spectat ad secundam Ecclesiam, quæ est instar Oratorij, paupertatem in humilitate fundatam designans, omnibus ibidem pie orantibus afflat insolitam pietatem: cuius pavimentum variis coloribus, et vermiculatis lapidibus intertextum est. At testudo seu fornix, instar cupæ vel dolij, cum certis quibusdam figuris, exquisita arte assoluta est; dicunt eas factas a GIOTTO Florentino maiori ex parte, quem constat sui temporis omnium Pictorum fuisse nobilissimum.

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L. 1593 PAOL MINI Medico e Filosofo, nel suo Discorso della Nobiltà Fiorentina. Era per le molte e lunghe correrìe de’ Barbari la Pittura, una di esse, quasi morta affatto negli umani ingegni, e massime negl’Italiani: quando essendo venuto quel tempo, in cui sì nobil’ Arte, esercitata da’ Fabij, da’ Turpilij, da’ Labeoni, doveva con la vita ripigliare lo antico vigore, nacque nella Città di FirenzeGIOVANNI della famiglia de’ CIMABUOI, che fu l’anno 1240. Costui con il suo continuo studio, a guisa dell’antico Eumaro Ateniese, la risuscitò: GIOTTO, nato lo anno 1276. e suo discepolo, le diede il polso e la lena: Tommaso, soprannominato Giottino, le diede l’unione; Dello la grazia: Fra Giovanni di S. Domenico di Fiesole, la maestà e riverenza: Benozzo Gozzoli l’invenzione. E segue a dire d’altre eccellenze, che diedero alla Pittura i Fiorentini. LI. 1600 Messer FRANCESCO BOCCHI, nelle Bellezze di Firenze. In S. Croce sopra la porta del fianco, che riesce verso il Chiostro è una tavola di mano di CIMABUE, la quale come, che comparata con le pitture moderne, sia oggi di poco pregio, tuttavia per memoria di questo Artefice, onde è nato il colorito maraviglioso, che oggi è in uso, è degna di memoria e di considerazione. Lo stesso FRANCESCO BOCCHI nel citato Libro. GIOTTO tanto celebrato nella Pittura, egli di vero suscitò quella, che era morta, e diede notabili segni, onde appresso a somma perfezione si potesse ridurre. Il Medesimo parlando della Tavola di Cimabue, ch’era nella Chiesa di Santa Trinita. Per cui molto, e bene scorge chi è intendente, obliata la maniera de’ Greci, la quale oltramodo era rozza e goffa, quanto i Pittori moderni a questo antico Pittore siano obbligati. LII. 1600 AGNOLO MONOSINIFlores Italicæ Linguæ Libro 9. pagina 427. IOCTUS fuit Pictor egregius. LIII. 1600 Messer FRANCESCO BALDELLI nella sua traduzione di Messer Ugolino Verini citato dal RIDOLFI nel Priorista di Palazzo Vecchio, che arriva con le memorie fino al 1598 GIOTTO fu quei che ritornò nel Mondo La Pittura………

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LIV. 1601 ALFONSO CIACCONI in Vita Bonifacij VIII. Basilicam Vaticanam, in qua condi voluit, ornavit plurimum etc. idem marmoreum suggestum cum porticu apud Basilicam Constantinianam Laterani condidit, nobilis CIMABOVIS pictura decoratum; quo exurationes die Cœnæ, et alio tempore, in Columnenses et Regem Franchorum, et alios qui more Maiorum excomunicantur, fecit. Lo stesso CIACCONE parlando del Cardinale Stefaneschi. Iacobus Caietanus de Stephaneschis Anagninus etc. Naviculam in atro Basilicæ Santi Petri, opere vermiculato, miré elaboratum fecit, opera IOCTI Pictoris illius temporis celeberrimi. Lo stesso in altro luogo. Frater Ioannes Minius de Murro Vallium Firmanæ diœcesis etc. Episcopus Cardinalis Portuensis et Sanctæ Rufinæ etc. IOCTUM Florentinum clarum sui œvi Pictorem, Assisium duxit, ac xxxij. Historias B. Francisci, eleganti penniculo, exprimi curavit. Lo stesso in Benedetto XII. IOCTUM Pictorem illa ætate egregium, ad pingendas Martyrum historias, in ædibus ab se Avenione structis, conducere in animo habuit. LV. 1604 CARLO VANMANDER celebre Pittore Fiammingo nel Libro delle Vite de’ Pittori antichi e moderni, Italiani e Fiamminghi a 94, parlando di Cimabue e Giotto, recato in nostra Lingua, dice così. Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solamente mancarono le pitture; ma gli stessi Pittori: per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorger la Pittura, uno chiamato GIOVANNI cognominato CIMABUE di Casa in quel tempo nobile, il quale etc. E più a basso dice: Morì l’anno 1300. doppo avere assai sollevata la Pittura; lasciò molti discepoli, e fra questi GIOTTO.

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L’anno di nostra salute 1240. nacque in FirenzeGIOVANNI CIMABUE di nobili genitori; e quegli fu, che diede principio alla primiera età. Apprese egli quest’Arte col superare i suoi maestri Greci, quantunque sempre in quella poca notizia della buona maniera; ma non per questo gli si può levare l’obbligo e la gratitudine, la quale Aristotile dice doversi a quei, che incominciarono a dar buoni principij alle facultà. Ebbe alcuni discepoli in quella Città, l’uno de’ quali si fu GIOTTO, che doppo di sé lasciò il suo Maestro, come dice Dante nel suo Purgatorio canto 11 in questi versi.Credette CIMABUE ec. Seguita poi nello stesso Idioma Spagnuolo a dire. E dando già, como l’Aurora, alcuna luz a quelle tenebre, uscirono poscia algunos buonos Pintores, cuales fueron, Stefano, Paolo Uccello, et otros muchos dignos de memoria, por lo essere essi los primeros.

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LXVI. 1666 FELIBIEN Franzese, ne’ suoi Trattenimenti sopra le vite e opere de’ Pittori. Voilà l’estat où estoit l’Italie aù commencement de l’année 1240 quand CIMABUE vint aù monde, le quel estant né pour restablir la Peinture, que les desordres & le guerres en avoient bannie, prit cependant naissance dans le temps des plus grands desordres dont l’Italie ait esté jamais affligée. Comme c’est le premier de tous les Peintres qui a remis au jour un Art si illustre, c’est avec raison qu’on peut le nommer le Maistre de tous ceux qui ont paru depuis ce temps-là. Il estoit d’une noble famille de Florence. Poi soggiugne: Et déroboit les heures de ses leçons pour voir travailler certains Peintres grossiers & ignorans, que ceux qui gouvernoient dans Florence avoient fait venir de Grece, & qui peignoient la Chapelle de l’illustre famille de Gondi, qui est dans l’Eglise de sancta Maria novella. Pymandre m’interrompant, Est-ce, me dit-il qu’il y avoit encore dans la Grece des successeurs de ces grand Peintres dont vous m’avez parlé? C’estoit bien en effet, luy repartis-je, les successeurs de ces fameux Peintres Grecs, mais il y avoit entre les derniers & les premiers la mesme difference, qui se trouvoit entre l’état déplorable où estoit alors ce païs-là, & l’etat florissant où il avoit esté du temps des Zeuxis & des Appelles. C’est-à-dire que ces derniers Peintres dont je parle, n’estoient que les miserables restes de ces grands hommes. Cependant comme si c’eust esté une fatalité à l’Italie de ne pouvoir posseder la Peinture, que par le moyen des Grecs, ce furent eux qui l’y apporterent pour la seconde fois, & qui dés l’an 1013. firent à Florence & en plusieurs autres lieux des Ouvrages de Mosaïque & de Peinture. Che recato in nostro Idioma vuol dire, Ecco lo stato, nel quale era l’Italia al principio dell’anno 1240. quando CIMABUE venne al Mondo; il quale essendo nato per istabilire la Pittura, la quale i disordini e le guerre ne avevano bandita, ebbe i suoi natali in questo mentre, nel tempo delle più gran turbolenze, dalle quali era stata già mai afflitta l’Italia: siccome questi è il primo fra tutti i Pittori, che à rimesso alla luce un’Arte tanto illustre; così con ragione si può chiamare il Maestro di tutti quei che sono venuti doppo questo tempo. Egli era d’una nobil famiglia di Fiorenza etc. Poi soggiugne: Egli rubava l’ore delle sue lezzioni, per veder lavorare alcuni Pittori grossolani ed ignoranti, che quei che governavano in Fiorenza, avevan fatto venire di Grecia, che dipignevano la Cappella dell’illustre famiglia de’ Gondi, che è nella chiesa di S. Maria Novella. Pimandro interrompendomi; puol’ essere, mi disse egli, che vi fussero ancora nella Grecia successori di questi gran Pittori, de’ quali m’avete parlato? Questi eran ben’ in effetto, io gli risposi, i successori di quei famosi Pittori Greci: ma vi correva, tra gli ultimi ed i primi, la medesima differenza, che si trova tra lo stato deplorabile, mel quale era allora quel Paese, e lo stato florido nel quale era stato a tempo degli Zeusi e degli Apelli. Voglio dire, che questi ultimi Pittori, de’ quali io parlo, non erano, che i miserabili avanzi di quei grand’uomini: fra tanto come se fusse stata una fatalità all’Italia di non poter posseder la Pittura, che per mezzo de’ Greci, furono essi quei che ve la portarono per la seconda volta, e che doppo l’anno 1013. fecero a Firenze, ed in molt’altri luoghi dell’opere di Musaico, e di Pittura. Fin qui il FELIBIEN. E avverta il Lettore in questo luogo, che il moderno autore, già tante volte mentovato, per avvalorar suo sentimento, lasciando di far menzione di ciò che disse il Felibien nel luogo sopra notato, lo cita per sé in un altro luogo, nel quale egli non disse mai ciò che esso Autore vuol ch’ei dica, né contradisse a sé stesso, ma asserì quel che veramente fu vero, che gl’Italiani non sono stati i primi inventori della Pittura, e che innanzi, che Cimabue e Giotto incominciassero a far riviver quest’arte, nel fioritissimo Regno della Francia ella si praticava, non punto inferiormente a quello che si faceva in Italia; perché torno a dire, che verissima cosa è che in ogni parte d’Europa avanti a Cimabue, e Giotto si dipigneva, ma alla Greca e Gotica maniera.

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1672 BELLORI nel suo bel Libro delle Vite de’ Pittori, Scultori e Architetti moderni, Parte I a 19.Ma perché le cose giù in terra non serbano mai uno stato medesimo; e quelle, che son giunte al sommo, è forza di nuovo tornino a cadere con perpetua vicissitudine, l’Arte che da CIMABUE e da GIOTTO, nel corso ben lungo d’anni 250. erasi a poco a poco avanzata, tosto fu veduta declinare, e di Regina divenire umile e volgare. Lo stesso BELLORI, alludendo a questa verità, da nessuno fin quì, fuor che dal confutato Autore, potiamo dire essere stata controversa, dice così. Fiorenza, che si vanta esser Madre della Pittura, e’l Paese tutto di Toscana, per gli suoi Professori gloriosissimo, taceva già senza laude di pennello, e gli altri della squola Romana, non alzando più gli occhi a tanti esempi etc. 1674 SCARAMUCCIA celebre Pittore della Città di Milano, nel suo bel Finezze de’ Pennelli Italiani a 82.Viddero insieme coll’antichissima Chiesa molte pitture a fresco della mano di CIMABUE Fiorentino, e di GIOTTO suo discepolo; ove ebbero adito i nostri Pellegrini di discorrere di quei tempi andati, ne’ quali ancor bambina avvolta in fasce, se ne stava la Pittura, per dover poscia, doppo il corso di 440. anni in circa, divenir gigantessa ne’ nostri giorni. 1675 Monsignore GIUSEPPE MARIA SUARES Vescovo già di Vasone, onore delle Lettere, nell’Epistola all’Eminentissimo Cardinal Barberino: IOCTUS autem, etc. cognomento Bindonius è Patris Bindonis nomine, Pictor insignis, Franc. Petrarchæ memoratus, picturis suis illustravit Ecclesiam Assisiens. etc.

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione. Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

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Ora per tornar laonde partimmo; chi chiamasse, o Cimabue o Gioto molto meglio, ritrovatori della Pittura, non errerebbe gran fatto, anzi per lui giudicherei che fosse reso al merito il suo dovere; ritrovatori intendendo non assolutamente e nel primiero significato, che è il mostrar cosa che più non sia vista il primo; ma nel secondo, perciocché essi furono i primi a dar lume e crescer perfezzione all’Arte, che poi di mano in mano in così alto pregio salì, e cotanto chiara ed onorata divenne: né è vero che’l Vasari tenesse già mai, che al tempo di questi due, e innanzi ancora, stesse il Mondo senza pitture e Pittori, come in moltissimi luoghi dell’Opera di lui si riconosce: né la Cristiana Religione mai fu senza l’immagini da venerarsi su gli Altari, e nelle Chiese, il culto delle quali ebbe il cominciamento suo, fino da’ tempi Apostolici; poiché si à da Nicero Callisto citato dal Baronio al primo Tomo degli Annali, che S. Luca oltre all’altre immagini, un Salvadore, e una nostra Donna dipinse, con cui eccitava i popoli alla devozione, e gli convertiva a Dio miracolosamente. E non mi si fa credibile che quest’uso cotanto utile e necessario, sia mancato mai del tutto per alcun tempo; ma dico bene ch’ei corse la medesima fortuna dell’altre liberali e belle Arti; le quali, se bene patirono alcun naufrafio, e furon vicine al sommergersi, non si spensero affatto, e per bontà di Dio anche nelle cieche età si trovarono ingegni, che tennero vivi per quanto fu in loro i miseri avanzi della poco meno che morte professioni. E così, innanzi che Cimabue e Giotto fossero al Mondo, si dipigneva nel Mondo: ma Cimabue scoperse, e Giotto finì di trovare una così nuova, e bella, e non più dagli uomini d’allora veduta maniera, che le pitture usate fino a quel dì parvero ch’ogni altra cosa fossero che pitture. Laonde non deve a chi che sia apportar maraviglia, quando udisse o leggesse darsi questo titolo a Giotto d’inventore della Pittura; perché la migliorò di tanto, e tanto vi aggiunse con la sua dotta ed agil mano, che si può dire che di quest’Arte perfezzionata da esso mirabilmente, non solo egli fosse Maestro, ma Padre; giacché tutta sua fattura si vede esser’ ella: e questo anche dimostra chiaro l’essere egli come s’è detto stato quasi per tutta l’Europa chiamato, ed in lavori sì nobili adoperato; la sua maniera come nuova e graziosa, abbracciata studiosamente da tutti gli intendenti Artefici per lungo tempo; il pubblico grido ch’egli ebbe dal Mondo tutto, in vita e doppo, che potè tanto che scura ne divenne la fama di Cimabue, e solo egli fu nominato e celebrato; e finalmente il vivo testimonio dell’opere sue fra tutte l’altre di que’ tempi maravigliose, conferma tutto ciò, le quali infinite essendo, e per tanti luoghi sparse non à tutte potuto lacerare il tempo talmente che non resti luogo di vedere, che il giudizio degli uomini di quell’età, e delle susseguenti ancora non fu vano, come l’Autor vuole nato da affezzione, o da IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Plus licuit nulli pingere, nec melius, non potè dir meglio né più veramente d’un gran Pittore qual fu Giotto, un grande altresì e giudicioso Litterato come ognun sà essere stato il Poliziano.

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Discepolo di CIMABUE. Nato 1239. morto 1312. Fu questo Artefice uno di coloro, che fin da’ tempi di Cimabue, si diedero all’Arte della Pittura, seguendo per un pezzo interamente la maniera de’ Greci. Costui però, quantunque ne’ suoi principj non punto megliorasse quel modo di fare, contuttociò operava con un po’ più di diligenza e d’amore, di quello che essi facevan vedere nell’opere loro; ma come quegli che s’era grandemente invaghito del suo mestiero, si diede a praticare assai domesticamente collo stesso Cimabue, dal quale andò di giorno in giorno ricavando tali precetti, che megliorò molto l’antico suo modo di fare; ciò che pure, come s’è mostrato, avevan fatto altri Maestri, che anche prima che Cimabue si facesse conoscere per quel ch’egli era col suo nuovo stile, avevano in quella grossa età tenuto grado d’eccellenza.

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Fu la Patria di questo Artefice Turrita, terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena, fra’ confini del Perugino e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca San Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà.

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Fu la Patria di questo Artefice Turrita, terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena, fra’ confini del Perugino e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca San Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà.

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Scultore, e Architetto discep. di GIOTTO, nato del 1320. Nelle note fatte a Cimabue, e ad Arnolfo si è già mostrato in qual posto si trovasse ne’ tempi loro la Pittura, ed Architettura, e quanto poi queste ricevessero di perfezione da’ nominati Maestri per cagione del miglior disegno; quello stesso, e forse più può dirsi della Scultura, la quale in que’ tempi era ridotta a tale stato, che le statue come disse il Vasari, e tuttavia si conosce oggi dalle goffe, e sproporzionate figure, che facevano quelli antichi Maestri, ritenevano più della Cava, che del Naturale.

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UGOLINO SANESE Pittore, discep. di Cimabue, nato ? 1349.

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Pittore, discep. di Cimabue, nato ? 1349. Studiò quest’Artefice da Cimabue, del quale per una certa sua ostinazione sempre volle tener la maniera, lasciando quella di Giotto, che vidde tanto applaudita ne’ suoi tempi. Dipinse per tutta Italia molte cappelle, e tavole, e in Firenze per l’Altar maggiore di S. Croce, e S. Maria Novella fece due tavole; fu colorita da lui la divota Immagine del pilastro nella loggia alla Piazza d’Orsan Michele in detta Città, per mezzo della quale Immagine poco doppo fece Iddio tanti miracoli, che concorrendovi Popoli infiniti in breve fu quella loggia ripiena di contrassegni di ricevute grazie.

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Lasciando io ora da parte questa ragione, che a mio parere nulla stringe, io trovo che il Vasariedizione del 1568 p. p. a c. 143 dice molto chiaramente, e tassativamente afferma, che Ugolino fusse sì bene ne’ tempi di Stefano, ma non già che fusse suo discepolo, e poco appresso che il Maestro suo fusse Cimabue; onde io non ho mai saputo capire, come il detto Autore possa essersi ingannato in cosa tanto manifesta. Pervenne Ugolino all’età decrepita, e finalmente nell’anno 1349 o 1339, come un altro afferma, passò all’altra vita, e in Siena sua Patria fu sepolto.

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Discepolo di Cimabue nato 1276. ? 1336. Giotto di Bondone Pittore, Scultore, e Architetto Fiorentino ebbe i suoi natali, siccome io trovo in antiche scritture, in un luogo detto il Colle nel Contado di Vespignano poco distante dalla Città di Firenze. La prima applicazione di lui fu il pascolare gli armenti del Padre suo; ma perché da natura fu maravigliosamente inclinato all’arte del Disegno; nel tempo che le sue pecorelle pascolavano non poteva contenersi dal disegnare o quelle, o altre cose, che se gli presentavano alla vista, o che gli somministrava la fantasia.

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Volle il Cielo, che a gran cose destinato l’avea, che Cimabue, il più celebre Maestro, che per molti secoli avanti avesse usato pennello, passando per suoi affari per quelle parti, in lui s’imbattesse in tempo ch’egli alcuna cosa disegnava; onde maravigliato a gran segno del genio del fanciullo, il ricercò se e’ volesse seco venirsene a Firenze per apprender l’arte; il figliuolo, che costumatissimo era, accettò l’invito, quando che fusse stato di gusto del Padre, al quale chiestolo Cimabue, e ottenutolo, seco a Firenze il condusse.

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Diedesi Giotto con la direzione di tal Maestro fervorosamente a studiare, e in breve fece profitto così maraviglioso, che affermare si può, ch’e’ fusse quel solo Pittore, a cui a gran ragione deesi lode d’aver migliorata, anzi ridotta a nuova vita l’arte della Pittura già quasi estinta, essendo che e’ mostrasse alcun principio del modo di dar vivezza alle teste con qualch’espressione d’affetti, d’amore, d’ira, di timore, speranza, e simili; s’accostasse alquanto al naturale nel piegar de’ panni, e scoprisse qualcosa dello sfuggire, e scortare delle figure, e una certa morbidezza di maniera, qualità al tutto diverse da quelle che per avanti avea tenuto il suo Maestro Cimabue, per non parlar più dell’in tutto dure e goffe usate da’ Greci, e da loro imitatori.

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Non parrebbe dunque verisimile che Giotto nascesse del 1286, ma molti anni prima, perché apparirebbe impossibile, che essendosi egli (come dice il Vasari) di dieci anni in circa, cioè dell’anno 1286 o poco più, posto ad imparar l’arte da Cimabue, che allora era d’anni 46, nel corso di dieci in dodici anni, cioè dall’86 in circa sino al 1298 e fino alla sua età di anni 21 in circa, avesse imparata l’arte, e fattovi tanto profitto, che avesse potuto fare non solo la nominata opera in Roma, ma l’infinite ancora, che pone il Vasari ch’egli avesse fatte prima di queste in essa Città, in Firenze, in Ascesi, e altrove, come si dirà appresso; il che volendo aver per vero, pare che bisognerebbe dire, che il natale di Giotto fusse potuto seguire circa’l 1265 o altro simil tempo, avanti all’asserto dal Vasari anno 1276.

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Giunto in Ascesi nella Chiesa di sopra sotto il Corridore che attraversa le finestre dai due lati della medesima Chiesa dipinse trentadue storie della vita e fatti del patriarca S. Francesco, sedici per parte. Qui mi convien replicare che Giotto in queste opere mostrò più che in ogni altra fatta fino allora con quanta verità egli potesse dirsi vero restauratore dell’Arte della Pittura, attesoche per pittura non s’intende come l’altre volte citato moderno Autore, del quale aviamo parlato nell’Apologia nell’avvilire il merito di questo grand’Uomo, e di Cimabue suo maestro à mostrato di credere; cioè qualsivoglia cosa dipinta o in tela, o in muro; ma si bene il mestiere, o vogliam dire Arte della Pittura, le qualità della quale sono il disegno, il colorito, l’invenzione, l’espressione degli affetti, con altre simili, ed in somma l’imitazione di tutte le cose naturali, ed artificiali; queste son quelle qualità che a questa bell’Arte danno l’essere, e la vita, e senza le quali ella sarebbe non altro che un’ombra dell’Arte, e non l’Arte stessa.

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E si tien per fermo che fusse della Scuola di CIMABUE.

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Non è dubbio adunque che Oderigi nativo della non men nobile, che antica Città di Gobbio della Provincia dell’ Umbria fusse un eccellente Miniatore de’ suoi tempi, e che si studiasse di sormontare gli altri Professori suoi Coetani, giacché in questo concordano tutti coloro, che di lui fanno ricordanza; perché ciò chiaramente si cava dal Testo di Dante, quando finge trovarlo nel primo girone del Purgatorio a sodisfare alla colpa di vanagloria commessa nell’aspirare alla maggioranza di suo mestiere per acquistarsi fama nel Mondo: eccovi i versi del Poeta. O dissi a lui non sè tu Oderigi
L’onor d’Agobbio, e l’onor di quell’arte
Ch’aluminare è chiamata in Parigi.
Frate diss’egli più ridan le carte
Che pennelleggia Franco Bolognese,
L’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sarei stato si cortese
Mentre ch’i’ vissi, per lo gran disio
Dell’eccellenzia, ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
Et ancor non sarei qui, se non fusse,
Che possendo peccar mi volsi a Dio.
Oh vanagloria dell’umane posse!
Con poco verde in su la cima dura
Se non è giunta dall’etadi grosse.
Credette Cimabue nella Pittura
Tener lo campo, et ora à Giotto ‘l grido
Sicche la fama di colui oscura, etc.
Operò questo Oderigi, come riferisce il Vasari, nella Città di Roma, ove (condottovi per ciò dal Papa) miniò molti libri per la Libreria di Palazzo, che sono in gran parte oggi consumati dal tempo, e nel mio libro de’ disegni antichi (soggiugne lo stesso Autore) sono alcune reliquie di man propria di costui, che in vero fu valent’Uomo.

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Ma di chi ei fusse Discepolo nel disegno, e da chi l’Arte apprendesse del miniare, e lo stimolo d’avanzarsi sopra delli altri suoi simili professori, vien passato sotto silenzio: laonde ad effetto di rintracciare cosa cotanto astrusa, son forzato a farmi alquanto dalla lontana. Suppongasi dunque primieramente, che dalla professione del disegno non solamente son nate quelle tre celebri sorelle Architettura, Pittura, e Scultura, ma tutte l’altre derivate da esse; onde non essendo altro l’arte del miniare che una tal sorte di pittura, il miniare è stato sempre al pari del dipignere, ed à corso la medesima fortuna di quello o prospera, o avversa; or siccome avanti a Cimabue si Architettava, si Scolpiva, e si Dipigneva, ma goffamente così ancora si Miniava sul modo stesso.

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Vedi

Quando poi migliorò il disegno per le mani di lui, e di quei della sua Scuola ubbidienti all’intelletto, già risvegliato a più nobile idea di quella, che i Maestri suoi coetanei, e dell’età superiore avevano tenuta, migliorò altresì l’Architettura, la Scoltura, e la Pittura, come s’è detto, e megliorò in conseguenza la Miniatura: perché poteron i Maestri del disegno, i quali per l’Italia si ritrovavano, sollevarsi verso la perfezione, mentre il miglioramento dell’Arte, da riconoscersi nell’operato, non era più ristretto dentro alle mura di Firenze, ma già s’era sparso coll’opere di Cimabue per tutta l’Italia.

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Adunque in quella maniera, che tanti altri di già Professori del disegno, ed allievi de’ Greci divennero seguaci della maniera di Cimabue, e di Giotto suo discepolo, e miglior Maestro, solo col veder nelle lor’ opere una certa luce di migliore operare; così potette avvenire a Oderigi, quando anche volessimo presupporlo Miniatore, prima che Cimabue s’acquistasse la fama di aver di gran lunga superati nel disegno i Pittori Greci suoi Maestri, e contemporanei.

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Pagina 57

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Né temo mi si opponga che in quella guisa che Cimabue avanzò i suoi Maestri, senz’aver chi la via dimostrasse di migliorare, fuori del suo natural talento; così Oderigi s’avanzasse sopra degli altri miniatori di sua età senza imparar dall’opere di quello: perché tengo per fermo non tanto dall’opere, quanto dall’operare, anzi dalla propria voce di questo nuovo Maestro, apprendesse o l’arte, o’l miglioramento. Per arrivar felicemente a questo punto di grande importanza per lo mio intento, è bene di procedere passo passo.

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Attesta il Vasari d’aver nel suo libro de’ disegni antichi alcune cose piccole di mano di Cimabue fatte a modo di minio; nelle quali (come che oggi forse paiono anzi goffe, che altrimenti) si vede quanto per sua opera acquistasse di bontà il disegno: così egli. Sappiamo in oltre, che questo primo lume della nuova maniera di dipignere fu condotto da Cimabue fuori di Firenze, e per l’Italia circa il 1260. essendo che siccome abbiamo mostrato nelle notizie della vita di lui, egli avanti al regnare di Papa Clemente IV. fusse chiamato ad Assisi Città d’Umbria a dipignere nella Chiesa di S. Francesco: Sicché poteronsi vedere Cimabue , e Oderigi, sendo Gobbio non lontano gran cosa da Assisi, ma se io dirò che più tosto Oderigi venisse a Firenze per mettersi sotto la disciplina d’un Uomo così celebre, conciossiaché le pitture da lui fatte in Pisa , e in Lucca l’avessero reso chiaro per tutta Italia, non errerei gran fatto; il motivo che ò di tenere anche ciò per fermo è la triplicata amicizia, che passò tra Oderigi, Giotto , e Dante, la quale, come quella che fu di attual presenza, siccome proveremo dipoi, venne necessariamente prodotta dalle medesime cagioni, cioè tempo, studi, e luogo, che dettero loro occasione di conversare insieme.

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Pagina 57

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Quanto alla terza, furono tutti e’ tre nella Bottega di Cimabue , perché tutti e’ tre appresero l’arte dal medesimo Maestro. E di vero, per quanto a Giotto appartiene, la cosa è spianata. Di Dante, e da chi altri diremo noi, ch’egli apprendesse l’egregio suo disegnare se non da Cimabue , unico allora in Firenze per l’eccellenza del dipignere? D’Oderigi poi mi si rende quasi per indubitato, per la seguente ragione, quella maggiormente aggiugnendo alle congruenze fin qui addotte, ed a quelle, che io dipoi addurrò.

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Siccome dalle fattezze, dalle inclinazioni, e da’ costumi ritraggono la somiglianza de’ loro genitori i figliuoli naturali; e così e non altrimenti addiviene negli allievi d’ogni professione, che sono i figliuoli, per così dire, artificiali; perché non solo le fattezze, cioè la maniera d’operare, esprimono il Maestro, che loro insegnò, ma ancora i costumi, i concetti, l’opinioni, e l’usanze medesime, che ebbe quello in proprio, avendole imbevute con la disciplina, che da esso impararono, secondo quel nostro volgare proverbio, che a chi usa andar col zoppo, si appicca di quel modo di camminare. In quella nobiltà di concetto, che ebbe Oderigi, come abbiamo accennato, d’acquistare il primo vanto in sua professione, e rendersi famoso, e glorioso alla posterità, chi non vede espressa la somiglianza di Cimabue , del quale a gran ragione potè dire l’Autore dell’Epitaffio, del suo sepolcro Credidit ut Cimabos picturæ castra tenere / Sic tenuit, etc. Il che in particolare ci viene esplicato da quel Comentatore di Dante riferito dal Vasari, e da noi altrove riportato colle sue stesse parole, mentre in sostanza vuole che Cimabue fusse il più nobile, o vogliamo dire il più conosciuto, e famoso fra quei del mestiero ne’ suoi tempi, e perciò così schivo, e sdegnoso d’ogni difetto, che se da sé stesso, o per altrui accorgimento si fusse avveduto di qualcheduno, benché minimo, guastava tutta la Pittura, rifacendola di bel nuovo; usanza praticata a’ dì nostri dal non mai abbastanza celebrato Pietro Berrettini da Cortona, che più volte si trovò a disfare le sue nobili Pitture, fin che tornassero senza quel che offendeva il suo delicatissimo gusto.

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Pagina 58

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Ma questa somiglianza e di mano, e di concetti, e di costumi non si acquista da colui, che per pochi giorni conversa nella squola di qualche Professore, ma da chi usa l’altrui consuetudine per lungo tempo, come son que’ che si pongono sotto la direzione del maestro quasi fin da’ primi anni: che però è da credere, che Oderigi lungamente frequentasse la stanza, e la pratica di Cimabue , e per conseguenza lungamente dimorasse sotto il di lui magistero, e così venisse ad acquistare la familiarità e dimestichezza ch’egli ebbe con Giotto , e con Dante, che dal medesimo maestro apprendevano il disegno.

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Pagina 58

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Aggiugne per ultimo, che Dante obbligato dall’arte ad imitare necessariamente il costume delle Persone introdotte a parlare nel suo divino Poema nell’invettiva contro l’umana gloria posta in bocca di Oderigi, non averebbe esemplificato in fatti di Persone Fiorentine allor viventi, se Oderigi non fusse dimorato a Firenze, o almeno non avrebbe espressi quelli esempi con termini tali, che facessero apparire (siccome fanno veramente) che Oderigi medesimo molto bene le conoscesse, e l’avesse quivi praticate. Eccovi l’invettiva. Oh vanagloria dell’umane posse
Con poco verde in su la cima dura
Se non è giunta dall’etadi grosse.
Credette Cimabue nella Pittura
Tener lo campo, et or’ à Giotto ‘l grido,
Sicché la fama di colui oscura.
Così à tolto l’uno all’altro Guido
La Gloria della Lingua: e forse è noto
Chi l’uno, e l’altro caccierà di Nido.
E più sotto nove versi. Colui che del cammin sì poco piglia
Dinanzi a me Toscana sonò tutta,
Ed ora a pena in Siena sen bisbiglia.
Ond’era Sire quando fu distrutta
La rabbia Fiorentina, che superba
Fu a quel tempo siccom’ora è Putta.

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Vedi

Concludiamo adunque per le ragioni allegate, senza altre che allegar si potrebbero, che verissima cosa essendo, che dalla Professione del disegno le belle arti d’Architettura, Scultura, e Pittura, son derivate. Che l’Arte del Miniare specie di pittura camminasse in bontà sempre mai di pari passo con la stessa pittura. Che al tempo di Cimabue, e da esso medesimo si usasse l’Arte del Miniare. Ch’egli portasse per l’Italia il miglioramento del dipingere fino dal 1260. in circa. Che fra Oderigi, Giotto, e Dante passasse la da noi provata amicizia, e che quella fra Dante, e Oderigi fusse di vera, e attual presenza, e per lunga consuetudine, e che questa non potesse essere stata usata, che in Firenze, e anche in riguardo al tempo, e Professione dell’uno, e dell’altro, che nella Scuola di Cimabue; ed in oltre (cosa che pur ora mi sovviene) che la maniera di miniare di Oderigi, come si ha dalle stesse parole del Poeta, fusse ne’ suoi tempi riputata buona sì, ma in verità non arrivasse a gran segno quello che poi ne’ tempi pure di Giotto usò Franco Bolognese Discepolo di Oderigi: che è quanto dire, che dall’una all’altra fusse la differenza, che era tra quella di Cimabue, e quella di Giotto da ognuno in quel tempo usata; io non temo punto di affermare, che Oderigi fusse veramente Scolare di Cimabue, o che da esso almeno egli apprendesse miglioramento del disegno, e del miniare.

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Pagina 62

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E dice ch’egli partecipa dell’onor di Franco, perch’egli fu suo allievo, come bene ci spiegò il Vellutello nel suo Comento: sendo verissima cosa, che il sapiente figliuolo è la gloria del Padre: e ridonda in onore de’ Genitori, e del Maestro il sapere de’ figliuoli, e de’ discepoli. Io anche ardirei d’affermare, che lo essere il medesimo Franco stato chiamato a Roma a lavorare di minio (se bene riuscì anche buon Pittore) ne’ tempi, che v’era Giotto, fusse per opera di Oderigi suo Maestro, acciò gli fusse in aiuto, come suo discepolo, siccome da Giotto vi era stato chiamato, o condotto Simon Memmi; o pure ch’e’ vi fusse chiamato finir quel lavoro, che per morte non potè tirare avanti Oderigi; cosa che pure successe a Giotto, quando si portò ad Assisi a dar compimento alle Pitture della Chiesa di S. Francesco, tralasciate dal suo Maestro Cimabue, e vediamo a’ giorni nostri frequentemente intervenire in simiglianti casi.

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A
Adorazione de’ simolacri proibita al popolo di Isdraele a car. 2.
Antermo antico Scultore 3.
Apollodoro antico Pittore 3.
Apelle antico Pittore 3.
Albero della casa di Cimabue 7.
Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.
Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.
Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.
Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.
Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.
Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.
Aidulfo Re de’ Longobardi 33.
Adualdo Re de’ Longobardi 33.
Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.
Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.
Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

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C
Cimabue. vedi Gio: de Cimabuoi.
Chiesa di S. Maria Novella 3. Descrizione del Tempio antico 4. Si pone la prima pietra della nuova fabbrica 4.
Cappella de’ Gondi detti del palazzo in S. M. Novella lasciata in piedi nella rovina della Chiesa vecchia 4.
Cardinal Latino Domenicano pone la prima pietra della nuova Chiesa di S. M. Novella 4.
Chiesa di S. Ciriaco d’Ancona 5.
Cimabue, e Giotto Fiorentini, i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al disegno e alla pittura 8.
Comento di Dante di Piero nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. G.D. 10.
Altro Comento del 1334. 11.
Altro Comento con gli argomenti delle due Cantiche fatti da M. Gio. Boccaccio in essa Libreria 12 Chiose latina sopra il Purgatorio, e’l Paradiso di Dante in d. Libr. 12 Dell’Imolese 12. Di Francesco di Bartolo da Buti 13 Del Landino 15. Altro Comento manoscritto d’Antonio Altoviti in detta Libreria a 15.
Cennino Cennini da Colle di Valdelsa Pittore, discepolo d’Agnol Gaddi 12.
Cimabue, e Giotto come possano dirsi meglio ritrovatori che ristauratori della Pittura 28.
Cristiana Religione non mai fu senza immagini da venerarsi su gli altari 28.
Culto dell’immagini quando ebbe principio 28.
Chiese si dedicano a Dio in onore de’ Santi 32. Uso di dedicarle 32.
Chiesa di S. Gio. era già la Cattedrale, o Chiesa maggiore, o Vescovale di Firenze 32.
Chiesa di S. Lorenzo Basilica Ambrosiana 32.
Chiesa di S. Pietro in Ciel d’oro antichissima in Firenze 34.
Campanile di S. Marco di Venezia quando cominciato a edificare 35.
Chiesa di S. Andrea di Pistoia 35.
Chiesa di S. Maria Maggiore in Firenze 35.
Campanile del Duomo di Pisa quando fondato, e da chi 35.
Chiesa di S. Salvadore del Vescovado 36.
Chiesa di S. Michele Bertelli detto degli Antinori 36.
Campanile di Badia quando edificato 36.
Chiesa di S. Croce in Firenze, e i primi Chiostri quando edificati 36.
Castelli di Scarperia in Mugello, di Castelfranco, e S. Gio: quando edificati 36.
Chiesa di S. Maria del Fiore in Firenze 37.
Casa delli Uberti, e altri ribelli disfatte 37.
Campo santo di Pisa quando cominciato a edificare, e da chi 42.
Cappella dove si conserva la sacra Cintola in Prato, da chi inventata, con altre fabbriche di quella Chiesa 42.
Capocchio da Siena 59.
Casella professore di musica 59.
Carlo Martello Re d’Ungheria 60.
Clemente V. condusse Giotto in Avignone 49.
Carlo di Re di Calavria fece andar Giotto a Napoli in servizio del Re Ruberto suo Padre 49.
Casa de’ Cerchi posta a piè del Ponte vecchio, e sua erudizione 50.
Calandrino, e sue notizie 64.
Il Cardinal di Gaeta Legato del Papa in Siena 68.

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Vedi

E
Enos figliuolo di Set fece alcune immagini 2.
Epitaffio sopra il sepolcro di Cimabue 6.
Esenzioni concesse in Firenze ad Arnolfo Architetto 36.
Etimologia del nome di Giotto 54.

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F
Fidia antico Scultore 3.
S. Francesco Patriarca, sua immagine al vivo di mano di Cimabue in S. Croce di Firenze.
Fede necessaria anche nelle cose mondane 16.
Figura del Cristo fatto dal Tafi nella volta di S. Gio: ed errore preso da moderno Autore in condannarla 31.
Figura del falso Dio Marte già nell’antico Tempio che oggi è il Tempio di S. Gio: 32.
Fuccio Fiorent. Architetto, fabbrica in Firenze la Chiesa di S. Maria sopr’arno 35. altre sue opere 41.
Franco Bolognese discepolo d’Oderigi 62.
Filippo da Bergamo, e suo errore nel Supplimento alle Cronache circa alla morte di Giotto, con prove, ed erudizione 51.

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G
Gige Lidio Pittore antico in Egitto 3.
Gio: de’ Cimabue detto Cimabue Pittore, nasce nel 1240. 3 Notizie di sua vita 3 sue opere 45. muore l’anno 1300. 6.
B. Gio: da Salerno dodici de’ suoi frati abita in Ripoli fuor di Firenze 3. Nella Città di Firenze in S. Pancrazio 4 in S. Paolo 4.
Greci Pittori in Firenze 4.
Giotto discepolo di Cimabue 4.
Giorgio Vasari scrittore delle vite de’ Pittori a 8.
Guido Guinicelli 10.
Guido Cavalcanti 10.
Gaddo Gaddi in aiuto del Tafi nell’opere della volta di S. Giovanni 31.
Guglielmo dicesi Tedesco Architetto 35.
F. Gio: da Campi dell’ordine de Predic. Archit. 38.
Gaddo Gaddi Pittor Fiorent, sua vita 39.
Gaddi nobil famiglia Fiorent, suo principio, fine, e quasi risorgimento nella nobil famiglia de’ Pitti 48.
Gio: Pisano Scultore, e Archit. sua vita 41.
Giotto di Bondone Pittore, Scultore, e Architetto Fiorentino, sua vita 44.

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Vedi

I
Idoli di Labam rubati dalla bella Racchele 2.
Inventore d’alcune cose quale, e come possa dirsi 27.
F. Iacopo da Turrita dell’ord. di S. Franc. Pittore a musaico 34 sua vita 41.
F. Iacopo Passavanti celebre scrittore dell’ordine de Predicat. 38.
Immagine di Maria Verg. nel pilastro della loggia alla piazza a’ Orsanmichele da chi dipinta 43.
Iacopo Stefaneschi Cardinale 45.
Il primo lume di dipingere fu condotto da Cimabue fuor di Firenze e per l’Italia circa il 1260 57.
Istoria della Beata Umiliana de’ Cerchi 50.
Il Campanile di Firenze ebbe cominciamento col modello di Giotto l’anno 1334, e sua erudizione 51.

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Vedi

L
S. Luca Vangelista nel giorno della sua festa si pone la prima pietra della Chiesa di S. Maria Novella 4.
S. Luca. Altare a lui dedicato nella Capp. de Gondi dipinta da Greci maestri di Cimabue 4.
S. Luca con alcune immagini di Cristo e di Maria da sé dipinte converte l’anime a Dio 29.
Lapo Antonio Architetto dicesi Tedesco 36.
Lastricare le strade in Firenze quando ebbe principio e da chi 36.
Loggia, e Piazza de’ Priori quando edificata 36.
Lorenzo de’ Medici nella Chiesa di S. Reparata fece scolpire in memoria di Giotto la sua effigie per mano di Benedetto da Maiano, con i versi composti del Poliziano 51. e 52.

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Vedi

S
Sciro antico scultore 3. Sepultuari di Francesco Segaloni, e Stefano Rosselli 6. Sepoltura degli Uomini della famiglia di Cimabue nel Cimitero vecchio di S. Croce 6. S. Simpliciano Vescovo successore di S. Ambrogio 32. Segna di Buono, da questo la nobil famiglia de’ Segni 36. Semplicità, o superstizione di molti pellegrini, che fino all’anno 1300 visitavano la Basilica di S. Pietro 47. Simone Memmi 62. Strane beffe, che i Compagni fanno a Calandrino 67.

Vocabolario

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Dipignere

Vedi
Dipignere
. Rappresentare per via di colori, la forma, o figura d'alcuna cosa. Lat. Pingere, depingere.
Dipignere a fresco
. Dicesi del fare le pitture sopra muro, stuoia, o altro, dove sia stata la superficie coperta da calcina, la qual copertura chiamasi intonaco; e però si dice a fresco, perchè per far buon lavoro, e perchè la pittura non venga macchiata, e per fuggire altri disordini, è necessario, che si faccia in tempo, che il detto intonaco sia fresco. Per ordinario non vi si adoperano altri colori, che di terre, stemperati con acqua pura; perchè i colori alterati, massimamente quelli, che posti al fuoco, fanno mutazione, desiderano cose asciuttissime, ed anno in odio la calcina, la Luna, e i venti australi, e così non servono. Il color bianco, che vi si adopera, è di travertino cotto; ed è modo di dipignere molto usato.
Dipignere a olio
. Invenzione trovata da Giovanni da Bruggia Pittor Fiammingo, son già due Secoli; e si fa mescolando i colori coll'olio, che si cava dalle noci, o dal seme di lino, i quali presto seccano. E questo modo di stemperare i colori con detti olj, si chiama
macinare i colori
, e l'Artefice il
Macinatore
. Il colorire a olio accende più i colori, e fa il colorito più morbido, e più dolce, e gli stessi colori nel lavorare s'uniscono, mescolano, e confondono fra di loro più facilmente, dal che ne nasce la sopraddetta morbidezza. Si dà anche alle pitture grazia maggiore, e maggior forza e rilievo, che nel colorire a fresco, o a tempera.
Dipignere a tempera
, o
dipignere a guazzo
. Un modo di stemperare i colori con colla di limbellucci, o gomma arabica, o altre simili cose viscose e tenaci. Usavasi ne' tempi di Cimabue, e de' Greci, che in quell'età dipignevano, un'altro modo di temperare essi colori, che dall'Italia fu portato oltre i monti, e particolarmente in Fiandra (come attesta Carlo Vanmander Pittor Fiammingo nel Libro delle Vite de' Pittori, ch'egli scrisse in quella Idioma) e si continuò fin tanto che non venne in uso comune il dipignere a olio, invenzione trovata da Giovanni da Bruggia; e fu il rosso dell'uovo battuto, al quale poi fu aggiunto il lattificcio del fico, pigliando un rametto tenero di quel frutto, e tagliandolo in più pezzi, per fargli mandar fuori quell'umore, il quale aggiunto all'uovo, fa una molto buona tempera per dipigner sopra tela o tavola, e anche sopra muro asciutto. A dipignere a tempera, usasi ogni colore, tanto di terre, quanto di miniera.

Vocabolario

1681

Studio di Notomia

Vedi
Studio di Notomia
. Qualità necessarissima al buono Artefice; ed è quello studio, che debbono aver fatto gli Scultori e Pittori, ritraendo uomini e animali scorticati, per intendere il rigirar de' muscoli come essi stanno sotto la pelle, e l'ossa sotto a' muscoli, per poter più aggiustatamente situar le membra in ogni attitudine e veduta, ponendo i muscoli a' luoghi loro. Il primo Artefice, che da Cimabue in quà, desse principio a tale studio, fu Antonio del Pollaiuolo Fiorentino, con che megliorò molto il modo di dipigner gl'ignudi.

Vocabolario

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Verdaccio

Vedi
Verdaccio
m. Una certa sorta di verde terra, della quale si servirono i Pittori ne' tempi di Cimabue e di Giotto, per campire le lor pitture a fresco, passandovi poi sopra con poco colore, quasi velandole, e così davano loro compimento; l'adoperano oggi i Pittori, per dipigner chiari scuri.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Vedi
DELLE NOTIZIE DE’ PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA. SECOLO II. DAL MCCC. AL MCCCC. DISTINTO IN DECENNALI OPERA DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO ACCADEMICO DELLA CRUSCA. AL SERENISS. COSIMO III GRANDUCA DI TOSCANA. IN FIRENZE, MDCLXXXVI. Per Piero Matini, all’Insegna del Lion d’Oro, Con Lic. de’ Sup.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Pagina 11

Vedi

Discepolo d’Andrea Tafi, fioriva del 1310. Un di coloro, che uscirono della scuola d’Andrea Tafi Pittor Fiorentino, che dipigneva alla Greca fino avanti ai tempi di Cimabue, fu Buonamico Buffalmacco, che fu uno de’ più faceti, e burlevoli huomini del suo secolo, e come tale da Messer Gio: Boccaccio nelle sue cento Novelle venne celebrato. Visse costui ne’ tempi di Bruno, e di Nello, pur Fiorentini Pittori, ancor essi oltre modo piacevoli, insieme co’ quali fece le tanto risapute burle a Calandrino altro Pittore di quel tempo, huomo, che per la sua gran semplicità, anzi natural goffezza andò in proverbio, come nelle Notizie di lui sotto l’Anno 1300. aviamo accennato. Ebbe Buonamico dalla natura fin da Giovanetto dono di acutezza d’ingegno, e fu così pronto in trovare invenzioni, e ridicolose bizzarrie, ogni qual volta se glie le presentava la congiuntura, che niuno vi fu, che gli facesse mai cosa, che gli fusse stata di noia, al quale egli graziosamente non ne facesse tornare in capo, il danno, e la vergogna.

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Vedi

Or sia com’esser si voglia; cominciamo a dire alcuna cosa di Bruno. Ne’ tempi, che Buffalmacco s’era co’ suoi fantocci in quella grossa età guadagnato nome di gran Maestro, furongli date a fare molte opere per la Toscana, e fra l’altre ebbe a dipignere in Pisa nella Badia di San Paolo a Ripa d’Arno, allora de’ Monaci Vallombrosani, tre bandi della Crociera di quella Chiesa da terra a tetto, con Istorie del Vecchio Testamento dalla creazione del primo Uomo fino all’edificazione della Torre di Nembroth, e similmente Storie di Santa Anastasia, in che si portò alquanto meglio del suo solito. In questa grand’opera dunque fu compagno di Buonamico questo Bruno di Gio: onde potiamo noi affermare ch’ei fosse, per quel che comportava quel Secolo, un bravo, e spedito Maestro. Dopo aver dato fine a quel lavoro, fu ordinato a lui solo il dipignere nella medesima Chiesa l’Altare di Sant’Orsola colle Vergini sue Compagne, e fece egli quella Santa in atto di sostenere uno Stendardo coll’Arme di Pisa, che è una Croce bianca in campo rosso, e di porgere l’altra a una Femmina, che fece vedere fra due Monti toccante con uno de’ piedi il Mare, che ancor essa pure porge alla Vergine l’una, e l’altra mano in atto di chiedere aiuto, e questa figurò egli per la stessa Città di Pisa. Nel far questa Pittura non faceva altro costui, che rammaricarsi, che quelle sue figure non avevan tanto del vivo, quanto quelle di Buonamico: Onde lo stesso Buffalmacco, il quale alle occasioni, che gli venivano di dar la quadra, non la perdeva mai per corta, disse volergli insegnare un bel modo per far sì, che le sue figure non solo avessero del vivo, ma parlassero ancora, e così fecegli scrivere alcune parole, che parevano uscir di bocca a quella femmina, che alla Santa chiedeva aiuto, ed altre, con che rispondeva la Santa a lei. E perché a chi non passa più là coll’ingegno, e non ha capitale d’intelligenza, senza esaminar la cosa se buona, o cattiva sia, basta solo il poter dire, che così parve al Maestro; questo ripiego piacque non solo a Bruno, ma ad ogni altro goffo artefice di que’ tempi, a segno tale, che passando in uso comune, fu poi anche da più lodevoli Pittori messo in pratica nell’opere, ch’e’ fecero nel Campo Santo; or qui è da notare un errore, che si riconosce in un Libro d’incognito Autore Franzese venuto in luce in questi tempi intitolato Noms de Peintres les plus célèbres, et plus connus, anciens, et modernes, là dove egli afferma, che di questo modo di far parole ch’escano dalle bocche delle figure, fosse inventore Buonamico; sapendo noi per altro, che questa medesima debolezza aveva per avanti fatta nella medesima cittàCimabue.

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Dopo che Cimabue, e poco presso il famoso Giotto, avendo a quel segno, che è noto, restaurata la bell’arte della Pittura, cominciarono ad essere universalmente adoperati in quelle grand’opere, a cagion delle quali gloriosi, e ricchi divennero; furon tanti, e tanti i giovani, che in Firenze, siccome ancora in altre Città di Toscana si diedero a quello studio, che non è possibile a dirsi. Testimonio ne fanno le memorie, che si anno per gli antichi Scritti dell’infinite Pitture state fatte in quei tempi, che in gran parte oggi più non si vedono, delle quali in breve giro di lustri subito si vedde pieno ogni grandissimo Tempio, ogni Cappella, ogni Casa, o luogo pubblico, o privato, mettendosi in uso il dipingere da terra a tetto le lunghe, e grandi facciate dalla parte di dentro delle Chiese. Ciò che particolarmente vedevasi fine nel passato secolo nella gran chiesa di Santa Croce, Santa Maria Novella, ed in altre molte, e talvolta usavansi dipingere anche i prospetti delle medesime, e questo anche facevasi in quelle de’ Contadi, delle quali si dipignevano fino i Portici. Si dipignevano le Sale pubbliche, i Conventi, le Camere, e gli Spedali; senza la gran copia d’Imagini sacre, e Tabernacoli, che stetti per dire ad ogni passo si esponevano all’adorazione nelle pubbliche vie, de’ quali sono ancor vivi indubitati segni; la dove per avanti pochissime Pitture si vedevano, cioè qualche divota Imagine fatta da Maestri Greci, e loro imitatori; le quali tutte cose da per sé stesse evidentemente dimostrano, che i Professori, che insorsero in quel secolo, furono per così dire innumerabili. Di coloro solamente, de’ quali io non ho notizia, se non del tempo, del nome, professione, e sepoltura nel ricercare per l’antiche Scritture, dico di quelli del secolo del 300. arriva il numero nella Città di Firenze presso ad un centinaio, senza quelli che da diversi professori d’antichità di nostra Patria sono stati trovati, e spogliati ne’ loro scritti, e senza quelli ancora, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori si vedon tuttavia notati. Ma forse perché rara è vera gloria, pochi per avventura furon quelli che talmente si segnalassero nell’Arte, che riuscisse loro il procacciarsi gran nome fra gli uomini, o perché per negligenza de’ nostri antecessori non ne sia stata fatta memoria, di pochi si puote oggi ragionare a lungo.

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Della scuola di Giotto. Con quello che si è detto nelle Notizie sopra Arnolfo, Giovanni Pisano, ed altri Scultori antichi, si crede essersi bastantemente dimostrato quanto questi tali Maestri megliorassero la maniera loro per lo buon disegno appreso da Cimabue, e tanto più da Giotto. Quegli però, che dopo aver qualche tempo operato col solo aiuto della naturale inclinazione colla scorta dell’opere fatte in Pisa dal medesimo Giotto, e poi colla di lui direzione, e mediante la sua amicizia si segnalò oltremodo nell’arte della Scultura, fu Andrea Pisano, il quale chiamato a Firenze fece secondo il disegno pure di Giotto molte statue d’Apostoli, e d’altri Santi per la facciata dinanzi della Chiesa di Santa Maria del Fiore, nelle quali diede a conoscere, di quanto egli avesse superati gli altri Scultori, che avevano operato avanti a lui. Che però gli fu data a fare la statua di Maria Vergine co’ due Angeli, che la tengono in mezzo, che fino ad oggi si vede sopra l’Altare della Chiesetta, o Compagnia della Misericordia nella Piazza di San Giovanni, e l’altra Imagine di Maria Vergine col Figliuolo in braccio meza figura, ch’è nella parte esteriore di essa Chiesetta contigua al luogo detto il Bigallo.

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Della Scuola di Pietro Laurati. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse d’Ambrogio Lorenzetti Pittor Sanese, non diede notizia di chi egli fosse stato maestro nell’arte della pittura; ne io ho mai potuto ritrovarlo; ben è vero, che se si considera la maniera, che tenne questo artefice, non si può dubitare, ch’ella non sia quella stessa, che praticò, e insegnò il famosissimo Giotto; ed è da sapersi, che quantunque non sia a nostra notizia, che Ambrogio per un corso di molti anni venisse mai a Firenze, dove potesse ricevere da Giotto i precetti dell’arte, ne tampoco ch’egli lo seguitasse in altre Città; con tutto ciò sappiamo, che subito che Pietro Laurati degnissimo discepolo dello stesso Giotto, che non solo fu suo grande imitatore, ma anche in alcune cose lo superò, subito dico che Pietro cominciò a dar saggio di suo operare nella Città di Siena sua patria, si svegliarono talmente gl’ingegni, che molti maestri in brevi partorì quella nobil Città a queste arti, i quali discostandosi dall’antica maniera de’ Greci, e di Cimabue, e avanzandosi ancora sopra quella dello stesso Giotto, furon poi impiegati in opere chiarissime, e singulari. Uno di costoro, credo io, ne penso ingannarmi, cioè uno di quegli, che uscirono dalla Scuola di Pietro, e ne appresero la maniera, fu Ambrogio Lorenzetti, il quale fattosi pratico nell’arte, dipinse nel chiostro de’ Frati Minori di sua patria molte cose, che furono in quel tempo tenute in gran pregio; siccome anche nello Spedaletto detto di Monna Agnesa alcune tavole.

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Io trovo in un antico, ed autentico Strumento, che oggi è appresso l’altre volte nominato Dottore Giovanni Renzi pratichissimo di nostre antichità, che Agnolo ebbe per moglie Giovanna figliuola di Landozzo Loli, famiglia che l’anno 1351. godè il Prioraro nella persona d’Andrea Loli, e altre volte dipoi, e le parole dello Strumento sono le seguenti. 1404. Dom. Iohanna filia Landozzi Loli populi sancti Petri Maioris, uxor Dom. Angeli Taddei Gaddi pictoris. Rogò ser Tommaso di Fronte di Gio: di Firenze 27. Ottobre 1404. che poi agli 6. Dicembre rogò il Testamento di Bartolomea moglie già di Niccolò Rinaldi, e figliuola di Bartolo di Cione del popolo di san Simone, che fece un legato a favore di detta Giovanna di una casa nel popolo di S. Simone in luogo detto la via della Stufa. Applicarono anche i figliuoli d’Agnolo alla mercatura, con questi tenne egli casa aperta a Venezia, e lavorò tuttavia alcuna cosa di pittura più per suo passatempo, che per altro fine. Morì in Firenze l’anno 1387. lasciando il valore di 50. mila fiorini d’oro. Crebbe poi questa famiglia de’ Gaddi in ricchezze, ed onori, fino ad essere illustrata di due Cardinali di santa Chiesa, Vescovi, ed altri nobilissimi uomini, ‘e finalmente rimase estinta, come nella nota a Gaddo Gaddi pittore discepolo di Cimabue, e avolo di esso Agnolo si è narrato nelle Notizie del primo secolo dal 1260. al 1300.

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Essendosi a tempo di questo pittore ridotte a termine le volte della loggia d’Or San Michele, fece in esse in campo azzurro oltramarino sedici figure, che rappresentano alcuni Patriarchi, e Profeti, ed i primi delle Tribù; e nelle faccie di sotto, e ne’ pilastri, molti miracoli di Maria Vergine. Operò in Prato vecchio sua patria, nel Castello di Poppi, ed in molte Chiese d’Arezzo. L’anno 1354. ricondusse con suo disegno sotto le mura d’Arezzo l’acqua, che viene dalle radici del poggio di Pori, braccia 300. vicino alla Città, che al tempo de’ Romani fu condotta al Teatro, che fu chiamata allora Fonte Guizzianelli, di poi per corrottela di nome Fonte Veneziana. Dice il Vasari, ed io medesimo ho riconosciuto, che a tempo di questo Iacopo, cioè l’anno 1349. ebbe principio in Firenze la Compagnia, e Fraternita de’ Pittori, perché i maestri, che allora vivevano, così della vecchia maniera Greca, come della nuova di Cimabue, ritrovandosi in gran numero, e considerando che le arti del disegno avevano in Toscana, anzi in Firenze propria avuto il loro rinascimento, crearono la detta Compagnia sotto il nome, e protezione di santo Luca Evangelista, si per render nell’Oratorio di quella lodi e grazie a Dio, si anche per trovarsi alcuna volta insieme, e sovvenire così nelle cose dell’anima, come del corpo, chi secondo i tempi ne avesse avuto dibisogno; la qual cosa è anche per molte arti in uso in Firenze.

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Giache il seguitare a dar notizia dell’opere de’ Professori del disegno stati in Firenze nel secolo del 1300. ne ha portato all’anno 1349. in cui non solo un pittore, ma quasi tutti i pittori insieme più rinomati di nostra Città, stata nuova madre, e maestra di loro bell’arte, fecero la più ragguardevole opera, che da uomini assennati, e Cristiani far si potesse, che fu la fondazione della Compagnia di santo Luca Evangelista, con che vollero si bella facoltà appoggiare, o per dir meglio fermamente stabilire sopra il saldissimo fondamento del Divino timore, della protezione di Dio, e de’ suoi santi; e già che essi medesimi in ciò fare guadagnarono alla nostra patria la gloria d’aver dato al mondo il bello esemplo, che poi in ogni tempo, ed in ogni parte, ove vera Religione si professi, con gran frutto dell’arte, e degli artefici è stato abbracciato; è ben ragione, che in questo luogo io divertisca alquanto dal ragionare di ciascheduno di loro in particolare, per dire alcuna cosa di si lodevole azione, che la più parte, come io dissi, se non tutti insieme si posero ad effettuare, mentre ioancora mi fo a credere, che tale mio nuovo pensiero, all’onore della patria, e di quei saggi uomini, ed alla comune utilitade sia per contribuire non poco. È dunque da sapersi, come presso agli anni 1350. l’arte della Pittura, che prima da Cimabue, e poi da Giotto nell’antecedente secolo era stata richiamata a nuova vita, trovavasi tanto megliorata nella nostra Città di Firenze, che non pure ella medesima, e molte Città vicine avean sortito d’essere di suoi magistero fatte più belle da’ Fiorentini pittori, ma già per opera de’ medesimi sparsisi quasi per l’Europa tutta erane con universale applauso stato fatto godere il bel pregio; onde da per tutto molti, e molti furon coloro, che abbandonate le goffezze dell’antico modo al nuovo, ed allora da ognuno stimato bellissimo si appigliarono. Quando che i nostri pittori, considerando esser pazzo colui, che le proprie azioni a niun fine incammina, ed all’incontro a quegli, che a più alto scopo le indirizza, deesi la vera lode dell’opera, e riflettendo altresi quello doversi avere in conto di miglior fine fra gli uomini, che puote servire di mezzo, che all’ultimo fine dell’uomo conduca, che è appunto l’onore di Dio, e l’eterna salvezza nostra, e considerando ancora quanto bene si accomodi col nostro ultimo fine la bell’arte della pittura, di cui è proprio, e principale attributo il rappresentarci le imagini, e l’egregie, e sante operazioni di Dio e de’ Santi suoi, con che al culto, ed all’imitazione insieme, per quanto è nostra possa, c’inanimisce, anzi ci sprona; risolsero, per così dire di spiritualizzare l’arte medesima colla fondazione d’una Compagnia sotto l’invocazione dell’Evangelista san Luca, in cui potessero esser descritti tutti coloro che non solo alla pittura, ma anche a cose, che in qualsivoglia modo a disegno appartenessero, non escludendo dalla medesima qualunque si fosse, anche artefice di metallo, o legname, nella cui opera o molto, o poco avesse luogo il disegno; e perché egli è proprio della cristiana carita il comunicar se medesima senza eccettuazione di persona, vollero che potessero esservi ascritte anche le femmine stesse, le quali però o perché fossero in libro particolare notate, o perché tale loro volontà poi non avesse effetto, io non trovo, che alcuna ne fosse descritta nell’antico libro, del quale pur’ora sono per far menzione.

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Come si vede adunque, la pietà e divozione di questi pittori verso il santo Evangelista, e pittore gli fece risolvere a far questo corpo di Compagnia, volendo che le loro opere fossero accompagnate da religiosi esercizzj; ed io non son lontano dal credere che eglino per avventura facessero reflessione a ciò che non senza disegno dell’alta provvidenza d’Iddio era accaduto 70. anni innanzi, cioè a dire che quando l’anno 1279. dal Cardinal Latino fu benedetta la prima pietra, e fondata la gran chiesa di santa Maria Novella de’ Frati Predicatori fosse stata fatta restare in piedi per adattarsi a nuovo disegno una Cappella dell’antica e minor Chiesa, ed in essa Cappella già si trovasse eretto un Altare, e che questo nel giorno appunto destinato alle glorie di quel santo, a lui si dedicasse, come tutto assai chiaramente si raccoglie dalla Cronaca manuscritta del Convento di essi Padri; la qual Cappella meritamente si conobbe esser consecrata al nome di santo Luca, che fu il primo che fra Cristiani esponesse all’adorazione imagini di Giesù Cristo, e di Maria sempre Vergine da sé stesso effigiate, e già che quella medesima circa trenta anni innanzi a tale consacrazione era stata lasciata in piedi a cagione delle pitture, che v’erano de’ Greci pittori maestri di Cimabue primo restauratore della pittura maestro di Giotto, padre nell’arte di tutti quegli artefici, che l’anno poi con eccellenza professata. Or qui avverta il Lettore, che quanto s’è detto intorno alla Cappella dell’antichissima Chiesa di santa Maria Novella restata in piedi nel tempo della fondazione della nuova gran Chiesa; da Scrittor moderno, che forse non vidde la detta Cronaca, e non fece capitale di quanto in confermazione di tal verità si può indurre dagli scritti del Villani, e dell’Ammirato, oltre a quel più che deve aversi di fede ad altri autori; viene assai controverso; che però veggasi sopra di ciò un nostro Sincero Veri LA VEGLIA DIALOGO, che dato fuori da noi scritto in penna, si sentì poi essere stampato in Lucca l’anno 1684. sotto nome di Sincero Veri.

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Discepolo d’Agnolo Gaddi. Essendo notissimo a ciascheduno, che ha veduto quel tanto ch’io promessi nel principio di questa mia Operetta di Notizie de’ Professori del disegno, da Cimabue primo rerestauratore dell’arte della pittura in qua, che fu di far menzione di lui, e di tutti gli artefici, che dopo di esso, e del suo tanto rinomato discepolo Giotto avevanla con lode professata, non doverà parere strano, se talvolta vedrà, che fra le antichissime Notizie ritrovatesi da me a costo di non ordinaria fatica, io forzato da necessità, averò dato luogo a taluna di quelle, che ci furon lasciate da altri scritte conciosiache possa ben conoscere ognun, che abbia in sé principio di discretezza, che tanto, e non meno è duopo il fare, a chi prese per assunto di compilare un’opera universale, e che il non aver talora da accrescere, o da correggere quanto da altri fu detto, non dee ritenere altri dal valersene a suo bisogno, che si riduca (siccome nel caso mio) a fare di molte parti un bel tutto, in quella guisa appunto che si loda quell’architetto, che per costruire, e adornare una gran fabbrica, si vale di materie infinite, che a lui non costarono ne pure un colpo di martello, purché egli con dare ad ogni materia il suo luogo, sia pervenuto all’intento di condurre l’edificio a fine di comodo, e vaghezza. Questo appunto convien fare ora in gran parte a me nel dar notizia di Cennino da Colle di Valdelsa , cioe a dire del valermi di quella, che ce ne lasciò il Vasari nella vita d’ Agnolo Gaddi , anzi voglio che mi si conceda, che io qui di parola in parola tutto quello trascriva, che esso Vasari ne lasciò scritto di lui, procurando d’illustrarlo alquanto con ciò che a me è riuscito di ritrovare dipoi. Dice egli dunque così Imparò dal medesimo Agnolo Gaddi la pittura Cennino da Colle di Valdelsa , il quale, come affezionatissimo dell’arte, scrisse in un libro di sua mano i modi del lavorare a fresco, a tempera, a gomma, e a colla; ed in oltre, come si minia, e come in tutti i modi si mette d’oro, il qual libro è nelle mani di Giuliano Orefice Sanese eccellente maestro, e amico di quest’arti, e nel principio di questo suo libro trattò della natura de’ colori, così minerali, come di cave, secondo che imparò da Agnolo Gaddi suo maestro, volendo poi, che forse non gli riuscì, imparare a perfettamente dipignere, sapere almeno le maniere de’ colori, delle tempere, delle colle, e dell’ingessare, e da’ quali colori dovemo guardarci, come dannosi nel mescolargli, ed in somma molti altri avvertimenti, de’ quali non fa bisogno ragionare, essendo oggi notissime tutte quelle cose, che costui ebbe per gran secreti, e rarissime in que’ tempi. Non lascierò già di dire, che non fa menzione, e forse non dovevano essere in uso, d’alcuni colori di cave, come terre scure, il cinabrese, e certi verdi in vetro. Si sono similmente ritrovate poi la terra d’ombra, che è di cava, il giallo santo, gli smalti a fresco, e in olio, ed alcuni altri verdi, e gialli in vetro, de’ quali mancarono i pittori di quell’età.

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C Caladrino pitt. Fior. 11. 26.27. Campo Santo di Pisa 4. 31. 55. 65. 69. Campana del Popolo di Firenze da chi fatta suonare 33. Campanile di Pisa da chi finito 38. Campanile di S. Maria del Fiore da chi finito 37. Cappella di S. Iacopo in Pistoia 34. Cappella della Sacra Cintola di Prato 40. Cappella degli Strozzi in S. Maria Novella dipinta 64. 69. Cappella Maggiore di S. Maria Novella de’ Ricci dipinta 69. Cappella degli Ardinghelli in S. Trinità dipinta 94. Cappella de’ Brancacci nel Carmine 109. Cappella della nobile famiglia de’ Compagni in S. Trinita 100. Cappella della nobile famiglia de’ Martini in S. Marco 99. Cappella della nobile famiglia de’ in S. Croce 102. Cappella di S. Ranieri in Pisa nel Duomo 8. Capitolo di S. Spirito 4. Capitolo di S. Maria Novella 4. 27. Capitoli della Compagnia de’ Pittori 48. approvati dall’Ordinario 54. Cardinale di Prato 4. Cardinale Latino benedice la prima pietra nel fondamento della gran Chiesa di S. Maria Novella l’anno 1279. de’ Frati Predicatori, con lasciare in piedi l’antica Cappella della Chiesa piccola, ove avean dipinto i Pittori Greci, stati maestri di Cimabue, non ostante quanto ne dica un moderno 55. Carlo Cesare Malvasia Istorico 2. 35. Castel S. Angelo da chi riformato 107. Caterina figliuola di Giotto 33. Cav. Carlo Ridolfi scrittori delle vite de’ Pittori Veneti 77. Cav. Messer Niccolaio di Iacopo degli Alberti fondatore della Chiesa in Orbatello 7. Cecco d’Ascoli sue composizioni nella Libreria di S. Lorenzo 65. Cennino Cennini da Colle di Valdelsa pitt. sua vita 90. Cherubino Gherardacci Eremitano Istorico 13. Chiesa di S. Maria a Ripa d’Arno in Pisa 12. 26. Chiesa di S. Petronio di Bologna 13. pitture fattovi da Buffalmacco 13.

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O Oderigi d’Agobbio discepolo di Cimabue 1. fu maestro di Franco Bolognese 1. Grande stimatore di sé stesso 2. Oratorio in Orbatello 7. Oratorio d’Or San Michele 40. Ottaviano da Faenza pitt. sua vita 30.

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Fiorivano dal 1400. al 1410. Che i primi, che dopo i moderni Greci a ritrovare il nuovo e miglior modo del dipignere, fossero Cimabue, e’l famosissimo Giotto suo discepolo, l’uno e l’altro Fiorentini, come abbiamo altrove mostrato, non è chi senza nota di troppa temerità, né punto né poco possa dubitare: e lasciato da parte il veridico testimonio dell’antiche e moderne storie, delle pubbliche e private scritture di nostra città, quando mai altro non fosse, incontrastabile argomento ne sono (e il fanno anche patentissimo al senso) molte ragioni. La prima è, che non mai si vide essere a notizia d’alcuno de’ veri intelligenti, che avessero scorse molte parti del Mondo, che di quelli ultimi secoli, che precederono al 1300. si veggano in alcun luogo pitture d’altra maniera, che solamente Greca e Giottesca. La seconda, che quest’ultima si vegga poi per un intero secolo, quasi in ogni luogo continuata, conosce ognuno, che ha occhio erudito, che siccome ne’ primi albori del giorno non si scorge del tutto sbandita la notte, e nell’imbrunir della sera, che sia in tutto svanito il giorno, per la participazione degli estremi; così esser verissimo, che il modo del fare di Cimabue e di Giotto, co’ loro estremi, dico di cominciamento e di fine, fanno conoscere per indubitata tal verità; perché e’ si scorge, che la maniera di Cimabue, con esser di gran lunga migliore di quella de’ moderni Greci, contuttociò partecipa tanto di quel fare, e tanto se gli assomiglia, quanto basta per far conoscere ch’ella ebbe da quella il suo principio. Similmente la maniera di Giotto, con quella di Cimabue, e le maniere di coloro, che vennero dopo la Giottesca maniera, anch’elleno per qualche tempo ritennero tanto quanto di quella dello stesso Giotto. Siccome abbiamo veduto, non tanto nelle pitture, quanto nelle sculture de’ più celebri artefici, che furono nel secolo del 1400. fra le quali non hanno l’ultimo luogo le prime opere di Lorenzo Ghiberti, e di più altri celebri Pittori e Scultori di quella età; finché poi coll’imitazione del vero, e del modo d’operare di coloro, che a passo a passo sono andati aggiugnendo a queste arti alcun miglioramento, son poi pervenuti gli artefici al sommo d’ogni perfezione. Supposta dunque questa verità, non ha dubbio alcuno, che tal miglioramento, o immediatamente per mezzo de’ proprj discepoli di Giotto, o de’ discepoli degli stessi, o fuor d’Italia o nell’Italia medesima, sia stato agli Oltramontani comunicato. Mentre abbiamo per certo, che non mai del tutto in alcuna principal Provincia sia mancata quest’arte, come altrove dicemmo. Non è già potuto riuscire a me ne’ presenti tempi, ciò che più di cento anni addietro, quando erano più fresche le memorie, non potè venir fatto al curiosissimo investigatore delle notizie degli artefici Giorgio Vasari, né tampoco al diligente Carlo Vanmander, pittor Fiammingo, circa 80. anni sono, di rintracciare, chi degli Oltramontani, dalle parti di Germania e Fiandra venisse in Italia, ad apprendere tal miglioramento nell’arte da’ derivati da Giotto: o quale di questi si portasse ad insegnarlo in quelle parti. Disse però assai apertamente il nominato Vanmander nella sua storia, scritta in quel suo natìo idioma, laddove parla di Cimabue, queste parole: Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solo mancarono le pitture, ma gli stessi pittori. Per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorgere la pittura, uno chiamato Giovanni, cognominato Cimabue, Fiorentino ec. e finalmente dice in più luoghi, che il modo di dipignere con gomma e uova ne’ Paesi Bassi venne d’Italia, per aver tal modo avuto suo principio in Firenze l’anno 1250. Quindi è, che, quantunque io non possa accertare chi fosse il maestro di questi due Oltramontani Pittori, de i quali ora intendo dar notizia, noi possiamo dire, che fossero i primi, che tal miglioramento prendessero. Io non dubito contuttociò d’affermare sopra tali fondamenti, che siccome ad ogni nazione potettero trapassare gli artefici Italiani, a portar questo nuovo abbellimento, di cui il Mondo fu sempremai sì curioso. O d’ogni nazione poterono venire uomini in Italia per quello prendere da’ nostri artefici; così fu facil cosa agl’ingegni elevati, e dell’arte studiosi, in ogni parte, dopo aver quello appreso, andar sempre più migliorando il modo dell’operare, facendosi una maniera secondo il proprio gusto, ma diversa da quella dell’altre lontane nazioni, siccome hanno mostrato per più secoli l’opere di essi Oltramontani. Furono dunque nella Fiandra poco avanti al 1400. all’ora appunto, che i seguaci di Giotto avevano sommamente dilatata l’arte della Pittura, molto stimati i due fratelli, Giovanni Eych, e Uberto Eych di Maeseych: il primo de’ quali fu il ritrovatore del modo di colorire a olio, di cui disse alcuna cosa Giorgio Vasari, nella vita d’Antonello da Messina, chiamandolo Giovanni da Bruggia. Ma perché quest’autore non solamente ne disse poco, ma anche scambiò i tempi, ne’ quali egli fiorì nell’operar suo, ponendolo molti anni dopo il suo vero tempo, io sono ora per portarne, quanto il nominato Vanmander Fiammingo, in sua lingua ne scrisse l’anno 1604. con tutto quel più, che d’altronde io ne ho potuto di più certo ricavare. Fu Giovanni nella sua gioventù versato nelle lettere, di prontissimo e nobile ingegno, e da natura grandemente inclinato all’arte della pittura: quale poi si mise a imparare da Uberto suo maggior fratello, che pure fu bravo e artificioso pittore; ma da chi questi imparasse è al tutto ignoto. Fu il natale d’Uberto, per quanto il citato autore scrisse averne potuto congetturare, circa al 1366. e di Giovanni qualche anno dopo. Non si sa che il Padre loro fosse pittore; ma sì bene, che i loro antenati e tutta quella casa fosse dotata d’ingegno non ordinario: ed ebbero una sorella maritata, la quale anch’essa esercitò l’arte della Pittura. Questi due fratelli fecero molte opere a tempera con colla e chiara d’uovo; perché allora non avevano in quelle parti altro modo di lavorare, che quello venuto loro d’Italia, non essendovi la maestranza di lavorare a fresco.

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Discepolo di Lorenzo di Bicci, nato 1383, ? 1466._ Siccome nelle già scritte notizie, e in quelle singolarmente, che il cominciamento sono di questa storia, abbiamo abbastanza parlato de’ famosi ingegni di Cimabue e Giotto , per opera de’ quali a nuova vita risorse l’estinta nobil arte della Pittura, così ogni ragion vuole, che dichiamo alcuna cosa fra le molte, che potrebbero dirsi, e che ottimamente ha detto il Vasari di colui, che mercè il suo nobile e spiritoso talento restituì il già perduto essere alla bella arte della Scultura: e questi fu Donato, detto comunemente Donatello , il quale in questa nostra patria di Firenze nato da Niccolò di Betto di Bardo l’anno di nostra salute 1383. e fino dalla sua fanciullezza fu allevato, comecché molto spiritoso fosse, con molta cura, da Ruberto Martelli Gentiluomo Fiorentino, e de’ belli ingegni ottimo discernitore e liberalissimo Mecenate: appresso al quale libero dal nojoso pensiero, che il bisogno di sovvenire alle proprie necessità suole apportare, poté darsi con gran fervore al disegno, nel quale s’approfittò con Lorenzo di Bicci pittore, e ad esso ajutò a dipignere, essendo ancora di tenera età. Si diede poi alla scultura, alla quale era così portato dal genio, che fino ne’ primi anni scolpì molte figure tanto belle, che lo fecero tenere per singulare in tal professione: e fu il primo, che non solamente uscisse in tutto dalla maniera vecchia, che pure avevanlo fatto altri avanti a lui, ma che facesse opere perfette, e di esquisito valore, emulando mirabilmente la perfezione degli antichi scultori Greci, e dando alle sue figure vivezza e verità mirabile. Fu ancora il primo, che ponesse in buon uso l’invenzione delle storie ne’ bassorilievi, ne’ quali fu impareggiabile. Sono in Firenze di sua mano moltissime opere di scultura: e fra queste è maravigliosa una statua, rappresentante l’Evangelista San Marco, che per essere calva, è detta lo Zuccone, posta in uno de’ lati del campanile del Duomo , dalla parte della piazza, con tre altre figure di braccia cinque, molto belle. Sopra la porta del medesimo campanile, è un Abramo con Isac: sotto la Loggia de’ Lanzi è una Juditta di bronzo con Oloferno, della quale esso tanto si compiacque, che vi pose il suo nome con queste parole: Donatelli opus. Trovasi fra le Scritture di casa Strozzi, in un Volume intitolato Memorie spettanti a’ Laici, a car. 457. che quest’opera della Juditta stette in casa di Piero de’ Medici fino all’anno 1495. nel qual tempo fu collocata sulla Ringhiera del Palazzo de’ Signori, e nel 1504. esserne stata levata e posta in terra, e in suo luogo essere stato posto il Gigante di Michelagnolo, che così chiamavasi la figura del David: e la statua della Juditta, in processo di tempo, ebbe luogo nella suddetta Loggia. Fu anche opera delle mani di Donato la tanto rinomata statua del San Giorgio: siccome ancora quella del San Piero, e del San Marco Evangelista, tutte di marmo, che si veggono nelle facciate dell’ Oratorio d’Orsanmichele, detto anticamente Orto San Michele. Trovasi essergli stata allogata questa statua del San Marco da’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli a’ 3. di Aprile dell’anno 1411 e che costasse il marmo fiorini ventotto.

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Io però mi son sempre molto maravigliato, come potesse lo stesso Vasari ingannarsi tanto, in dar giudizio di un’altra opera, forse la più bella, che mai facesse quest’artefice. Questa è l’istoria di mezzo rilievo, che rappresenta l’Assunzione di Maria Vergine, che si vede sopra quella porta laterale del Duomo di Firenze, che guarda verso la Santissima Nunziata. Disse il Vasari esser questa scultura stata fatta per mano di Jacopo della Quercia Scultore Senese, come nella Vita del medesimo Jacopo si legge: e pure egli qui s’ingannò, come ora io sono per mostrare. E prima piacemi lasciar da parte, che la maniera, che si scorge in quell’opera, non tanto a giudizio mio, che poco intendo, quanto de’ primi Maestri di questa Città, co’ quali di proposito ho consultato, non è punto lontana dal modo di operare di esso Nanni d’Antonio di Banco: e dirò solo, che molto diversamente da quello, che il Vasari scrisse, trovo io negli antichi libri dell’Opera di quella Chiesa, dove appariscono negli anni 1418. e 1421. più pagamenti fatti a esso Nanni, per intagliare le figure quivi descritte nelle proprie circostanze, che le qualificano per quelle stesse, senza che se ne possa dubitare: e mentre io scrivo queste cose, ho ritrovato nella tante volte nominata Libreria degli Strozzi, un Manoscritto in un libro minor di foglio, segn. num. 285. a car. 45. fra diverse memorie di Pittori e Scultori ed Architetti di quei tempi, la seguente nota. Nanni d’Antonio di Banco Fiorentino, ebbe lo stato nella città di Firenze per le sue virtù, morì giovane, che veniva valentissimo: fece la figura di S. Filippo di marmo nel pilastro di Orto S. Michele, e i quattro Santi in detto luogo, e sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va alla Nonziata, un’imagine di nostra Donna bellissima. Nella facciata dinanzi di detta Chiesa, allato alla porta di mezzo verso i Legnajoli, uno de’ quattro Evangelisti, ed altri accanto. Sin qui son parole dell’accennata memoria. Io mi persuado poi, che chi soprintese a quella invenzione, per quanto si apparteneva alla storia, dubitasse, che ella non si confacesse così bene coll’antiche tradizioni, mercè dell’essere stato figurato appresso alla Vergine, in quell’atto di salire al Cielo, un solo Apostolo: e però stimasse bene accennarvene almeno alcuni altri, giacché si veggono sotto la mandorla, la quale contiene in sé quella storia. Due sole teste pure di mezzo rilievo, un vecchio e un giovane, quali appunto sogliono figurarsi San Pietro e San Giovanni, io stimo fossero fatti per Apostoli, non ostanteché fosse per errore nella partita, che appresso si noterà, scritto Profeti: e questi hanno un poco di busto, e mani strette al petto, in atto di adorare e riguardare essa Vergine, le quali teste furono fatte da Donatello. Quanto alla causa di essere state aggiunte esse teste, vaglia quanto può valere l’accennata mia opinione: siccome ancora dell’essere Apostoli o Profeti; ma quanto all’essere stati fatti da Donatello, eccone alcune testimonianze senza eccezione, che serviranno anche per prova concludente, che l’opera dell’Assunta fu fatta per mano di Nanni d’Antonio di Banco, e non di Jacopo della Quercia, come scrisse il Vasari, seguitato in tale errore da chiunque dopo di lui ha scritto. In un libro dell’Opera di Santa Maria del Fiore sopraccennato nell’anno 1418. al dì 28. di Giugno leggesi l’appresso Partita: A Gio. Ant. di Banco lastrajolo e intagliatore di marmo Fiorini 20. sopra le figure intagliate per lui per l’Opera da porsi sopra la porta di Santa Maria del Fiore verso la via de’ Servi. In altro luogo si trova: Donato Nicolai Betti Bardi Intagliatori, quos recipere debet pro duobus testis, sive capitibus Prophetarum per eum factis, et sculptis, et positis in historia facta per Joannem Antonii Banchi super janua dictæ Ecclesiæ (parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore) Fiorini 6. E poi in altra carta: Die 21. Aprilis 1421. Joanni Antonii Banchi Intagliatori pro resto solutionis sibi fiendæ de historia marmoris sculpti et intagliati sub figura Beatæ Virginis Mariæ supra januam Annuntiatæ libb. 567. sol. 17. dan. 4. Ma per ultimo considerisi in ciò, che io sono ora per apportare, che il Vasari, in quanto egli scrisse in proposito di questa opera, si governò, non già co’ fondamenti dell’antiche scritture; ma con qualche relazione, che dovette averne poco sicura. E contro a quello, che egli medesimo credeva, e lasciò scritto di sua mano in tal particolare, che è quello appunto, che noi diciamo, che non da Jacopo della Quercia, ma da Nanni di Antonio di Banco fu fatto questo lavoro. Dico dunque, che in un libretto, grande quanto un foglio comune, grosso circa a un dito, chiamato Frammento di Vite di Pittori, che si conserva nella Libreria de’ Gaddi, nobil famiglia, della quale altrove abbiamo parlato, scritto di propria mano, che si dice di Giorgio Vasari, in cui egli incominciò a notare alcune cose appartenenti a’ Pittori, de’ quali poi egli scrisse le Vite, incominciando da Cimabue, si trovan queste parole: Nanni d’Antonio di Banco benefiziato fece la figura di S. Filippo di Marmo nel pilastro di Or S. Michele, e di S. Lò, quattro Santi, l’Assunzione di nostra Donna sopra la porta diS. Maria del Fiore, che va a’ Servi, ed uno de’ quattro Evangelisti nella faccia di detta Chiesa dinanzi verso i Legnajoli. Sin qui il Vasari.

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Discepolo di Masolino da Panicale , nato 1402. ? 1443. Narrazione degl’infortuni accaduti alla Pittura, Scultura e Architettura, da quel tempo, nel quale queste arti, appresso i Toscani e Romani, erano giunte al sommo di lor perfezione, fino alla loro quasi totale distruzione e rovina; colle notizie di Maso di Ser Giovanni da Castel San Giovanni di Valdarno in Toscana, detto Masaccio , discepolo di Masolino da Panicale , il primo, che tolta via la maniera di Cimabue e di Giotto , scoprisse il buon modo di operare in Disegno e in Pittura. Quanto di venerazione e di lode si era appresso di tutte le nazioni guadagnata la Grecia, pe’ tanti sì grandi uomini, che nelle belle arti e nelle scienze tutte aveva fatto vedere ne’ suoi famosi Atenei; altrettanto riportò di biasimo, e poco meno ch’io non dissi d’infamia, pel numerosissimo gregge degl’infiniti Poeti, che ella al mondo produsse. Tutta quella gloria, che per mezzo o delle Filosofiche speculazioni o delle dimostrazioni Matematiche si erano acquistate e le Stoe ed i Licei, restò ben tosto sepolta in que’ chimerici vaneggiamenti, che sopra di Cirra e di Pindo sognossi la Poesia, in modo tale, che mercé delle favole da lei inventate, perduta ella appresso gli uomini la reputazione, andò poi in comunal proverbio, con gran discredito di essa, come vana e bugiarda, la Greca fede. Ma se strane furono in ogni tempo di quei poeti le fantasie, stranissima in vero fu quella, quando con mal pensato ardimento congiunsero in una medesima Deità le lettere e l’armi, cioè a dire, unirono in Pallade, Dea della Sapienza e delle buone arti, anche gli strepiti ed i furori della guerra: accoppiamento, per certo così stravagante, che in comparazione di esso riuscirono verità irrefragabili i rinomati mostri de’ Fauni e de’ Centauri; imperciocché, se con ingegnoso avvedimento avevan dimostrato esser’ ella stata prodotta dalla mente feconda di Giove, e perciò come nume tutelare delle scienze tutte l’avevano adorata: se con ghirlanda d’ulivo le avevan coronata la fronte, perché di quel buon frutto ell’avesse appreso agli uomini l’uso; se d’Operaria le avevan dato il nome, perché non solo il filare e’l tessere, ma le buone arti tutte avesse o inventate o ridotte a perfezione; perché poi con elmo di bronzo coprirle la fronte? con giaco triplicato vestirle il petto? e con lancia formidabile armarle la mano? E come a divina presidente della guerra offerirle e voti e vittime per la vittoria? E come poteva introdurre fra gli uomini le buone arti, chi tra essi accendeva la guerra? Come mostrarsi amica delle scienze, quella, che delle armi, giurate nemiche delle lettere, era così parziale? quasiché l’esperienza non facesse giornalmente provare, che le arti e le scienze fiorirono sempre, ove non regnaron le armi: quivi trovano il loro esterminio, dove hanno principio le guerre. Onde ebbe ragione il Padre della Romana eloquenza, che i danni e le rovine, dall’armi alle buone arti cagionate, ottimamente comprendeva, ben’ ebbe ragione, dico, a concepir con giusto sdegno quel sentimento. Che meritava di esser levato dal numero degli uomini, e scacciato da’ confini dell’umana natura quel tale, che inimico del pubblico bene, avesse avuto ardire di bramare la guerra. Che se non fosse alieno dalla materia da me intrapresa, ed anche superiore alle mie forze, potrei io qui largamente narrare, quanti deplorabili naufragj nelle tempeste dell’armi abbian patiti ne’ secoli trascorsi e le lettere e le buone arti. Ma giacché fu mia intenzione, fin dal principio di quest’opera, di far vedere al mondo e l’occaso e’l rinascimento di una, la più vaga e la più bella di tutte le arti, dico della Pittura; mi sia concesso, che in parlando di quest’artefice, dico di Masaccio , primo ritrovatore della buona maniera, io non mi fermi in quelle cose dir solamente, che a’ fatti di esso appartengono; ma vada insiememente, anzi prima di ogni altra cosa dimostrando le proprie cagioni, onde arte sì bella, dopo di essere ascesa al colmo di sua perfezione, restasse fin negli antichi tempi così miseramente sommersa; onde ella, non che di bella, non che di dilettevole, ma anche di pittura perdesse il nome, e in tale infelicità per molti secoli si mantenesse; che però, appena poterono poi Cimabue e Giotto richiamarla alla vita: e quindi mi porti a far vedere, che al nostro Masaccio toccò la gloria di averla incamminata per quella via, per cui ella potesse dipoi in pochi lustri la sua antica bellezza ricuperare.

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Questi poi, per disgusti ricevuti da Sofia, la moglie di Giustino minore Imperadore, chiamò in Italia, fino dalla bassa Germania, e dal paese posto fra il fiume Odera, e il fiume Elba, altre barbare nazioni, sopra i nomi delle quali discordano fra di loro gli scrittori, e che poi giunti in Italia si chiamarono Longobardi: e fu questo quell’infelice tempo, nel quale, per quanto gravissimi autori lasciarono scritto, si viddono nell’aria quegli eserciti di armati, quelle taglienti spade e lance, che dalle parti Aquilonari, verso le parti nostre a tutto volo correvano. Sotto la crudeltà di queste fiere, fu luogo alla misera Italia di ripensar con gusto piuttosto, che di ricordarsi con orrore, delle crudeltà sofferte per un corso di settantasette anni dalla barbarie de’ Goti, dalla quale pure sedici anni avanti si era sottratta; poiché spogliati i campi delle biade, e de’ frutti, smantellate le città, atterrate le fortezze, abbruciate le chiese e i monasterj, e uccisa ogni gente, fu per ogni parte fatto correre l’umano sangue. Essendo poi Alboino, il quarto anno del suo Regno in Italia, per opera della moglie, stato scannato: e Cleso suo successore, pure anch’esso stato ucciso col ferro da un servo; e creati poi da’ Longobardi, in luogo di Re, diversi Duchi; e tornati a creare nuovi Re, senza però deporre la nativa insolenza e barbarie verso la misera Italia; era già arrivata la cosa a tal segno, che quei pochi Italiani, a cui fu possibile il farlo, si erano quasi tutti rifuggiti nell’Elba, ed altri luoghi e isole de’ vicini mari, con che provarono il loro ultimo esterminio le buone arti, ed insieme coloro (se pure alcuno ve n’era rimaso) che quelle professar potessero: ed in ogni parte, in cambio di esse, ebbe luogo la crudeltà, la tirannide, ed ogni altro malvagio costume. Spenti dunque in tutto e per tutto gli artefici, restava solo, che perissero quasi tutte le pochissime opere loro, alle quali aveva perdonato il fuoco; quando non erano appena passati cento anni, da che l’infelice Roma aveva sofferte l’insolenze de’ Goti, e poi dell’altra barbara gente, che venne Costanzio, o vogliamo dire Costante II. Imperadore di Costantinopoli. Questi spogliò Roma di tutto quel poco di buono e di bello, che in materia di pitture, sculture e bassirilievi a caso era rimaso sopra terra, avanzato a tanti mali e rovine: e tutto portò in Sicilia: e perché l’Italia perdesse ogni speranza di più rivederle, furono esse, insieme con quante se ne trovavano allora in quell’Isola, da un esercito di Saracini rapite, ed in Alessandria traportate; dimanieraché, tolto via ogni vestigio di buon fare, incominciarono quegli Scultori, che vennero dipoi, a fare quelle brutte e sproporzionate figure, o come volgarmente si dice, fantocci, di che per l’Italia tutta, e fuori, son pieni tanti edificj e sepolcri di quei tempi: e gli Architetti seguendo l’uso e’l gusto della loro barbara nazione, continuarono a fabbricare con ordine Gotico, come mostrano, fra l’altre infinite, la Chiesa di San Martino, di San Giovanni, e di San Vitale in Ravenna, ed altre fabbriche in Francia e in tutta l’Europa, fatte poco avanti o dopo a quei tempi. L’Architettura però una volta, fra tante tenebre, diede segno di qualche miglioramento, cosa, che la Pittura e la Scultura non fece: e questo a cagione della facilità, che è assai maggiore nell’imitare colla misura le colonne, i capitelli e le cornici dell’antichissima buona maniera, purché l’artefice abbia buon gusto, di quella; che sia nell’imitar le buone statue, che pure, come si è detto, già eran quasi del tutto o perdute o sepolte, cosa, che agli edificj, tuttoché disfatti e guasti fossero, non era addivenuto, che però fra gli anni di Cristo 770. e 800. in circa, secondo quello, che ne lasciò scritto il nostro diligentissirno ed eruditissimo in ogni sorta di antichità, Don Vincenzio Borghini, fu fabbricata in Firenze la Chiesa de’ Santi Apostoli: e fuori di essa città, nel colle presso alle mura, fu riedificata da’ fondamenti nel 1010. la Chiesa di San Miniato al Monte: nell’una e nell’altra delle quali vedesi essere stata imitata la buona maniera dell’antichissimo Tempio di S. Giovambatista di Firenze. Questo miglioramento si vede però poche volte, ed in pochissime fabbriche, e per ordinario sempre si tenne quel barbaro modo. Ma qual guerra più perniciosa provarono le belle arti della Pittura e Scultura, poco avanti, e fino a questi tempi, a cagione della barbara impietà di Leone Isaurico e di altri Iconomachi Imperadori a lui succeduti, i quali, oltre all’avere abbruciate tutte le sacre immagini in Costantinopoli, perseguitarono a morte gli artefici, e tanti ne fecero morire, che finalmente si erano queste arti quasi da per tutto fuggitivamente ridotte nelle mani di alcuni Monaci; onde passati alcuni pochi secoli, già si era giunto al termine di non trovarsi altre pitture, che quelle, che si facevano per mano di un miserabile avanzo di pochi maestri Greci, e di alcuni di loro imitatori, che essa pittura ed il musaico usarono in Italia, con quella brutta e cattiva maniera, che altrove si è accennata, e tale in somma, che pare, che si possa dire, in un certo modo, che altro non avessero in sé quelle pitture, che un crudo dintorno, ripieno di un sol colore. Non è ancora indegno di reflessione, ciocché alla povera Pittura, Scultura e Architettura, in tutti i tempi soprannominati accadde: prima a cagione della pietà e zelo della Santa e vera Religione Cristiana, nella total destruzione e rovina de’ molti templi e simulacri de’ falsi Dei, dove essa Religione in tempo fu portata: e poi dall’infame Setta di Maometto, la quale, siccome ha pel miglior pregio dell’esser suo, l’ignoranza e disprezzo di ogni buona facoltà; così fu a queste belle arti, in ogni luogo, che essa tirannicamente occupò, di un totale esterminio. Per ultimo fu loro di non ordinario danno la malvagità di un uomo, quanto abbondante di forze e di ardire, altrettanto sfornito di fede e di umanità, o vogliamo dire un mostro de’ più crudeli, che mai si portasse a’ danni della povera Italia. Questi fu l’empio Federigo Barbarossa, il quale co’ suoi pessimi ufizj, fomentate prima intrigate discordie e crudelissime guerre fra le due Repubbliche di Genova e Venezia, fra Ferrara e Bologna, mossi attentati fra’ Guelfi e Ghibellini; finalmente con gran numero di Tedeschi e di Barbari, che a’ danni della Chiesa avea condotti, pose tutto in rivolta e confusione. Ne’ termini dunque soprannarrati, e con pochissimo, e quasi insensibile miglioramento, si trattennero le condizioni di queste arti fino al 1260. nel qual tempo essendo comparse alla luce, sopra quelle di ogni altro pittore de’ suoi tempi, e della nostra città, le opere di Cimabue, e dipoi quelle del famosissimo Giotto di lui discepolo: e scopertosi da essi alcun modo, onde potesse migliorarsi il disegno, cominciò ella a rivivere, come a suo luogo abbiamo mostrato. Ma finalmente non poterono questi artefici con ogni loro industria altro operare, che farla di morta viva: e conciossiacosaché meno godibile si renda la vita, ogni qual volta ella manchi di quelle aggiunte, che la rendono anche gioconda (tali sono vivacità di spiriti, sanità robusta, ed altre a queste simiglianti cose) è necessario il confessare, che non poteva la pittura, benché fatta viva dalle mani di que’ maestri, far gran pompa di sé stessa, perché molto le mancava di disegno, di colorito, di morbidezza, di scorti, di movenze, di attitudini, di rilievo e di altre finezze e vivacità, onde ella potesse in tutto e per tutto assomigliarsi al vero; che però dovrà sempre vivere al mondo il nome di Masaccio, di cui ora siamo per parlare, il quale co’ suoi profondissimi studi, tali difficultà scoperse, ed in gran parte anche superò: e così bene aperse la strada a quanti dopo di lui operarono, che non era ancora passato un secolo da che egli finì di vivere, che già quest’arte nobilissima, si vide esser giunta al colmo di sua perfezione.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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Pervenuto finalmente Tommaso all’età non di ventisei anni (come il afferma, seguitato da altri molti) ma di quarant’uno, come abbiamo dimostrato, trovandosi in quel posto d’eccellenza nell’arte, che si è detto: promettendo anche di sé avanzamenti assai maggiori; assalito da improvviso accidente, fu tolto al mondo tanto in un subito, che fu creduto da’ più, che alcun malvagio professore di pittura o d’altro, per invidia lo avesse avvelenato. In tal modo dunque rimase estinto un così bel lume della pittura, la quale in vero non è meno obbligata a Tommaso , che solo e senza aver chi imitare fra gli artefici di que’ suoi tempi, né tampoco fra quegli stati avanti a sé, in così bel posto la ridusse, di quello che ella sia tenuta a Cimabue e Giotto , che 150. anni prima l’avevano richiamata alla vita. Fu la sua morte di estremo dolore a tutta la città di Firenze: e Filippo di ser Brunellesco , che gli era stato maestro nella prospettiva, quel grand’uomo, che a tutto il mondo è noto, ebbe a dire, che i professori nella mancanza di Masaccio avevan perduto quanta mai potevano perdere. Fu il corpo suo sepolto nella soprannominata Chiesa del Carmine , correndo allora, per quel che dice un buono autore, l’anno 1443.

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M Marc’Antonio Francia Bigi, detto Franciabigio 235. Marc’Antonio Raimondi, detto de Franzi 187. Contraffece le stampe di Alberto Duro colla di lui cifra, e gli fu proibito 188. È fatto prigione per cagione di alcune carte sporchissime, intagliate da lui. Sua morte 189. Marco del Moro 332. Marco da Siena 312. Marco Uglon o Uggioni 186. Marten di Cleef 302. Marten Hemskerck pittore 258. Fu vile di nascita, e per non seguitare l’arte vile del padre, trovato un presto ingegnoso, se la batte per attendere al disegno. Sue opere in varj luoghi 259. Fu intagliatore in rame. Fu grandissimo limosiniere 261. Descrizione del sepolcro ordinato da lui. Fu uomo di grandissimo timore 262. Masaccio e sua vita 70. Fu restauratore della pittura, dopo il naufragio di essa, e dopo Cimabue e Giotto 71. Nascite del medesimo. Suo maestro 77. Sbaglio circa al natale di Masaccio 78. Sue opere 79. Fu autore dello scorcio delle figure, e del posare in faccia, e in iscorcio de’ piedi di esse 81. Opera di Masaccio, fatta nel chiostro del Carmine, bellissima, fatta perire villanamente 82. Dalle sue opere hanno studiato i primi professori del mondo. Sua morte improvvisa e immatura. Fu sepolto nel Carmine 83. Sua descendenza 84. Epigramma in sua lode 85. Nota dell’Autore circa alla sua Famiglia 86. Maso Finiguerra Scultore 107. Maso Pappacello 187. Matteo Civitali scultore 99. Melozzo da Forlì pittore. Vedi nella vita di Benozzo 89. Michel’Angiolo Scultore Schiavone 307. Michel Cocxie 301.

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