Nominativo - Cardinale di Ferrara

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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Or qui bisogna prima, che sappia il mio lettore, che costui dell’anno 1566, quattro anni avanti alla sua morte, che seguì poi in Firenze l’anno 1570, aveva scritte in gran parte di proprio pugno, un grosso e assai curioso volume di tutto il corso della sua vita, fino a quel tempo, il qual volume oggi si trova, fra molte degnissime e singolari memorie, nella Libreria degli Eredi di Andrea Cavalcanti, che fu Gentiluomo eruditissimo, e delle buone arti amico. Di questo manoscritto, parlando pure del Cellino, ne fece menzione il Vasari, ma il detto Vasari, che pure seppe essere al mondo quest’opera, per mio avviso, non la vide e non la lesse: perché se ciò fosse seguito, egli vi avrebbe trovata una certa maniera di parlare della propria persona sua; che io non so poi, come gli fosse potuto venir fatto il dire del Cellino, anche così in generale, tanto bene, quanto ei ne disse; se noi non volessimo credere, che ciò egli facesse, per rendergli bene per male, o veramente, perch’e’ n’avesse paura, perché egli era uomo delle mani, e di tal sorte di colore, come noi sogliamo dire, che fanno egualmente scuotere le acerbe e le mature; ma ciò sia detto per passaggio. Conclude adunque il Cellino in quell’opera, che questa sua venuta in Francia, e i gran lavori, ne’ quali egli fu subito impiegato, non furono di molto gusto del Primaticcio, che già appresso al Re si era guadagnato credito di primo virtuoso in queste arti; onde al Cellino toccò poi a cadere in molte disgrazie: ed ebbe anche a liberar sé stesso violentemente da non poche persecuzioni, che del continuo gli preparavano coloro, a cui premevano gli avvantaggi e di guadagno e di gloria del Primaticcio. Il racconto è curioso, e per la sincerità e semplicità, onde egli è portato, e per altri titoli ancora. Né io saprei meglio esplicare ciò che ei volle, se non col portare in questo luogo le stesse parole di Benvenuto; e perciò fare concedamisi l’incominciare che io farò alquanto dalla lontana, non tanto perché meglio s’intenda l’origine delle male sodisfazioni seguite fra questi due, quanto per dare, con tale occasione, diverse notizie di cose seguite in que’ tempi, degne di sapersi. Dice egli adunque così: Avendo fra le mani le suddette opere, cioè il Gioved’argento già cominciato, la detta Saliera d’oro, il gran Vaso d’argento, le dette due Teste di bronzo, sollecitamente in esse opere si lavorava. Ancora detti ordine a gettare la base del detto Giove, quale feci di bronzo, ricchissimamente piena d’ornamenti, infra’ quali ornamenti iscolpii, in bassorilievo, il ratto di Ganimede: dall’altra banda poi Leda e’l Cigno. Questa gettai di bronzo, e venne benissimo: ancora ne feci un’altra simile per porvi sopra la statua di Giunone, aspettando di cominciare questa ancora, se il Re mi dava l’argento da poter fare tal cosa. Lavorando sollecitamente, avevo messo di già insieme il Gioved’argento; ancora avevo messo insieme la Saliera d’oro, il Vaso era molto innanzi, le due Teste di bronzo erano già finite. Ancora avevo fatto parecchie operette al Cardinale di Ferrara: di più, un vasetto d’argento, riccamente lavorato, avevo fatto per donare a Madama di Tampes. A molti Signori Italiani, cioè il Sig. Piero Strozzi, il Conte d’Anguillara, il Conte di Pitigliano, il Conte della Mirandola, e molti altri, avevo fatte molte opere: e tornando il mio gran Re, come io ho detto, avendo tirate innanzi benissimo quelle sue, il terzo giorno venne a casa mia con molta quantità della maggior nobiltà della sua Corte, e molto si maravigliò delle tante opere, che io avevo innanzi e a così buon porto tirate; e perché era seco la sua Madama di Tampes, cominciarono a ragionare di Fontanablò. Madama di Tampes disse a Sua Maestà, ch’egli avrebbe dovuto farmi fare qualcosa di bello per ornamento della sua Fontanablò. Subito il Re disse: egli è ben fatto quel che voi dite, e adesso adesso mi voglio risolvere, che là si faccia qualcosa di bello; e voltatosi a me, mi cominciò a domandare quello, che mi pareva di fare per quella bella Fonte. A questo io proposi alcune mie fantasie, e ancora Sua Maestà disse il parer suo: dipoi mi disse, che voleva andare a spasso per quindici o venti giornate a San Germano dell’Aia, quale era dodici leghe discosto da Parigi: e che in questo tempo io facessi un modello per questa sua bella Fonte, con le più ricche invenzioni che io sapessi, perché quel luogo era la maggior ricreazione ch’egli avesse nel suo Regno; però mi comandava e pregava, ch’io mi sforzassi di far qualcosa di bello: ed io tanto gli promessi. Vedute che ebbe il Re tante opere sì innanzi, disse a Madama di Tampes: Io non ho mai avuto uomo di questa professione, che più mi piaccia, né che meriti più d’esser premiato di questo; però bisogna pensare di fermarlo, perch’egli spende assai, ed è buon compagnone, e lavora assai; onde è necessità, che da per noi ci ricordiamo di lui: il perché, se considerate, Madame, tante volte, quante egli è venuto da me, è quanto io son venuto qui, non ha mai domandato niente; il cuor suo si vede esser tutto intento all’opere, e bisogna fargli qualche bene presto, acciocché noi non lo perdiamo. Disse Madama di Tampes: Io ve lo ricorderò; e partironsi. Io mi messi in gran sollecitudine intorno all’opere mie cominciate: e di più messi mano al modello della Fonte, e con sollecitudine lo tiravo innanzi. In termine d’un mese e mezzo il Re tornò a Parigi: ed io, che avevo lavorato giorno e notte, l’andai a trovare, e portai meco il mio modello. Erano di già cominciate a rinnovarsi le diavolerie della guerra fra l’Imperadore e lui, dimodoché io lo trovai molto confuso: pure parlai col Cardinale di Ferrara, dicendogli, ch’io avevo meco certi modelli, i quali mi aveva commesso Sua Maestà: così lo pregai, che se e’ vedeva tempo di dir qualche parola, perché si potessero mostrare, credevo che il Re n’avrebbe preso molto piacere. Il Cardinale propose i modelli al Re, il quale venne subito dove essi erano. In prima io aveva fatto la porta del Palazzo di Fontanablò: e per alterare il manco ch’io potevo l’ordine della porta, che era fatta a detto palazzo, quale era grande e nana, di quella lor mala maniera Franciosa, la quale era poco più d’un quadro, e sopra esso un mezzo tondo stiacciato a uso di manico di canestro: e perchè in questo mezzo tondo il Re desiderava d’averci una figura, che figurasse Fontanablò; io detti bellissima proporzione al vano: dipoi posi sopra detto vano un mezzo tondo giusto, e dalle bande feci certi piacevoli risalti, sotto i quali, nella parte da basso, che veniva a corrispondenza di quella di sopra, posi un zocco, e altrettanto di sopra: e in cambio di due colonne, che mostrava che si richiedessero, secondo le modinature fatte di sotto e di sopra, avevo fatto un Satiro in ciascun de’ siti delle colonne. Questi era più che di mezzo rilievo, e con uno de’ bracci mostrava di regger quella parte, che tocca alle colonne: nell’altro braccio aveva un grosso bastone, con la sua testa ardito e fiero, qual mostrava spavento a’ riguardanti. L’altra figura era simile di positura, ma era diversa e varia di testa, ed alcune altre tali cose aveva in mano: una sferza con tre palle, accomodate con certe catene. Sebbene io dico Satiri, questi non avevano di Satiro altro, che certe piccole cornetta, e la testa caprina, tutto il resto era umana forma. Nel mezzo tondo avevo fatta una femmina, in bell’attitudine, a diacere. Questa teneva il braccio manco sopra il collo di un cervio, quale era una dell’imprese del Re: da una banda avevo fatto, di mezzo rilievo, certi caprioletti e porci cingnali, e altre selvaggine di più basso rilievo: dall’altra banda cani, bracchi e levrieri di più sorte, che produce quel bellissimo bosco, dove nasce la Fontana. Aveva dipoi tutta questa opera ristretta in un quadro oblungo: e negli angoli del quadro di sopra, in ciascuno, avevo fatta una Vittoria in basso rilievo, con quelle facelline in mano, come hanno usato gli antichi. Di sopra al detto quadro avevo fatta la Salamandra, propria impresa del Re, con molti ornamenti a proposito della detta opera, quale mostrava d’essere di ordine Jonico. Veduto il Re questo modello, subito lo fece rallegrare, e lo divertì da que’ ragionamenti fastidiosi, in ch’egli era stato più di due ore. Vedutolo io lieto a mio modo, gli scopersi l’altro modello, quale punto non aspettava, parendogli d’aver veduto assai opera in quello. Questo modello era grande più di due braccia, nel quale avevo fatto una fontana, in forma d’un quadro perfetto, con bellissime scale intorno, quali s’intrassegnavano l’una nell’altra, cosa che mai più non s’era veduta in quelle parti, e rarissimamente s’era veduta in queste. In mezzo a detta fontana avevo fatto un sodo, il quale si dimostrava un poco più alto della fontana; e sopra questo sodo avevo fatto, a corrispondenza, una figura ignuda di molta bella grazia. Questa teneva una lancia rotta nella mano destra, elevata in alto: e la sinistra teneva in sul manico una storta, fatta di bellissima forma: posava in sul piè manco, ed il ritto teneva in su un cimiere, riccamente lavorato: e in su i quattro canti della fontana avevo fatto in su ciascuno una figura a sedere, elevata con molte sue vaghe imprese per ciascuna. Cominciommi a domandare il Re, che bella fantasia era quella, dicendomi, che tutto quello, che avevo fatto alla porta, senza domandarmi di nulla, egli l’aveva inteso; ma che questo, sebbene gli pareva bellissimo, nulla non intendeva: e ben sapeva, ch’io non avevo fatto come gli altri sciocchi, che sebbene facevan cose con qualche poca di grazia, le facevano senza significato nessuno. A questo, messimi già in ordine, risposi che essendo piaciuto il mio fare, volevo bene, che altrettanto piacesse il mio dire. Sappiate, dissi, Sacra Maestà, che tutta quest’opera piccola è benissimo misurata a piedi piccoli, qual mettendo poi in opera, verrà di questa medesima grazia, che voi vedete. Quella figura di mezzo si è 54 piedi. A questa parola il Re fece grandissimo segno di maravigliarsi: ed io soggiunsi: Ell’è fatta per figurare lo Dio Marte: quest’altre quattro figure son fatte per Virtù, di che si diletta e favorisce tanto Vostra Maestà. Questa a man destra è figurata per la Scienza di tutte le lettere: vedete ch’ella ha il suo contrassegno, qual dimostra la Filosofia, con tutte le sue virtù compagne; quest’altra dimostra essere tutta l’Arte del disegno, cioè Scultura, Pittura e Architettura: quest’altra è figurata per la Musica, qual si conviene per compagnia a tutte queste scienze. Quest’altra, che si dimostra tanto grata e benigna, è figurata per la Liberalità, che senza lei non si può dimostrare nessuna di queste mirabili virtù. Questa statua di mezzo, grande, è figurata per Vostra Maestà istessa, quale è un Dio Marte, essendo Voi solo bravo nel mondo: e questa bravura Voi l’adoperate giustamente e santamente, in difesa della gloria Vostra. Appena egli ebbe tanta pazienza, che e’ mi lasciasse finir di dire, che levata gran voce, disse: Veramente io ho trovato un uomo secondo il cuor mio. E chiamò i Tesaurieri ordinarj, e gli disse, che mi provvedessero tutto quel che mi faceva di bisogno, e fosse grande spesa quanto si volesse: poi a me dette in sulla spalla colla mano, dicendomi: Mon Amy, che vuol dire, Amico mio; Io non so qual sia maggior piacere, o quello d’un Principe d’aver trovato un uomo secondo il suo cuore, o quello di quel virtuoso, d’aver trovato un Principe, che gli dia tanta comodità, ch’egli possa esprimere i suoi grandi e virtuosi concetti. Io risposi, che se era quello, che diceva Sua Maestà, era stata maggior ventura la mia. Rispose ridendo: Diciamo che ella sia eguale: e partimmi con grande allegrezza, e tornai alle mie opere. Volle la mia mala fortuna, ch’io non fui avvertito di fare altrettanta commedia con Madama di Tampes, che sapute la sera tutte queste cose, ch’eran corse dalla propria bocca del Re, le generò tanta rabbia velenosa nel petto, che con isdegno ella disse: Se Benvenuto mi avesse mostrato l’opera sua, m’avrebbe dato causa di ricordarmi di lui a suo tempo. Il Re mi volle scusare, ma nulla s’appiccò. Io che tal cosa intesi, ivi a quindici giorni, che girato per la Normandia a Rotano e Diepa, dipoi erano ritornati a San Germano dell’Aia; presi quel bel vasetto, ch’io avevo fatto a riquisizione della detta Madama di Tampes, pensando, che donandogliele, dovessi riguadagnare la sua grazia. Così lo portai meco; e fattole intendere per una sua nutrice, alla quale mostrai il vaso, ch’io l’avevo fatto per la sua Signora, e che io glielo volevo donare; la detta nutrice mi fece carezze smisurate, e mi disse, che direbbe una parola a Madama, la quale non era ancor vestita: e che subito detta, gliele metterebbe in camera. La Nutrice disse il tutto a Madama, la quale rispose sdegnatamente: Ditegli, che aspetti, io ho inteso.

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