Nominativo - Boccaccio

Numero occorrenze: 10

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 52

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Fu Giotto uomo molto onorato, e da bene non punto vanaglorioso del saper suo, onde ricusava d’esser chiamato Maestro, e con tutto, che la celebre penna di Giovanni della Casa attribuisse ciò a superbia, io riflettendo a quanto sia proprio degli Uomini veramente virtuosi il conoscere ciò che manca loro, per arrivare a quel sommo che ad essi fa desiderare la capacità, e chiarezza de’ propri intelletti, poco o nulla stimando il già acquistato sapere, mi sottoscriverei al parere di Boccaccio, che nel darcene quella notizia, non punto dimostrò di temere così fatta opinione.

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1681

Pagina 65

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Di questo Pittore adunque, del quale per abbellire le sue novelle fece, come aviamo accennato, sì frequente menzione il nostro Giovanni Boccaccio, non sarebbe appresso di me la notizia del vero nome, se non ne avesse aiutato la varia lettura d’antichissime scritture pubbliche di que’ tempi. Trovasi nell’Archivio Fiorentino in un Rogito di Ser Grimaldo di Ser Compagno da Pesciuola del 1301. Nozzus vocatus Calandrinus Pictor quondam Perini Populi Sancti Laurentii testis, e non si può dubitare che non sia questi colui, del quale ora si ragiona, trovandosi oltre al nome tutte le qualità contenute in tali parole verificate nella persona di lui; il soprannome di Calandrino, la Professione di Pittore, ed il luogo di sua abitazione, che fu nel Popolo di S. Lorenzo, dicendo il nominato Autore nella giornata ottava novella terza: Calandrino senza arrestarsi venne a Casa sua, la quale era vicina al canto alla Macina (il che non puole avverarsi se non di luogo contenuto nel Popolo di S. Lorenzo) il quale è così chiamato da una grande, e grossa Macine, che fino al presente tempo si vede in uno delli Angoli degli edifizi delle due contrade, che son da ponente, e mezzo giorno; volendosi ora sapere ciò che significasse il nome di Nozzo, e di Perino, l’uno e l’altro tronco e corrotto, vedasi quanto aviamo detto verso il fine delle notizie di Giotto intorno all’antica usanza, che fu nella Città di Firenze di mozzare, e corrompere fino ad una, dua, e tre volte i nomi propri delle persone, e così trovasi il nome di Giovanni (che fu il proprio di Calandrino) esser detto Giannozzo, e poi con duplicata corrottela Nozzo, e quel di Piero si diceva Pero, pronunziato con l’E largo, e Pierino, che poi si diceva Perino. Circa al tempo, nel quale e’ visse, e operò nell’arte sua, già aviam mostrato che del 1301. egli era Pittore; e vien confermato dal detto dello stesso Boccaccio nella citata Novella, alle parole: Fu ancora non e gran tempo un Dipintore chiamato Calandrino. La parola, non è gran tempo, deve referirsi al tempo, nel quale fingonsi raccontate le Novelle, che fu per la peste del 1348., il che fa anche credere, ch’e’ vivesse fino a pochi anni avanti il 1348., e così ch’egli avesse lunga vita; perché nella giornata nona Novella quinta è fatto di dire a lui stesso quando era innamorato, io non son vecchio com’io vi paio; e nella stessa in altro luogo fa dire il Boccaccio alla stessa Donna di lui arrabbiata per gelosia: Vecchio impazzato, etc. ecco bello innamorato; or non ti conosci tu tristo? non ti conosci tu dolente? che premendoti tutto non uscirebbe tanto sugo, che bastasse ad una salsa.

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1681

Pagina 66

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Venendo ora ad altri particolari di Calandrino , i quali da più luoghi pure del Boccaccio ò raccolti, dico ch’e’ fu Uomo semplice, e di nuovi costumi, di grossa pasta, avaro, e che volentieri beveva quando altri pagava; usò praticare il più del tempo con i già notati due Dipintori Bruno , e Buffalmacco , Uomini sollazzevoli molto, ma per altro avveduti, e sagaci, li quali con esso usavano; perciocché de’ suoi modi, e della sua semplicità sovente gran festa prendevano, ed a questi aggiunse un altro lor compagno pur Dipintore, che fu il soprannominato Nello . Ebbe per moglie una bella, e valente Donna, parente dello stesso Nello , chiamata Tessa , nome tronco di Contessa, che gli voleva bene, ma lo faceva stare a segno, usando con lui, com’e’ si suol dire, il pettine, e’l cardo.

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1686

Pagina 13

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Discepolo d’Andrea Tafi, fiorivano nel 1310. Quando egli adiviene che alla vista degli uomini, si scuopra alcun nuovo cervello, il quale o per industria, o per naturale bizzarria, o per altra qualsisia bella qualità, abbia del singulare, s’accendono non poco gli animi curiosi ad investigarne ogni fatto, ogni detto, ogni pensiero; ma se talvolta egli accade che, alla conversazion di questo tale s’aggiungano altri del medesimo umore, si vedono ,e si sentono cose tanto belle, quanto veramente dir si possa. Occorse ciò in Firenze (per quello che è a nostra notizia più che in altro tempo) nel secolo del 300. allora che Buonamico Buffalmacco, uomo per certo ingegnoso, e di belle invenzioni, lontano da ogni malinconia, e tutto dedito al godere, si dette al frequentare la Bottega d’un certo giovane Sensale di Professione, chiamato Maso del Saggio, la quale era un ridotto di Cittadini, e di quanti piacevoli uomini aveva la nostra Città, e con tale occasione fece, o pure accrebbe amicizia, e pratica con Bruno, e Nello l’uno, e l’altro Pittori, ed in tutto simili a lui e di genio, e d’umore; onde avvenne che non solo ne sollazzò quell’età, ma da i loro altrettanto ridicolosi, quanto strani ritrovamenti prese materia il nostro celebre favoleggiatore Boccaccio d’arricchire il suo Decamerone, impiegando la sua penna in dar notizia di loro anche ai posteri.

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1686

Pagina 26

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Ne sia chi dica, che le cose, ch’ei raccontò di costoro, fossero pure invenzioni per abbellimento de’ suoi Scritti, perché non solo sappiamo noi di certo per molti indubitati riscontri, che furono al mondo questi tali uomini, de’ quali ei parlò, che egli non averìa nominati in cose tali, s’elle non fossero state vere, ma io stesso ricercando fra l’antiche Scritture, ho ritrovato essere anche verissime alcune delle più minute circostanze, che egli ci propone ne’ suoi racconti, come potrà nelle notizie, che ho dato di Calandrino, ciascheduno vedere a suo piacimento. Or perché di Buffalmacco, del quale diffusamente anche scrisse il Vasari, ho ragionato quanto basta a luogo suo; Venendo ora a questi due; Bruno di Giovanni, e Nello di Dino, dico; ch’io tengo per cosa assai probabile, ch’egli uscissero della Scuola del Tafi, e ciò mi persuade non solo il continovo operar, ch’e’facevano con Buffalmacco, che forse a cagione di tenere essi la propria maniera sua gli volle a lavorar sempre seco, ma anche la continova e stretta amicizia, e pratica, che sempre passò, fra di loro; se non volessimo dire ch’egli avessero imparata l’arte da lui; ma questo però non è punto probabile, perché dice il Boccaccio, che Bruno e Buffalmacco erano soliti lavorare nel Munistero delle Donne di Faenza, e se vogliamo credere al Vasari, egli afferma che le Pitture di Buffalmacco in quel Munistero fossero delle prime opere, ch’ei facesse; onde non potevan costoro operar nel medesimo luogo, e tempo con lui ancor principiante, ed essere suoi Discepoli.

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1686

Pagina 27

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Per costui dunque fece Bruno quanto dice il Boccaccio, parlando del continovo mangiare, che questi Pittori facevano alle spese del Medico, ed eccone le sue parole. Era sì grande, e sì continova questa loro usanza, ch’e’ non parea che senza Bruno il Maestro potesse, né sapesse vivere. Bruno parendogli star bene, acciocché ingrato non paresse di questo onor fattogli dal Medico gli aveva dipinto all’entrar della casa, e sopra l’uscio della via uno rinale, acciocché coloro, che avevano del suo consiglio bisogno, il sapessero riconoscer dagli altri, e in una sua loggetta gli aveva dipinta la battaglia de’ Topi, e delle Gatte, la quale troppo bella cosa pareva al Medico.Sin qui il Boccaccio; e questo è quanto notizia, dopo quattrocento anni in circa, aviamo di questo Artefice, il quale è forza di dire, che avesse assai lunga vita, perché io lo trovo nominato col nome di suo Padre in un Contratto di Ser Ricco Mazzetti fino a’ 9 ottobre 1301, e lo veggo anche descritto nell'antico Libro della Compagnia de’ Pittori l’Anno 1350, un anno avanti che ne fosse descritto il suo Buffalmacco.

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1686

Pagina 67

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Nella Città di Firenze cominciò questa pestilenza nel mese d’Aprile del 1348. e vi durò fino al principio di Settembre dello stesso anno, ed in così poco tempo di cinque mesi morirono in Città, e fuori più de i tre quinti delle persone, i più gente minuta, e plebea, come più disposta per causa de’ disagi, e patimenti, a simili miserie; e vogliono che il numero de’ morti arrivasse in Firenze alla somma di centomila. Il nostro Messer Gio: Boccaccio, che dopo quindici anni, cioè nel 1363. con rara eloquenza la descrisse, dice Che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza, nell’applicarsi da uno ad un altro (sono sue parole) che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo che è molto più assai volte, visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, e morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermita il contaminasse, ma quello in fra brevissimo spazio uccidesse. Fin qui il Boccaccio. Fu costante opinione, che non inferiore fosse il numero de’ morti per tutto il mondo di quello, che a proporzione fu nel Fiorentino, e lo stesso Matteo Villani col parere de’ più savi tenne opinione, che avuto riguardo al numero di coloro, che vivevano nel tempo dell’universal Diluvio, e di quegli che perirono in questa mortalità fosse maggiore il numero di questi, che di quegli. In questo caso dunque occorse in Firenze, che un numero grandissimo di Cittadini, che dopo aver veduti morire tutti i loro figliuoli, e congiunti, anch’essi morirono, ne i loro testamenti lasciassero da distribuirsi in onor di Maria Vergine, ed a poveri di Dio per mano de’ Capitani della Compagnia della Madonna di Orto san Michele, che in que’ tempi, siccome poi sempre è stata, era in gran venerazione della Città per le gran limosine, che per le mani de’ medesimi eran solite distribuirsi ad ogni sorta di persone bisognose, lasciassero dico sopra trecentomila fiorini d’oro; onde adunatasi così gran somma di danaro, con quello di piu, che anche fu offerto in quel lacrimoso tempo in onore della sacra Imagine di Maria Vergine di esso luogo in segno di ricevute grazie, risolverono i Capitani di farle attorno un suntuoso tabernacolo di marmi. Di questa fabbricca fu data la cura ad Andrea, riconosciuto allora per il più valoroso maestro, che in quel tempo operasse d’architettura, e maneggiasse scarpello. Condusse egli adunque questo tabernacolo, commettendo con maraviglioso artifizio l’infinite parti di esso senza calcina a forza di spranghe di rame impiombate con tanta aggiustatezza, che sembra d’un sol pezzo, e lo diede finito del 1359. Trovasi essere stato il costo di esso insieme colla loggia novantasemila fiorini d’oro. Nella parte posteriore del medesimo tabernacolo scolpì di mezzo rilievo una grande storia della salita al Cielo di Maria Vergine, tenendo, siccome anche aveva fatto sempre nelle pitture, la maniera di Giotto. In questa storia in figura d’un Apostolo vecchio con barba rasa, e cappuccio avvolto al capo espresse l’effigie di sé medesimo. Un bellissimo disegno di quest’opera, con sue misure, fatto di propria mano d’Andrea Orcagna vedesi al presente, dopo un corso di 340. anni, benissimo conservato nella sopra nominata insigne Libreria degli antichi manoscritti, e spogli del già Senat. Carlo Strozzi.

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1728

Pagina 93

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Or venendo alle opere di costui, egli fece molte belle cose a fresco nella città di Firenze e fuori, che poi, per la demolizione delle fabbriche, furono disfatte: e furono le più belle quelle di alcune stanze dello Spedale di Santa Maria Nuova: e a’ nostri tempi, anzi non molto dopo all’anno 1693. dirò così, con pianto universale di tutti gl’intendenti e amatori delle belle antichità nostre, a consiglio, come si dice, di un moderno pittore, e per soverchia indulgenza di chi governava il Convento di Santa Croce di Firenze de’ Frati Minori Conventuali, è stata mandata a terra la più bell’opera, che Andrea facesse mai, e a maraviglia conservata per lo spazio di dugento e più anni: e fu una istoria della Flagellazione di Cristo Signor nostro, che Andrea avea dipinta a fresco in testa al Chiostro nuovo di quel Convento: e solamente fu fatto fare in quel luogo altra pittura, che quantunque lodevole sia, non può dirsi, che in paragone della venerabile antichità, che aveva in sé l’antica istoria, giunga a gran segno ad agguagliare il pregio. Fra le pitture, che son rimase oggi di mano di Andrea, si veggono nel Duomo di questa città il Cavallo di chiaroscuro colla figura di Niccola da Tolentino, il quale, benché nell’occasione dell’apparato e feste fattesi in Firenze per la venuta della Serenissima Margherita Luisa d’Orléans, Sposa al Serenissimo Granduca Cosimo III. felicemente Regnante, fosse da imo a sommo ridipinto, o come dice il volgo, rifiorito; ebbe però tale avvertenza il pittore, che salva la maggior vivacità de’ nuovi colori, non lo rendè punto differente da quel di prima. Dipinse ancora Andrea nel tramezzo della Chiesa di Santa Croce un San Giovambatista, disegnato a maraviglia bene: ed accanto ad esso un San Francesco; ma essendo l’anno 1566. stato levato eso tramezzo, fu quella pittura, che era sopra muro, con grande artifizio e spesa trasportata, e accomodata in quella parte del muro laterale di essa Chiesa a man destra, vicino alla porta de’ chiostri, dove al presente si vede. In casa i Carducci, poi chiamati de’ Pandolfini, dipinse alcuni celebratissimi uomini, parte de’ quali ritrasse dal naturale, cioè a dire da ritratti somiglianti, e da’ proprJ volti loro: tali furono Pippo Spano Fiorentino , cioè Filippo della nobilissima famiglia degli Scolari , Consorti de’ Buondelmonti , Conte di Temesvar in Ungheria, Dante , il Petrarca , il Boccaccio , ed altri. Nella Parrocchial Chiesa di San Miniato fra le Torri si conserva assai fresca una sua tavola, dove figurò l’Assunzione di Maria Vergine con due Santi, San Miniato cioè, e San Giuliano, mentovati nei seguente versi: e la vetrata della Cappella maggiore di detta Chiesa , dove è rappresentato un S. Miniato, si riconosce fatta con disegno del medesimo. È questa Chiesa delle più antiche della città, situata dentro al primo cerchio delle mura di Firenze, e quasi nel centro di esso, essendo appunto nel mezzo fra il Campidoglio e le Terme, e fra’l Mercato vecchio e’l nuovo: e perché era circondata dalle case delle più antiche famiglie di questa città, come Pigli loro Consorti Bujamonti , Lamberti (il Palazzo de’ quali era quel sito isolato, ov’è ora il Monte di Pietà , e chiamavasi il Dado de’ Lamberti ) Strozzi , Sassetti , Minerbetti , ed altre molte, che avevano torri, si crede comunemente pigliasse il cognome di San Miniato fra le Torri. La prefata tavola fu fatta fare da Lionardo Orta Rettore di quella Chiesa , il quale molto la beneficò, e nel basamento della medesima si leggono le seguenti parole scritte in lettere d’oro: Annis millenis bis ter quinque quoque genis Et quatrigentis nonas Julii pridie enti Andreas Pictor Leonardo depinxit opus Ortano Venia sordis suæ atque pareniptum Genito Marie scandenti enixeque Matri Pro eis Minias ponant Julianusque preces Duorumque patre ipse suæ oratio fiat.

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1728

Pagina 138

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Discepolo di Fra Filippo Lippi, nato 1437, ?1515.* Fu Sandro Botticelli, fin da’ primi anni della sua puerizia, d’ingegno molto elevato: e mostrò sempre una più che ordinaria facilità in apprendere tutte le cose, che il padre suo, cittadin Fiorentino, desiderosissimo del profitto di lui, procurava fargli insegnare; ma il figliuolo aveva altresì un cervello così stravagante ed inquieto, che in nessuna cosa trovava fermezza; tantoché annoiatosi Mariano, che così chiamavasi suo padre, di tanta instabilità, levollo da ogni altro studio, e messelo a bottega dell’orefice. E perché pel grande affaticarsi, che in que’ tempi facevano gli uomini di quel mestiere, nelle cose appartenenti al disegno, prima di mettersi all’arte, era una gran famigliarità, e pratica fra’ Pittori, Scultori e Orefici; coll’occasione della conversazione di costoro, cominciò il giovanetto a darsi tutto al disegno e alla pittura, talché avendo in quella interamente fermato suo genio volubile, fu dal padre accomodato con Fra Filippo Lippi, il quale così bene l’istruì ne’ precetti dell’arte, che in breve tempo reselo bonissimo pittore. Dal che in somma si riconosce esser verissimo, che non mai si adatta l’ingegno dell’uomo, tuttoché perspicace ed elevato si manifesti, a cosa, che buona sia, ogni qualvolta questa alla di lui inclinazione anche confacevole non sia. Onde scrisse una dotta penna, essere il genio una calamita fedele, che può bene violentata volgersi all’opposto della sua tramontana, ma non può giammai acquietarvisi tanto, che ella non senta il forte stimolo della contraria inclinazione, finché gli venga fatto finalmente il condur l’uomo per quella via, alla quale lo destinò la natura. Quindi è, che dovrebbe essere il primo pensiero de’ padri, che desiderano mettere i proprj figliuoli nella strada della virtù (ciocché degli Ateniesi raccontano gli antichi Scrittori) il porre ogni studio, prima di ogni altra cosa, nel riconoscere il genio: e poi, secondo esso, quegli incamminare. La prima opera, che partorisse il pennello di Alessandro, fu una figura della Fortezza, dipinta da lui fra le tavole di altre Virtù, che colorirono Antonio e Piero del Pollajuolo, nella Residenza del magistrato della mercanzia di Firenze, nelle spalliere del tribunale. Dipinse poi una tavola in Santo Spirito per la Cappella de’ Bardi, dove con grande amore e diligenza colorì alcune olive e palme: un’altra tavola per le Monache di San Barnaba: e una altresì per le Convertite. Dipoi nella Chiesa d’Ognissanti dipinse un S. Agostino, a concorrenza di Domenico del Ghirlandajo, che nell’altra parte aveva dipinto un San Girolamo: le quali pitture erano già situate nel tramezzo di quella Chiesa, allato alla porta del Coro; ma volle il Granduca Cosimo l’anno 1566. affinch’ella fosse più luminosa capace, si levasse il tramezzo; il che anche fu fatto alle Chiese di Santa Croce, e di Santa Maria Novella, di San Remigio, ed altre, dentro e fuori di città, stando allora il Clero nel Coro avanti all’Altare; onde fu necessario, con ordinghi ed instrumenti adatti al bisogno, levar’ esse pitture dell’antico luogo, ed in altro luogo di quella Chiesa collocarle, ove fino al presente tempo si veggono ben conservate. Lavorò molto per diverse altre Chiese delle città, e pel Magnifico Lorenzo de’ Medici, e per molte case di cittadini condusse gran quantità di quadri, e molti tondi; uno de’ quali, e de’ maggiori, con Maria Vergine e Gesù ed alcuni Angeli, si vede oggi nella casa del Cavaliere Alessandro Valori. Ebbe particolar talento in dipignere piccole figure, e vaghe storiette, fra le quali bellissime furono reputate alcune, ch’egli condusse per la casa de’ Pucci in quattro quadri, ne’ quali egli rappresentò la Novella del Boccaccio di Anastasio degli Onesti.

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Nato ..., morto 1558. Boccaccino Boccacci, detto Boccaccino, Pittore Cremonese, fiorì circa il 1520. Tenne una maniera di dipignere fra’l moderno e l’antico, e nella sua patria ebbe fama di buon pittore; tantoché, divenuto oltremodo gonfio, pel concetto di sé stesso, sentendo celebrare le opere, che in Roma aveva condotte il gran Michelagnolo, colà apposta volle portarsi. E non prima l’ebbe vedute, che cominciò a parlarne così male, che portò non poca meraviglia agli intendenti dell’arte. Non andò molto, che a costui fu dato a dipignere una Cappella nella Chiesa di Santa Maria Transpontina, da coloro, che avendo di lui formato qualche concetto, per quello solamente, che loro gliene aveva portato la fama dalla sua patria, accresciuto dal sentirlo dare tanto alla sicura, e così magistralmente suo giudizio sopra le opere di Michelagnolo; ma non ebbe sì tosto finita e scoperta la sua pittura, nella quale volle rappresentare l’Incoronazione di Maria Vergine nostra Signora, che fece dare nelle risa tutti i Pittori di Roma, e coloro principalmente, che dalle sue millanterie si eran lasciati persuadere ad averlo in qualche stima. Tantoché egli divenuto ormai la favola di Roma, abbandonata quella città, colle trombe nel sacco, come noi dir sogliamo, se ne tornò alla patria, nella quale fece molte opere, delle quali è più bello il tacere, che il lungo favellarne. Dirò solo, che le maggiori fra queste, furono istorie della Madonna nel Duomo sopra gli archi di mezzo. Insegnò costui l’arte a Cammillo suo figliolo, che gli fu molto superiore; e nell’anno 1558 ebbero fine i giorni suoi. Questo nome di Boccaccio fu usitatissimo per l’Italia nel secolo del 1300 che dipoi passò anche in cognome, o come si dice, in casato. Tal nome appunto ebbe il Padre del nostro Fiorentino Cicerone, Giovanni Boccacci, denominato perciò il Boccaccio, onore singolarissimo di Firenze sua patria, e del castello di Certaldo, donde i suoi maggiori, come egli attesta nel trattato De Fluminibus, traevano loro origine.

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