Nominativo - Carlo Vanmander

Numero occorrenze: 12

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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LIV. 1601 ALFONSO CIACCONI in Vita Bonifacij VIII. Basilicam Vaticanam, in qua condi voluit, ornavit plurimum etc. idem marmoreum suggestum cum porticu apud Basilicam Constantinianam Laterani condidit, nobilis CIMABOVIS pictura decoratum; quo exurationes die Cœnæ, et alio tempore, in Columnenses et Regem Franchorum, et alios qui more Maiorum excomunicantur, fecit. Lo stesso CIACCONE parlando del Cardinale Stefaneschi. Iacobus Caietanus de Stephaneschis Anagninus etc. Naviculam in atro Basilicæ Santi Petri, opere vermiculato, miré elaboratum fecit, opera IOCTI Pictoris illius temporis celeberrimi. Lo stesso in altro luogo. Frater Ioannes Minius de Murro Vallium Firmanæ diœcesis etc. Episcopus Cardinalis Portuensis et Sanctæ Rufinæ etc. IOCTUM Florentinum clarum sui œvi Pictorem, Assisium duxit, ac xxxij. Historias B. Francisci, eleganti penniculo, exprimi curavit. Lo stesso in Benedetto XII. IOCTUM Pictorem illa ætate egregium, ad pingendas Martyrum historias, in ædibus ab se Avenione structis, conducere in animo habuit. LV. 1604 CARLO VANMANDER celebre Pittore Fiammingo nel Libro delle Vite de’ Pittori antichi e moderni, Italiani e Fiamminghi a 94, parlando di Cimabue e Giotto, recato in nostra Lingua, dice così. Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solamente mancarono le pitture; ma gli stessi Pittori: per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorger la Pittura, uno chiamato GIOVANNI cognominato CIMABUE di Casa in quel tempo nobile, il quale etc. E più a basso dice: Morì l’anno 1300. doppo avere assai sollevata la Pittura; lasciò molti discepoli, e fra questi GIOTTO.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Ora io mi persuado, che chiunque leggerà quanto io ho portato in questo luogo, dico ciò che già fu scritto da Cennino da Colle di Valdelsa nel suo libro, poi ricopiato dal Vasari , subito sarà preso da forte dubbio, di come fosse possibile, che il Cennino da Colle di Valdelsa avesse notato fra gli altri suoi allora secreti di pittura, quello del macinare i colori a olio, già che lo stesso Vasari nella vita d’ Antonello da Messina dice, essere stato inventato quel modo di colorire da Giovanni da Bruggia , poi insegnato a Ruggieri ad Aus , poi lo fa pervenire in Antonello da Messina , e poi in Domenico da Venezia , in che pare ch’egli consumasse tant’anni, che non sia più luogo a credersi, che Cennino da Colle di Valdelsa ne’ suoi tempi, ne la Toscana, ne l’Italia potesse averne avuto il primo barlume, non ch’egli avesse potuto impararlo, e scriverlo nel suo libro. . Questo dubbio per certo a me non venne mai, come quegli, che chiaramente riconobbi colla traduzione di quanto scrisse Carlo Vanmander pittor Fiammingo in suo idioma, parlando di Giovanni, e Euberto Eich pittori di Bruggia, dico di Giovanni Eich, che è quello stesso Giovanni, di cui parlò esso Vasari, chiamandolo Giovanni da Bruggia: che il Vasari nel ritrovamento di questo segreto, siccome de’ passaggi, che gli fece fare d’uno in un altro artefice, non ebbe notizia de i tempi appunto, potè forse credere, siccome fu in verità, che il segreto fosse stato ritrovato fra’l 1400. e’l 1440. il che si deduce dall’ordine, ch’ei tenne in dar luogo alle vite de’ suoi pittori; e se pure di tal tempo non ebbe alcuna cognizione, almeno l’ordine de’ tempi, come sopra, dati alle vite de’ suoi professori, non contraddice a quello, nel quale io trovo essere occorsa tale novità, cioè circa al 1410. e così fatto il conto del tempo, che potè sopravvivere al 1400. il nostro Cennini; che poterono essere trenta, quaranta, e anche cinquant’anni, e più (giacché non sappiamo altro de’ suoi principj, se non ch’è fosse discepolo per dodici anni d’Agnol Gaddi, che morì nel 1387.) torna molto bene, che quell’invenzione, avendo già dopo il 1410. fatto suo corso in Italia, e Toscana, ed essendo pervenuta in Cennino Cennini, fosse stata potuta esser notata da lui nel suo libro, e anche praticata; e tanto basti aver accennato a fine di togliere ogn’ombra di difficultà in cosa di tanto rilievo per la notizia delle cose dell’arti nostre, riserbandomi a dar di tutto un più chiaro, e distinto ragguaglio nelle Notizie della vita di Giovanni, e Euberto Eich, tolta dalla sopra nominata Fiamminga traduzione, siccome d’altronde, e posta nel Secolo 3. dal 1400. al 1500. nel primo Decennale.

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Fiorivano dal 1400. al 1410. Che i primi, che dopo i moderni Greci a ritrovare il nuovo e miglior modo del dipignere, fossero Cimabue, e’l famosissimo Giotto suo discepolo, l’uno e l’altro Fiorentini, come abbiamo altrove mostrato, non è chi senza nota di troppa temerità, né punto né poco possa dubitare: e lasciato da parte il veridico testimonio dell’antiche e moderne storie, delle pubbliche e private scritture di nostra città, quando mai altro non fosse, incontrastabile argomento ne sono (e il fanno anche patentissimo al senso) molte ragioni. La prima è, che non mai si vide essere a notizia d’alcuno de’ veri intelligenti, che avessero scorse molte parti del Mondo, che di quelli ultimi secoli, che precederono al 1300. si veggano in alcun luogo pitture d’altra maniera, che solamente Greca e Giottesca. La seconda, che quest’ultima si vegga poi per un intero secolo, quasi in ogni luogo continuata, conosce ognuno, che ha occhio erudito, che siccome ne’ primi albori del giorno non si scorge del tutto sbandita la notte, e nell’imbrunir della sera, che sia in tutto svanito il giorno, per la participazione degli estremi; così esser verissimo, che il modo del fare di Cimabue e di Giotto, co’ loro estremi, dico di cominciamento e di fine, fanno conoscere per indubitata tal verità; perché e’ si scorge, che la maniera di Cimabue, con esser di gran lunga migliore di quella de’ moderni Greci, contuttociò partecipa tanto di quel fare, e tanto se gli assomiglia, quanto basta per far conoscere ch’ella ebbe da quella il suo principio. Similmente la maniera di Giotto, con quella di Cimabue, e le maniere di coloro, che vennero dopo la Giottesca maniera, anch’elleno per qualche tempo ritennero tanto quanto di quella dello stesso Giotto. Siccome abbiamo veduto, non tanto nelle pitture, quanto nelle sculture de’ più celebri artefici, che furono nel secolo del 1400. fra le quali non hanno l’ultimo luogo le prime opere di Lorenzo Ghiberti, e di più altri celebri Pittori e Scultori di quella età; finché poi coll’imitazione del vero, e del modo d’operare di coloro, che a passo a passo sono andati aggiugnendo a queste arti alcun miglioramento, son poi pervenuti gli artefici al sommo d’ogni perfezione. Supposta dunque questa verità, non ha dubbio alcuno, che tal miglioramento, o immediatamente per mezzo de’ proprj discepoli di Giotto, o de’ discepoli degli stessi, o fuor d’Italia o nell’Italia medesima, sia stato agli Oltramontani comunicato. Mentre abbiamo per certo, che non mai del tutto in alcuna principal Provincia sia mancata quest’arte, come altrove dicemmo. Non è già potuto riuscire a me ne’ presenti tempi, ciò che più di cento anni addietro, quando erano più fresche le memorie, non potè venir fatto al curiosissimo investigatore delle notizie degli artefici Giorgio Vasari, né tampoco al diligente Carlo Vanmander, pittor Fiammingo, circa 80. anni sono, di rintracciare, chi degli Oltramontani, dalle parti di Germania e Fiandra venisse in Italia, ad apprendere tal miglioramento nell’arte da’ derivati da Giotto: o quale di questi si portasse ad insegnarlo in quelle parti. Disse però assai apertamente il nominato Vanmander nella sua storia, scritta in quel suo natìo idioma, laddove parla di Cimabue, queste parole: Quando l’Italia era travagliata dalle guerre, non solo mancarono le pitture, ma gli stessi pittori. Per fortuna nacque l’anno 1240. per far risorgere la pittura, uno chiamato Giovanni, cognominato Cimabue, Fiorentino ec. e finalmente dice in più luoghi, che il modo di dipignere con gomma e uova ne’ Paesi Bassi venne d’Italia, per aver tal modo avuto suo principio in Firenze l’anno 1250. Quindi è, che, quantunque io non possa accertare chi fosse il maestro di questi due Oltramontani Pittori, de i quali ora intendo dar notizia, noi possiamo dire, che fossero i primi, che tal miglioramento prendessero. Io non dubito contuttociò d’affermare sopra tali fondamenti, che siccome ad ogni nazione potettero trapassare gli artefici Italiani, a portar questo nuovo abbellimento, di cui il Mondo fu sempremai sì curioso. O d’ogni nazione poterono venire uomini in Italia per quello prendere da’ nostri artefici; così fu facil cosa agl’ingegni elevati, e dell’arte studiosi, in ogni parte, dopo aver quello appreso, andar sempre più migliorando il modo dell’operare, facendosi una maniera secondo il proprio gusto, ma diversa da quella dell’altre lontane nazioni, siccome hanno mostrato per più secoli l’opere di essi Oltramontani. Furono dunque nella Fiandra poco avanti al 1400. all’ora appunto, che i seguaci di Giotto avevano sommamente dilatata l’arte della Pittura, molto stimati i due fratelli, Giovanni Eych, e Uberto Eych di Maeseych: il primo de’ quali fu il ritrovatore del modo di colorire a olio, di cui disse alcuna cosa Giorgio Vasari, nella vita d’Antonello da Messina, chiamandolo Giovanni da Bruggia. Ma perché quest’autore non solamente ne disse poco, ma anche scambiò i tempi, ne’ quali egli fiorì nell’operar suo, ponendolo molti anni dopo il suo vero tempo, io sono ora per portarne, quanto il nominato Vanmander Fiammingo, in sua lingua ne scrisse l’anno 1604. con tutto quel più, che d’altronde io ne ho potuto di più certo ricavare. Fu Giovanni nella sua gioventù versato nelle lettere, di prontissimo e nobile ingegno, e da natura grandemente inclinato all’arte della pittura: quale poi si mise a imparare da Uberto suo maggior fratello, che pure fu bravo e artificioso pittore; ma da chi questi imparasse è al tutto ignoto. Fu il natale d’Uberto, per quanto il citato autore scrisse averne potuto congetturare, circa al 1366. e di Giovanni qualche anno dopo. Non si sa che il Padre loro fosse pittore; ma sì bene, che i loro antenati e tutta quella casa fosse dotata d’ingegno non ordinario: ed ebbero una sorella maritata, la quale anch’essa esercitò l’arte della Pittura. Questi due fratelli fecero molte opere a tempera con colla e chiara d’uovo; perché allora non avevano in quelle parti altro modo di lavorare, che quello venuto loro d’Italia, non essendovi la maestranza di lavorare a fresco.

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Fioriva del 1500. Nacque questo artefice nella Fiandra, di parenti, che pure erano Fiamminghi, e non si è potuto ritrovare chi fosse il di lui maestro nell’arte. Questo è ben certo, che egli per attestazione, che ne fa il buon Pittor Fiammingo Carlo Vanmander, è uno di coloro, a’ quali debbono molto quelle parti, per aver colle sue ingegnose invenzioni arricchiti que’ paesi, e l’arte medesima migliorata assai da quel ch’ella era nel principio dell’operar suo. Fattura delle sue mani in Bruselles furono quattro quadri, a’ quali fu dato luogo nel Palazzo del Consiglio grande. In essi aveva egli figurato quattro egregie azioni di Giustizia: in uno la storia di Zaleuco, Legislatore de’ Locresi nella Grecia magna, oggi Calabria, che volendo gastigare il proprio figliuolo, caduto in adulterio, colla pena destinata a tal misfatto dalla Legge, che era di doversegli cavare gli occhi, e trovando resistenza nel Senato, che a verun patto non voleva, che nella persona del giovane figliuolo di lui, si eseguisse tal rigore; finalmente per fare alla Giustizia il suo dovere, volle, che un occhio a sé, ed uno al figliuolo fosse cavato: nell’altro la storia di Erchenbaldo di Purban, uomo illustre e potente, da alcuni qualificato col titolo di Conte. Costui ebbe un tale amor di Giustizia, che senza riguardare a persona, gastigò sempre con ogni maggior severità i gran misfatti. Occorse una volta, che trovandosi egli infermo, con pericolo di morte, un de’ suoi nipoti di sorella, ardì di violare la castità di alcune dame; il che avendo egli saputo, fecelo di subito carcerare, e quindi fulminando contro di lui sentenza di morte, ne ordinò l’esecuzione. Coloro a cui fu un tale ordine imposto, compatendo alla gioventù del misero figliuolo, l’avvertirono di allontanarsi da quel paese, e lasciaronlo in libertà, facendo credere all’infermo, che i comandi suoi fossero stati eseguiti; ma l’incauto giovane, dopo cinque giorni, persuadendosi che lo sdegno dello zio fosse passato, si portò alla camera di lui per visitarlo. L’infermo, all’arrivo così inaspettato del giovane, a principio dissimulò; quindi stendendo verso di lui le braccia, con parole cortesi, l’invitò ad avvicinarsegli: e gettategliele al collo, in atto di abbracciarlo, con una di esse lo strinse con gran forza, e coll’altra, con mano armata di coltello, gli trapassò la gola, lasciandolo morto, eseguendo da per sé stesso quella giustizia, che altri, contra il suo ordine aveva omessa. Tale spettacolo fu veduto dal popolo con orrore; ma non andò molto, che’l cielo stesso, con istupendo prodigio, canonizzò l’azione di Erchenbaldo, e andò il fatto in questa maniera. Aumentossi talmente il suo male, che fu necessario, che il vescovo del luogo gli amministrasse i Sagramenti. Nell’atto della confessione accusossi il Conte con estremo dolore de’ suoi peccati; ma dell’omicidio di suo nipote non faceva parola. Ciò osservando il Vescovo, l’avvertì, con ricordarli, che si dovesse accusare dell’eccesso, commesso poco anzi nella persona del suo nipote. Rispose il Conte non avere in ciò commesso alcuno errore, avendo fatta quell’azione per solo timor di Dio, e zelo di giustizia. Ma non appagandosi il Vescovo di tal discolpa, gli negò l’assoluzione, e seco si riportò il Sacro Viatico. Ma appena fu egli uscito di quella casa, che l’infermo lo fece tornare, e lo pregò di vedere se nella Pisside fosse l’Ostia consagrata. Apersela il Vescovo, e non vi trovò cosa alcuna. Ecco, disse allora l’infermo, che quello, che voi mi avete negato, da per sé stesso si è dato a me: e aprendo la bocca, mostrò la Sacra Ostia sopra la sua lingua: di che il Prelato rimase così stupito, che non solo approvò il sentimento di Erchenbaldo; ma pubblicò per tutto il mondo sì gran miracolo, che successe intorno all’anno 1220. Finalmente contenevano gli altri due quadri di Rogier due simili fatti, che ora io non istò a raccontare. Nel guardar che faceva talvolta quelle storie il dotto Lansonio, in tempo che egli in quella Sala stava scrivendo sopra la Pace di Gant, non poteva saziarsi di ammirarle e lodarle, e sovente prorompeva in queste parole: O maestro Rogier, che uomo sei stato tu? Di costui era in Lovanio, in una Chiesa, detta la Madonna di fuora, una Deposizione di Croce, dove egli aveva figurato due persone sopra due scale, in atto di calare il Corpo di Cristo, involto in un panno, fralle braccia di Giuseppe di Arimathia ed altri, che stavano abbasso, e cordialmente lo stringevano, mentre le Sante Donne scorgevansi in atto di gran dolore e di lagrime: e Maria Vergine svenuta, o rapita in estasi, era sostenuta da San Giovanni, che stava dopo di lei, in atto molto decoroso, dimostrando gran compassione. Questo quadro originale fu mandato al Re di Spagna: e nel viaggiare, sfondandosi la Nave, cadde nel mare; ma ritolto dalla furia dell’onde, fu portato a salvamento: e perch’egli era stato benissimo incassato, non ebbe da quel naufragio altra lesione, che qualche scollatura delle tavole, al che fu anche dato rimedio. In cambio dell’originale fu posta in quel luogo una bella copia, fattane per mano di Michel Coxiè. Fece anche questo Rogier un ritratto d’una Regina, del nome di cui non è restata notizia, la quale diedegli in ricompensa un’annua entrata di qualche considerazione; onde con questa e co’ gran premj, che e’ ricavava dalle sue pitture, diventò tanto ricco, che alla sua morte lasciò gran danari, i quali volle che servissero per sovvenimento de’ poveri. Morì questo artefice nell’Autunno dell’anno 1529. nel tempo, che tiranneggiava quelle parti una certa malattia, che si chiamava Morbo sudante, o male Inglese, il quale a gran migliaja di gente di ogni condizione e sesso tolse la vita. Il ritratto di Rogier fu dato alle stampe avanti al 1600. con intaglio di Th. Galle, sotto il quale furon notati i seguenti versi: Non tibi sit laudi, quod multa et pulcra, Rogere, Pinxisti, ut poterant tempora ferre tua: Digna tamen, nostro quicunque est tempore Pictor, Ad quæ, si sapiat, respicere usque velit. Testis picturæ, quæ Bruxellense Tribunal De recto Themidis cedere calle vetant. Quam tua, de partis pingendo, extrema voluntas Perpetua est inopum quod medicina fami. Illa reliquisti terris, jam proxima morti: Hæc monumenta polo non moritura micant.

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Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1494, morto 1533. Ne’ tempi, che nella città di Norimbergh e in tutta la Germania, già risplendeva il famoso Pittore, Scultore e Architetto Alberto Durer, e poco prima che egli incominciasse a dar fuori le maraviglie del suo artificioso bulino, nacque nella città di Leida l’eccellente pittore Luca: e ciò fu circa l’ultimo di Maggio o principio di Giugno del 1494. Suo padre si chiamò Huija Jacobsz, che in nostra lingua è lo stesso, che Ugo Jacobi, che fu anch’egli eccellente pittore. In questo fanciullo possiamo dire, che mostrasse la Natura il maggiore miracolo, che ella facesse giammai in alcun tempo vedere al mondo, in ciò che appartiene alla forza dell’inclinazione e del genio; perché avendo egli in puerizia atteso all’arte del disegno sotto gl’insegnamenti del padre, non prima fu giunto all’età di nove anni, che diede fuori graziosi intagli di sua mano, che andarono attorno senza la data del tempo, ma però fatti in quella sua tenera età: e come quegli, che non contento di quanto nell’arte apprese dal padre, desiderava di presto giugnere al più alto segno di eccellenza; si pose a studiare appresso di Cornelis Engelbrechtsen, del quale si è altrove parlato. Né è vero, per quanto ci avvisa Carlo Vanmander Fiammingo, quello, che disse il Vasari nelle poche righe, che egli scrisse di Luca, che egli per imparare bene l’arte, se ne uscisse della patria. Stavasi dunque il fanciullo in quella scuola, continuamente applicato a disegnare, consumando, non solo il giorno, ma le intere notti, senza mai pigliarsi altro trastullo o passatempo, che in cose di grande applicazione, appartenenti all’arte. Ma, come suole avvenire, che la Natura, benché troppo violentemente affaticata ne’ primi anni, talvolta pel vigore della gioventù, non dia in subito segni di molto risentirsene; ma coll’avanzarsi dell’età, e col crescere delle fatiche, in un tratto si dia per vinta; avvenne, che all’incauto Luca fossero brevi i giorni della vita, e che in que’ pochi non godesse egli sempre intera salute. Erano in quella sua tenera età le sue camerate mai sempre giovani di quel mestiere, Pittori, Intagliatori, Scrittori in vetro, e Orefici, co’ quali in altro non si tratteneva, che in istudiare e discorrere sopra le difficultà dell’arte. Di ciò era egli talvolta aspramente ripreso dalla madre, la quale per le soverchie fatiche, già lo vedeva correre a gran passi al totale disfacimento di sé stesso; ma non fu mai possibile il ritenerlo. Valevasi egli di ogni occasione, anche frivola, per mettersi a disegnare: e sempre faceva o mani o piedi, e quanto gli dava fra mano di più comodo, in ogni tempo e in ogni luogo. Or dipingeva a olio, ora a guazzo, ora in vetro, ora intagliava in rame, e in somma tutte l’ore del giorno, e bene spesso quelle della notte, erano a lui un’ora sola, destinata a una sola faccenda. Non fu prima arrivato all’età di dodici anni, che e’ dipinse in una tela a guazzo, una storia di Santo Uberto, che in quelle parti fu stimata cosa maravigliosa, e ne acquistò gran credito. Aveva egli fatto questo quadro pe’ Signori di Lochorst, i quali per rendere il fanciullo più animoso a operare, gli diedero tanti Fiorini d’oro, quanti anni egli aveva. A quattordici anni intagliò una storia, dove figurò Maometto, quando essendo ubriaco, ammazzò Sergio Monaco: e in essa pose la nota del tempo, che fu il 1508. Un anno dopo, cioè in età di 15 anni, intagliò molte cose; ma particolarmente per gli Scrittori, o vogliamo dire Pittori in vetro, fece otto pezzi della Passione di Gesù Cristo, cioè l’Orazione nell’Orto, la prigionia o cattura di esso nell’Orto, quando lo conducono ad Anna, la Flagellazione, la Coronazione, l'Ecce Homo, il Portar della Croce, la Crocifissione: e ancora una carta, dove figurò una tentazione di S. Antonio, al quale apparisce una bella donna: e tutti questi pezzi furono lodatissimi, perché erano bene ordinati con bizzarre invenzioni, prospettive, lontananze e paesi, e tanto delicatamente intagliati, che più non si può dire. Il medesimo anno intagliò la bella invenzione della Conversione di san Paolo, nella quale, come in ogni altra sua fattura, fece vedere gran diversità di ritratti, maestà di vestimenti e berretti, capelli, acconciature di femmine ed altri abbigliamenti all’antica, bellissimi, che son poi serviti di lume, anche agli stessi Pittori Italiani, per viepiù arricchire le opere loro: e molti colla dovuta cautela, ad effetto di coprire il virtuoso furto, se ne son serviti ne’ loro quadri. Nell’anno 1510 e della sua età il sedicesimo, intagliò la bella carta dell’Ecce Homo, con moltissime figure, nella quale superò sé stesso, particolarmente nella varietà delle arie delle teste e degli abiti, ne’ quali seppe far risplendere il suo bel concetto di far veder presenti a quello spettacolo diversi popoli e nazioni. Lo stesso anno intagliò il Contadino e la Contadina, la quale avendo munto le sue vacche, fa mostra di alzarsi, in che volle esprimere al vivo la stanchezza, che prova quella femmina nel rizzarsi da coccoloni, dopo essere stata lungamente a disagio in quel lavoro. Fece ancora l’Adamo ed Eva, i quali cacciati dal Terrestre Paradiso, malinconici e raminghi se ne vanno pel mondo. È Adamo coperto di una pelle, con una zappa in spalla, e porta il suo Caino sopra le braccia. Nello stesso tempo pure intagliò la femmina ignuda, che spulcia il cane, e molti altri bellissimi pezzi, de’ quali farò menzione a suo luogo, senza seguire l’ordine dei tempi, per non tediar il lettore; bastandomi l’averlo fatto fin qui, per mostrare, che Luca in età di sedici anni già aveva fatte opere meravigliose, e tali, che avevan messo in gran pensiero e gelosia lo stesso Alberto Duro, a cagione principalmente dell’aver Luca osservato ne’ propri intagli un certo modo di accordare così aggiustato, con un digradar di piani, e un tignere delle cose lontane, di tanta dolcezza, che a proporzione della lontananza, vanno dolcemente perdendosi di veduta, in quella guisa che fanno le cose naturali e vere; perfezione, alla quale Alberto stesso non era arrivato, benché per altro egli avesse miglior disegno di Luca. Onde il medesimo Alberto, a concorrenza di lui, si mise a dar fuori nuovi intagli, che furono i migliori, che e’ facesse mai: e perciò entrò fra di loro una tal virtuosa gara, che ogni volta che Alberto dava fuori intagliata una storia, subito Luca intagliava la medesima di altra propria invenzione.

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Dice il Vanmander che egli imparò anche l’arte d’intagliare in acquaforte: e che avutone i principj da un orefice, poi seguitò con un maestro, che intagliava i morioni a’ soldati, costume usato in quella età, e che con questa egli fece varj intagli. Volle anche intagliare in legno, e se ne veggono molte sue carte, maneggiate con gran franchezza. Non è possibile a raccontare, quanto Luca valesse nel dipignere in vetro, e le belle cose, che se ne son vedute di sua mano. Il virtuoso Pittore Goltzio, teneva in conto di preziosa gioja un vetro, dove Luca aveva dipinto il ballo delle donne, ch’esse fanno incontro a David, nel suo tornare colla testa di Golia, invenzione, che fu poi data alle stampe con intaglio di Gio. di Sanredam, quello stesso che intagliò il bellissimo ritratto del tante volte nominato Carlo Vanmander, e quasi tutte le opere del Goltzio. Pel nome, che correva dappertutto di sua virtù, fu questo grande artefice spesso visitato da’ più rinomati maestri di quelle provincie: e fino lo stesso Alberto Duro, per conoscerlo di persona, andollo a trovare a Leida; stette con lui qualche giorno, ne fece il ritratto, e volle che Luca gli facesse il suo, strignendo con esso grande amicizia. Era già pervenuto il nostro artefice all'età di trentatré anni, quando gli venne voglia di conoscere di presenza i maestri più singolari di Zelanda, Fiandra e Brabanza: e trovandosi molto ricco, si mise in viaggio con una nave, presa tutta per sé, dopo averla provveduta di ogni più desiderabile comodità. Giunto a Midelburgh, molto si rallegrò in vedere le opere dell’artificioso Pittore Gio. de Mabuse, che allora abitava in quella città, e vi aveva fatte molte cose; e volle a proprie spese banchettare esso ed altri Pittori di quella patria, con regia magnificenza. Lo stesso fece a Ghent, in Haerlem e in Anversa. Il nominato Gio. de Mabuse, volle in ogni luogo accompagnarlo. Andavano insieme per quelle città, il Mabuse vestito di panni d’oro, e Luca aveva semplicemente indosso un giustacuore di seta gialla di grossagrana: ed era cosa graziosa, che nell’arrivar che e’ facevano in qualche città, spargendosi la fama tra la minuta gente, ch’e’ fosse giunto il famoso artefice Luca d'Olanda, correva la plebe curiosa per vederlo: e nel camminar che facevano tutti e due insieme, a detta del popolo, toccava sempre al Mabuse, per avere indosso quel bel vestito, ad esser Luca: e Luca, che non era molto ajutato dalla presenza, e’l cui vestito non lustrava tanto quanto quello del Mabuse, rimaneva appresso di loro un non so chi. Or perché il povero Luca, che era di statura piccolo, di poca lena, e non avvezzo a’ disagi de’ viaggi, e, quel che è più, si trovava indebolito da’ grandi studi dell’arte, forse si affaticò troppo più in quel pellegrinaggio, di quel che le proprie forze comportavano; tornossene finalmente a casa con sì poca buona sanità, che da lì in poi, in sei anni, ch’e’ sopravvisse, non ebbe mai più bene, e per lo più non uscì di letto. Credette egli, e qualcun’altro con lui, che per invidia gli fosse stato dato il veleno, di che stette sempre con una tormentosa apprensione; contuttociò fu da ammirarsi, che tanto fosse in lui l’amore dell’arte, che non ostante il male, si era fatto accomodare sopra il letto tutti i suoi strumenti, in tal modo, che e’ potesse sempre intagliare o dipignere. Cresceva frattanto la malattia, e mancavano le forze, e già era divenuto sì debole, che i medici si erano persi d’animo, e non sapevan più, con che ajutare la mancante natura. Occorse finalmente un giorno, che egli conoscendo, che già si avvicinava il termine de’ suoi giorni, voltandosi agli astanti, disse loro, che desiderava ancora un’altra volta di veder l’aria, per di nuovo ammirare le opere d’Iddio: e tanto gl’importunò, che fu necessario, che una sua servente se lo pigliasse in braccio, e per un poco lo tenesse fuori all’aria. Giunta finalmente per Luca l’ora fatale, placidamente se ne morì, nell’età sua di trentanove anni, nel 1533. Fu l’ultimo suo intaglio e bellissimo, un piccol pezzo, dove aveva rappresentata una Pallade; e questo fu trovato sopra il suo letto quando morì. Lasciò di sua moglie una figliuola maritata, che nove giorni avanti la morte del padre, aveva partorito un figliuolo: e nel ricondurlo dal Battesimo, aveva domandato Luca, che nome fosse stato dato al nuovo bambino: al che una donna scioccherella aveva risposto: Ben sapete, che e’ s’è fatto per modo, che dopo di voi, resti un altro Luca di Leida; di che il povero Luca si era tanto turbato, che fu opinione, che se gli accelerasse alquanto la morte. Questo figliuolo, che fu di casa Demessen, riuscì ancor egli pittore ragionevole, e morì in Utreck l’anno 1604 in età di ventun’ anno. Un fratello di questo, pure anch’esso nipote di Luca, chiamato Giovanni de Hooys, nello stesso anno 1604 era Pittore del Re di Francia . E questo è quanto ho io potuto raccogliere di notizia, appartenente alla vita di questo grande artefice, Luca d’Olanda, la fama del cui valore vivrà eternamente.

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Fioriva nel 1515. Non è scarsa la comune Madre Natura in dispensar sovente le più belle doti dell’animo, anche a coloro, a cui toccò la misera sorte di nascere al mondo fra le oscurità de’ natali e fra le angustie della povertà; ma queste tali miserie per ordinario sono di troppo impedimento a’ loro fini: e quindi avviene, che tanti e tanti, che forniti di nobil genio, potrebbono avanzarsi nella perfezione di alcuna bella virtù, son forzati contuttociò a menar la vita loro fra le tenebre dell’ignoranza. Non è già questo in tutti mai sempre vero, perché trovasi alcuna volta taluno, che facendo gran forza a sé stesso, col molto faticare o soffrire, supera talmente tutte le difficultà, che gli oppone la miseria del suo natale, e la scarsezza del suo avere, che finalmente con grande onore si porta a quel segno, per cui la stessa fortuna l’abilitò. Questo appunto avvenne a Quintino Messis Pittore d’Anversa, il quale di un povero ferrajo, che egli era, arrivò ad essere uno de’ più celebri pittori, che avesse nel suo tempo la Fiandra. Nacque dunque Quintino nella città d’Anversa, di padre, come si crede, che faceva il mestiere del ferrajo, o vogliamo dire del fabbro. In questo stesso mestiere si esercitò egli fino all’età di venti, o come altri fu di parere, di trent’anni, alla quale tosto che fu pervenuto, fu assalito da una così grave infermità, che dopo avere in gran tempo e con grande stento, superato l’imminente pericolo della morte, rimase tanto consumato e debole di forze, ch’egli stimò non dovergli esser più possibile il ritornare alla gran fatica di maneggiare il ferro, che era la sua professione. Ma nientedimeno non potendo anche il suo spirito fermarsi a così grossi lavori, intraprese di coprire e di circondare di ferro un pozzo, che è vicino alla Chiesa maggiore d’Anversa, in cui fece apparire l’eccellenza del suo ingegno, per l’artificio e delicatezza della fattura; perché il ferro è così ben maneggiato, con una infinità di fogliami e d’ornamenti, che vi si veggono ancora, che fin da quel tempo giudicò il mondo avvantaggiosamente dell’Artefice, e conobbe, ch’egli era capace di altro impiego, che di quello, a cui egli s’applicava. Della stessa maniera fece un balaustro, che è a Lovanio: e forse avrebbe continovato in quel faticoso mestiero, se le proprie forze gliele avessero permesso. Il buon Quintino si affliggeva di ciò estremamente, non tanto pel danno proprio, quanto per la necessità e desiderio, ch’aveva d’alimentare co’ suoi sudori la propria madre, che era di cadente età, e molto si doleva con gli amici che lo visitavano: tra’ quali alcuno ve ne fu, che facendo reflessione, che appunto si avvicinava il Carnovale di quell’anno, nel quale era antica usanza in quella città, che coloro, che erano stati tocchi dalla lebbra, uscendo da uno spedale loro destinato, processionalmente se ne andassero con una candela di legno in mano, intagliata e ornata con varj ornamenti, dispensando a’ fanciulli per la strada alcune immaginette di Santi, stampate in legno, e miniate, sicché molte di queste immagini abbisognavano loro. Riflettendo, dico, a ciò uno de’ familiari di Quintino: e conoscendo il grande ingegno di lui, il consigliò, che dappoiché non poteva più faticar col martello, e’ si dovesse per l’avvenire applicare a quella sorta di lavoro di miniare que’ santini. Piacque a Quintino il consiglio: e non prima ebbe il suo male ceduto alquanto, ch’e’ si mise ad operare: e così bene gli riuscì, e con tanto suo genio, che in breve tempo s’accese di desiderio di passare alquanto più là: e datosi di proposito allo studio del disegno e della pittura, non andò molto, ch’egli cominciò ad operare bene, e poi meglio, e poi presto presto fecesi un valentuomo nell’arte. Che ciò fosse vero, l’attesta molto francamente Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che in suo idioma scrisse di lui: e vi aggiugne una bella circostanza, la quale, forse più che la necessità del guadagno, spinse Quintino a mettersi alle gran fatiche, che e’ fece poi, per divenir’ eccellente in quel mestiero. Dice egli, che’l giovane, uscito del male, e datosi a miniare que’ santini, forse non abbandonando pell’affetto il mestiere del Fabbro, cominciò a vagheggiare una bella fanciulla, con animo di pigliarla per moglie. Ma forte gli strigneva il cuore la concorrenza, che avevano i suoi amori d’un altro giovane, che esercitava l’arte della pittura: all’incontro, la fanciulla, che molto più amava Quintino, che il Pittore, avrebbe pur voluto, che’l Pittore fosse stato Fabbro, ed il Fabbro Pittore, come quella; che essendo per avventura civilmente nata, aveva molta antipatia con quel mestiere tanto vile e basso. Una volta per parlar ch’ella fece domesticamente con Quintino, si dichiarò con esso, che allora ella avrebbe voluto essere sua moglie, quando di fabbro, ch’egli era, e’ fosse diventato un pittor valoroso; onde il povero giovane, forte intimorito, subito lasciata l’incudine e’l martello, si mise a far fatiche sì grandi nel disegnare, e nel dipignere, studiando giorno e notte, che in breve fece il profitto, che detto abbiamo. Questo successo venuto in tempo a notizia del celebre Poeta Lansonio , fu da lui cantato con alcuni spiritosi e dotti versi in quell’idioma Fiammingo.

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Fioriva del 1520. Ne’ tempi che la città d’Anversa fioriva per molte ricchezze pel gran negoziare, che vi facevano i mercanti di ogni nazione, che era circa al 1515 entrò in quella Compagnia de’ Pittori un tal Giovacchimo Patenier, che aveva una maniera di far paesi molto finita e bella. Conduceva gli alberi con certi tocchetti, come se fossero stati miniati, aggiugnendovi bellissime figurine; tantoché i suoi Paesi, non solo erano stimati molto in quella città, ma ancora erano trasportati in diverse provincie. Si racconta di un tale Hendrick Metdebles, che in nostra lingua vuol dire Enrigo colla macchia, ancora egli pittore di paesi, in sulla maniera dello stesso Giovacchimo, che fu solito in tutti i suoi paesi dipignere una civetta. Ma questo nostro Giovacchimo ebbe un certo suo sordido costume, quale io qui non racconterei, s’io non credessi, che’l saperlo, potesse apportar qualche facilità maggiore a conoscere le sue opere da quelle d’altri: e se ancora Carlo Vanmander, Pittor Fiammingo, che fa menzione di quest’artefice, nel suo libro scritto in quell’idioma, non avesse ciò raccontato. Dipigneva egli dunque in ogni suo paese, niuno eccettuato, un uomo, in atto di sodisfare a’ corporali bisogni della natura: e alcune volte situavalo in prima veduta, ed altre volte con più strano capriccio, lo faceva in luogo tanto riposto, ch’e’ bisognava lungamente cercarlo, e in fine sempre vi si trovava tal figura. Fu costui molto dedito al bere, ed era suo più ordinario trattenimento la taverna, dove prodigamente, e senz’alcun ritegno, spendeva i suoi gran guadagni, fino al rimanersi senza un quattrino: ed allora solamente, forzato da necessità, faceva ritorno a’ pennelli. Aveva un discepolo, che si chiamava Francesco Mostardo, Pittore d’incendi stimatissimo, al quale convenne aver con lui una gran pazienza, perché e’ non fu quasi mai volta, che Giovacchimo tornasse dall’osteria alterato dal vino, che non lo cacciasse fuor di bottega; ma egli, che desiderava di approfittarsi, tutto dissimulava. Alberto Duro fece così grande stima dei paesi di Giovacchimo, e del suo valore in quella sorte di lavoro, che una volta si mise a fare il suo ritratto sopra una lavagna, con uno stile di stagno, e riuscì tanto bello, che e’ fu poi da Cornelio Coort di Hoorn, città delle sette provincie, intagliato in rame, sotto il quale scrisse alcuni versi composti da Lansonio. Molte opere di Giovacchimo furon portate a Midelburgh, che poi l'anno 1604 si vedevano in casa di Melchior Wyntgis, Maestro della Zecca di Zeilanda. Fra queste era un quadro di una battaglia, tanto finito, che ogni più squisita miniatura ne perdeva. Fu anche il ritratto di Giovacchimo dato alle stampe poco avanti a detto anno, con intaglio di Tommaso Galle, e sotto co’ seguenti versi, composti dal nominato Lansonio: Has inter omnes nulla quod vivacius Joachime, imago cernitur Expressa, quam vultus tui: non hinc modo Factum est quod illam Curtii In aere dextra incidit, alteram sibi Quae nunc timet nunc aemulam. Sed quod tuam Durerus admirans manum, Dum rara pingis, et casas, Olim exaravit in palimpsesto tuos Vultus ahena cuspide: Quas aemulatus lineas se Curtius, Nedum praeivit caeteros.

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Di questo artefice era nella corte del Principe, nella gran Sala, una tavola della Natività di Cristo, ed una della Visitazione de’ Magi, dov’egli aveva fatti moltissimi ritratti, e fra questi il suo proprio: e di fuori la Nunziata, e nella figura dell’Angelo, sopra la veste di sotto, aveva lavorato in suo ajuto un certo Jacob Rawuaert, che allora era suo discepolo, come egli medesimo raccontò a Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che tali cose ci lasciò scritto. Nella Chiesa vecchia d’Amsterdam erano di sua mano due sportelli doppj, dov’era dipinta la Passione e la Resurrezione di Cristo. La tavola di mezzo rappresentava un Crocifisso, e fu opera di Schoorel. Nella città d’Alcmaer era l’anno 1604 di mano di Martino una tavola dell’Altar maggiore della Cattedrale, dentro la quale era il Crocifisso, e negli sportelli, nella parte di dentro, la Passione, nel di fuori la storia di San Lorenzo. In Delft erano ancora molte sue opere nella Chiesa vecchia e nuova: nella Chiesa di S. Aech, era una tavola d’Altare de’ tre Magi, nella parte di mezzo della quale aveva dipinto uno de’ Re, e ne’ due sportelli gli altri due: nel di fuori aveva figurata la storia del Serpente a chiaroscuro. Di quest’opera ebbe egli per pagamento un’annua entrata di cento fiorini; perché, come quello che era uomo timoroso, e sempre ebbe paura (come noi sogliamo dire) che non gli mancasse il terreno sotto, si studiò sempre di farsi entrate per durante la sua vita. Nel Villaggio di Eertswout nella Horthollandia, all’Altar maggiore, era una tavola ornata d’intaglio, con due sportelli doppj dentro era la Vita di Gesù Cristo, e di fuori la Vita di San Bonifazio. A Medemblick era ancora di sua mano una tavola alla Altar maggiore. Pel Signore d’Arsendelft fece due sportelli da altare, in uno la Resurrezione, e nell’altro la salita del Signore al Cielo. Nell’Haya, città, dove abitava il Principe d’Oranges, nella Chiesa grande, in una Cappella del Signore Arsendelft, fece moltissime opere con molti ritratti al naturale: e fra quelle l’Universal Giudizio, con gli altri Novissimi, cioè la Morte, l’Inferno e’l Paradiso, con gran copia d’ignudi. Nelle quali opere si fece ajutare al nominato Jacob Rawuaert suo discepolo, al quale diede per mercede, contando, tante doble, finché il pittore disse, basta. Ebbe Paurxe Kempenaer, e poi Melchior Wyntgs, un quadro lungo, dove aveva rappresentato un Baccanale, che si vede alla stampa, e fu una delle migliori opere, ch’ei facesse dopo il suo ritorno da Roma. Appresso Aernort di Berensteyn, era un bel Paese, con una lontananza, dove si vedeva San Cristofano. E veramente fu quest’artefice universale, e operò bene in ogni cosa; intendeva bene l’ignudo: e fu sì buono inventore, che si può dire, in certo modo, che egli empiesse il mondo di sue invenzioni: e mostrano le opere sue, non essergli mancata ancora una buona pratica nelle cose d’architettura. Non è così facile a raccontare la gran quantità di stampe, che sono uscite dalle sue opere, intagliate da Dirick Volckersz Coornhert: e sopra queste lo stesso Dirick si fece valentuomo, perché operò co’ precetti e assistenza del stesso Martino, benché Martino da per sé stesso non intagliasse. Questo Dirick fu uomo spiritosissimo, e faceva di sua mano quanto e’ voleva. Fra l’altre cose, che egli intagliò, furono le storie de’ fatti dello ‘mperadore; ma quella, dove il Re fu fatto prigione, fu intagliata da Cornelio Bos, alcun tempo dopo il suo ritorno di Roma. Ma tornando a Martino, egli prese per moglie una bellissima fanciulletta, chiamata Maria Jacobs Coning Docater, che vuol dire, Maria di Jacopo figliuolo di Re: e per onorare questo matrimonio, i Rettori di quella patria, recitarono, nel giorno delle nozze, una bellissima commedia, ma dopo diciotto mesi questa giovane si morì. Tre o quattro anni dipoi l’Hemscherck dipinse gli sportelli della tavola, che era nella casa del Principe in Haerlem, dove rappresentò la strage degl’Innocenti. Dipoi prese un’altra moglie attempata, non bella, né d’assai, ma molto ricca di roba e danari, benché più abbondante di voglie, a cagion delle quali convenne a Martino far molte spese. Pervenne questo buono artefice all’età di sessantasei anni: e finalmente l’anno 1574 al primo di Ottobre lasciò la presente vita, dopo essere stato ventidue anni Operajo della Chiesa d’Haerlem: e nel tempo che la città fu assediata dagli Spagnuoli, erasi, con licenza del Consiglio, trattenuto in Amsterdam, in casa un tale Jacob Rawuaert. Fu il suo cadavero sepolto nella Chiesa Cattedrale in una Cappella dalla parte di Tramontana. Aveva egli in sua vita fatto buona ricchezza, per aver guadagnato assai, e non avere avuto figliuoli; onde prima di morire fece bellissime limosine, e lasciò alcuni terreni, le rendite de’ quali volle, che dovessero servire per annue doti di fanciulle da maritarsi, con che quelle dovessero andare a fare alcune nuziali cirimonie nella Chiesa, dov’egli fosse sepolto, il che fu eseguito. A Hemskerk, sul cimitero, sopra il luogo dov’era stato sotterrato il padre suo, morto in età di settant’anni, ordinò, che si ponesse una piramide, fatta a foggia di sepolcro, di pietra turchina, sopra la quale fosse il ritratto dello stesso suo padre, con una iscrizione in Latino e in Fiammingo idioma. Eravi un puttino ritto sopra alcune ossa di morto, in atto di appoggiare il sinistro piede ad una torcia accesa, ed il destro ad una testa di morto, con una iscrizione che diceva, COGITA MORI. Sopra questo era l’arme sua, cioè una mezz’Aquila da man destra, e dalla sinistra un Lione, e per di sotto a traverso, un Braccio nudo, con una penna o pennello nella mano. Nella parte superiore del braccio era un’alia, ed il gomito posava sopra ad una tartaruga; con che volle forse esprimere il pittore l’avviso d’Apelle, di non dovere l’artefice essere o troppo lento o troppo veloce nell’operare suo; e perché e’ volle che sempre vivesse questa memoria di suo padre, obbligò al mantenimento di essa il medesimo luogo, al quale egli aveva lasciati i terreni, sottopena di dovergli restituire ogni qualvolta e’ fosse mancato nella dovuta custodia di esso. Fu Martino, come abbiamo detto, uomo timorosissimo, e per paura di non perdere quanto aveva, o fosse per incendio o per furto o per altra cagione, usò di tener sempre cucito ne’ suoi vestiti gran quantità di doble. Dalla stessa causa addiveniva, che egli nel tempo della Festa maggiore della sua patria, per la quale usavansi fare grandissime sparate, per desiderio di vederle, e non esser colpito, se ne andava in cima alla torre. Fu anche valentissimo in disegnar di penna. Restarono due ritratti di lui medesimo, fatti a olio, che l’anno 1604 conservava Jaques Vanderherck suo nipote, ma grandissima quantità di sue belle opere, dopo la resa d’Haerlem, furono prese dagli Spagnuoli, con pretesto di volerle comprare, e mandare in Ispagna: ed altre in quella resa, furono del tutto rovinate e guaste, dimodoché può dirsi, che la Fiandra in poco tempo ne rimanesse del tutto spogliata.

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Fioriva nel 1550. In questi tempi fiorì Carel d’Yper, il quale nella stessa città operò molto in tavole da altari, soffitte di case, e altre cose fece pe’ Conventi a fresco. Era di mano costui in Tornay un quadro a chiaroscuro d’una Conversione di San Paolo, e d’una Resurrezione a olio, che, per testimonio di Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, era degna di molta lode. Similmente in un villaggio, chiamato Hooglede, vicino a Boesselaer, in una Chiesa, era un Giudizio universale a olio, fatto coll’ajuto di Claes Snellaert suo discepolo, che fu assai valente in dipignere architetture e spartimenti, che morì a Tornay l’anno 1602 in età di sessant’anni. Si son veduti disegni di Carlo in sulla maniera del Tintoretto: e fra questi il citato Vanmander fa menzione d’uno bellissimo, fatto colla penna, dov’era nostro Signore in gloria, e abbasso i quattro Evangelisti. In Gant era di sua mano una Natività del Signore. Fu questo artefice stimato il migliore di sua patria, come quegli, che aveva fatti studj in Italia, ed altre provincie; ma fu di natura così iracondo, che pochi potevan trattare con esso lui: ed i suoi discepoli, de’ quali uno fu Pieter Ulerick di Cortray, del quale abbiamo parlato, ancor essi erano forzati tosto a lasciarlo. Deliberò poi di andarsene a Tornai, dove fu ricevuto con grande accoglienza da’ Professori, quali l’invitavano spesso a desinare, ed altre dimostrazioni di cortesia gli facevano. Occorse un giorno, che nell’esser’ egli a desinare con alcuni di loro, fu mosso un discorso sopra le loro donne e figliuoli. Uno di questi s’impegnò a dire, che Carlo aveva una bella donna, ma che non ne aveva figliuoli; al che soggiunse un altro: Carlo tu non meriti di vivere fra gli uomini, per avere una sì bella donna, e non saper far figliuoli. Queste furon per Carlo male parole, perché come uomo di forte apprensio, e molto fisso, cominciando a pensarvi sopra, diede in tal malinconia, che e’ non fu poi più modo, che si potesse rallegrare. Poco appresso, un giorno dopo desinare, nell’andare egli a spasso fuori di Cortray vicino ad un fiume, che passa per la medesima città, disse di voler toccare il fondo di quel fiume. Credettero i compagni, ch’e’ si volesse andare a bagnare, perché faceva gran caldo. Ma ciò che seguì dipoi la medesima sera, fece conoscere, che Carlo raggirava pel suo cervello altri pensieri, che di fuggire il caldo della stagione; perchè nel trovarsi, ch’ei fece co’ medesimi a cena all’osteria (dove si trattenne sempre con segni d’una profonda tristezza) essendo da uno de’ compagni fatto un brindisi, domandogli se e’ voleva rispondergli con bianco o rosso, l’infelice Carlo con un coltello, che teneva in mano sotto la tavola, si diede una ferita nel petto, facendo correre il sangue sopra la medesima tavola, e disse: Ecco il rosso. Furongli subito attorno, spaventati, tutti i compagni per soccorrerlo; ma egli non facendo altro, che ridir le parole: Io non son degno di vivere, con esse in bocca si venne meno. Allora temendo tutti del caso della sua morte, per paura di non cadere insieme con esso nelle mani della Giustizia, si partirono di quel luogo, e lo menarono seco in un Convento, chiamato Groeninge: quivi cercarono di ristorarlo e consolarlo, giacché per essere il colpo andato a ferire una costola, non dava per allora la ferita segno evidente d’esser mortale; tantoché Carlo si rinvenne alquanto, e domandava a’ compagni, che cosa avesse fatto: quindi chiesta carta da disegnare cominciò a rappresentare un Inferno, e intanto forte gridava: Io son dannato. Quelli, che lo custodivano (fra’ quali era Olivier Bard Pittore di Bruges, con altri) avevano molto da fare a tenerlo, finchè, coll’aprirsi e serrarsi ad ogni poco la ferita, a cagione della sua grande inquietudine, egli s’aggravò di tanto male, che in brevi giorni miserabilmente si morì l’anno 1564. Dissesi allora, che costui avesse in Roma, o in altro luogo d’Italia, un’altra moglie: e che ciò gli fosse avvenuto per giusto gastigo del cielo, per aver’egli così bruttamente contro le Umane e Divine Leggi, abusato il primo Matrimonio. Nel che ci rimettiamo a ciò, che fosse in verità. Il suo cadavero fu sepolto nello stesso Convento di sopra mentovato di Groeninge.

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Discepolo di Francesco Floris, fioriva nel 1570. Nacque questo Pittore in Anversa, di Francesco Floris, Pittore celebratissimo in quelle parti, il quale, come abbiamo nelle Notizie della vita di lui accennato, operò con tanto valore, che fu chiamato il Raffaello della Fiandra. Quegli però, del quale ora parliamo, che è Francesco suo figliuolo, che stette a Roma; e poi tornatosene in patria, operò con assai minor lode di quello, che il padre fatto aveva; merita contuttociò, che sia fatta alcuna memoria di lui, come quegli, che ebbe questa fortuna, forse sopra ogni altro pittore de’ suoi tempi, che dalla sua scuola uscissero moltissimi pittori di gran nome, che si sparsero poi per l’Europa, e fecero grandi opere. Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che scrisse in suo idioma, racconta avere avuto alcune volte discorso con un discepolo di questo pittore, che si chiamò Francesco Menton di Alckmaer: e gli domandò della cagione, perché un maestro di non eccedente abilità, avesse potuto fare sì grand’ uomini nella sua scuola; ciocché appena addiviene a quelli di primo grido: al che rispose Francesco: La cagione, dico, essere stata, perché il Floris avendo da fare continuamente grandissimi lavori, disegnato ch’egli aveva il suo pensiero, lasciava poi fare a loro; ordinando ad essi, che si valessero delle tali e tali arie di teste, con che i giovani prendevano ardire, e tanto s’industriavano, che conducevano le cose bene, e si facevano pratici nell’arte. Dice ancora lo stesso Vanmander, che discorrendo col medesimo Menton, fecero il conto di quanti scolari erano usciti dalla sua scuola, e per quello, che allora sovvenne loro, ne contarono fino al numero di centoventi. Uno di questi fu un vecchio di Ghaent, chiamato Beniamyn di Ghaent, che nacque nel 1520 e ancor viveva del 1604 e fu nel suo tempo un gran coloritore, siccome mostrava una storia sopra la testata dell’Organo nella Chiesa di San Giovanni di Ghaent, la quale egli dipinse con disegno di Luca de Heere: e quest’artefice fece ancora molti ritratti dal naturale. Similmente fu suo discepolo Crispiaen Vanden Broecke d’Anversa, che fu ancora egli grande inventore, pratico nell’ignudo, e buonissimo architetto, le opere del quale si vedevano in più luoghi appresso gli amatori dell’arte, e morì poi in Olanda. Fu anche suo discepolo un certo Jooris di Ghaent, che fu Pittore del Re di Spagna, e dipoi della Regina di Francia: Marten e Hendrick di Cleef, Lucas de Heere, Antonis Blocklandt, Thomas di Zirieckzee, Simone d’Amsterdam, Isaac Claesten Cloeck, inventore e Pittore di Leiden, Fransoys Menton d’Alckmaer soprannominato, che fu gran maestro, buon disegnatore e Intagliatore in rame, e faceva bene i ritratti al naturale: e questi pure fece grandi allievi. Jeorge Boba, buon pittore e inventore: l’eccellentissimo Francesco Purbus di Bruges: Jeron Francken di Herentals, che del 1604 abitava ancora in Parigi ne’ Borghi di San Germano, e fu un gran maestro, e ritrasse bene al naturale: un fratello del medesimo, cioè Frans Francken, ancora esso gran pittore, che entrò nell’Accademia d’Anversa l’anno 1561 e morì in giovanile età: Ambrosius Francken, il terzo fratello, che in Anversa nell’ordinare le sue figure fu eccellente: Joos de Beer d’Utreckt, il quale abitava appresso il Provinciale del Vescovo di Tornai, e morì in Utreckt: Hans de Majer di Herentals: Apert Francen di Delft, che non fece gran cose, ma fu buono ordinatore di figure, dipinse Baccanali, de’ quali faceva assai copie, e anche colorì al naturale: Loys di Bruselles, buon Pittore e sonator d’Arpe e di chitarra: Thomas di Cocklen: un Mutolo di Nimega: Hans Daelmans d’Anversa: Evert d’Amersfoort: Herman Vandermas, nato in Briel, che l’anno 1604 abitava in Delft. Questi dopo la morte del Floris andò a stare appresso Frans Francken, dove copiò il ritratto d’un Cavaliere di Croce bianca, di mano del Floris, in atto di tenere una mano sopra essa croce: sopra la quale Evert dipinse un ragnatelo colle gambe lunghe, e col suo sbattimento, e stava tuttavia operando. Arrivò il maestro, e veduto quell’animale, disse al giovane: Vedi quanto sono stimate le tue fatiche, che infine i ragnateli ti vengono a sporcare il lavoro: e col cappello fece gesto di cacciarlo via; vedendo poi, ch’egli era dipinto, si vergognò, e disse al giovine, che non lo cancellasse, ma lo lasciasse stare così: di che il giovane molto si gloriava, parendogli d’avere ingannato il proprio maestro. Fu anche scolaro del Floris Herman Vandermast, che partì alla volta di Parigi, dove stette due anni appresso l’Arcivescovo di Bourges, e vi dipinse un San Bastiano. Nello stesso quadro ritrasse una mula, e gran quantità d’erbe al naturale, delle quali alcune si vedevano essere state pestate co’ piedi, e molte furono conosciute dal Medico del Re pe’ nomi loro: a cagione della quale opera Ermanno fu domandato al Vescovo dallo stesso Re. Andò poi ad abitare da Monsieur de La Queste, Cavaliere dell’Ordine, Presidente e Procuratore Generale di quella Maestà, dove gli furono fatte gran carezze. Stettevi sette anni, quattro de’ quali in carica di Scudiere della moglie del suo padrone, che era una Dama della Regina, di quelle che là chiamavano Figlie della Regina: e andava per tutto in carrozza della medesima. Un giorno nell’andar egli alla Corte con quella Dama, in tempo di Carnovale mascherato, la Regina Madre, che molto amava la Dama e la virtù del Pittore, volendo onorarlo con grado di nobiltà, gli donò una Spada, la quale volle, che portasse sempre. Ciò fece la Regina mentre egli era mascherato; perché essendole stato chiesto da altri quell’onore, per non dare ad alcuno gelosia, volle mostrare d’aver data la spada al primo Cavaliere, che se le fosse presentato davanti in quell’allegria. Ma questa nuova onorevolezza del pittore fece sì, che egli affezionatosi alla Corte, perdè l’affetto al dipignere, e non tirò più avanti; che per altro sarebbe riuscito un gran maestro. Damiaen Vandergaude fu anch’egli discepolo del Floris, e fu fatto Arciero del Re, una Guardia nobilissima, che guarda la persona di quella Maestà, di grandissima rendita: carriera, che per lo più usavan cavare da’ Soldati riformati. Uscirono ancora dalla scuola di Francesco, Hieroon Vanvissenack, Steven Croonemorg di Hage, e Dirck Vanderlaen d’Haerlem, il quale fu bravo nelle cose piccole: per avanti aveva avuta scuola da Marten di Clevia: e andatosene in Ispagna, molto vi crebbe in valore e in fama.

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Fioriva nel 1570. Del mese di Dicembre dell’anno 1534 di molto onorata famiglia, nella città di Malines, nacque Hans Bol. Appena giunto all’età di quattordici anni, stimolato dal genio, si mise ad imparar l’arte del disegno appresso un ordinario maestro della sua patria. Stette con esso due anni, dopo i quali volle fare un viaggio a Heydelborg; e consumati altri due anni, fu di ritorno a Malines, dove non prese altri maestri; ma da per sé stesso andava disegnando e rappresentando belle vedute di paesi, con che s’acquistò una bella e molto allegra maniera. In Ghaent, in casa di Gio. Vanmander, cugino di Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che queste cose nel suo linguaggio ci lasciò scritto, era di mano di Hans Bol una gran tela a guazzo, nella quale egli aveva rappresentato la favola di Dedalo e Icaro, volanti per aria: dove si vedeva sorgere un masso in mezzo all’acque, in cui era una grotta, e sopra al masso figurato un bel castello, con diversi alberi; e il tutto faceva riflesso nell’acqua, con tanta naturalezza e verità, che più non si poteva fare: vedevansi anche galleggiare sopra le acque le penne, che andavano cadendo dall’ali disfatte dell’infelice Icaro. Nella prima veduta di questo vaghissimo paese era un pastore co’ suoi armenti, ed un contadino, che arava un campo, condotto molto artificiosamente. Altri molti e belli paesi fece egli nella sua patria, dove le opere sue furono assai stimate, e da’ mercanti cercate e pagate a gran prezzi. Occorse poi l’anno 1572 che quella città fu saccheggiata dagli’Imperiali, e a lui toccò perdere ogni suo avere; onde se ne fuggì ad Anversa quasi ignudo: ricco però della sua virtù, a cagione della quale vi fu onoratamente ricevuto da un tal Van Belle e Antonis Covureur, che lo rivestirono, e gli fecero molte carezze. In questa città fece egli un libro di diversi pesci ed altri animali al naturale, che il Vanmander afferma fosse cosa meravigliosa; ma gli convenne abbandonare il dipinger paesi in tela, per essersi accorto, che i paesani di quella città gli compravano e copiavano, e le copie vendevano per sue. In quel cambio si mise a fare paesi con istorie, nelle quali gli parve esser più sicuro da simile inganno. Avvicinandosi l’anno 1584 per levarsi dall’imminente pericolo de’ tumulti, lasciata Anversa, se n’andò a Berghen-opsoom, e di là a Dort, dove due anni si trattenne; quindi se ne passò a Delft, e di lì ad Amsterdam, dove dipinse la città dalla parte di mare colla gran copia delle sue navi, ed anche dalla parte di terra, con bellissime vedute di villaggi: e fece molte altre opere, colle quali guadagnò gran danari. Appresso di Jaques Razet era un Crocifisso grande, con gran copia di figure e cavalli in un bellissimo paese, opera di ricca invenzione e diligentemente finita. E in somma le pitture di quest’artefice vi furono in tanto credito, che del continuo si vedevano uscir fuori in stampa. Seguì la di lui morte nella stessa città d’Amsterdam, l’anno 1593 a’ 20 di Novembre. Non lasciò figliuoli; ma sibbene restò alla moglie un figliuolo, nato del suo primo matrimonio, che si chiamò Boels, che fu discepolo di Bol. Questi ancora fece bellissimi paesi: e morì pochi anni dopo il suo patrigno e maestro. Ebbe ancora Gans Bol un altro discepolo, chiamato Jacques Saverii di Cortray, che fu il migliore, che uscisse dalla sua scuola: operò bene e con diligenza. Si morì di peste l’anno 1603 in Amsterdam, lasciando un suo fratello e discepolo, chiamato Roelandt Saverii, che non fu nell’operar suo punto inferiore al fratello. Il ritratto di Hans Bol si vede in istampa, fatto dal Goltzio, il quale, come attesta il Vanmander, riuscì somigliantissimo.

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