Nominativo - Buonarruoti

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Il gradimento, e la stima grande, che per ogni dove hanno sempre meritamente incontrata presso gl’Intendenti le opere lodevolissime del Signor Filippo Baldinucci, o vivente esso di per sé date alla luce, o finito, ch’egli ebbe di vivere a questa vita mortale, per opera di più Cavalieri, amatori di sì belle arti, pubblicate, è stata a noi di possente stimolo per istampare il resto, che ci rimaneva de’ suoi scritti eruditissimi, sulla certa speranza, che anch’essi, come parto dello stesso perspicace ingegno, fossero per risquotere quel plauso, che ognun fa avere ottenuto i primi. Non istiamo qui ora a parlare né dello studio delle Lettere, alle quali fino dagli anni più teneri applicò l’animo suo; né di quello, che’l disegno, e pittura concerne, in cui, oltre ogni credere, cotanto s’avanzò la intelligenza di lui, che non di puro dilettante, ma d’intendentissimo al pari di chicchessia di sì bella, e nobile facoltà può con tutta giustizia attribuirsegli il nome; né finalmente di quell’autorevolissima protezione, ch’egli godè sempre, mentre ei visse, appresso la Gloriosa Memoria del Serenissimo Principe Cardinale Leopoldo di Toscana, amatore al sommo, e fautore della Pittura, Scultura, ed Architettura; e che gli diè comodo d’aggiugnere alle molte cognizioni, che e’ possedeva delle maniere, ed opere de’ più rinomati Professori, l’altre infinite, ch’egli acquistò per la Lombardia, a questo fine dal medesimo inviatovi; onde agevol cosa gli fu poi, tornato alla Patria, il dar cominciamento all’opera, ch’ei s’era prescritta, con quella felicità, eloquenza, e purità di lingua, che furono sempre sue proprie. Basta a noi solamente il ridire, che se morte invidiosa non avesse sul più bello troncato il filo al viver suo, ed in tempo appunto, in cui avea fra mano le belle vite del Brunelleschi, del Buonarruoti, e d’altri, primi lumi della Pittura, ed Architettura, a solo oggetto dal medesimo lasciate addietro, perché bisognoso in esse di maggior soddisfacimento, avrebbe egli ancor di più arricchito il mondo col disteso loro, e tolto via il rammarico, che provò sensibilissimo la dolente sua Patria per la perdita di sì buono, e virtuoso Cittadino; e per quella altresì, che si temeva di quest’opera, rimasa dopo sua morte non interamente ultimata per la mancanza d’alcune poche notizie, le quali, come che ricercavano un ben’ accurato, e diligente riscontro, non avea potuto registrare. Se non che volendo’l Cielo, che memorie sì pregevoli non restassero preda dell’oblivione, pose in cuore al Signor Avvocato Francesco Saverio Baldinucci, degnissimo Figliuolo d’un tanto Padre, ed intendente quanto altri di queste nobili arti, il dare ad essa l’ultima mano; perché ricordevole egli di quanto gli avea il medesimo, pria che trapassasse, intorno a ciò imposto, e premuroso al pari di eseguirlo, diedesi di buon proposito a finir di disporla, togliendola con somma, ed indicibile fatica da quella inordinanza, in che era per colpa di morte rimasa; talmente ché resa ella per così fatta cosa in istato da poterla vedere unita alle altre, portate già dalla fama in più parti del mondo, saggiamente operò, che col zelo, e possente favore del Sign. Cavalier Francesco Maria Niccolò Gabburri, ardentissimo fautore di queste belle arti, ne fosse promossa colla pubblica stampa la sicurezza. Quindi è, che essendo a noi toccato in sorte l’effettuarlo, e volendo, che in perfezione fosse simile alle altre, reputammo nostro dovere il commetter la cura della revisione di essa a’ Signori, eruditissimo Antonio Maria Salvini, le di cui lodi, per tema di dir poco dicendo anche molto, meglio è qui ora tacerle, al Dottore Anton Maria Biscioni, e Marco Antonio Mariti, de’ quali non si può mai a bastanza esprimere quanta, e quale sia stata l’applicazione, la diligenza, e la fatica, sì nel riscontrare, e nel porre a’ suoi luoghi le suddete tralasciate notizie, sì anche nel corredarla di alcune postille, necessarie per render di tutto pienamente informato il Lettore. Sicché è riuscito finalmente a noi il darla fuora, non che inferiore alle altre, che già uscirono alle stampe, talmente compiuta, da potersi sperare, che incontrar possa gradimento, e stima uguale alle precedenti, se non anche maggiore, atteso l’Indice ben copioso, di cui stata è arricchita dal mentovato Sig. Avvocato Francesco Saverio Baldinucci.

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Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

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