Nominativo - Apelles

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Tornando ora al nostro pittore Fra Gio. Angelico, lascio per brevità di far menzione di moltissime altre sue pitture fatte a tempera, oltre a quelle, che si trovano in essa Cronica descritte: e dirò solamente, che egli fu anche Miniatore eccellentissimo: e di sua mano sono nel Duomo di Firenze due grandissimi libri, con sue bellissime miniature, e riccamente adornati, i quali son tenuti in somma venerazione e per l’eccellenza loro e per la memoria di tant’uomo. Né meno starò a dire, quanto scrivono intorno alla Santità di lui Leandro Alberti De Viris Ill. Ord. Præd. lib. 5. pag. 250 ed il medesimo Vasarj nella seconda parte a car. 359. e seguenti, e Fra Serafino Razzi nella storia degli Uomini Illustri del Sacro Ordine de’ Predicatori a car. 353. e larghissimamente exprofesso il medesimo Fra Serafino nelle Vite de’ Santi e Beati del medesimo Ordine a c. 222. e 223. non essendo al presente mio assunto lo scriver Vite di Santi. Dirò solamente, e crederò con poco di aver detto tutto, che egli fu osservantissimo di tutti gli Ordini della sua Religione, e fornito di tanta semplicità cristiana, che lavorando in Roma nel Palazzo Pontificio, con gran fatica di applicazione, per Papa Niccola V. il Pontefice compatendo la di lui incomodità, gli ordinò, che per ristorarsi alquanto, mangiasse carne: al che egli, che avvezzo era sempre ad ubbidire a’ suoi ordini religiosi, rispose, non aver di ciò fare altra licenza dal Priore: e fu necessario, che il Papa gli ricordasse, esser la sua autorità, come Vicario di Cristo, superiore a tutte l’altre insieme. Non volle mai cavare altro utile dalle sue pitture, che il merito dell’obbedienza al suo Prelato, al quale, e non a lui si domandavano le opere. Non mai altro dipinse, che immagini sacre, né senz’aver fatta prima orazione: e nel farle sempre spargeva devotissime lacrime. Alle Immagini di Maria Vergine e del Crocifisso, diede tal devozione, che in ciò fu superiore a sé stesso: e per questo e pel vivere suo innocentissimo, si guadagnò il nome di Angelico. Poteva essere Arcivescovo di Firenze, essendone dal Papa riputato degno per la sua bontà; ma recusò di esserlo, proponendo in sua vece Frate Antonio Pierozzi da Firenze, che fu poi Santo Antonino, facendo in un tempo stesso, ricco di merito sé medesimo, e felice e gloriosa la patria sua. Morì finalmente in Roma agli 18. Febbrajo 1455. sopraccennato, e fu sepolto nella Minerva, Chiesa del suo Ordine, in un sepolcro di Marmo col seguente epitaffio: Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles, Sed quod lucra tuis omnia Christe dabam, Altera nam terris opera extant, altera Cœlo Urbs me Ioannem Flos tulit Etruriæ. Ebbe ancora il medesimo Padre un fratello della stessa Religione, uomo di singolar bontà, e scrittore di libri da Coro eccellentissimo, come dell’uno e dell’altro mostrano le seguenti parole copiate dalla soprannominata Cronaca de’ Padri Predicatori, Fogl. 97. Frater Ioannes Petri de Mugello juxta Vidicum optimus pictor, qui multas tabulas et parietes in diversis locis pinxit, accepit habitum Clericorum in hoc Conventu 1407. E al Fogl. 146. Frater Joannes Petri de Mugello obiit die. . . . hic fuit præcipuus pictor, et sicut ipse erat devotus in corde, ita et figuras pingebat devotione plenas ex effigie: pinxit enim multas tabulas Altarium in diversis Ecclesiis, et Cappellis et Confraternitatibus, quarum tres sunt in hoc Conventu Fæsulano, una in S. Marco Florentiæ, duæ in Ecclesia S. Trinitatis, una in S. Maria de Angelis Ordinis Camaldulensium, una in S. Egidio in loco Hospitalis S. Mariæ Novæ. Quædam Tabulæ minores in Societatibus puerorum, et in aliis Societatibus. Pinxit Cellas Conventus S. Marci, et Capitulum, et aliquas figuras in Claustro. Similiter pinxit aliquas figuras hic Fæsulis in Refectorio. In Capitulo veteri, quod modo est Hospitium secularium pinxit, Cappellam D. Papæ, et partem Cappellæ in Ecclesia Cathedralis Urbisveteris, et plura alia pinxit egregie et tandem simpliciter vivens, sancto fine quievit in pace. Ed al Fogl. 146: Fr. Benedictus Petri de Mugello, germanus prædictis pictoris, obiit … hic fuit egregius scriptor, et notavit, et aliquos libros, et hic Fesulis. Fuit hic Pater devotus et sanctus, et bono fine quievit in Domino. E al Fogl. 3. Post separationem S. Marci de Florentia, et Sancti Dominici de Fesulis Anno Domini 1445. unusquisque Conventus habuit proprium Priorem Frater Benedictus Petri de Mugello, germanus Fratris Joannis optimi pictoris, qui erat optimus scriptor et scripsit multos libros notatos pro cantu, tam in Conventu S. Marci, quam in Conventu Fesulano.

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Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

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