Nominativo - Alessandro

Numero occorrenze: 4

Vocabolario

1681

Arme

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Arme
f. Tutto quello del quale armasi chi che sia tanto a difesa, che ad offesa. ¶ Per impresa o insegna di Città, Comunità, e Famiglie, detta così perchè si delineava nelle armi difensive, come scudi, targhe, palvesi, e simili. Non tengono l'
armi
fra le cose difficili in materia d'Architettura ne' nostri tempi l'ultimo luogo; non tanto per se medesime, quanto per essersene fin quì fatte tante e tante, che si rende quasi impossibile il far cosa, in tutto e per tutto bella e nuova. Le parti dell'arme per lo più son tre: cioè lo
scudo
, l'
ornamento
, e il
segno d'onore
,
segno di nobiltà
,
segno di dignità
, o simili
. Lo scudo, che è lo spazio del mezzo, parte principalissima, è quello dove si figurano l'imprese, dette da Giovan Villani
Intrasegne
: l'ornamento intorno ad esso fassi dall'Artefice secondo il suo buon gusto; ed è quello nel quale consiste il concetto ed invenzione del medesimo Artefice; perchè negli antichi tempi, ed oggi ancora in molte parti d'Europa, si veggono senza ornamento. I segni di Nobiltà, Cavallería, Dignità, o simili; cioè nell'Ecclesiastico i Regni Pontificj, i Cappelli Cardinalizj, le Mitre e' Pastorali; nel Secolare l'Imperiali o Reali Corone, gli Elmi, i Bastoni, o altri, debbon farsi a simiglianza del vero, ne più nè meno. Circa all'origine dell'armi, pare ch'e' si possa affermare, col Cassaneode Gloria Mundi, che avendo gli Antichi in tre qualità distinte le condizioni degli uomini, cioè rispetto all'Agnazione, Gentilità, e Stirpe; a quella della Famiglia attribuivano solamente la Nobiltà. Questa era di coloro, come anche afferma Cicerone, che potevan mostrare l'immagine degli Antenati loro, a distinzione di quelli che ciò non potevan fare, i quali eran chiamati figliuoli della terra, e al tutto ignobili, e bassi: e fu costume appresso i Romani antichi, il portar ne' funerali esse immagini per testimonio di Nobiltà, come dice lo stesso Cicerone nel suo Oratore: onde è che l'immagini bene spesso soglion pigliarsi per segno di Nobiltà. Da queste immagini incominciarono poi secondo il Budeo, quei contrassegni di Nobiltà, che noi chiamiamo Armi, le quali si davano agli Eroi in premio delle loro virtuose azzioni. Nè ciò è punto inverisimile, perchè sappiamo che volendo Alessandro eternar le glorie degli Atleti, e de' gran Soldati, per rendergli più animosi alle conquiste, deliberò col consiglio d'Aristippo di far sì, che fossero tanto nell'onore, quanto nel guadagno ricompensati. Onde usò donar loro l'insegne, i vessilli, e altre simili spoglie. Queste arme dunque sono di due sorte, una di singular dignità, della quale si servono i Principi e' Signori, e l'altra de' Privati Nobili, o Popolari; nè possono questi appropriarsi l'armi de' propri Principi, senza delitto di lesa Maestà, nè lecitamente usurpare quelle d'altri Privati.

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Era in que’ primi lor tempi la città di Bruggia abbondantissima di ricchezze, per la gran copia de’ mercanti di diverse nazioni che vi si trovavano, de’ gran negozj che vi si facevano, e commercio che aveva con tutte le parti del Mondo: maggiore al certo di quelli di qualsivoglia altra città di Fiandra. E perché è proprio delle buone arti, quivi piantar loro fortuna, ove più abbondano le ricchezze, a cagione dell’esser quivi bene ricompensate; il nostro Giovanni lasciata la patria, se n’andò ad abitare in essa città di Bruggia, quivi essendosi formata una maniera assai diligente, quantunque alquanto secca, con un modo di panneggiare tagliente, soverchiamente occhiuto, più con pieghe artifiziate, che naturali, quella appunto, che in quelle parti è stata tenuta poi, benchè con miglioramento, per qualche secolo, che anche si riconobbe in Alberto Duro, Luca d’Olanda, e altri celebri maestri. Si acquistò gran fama, ed in somma fu primo, che ne’ Paesi bassi avesse grido d’eccellente Pittore. Fece in Bruggia moltissime opere sopra tavole con colla e chiara d’uovo, che portarono la fama del suo nome in diverse parti, dove furono mandate. Aveva quest’artefice congiunta all’altre sue abilità una ingegnosa maniera d’investigare modi di colori diversi: e perciò molto s’esercitava nelle cose d’alchimia, finchè sortì di trovare il bel modo e la nuova invenzione di colorire a olio: e andò la cosa, come ora siamo per raccontare. Era suo costume l’adoperar sopra i quadri, dipinti a colla e chiara d’uovo, una certa vernice di sua invenzione, che dava molto gusto, per lo splendore, che ne ricevevano le pitture; ma quanto era bella dopo esser secca, tanto era difficile e pericolosa a seccarsi. Occorse una volta, circa l’anno 1410. (tanti anni avanti al tempo notato dal Vasari), che Giovanni aveva fatta una tavola con lungo studio e gran fatica: e avendole dato di vernice, la pose a seccare al sole; ma perché le tavole di legname non erano bene appiccate insieme, e perché il calor del sole in quell’ora era troppo violente, le tavole nelle commettiture si apersero in diversi luoghi. Allora Giovanni preso da gran collera, nel vedere in un punto d’aver persa la fatica e’l lavoro, giurò di voler per l’avvenire cercar modo, che non gli avesse più il sole a far quel giuoco: e presa gran nimistà con quella sorte di vernice, diedesi a cercarne una, che da per sé stessa immantenente si seccasse, senza il sole, dentro alle proprie stanze di casa sua. Provò e riprovò molti olj, rage, e altre naturali e artificali cose: e finalmente venne in chiara cognizione, che l’olio del lino, e quello delle noci, eran quelli, che più d’ogn’altra cosa da per sé stessi seccavano. Con essi faceva bollire altre materie, finché venne a ritrovare questo bello e util modo, resistente all’acqua e a ogni colpo, che rende i colori assai più vivi, e più facili a mescolarsi fra di loro, e distendersi: invenzione, che ha tanto abbellito il Mondo. Prese Giovanni da ciò molta allegrezza, e con gran ragione: e dando poi fuori opere in tal maniera lavorate, non si può dire quanto si facesse glorioso in quelle parti, e dovunque erano mandati i suoi quadri. Fino dall’Italia andarono artefici, solamente per vedere essa nuova invenzione: e dice il nominato Vanmander, che di tal novità fecesi maggior rumore, che quando l’anno 1354. da Bertoldo Schivvartz, Monaco di Danimarca, fu trovata la polvere da bombarda. Seguitò Giovanni a dipignere a olio, insieme con Uberto suo fratello, tenendo il segreto molto occulto: né volle da quel tempo in poi esser più veduto dipignere, e quantunque tanto in quelle parti, quanto poi in Italia, ognuno potesse a suo talento sentir l’odore delle tele, da lui dipinte; in riguardo però d’un certo fortore, che mandan fuori i colori mescolati con quell’olio, non fu mai alcuno, che potesse rinvergare, che quella mestura fosse quello, ch’ella era. Fintantoché, dopo un gran corso d’anni, Antonello da Messina, andando a Bruggia, ne imparò il modo, e lo portò in Italia, come diremo al luogo suo. Molte furono l’opere de’ due fratelli, quantunque il valore di Giovanni quello d’Uberto di gran lunga eccedesse: la maggior parte delle quali furono nella città di Ghent, dove nella Chiesa di S. Giovanni fecero ad istanza del Conte di Fiandra Filippo di Charlois, figliuolo del Conte Giovanni Digion, una gran tavola, nella quale rappresentarono una Vergine coronata dall’eterno Padre, con Giesù Cristo, che tiene in braccio la Croce, e gran copia d’Angeli in atto di cantare: nello sportello a mano destra fecero Adamo ed Eva, e nel volto d’Adamo appariva assai bene espresso un gran terrore, per la ricordanza del trasgredito precetto: e nell’altro sportello fecero una Santa. Dipinsero ancora in essi sportelli i ritratti de’ due Conti soprannominati, a cavallo, e i ritratti di loro medesimi: quello d’Uberto, il più vecchio, a mano destra, e quello di Giovanni a mano sinistra, ancora essi a cavallo, vicino al Conte Filippo, ch’era allora conte di Borgogna: appresso al quale erano, massimamente Giovanni, in grande affetto e stima, tanto che scrive il mentovato autore, esser fama, che Giovanni per lo grande ingegno suo fusse fatto suo Consigliere segreto, sendo a tutti noto, ch’egli ne fosse trattato con dimostrazioni eguali a quelle, che si leggono d’Alessandro ad Apelle. Nella predella della tavola dipinsero a colla un Inferno con assai belle invenzioni; ma avendo questa dato alle mani di alcuni ignoranti, che la vollero lavare, rimase quasi in tutto guasta. La tavola venne in tal venerazione appresso i popoli, che non mai si aprivano gli sportelli, se non ne’ giorni di gran feste, o a’ forestieri: e a tal faccenda erano deputate persone apposta, che in tale occasione si guadagnavano gran mance: e quando si mostrava ad alcuno, vi si affollavano talmente le persone, che talora seguivano disordini. Erano in essa tavola sopra 300. figure, tutti ritratti al naturale, niuno de’ quali s’assomigliava all’altro: e in somma fu quest’opera in que’ primi tempi il miracolo di quelle parti.

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Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

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Discepolo di Fra Filippo Lippi, nato 1437, ?1515.* Fu Sandro Botticelli, fin da’ primi anni della sua puerizia, d’ingegno molto elevato: e mostrò sempre una più che ordinaria facilità in apprendere tutte le cose, che il padre suo, cittadin Fiorentino, desiderosissimo del profitto di lui, procurava fargli insegnare; ma il figliuolo aveva altresì un cervello così stravagante ed inquieto, che in nessuna cosa trovava fermezza; tantoché annoiatosi Mariano, che così chiamavasi suo padre, di tanta instabilità, levollo da ogni altro studio, e messelo a bottega dell’orefice. E perché pel grande affaticarsi, che in que’ tempi facevano gli uomini di quel mestiere, nelle cose appartenenti al disegno, prima di mettersi all’arte, era una gran famigliarità, e pratica fra’ Pittori, Scultori e Orefici; coll’occasione della conversazione di costoro, cominciò il giovanetto a darsi tutto al disegno e alla pittura, talché avendo in quella interamente fermato suo genio volubile, fu dal padre accomodato con Fra Filippo Lippi, il quale così bene l’istruì ne’ precetti dell’arte, che in breve tempo reselo bonissimo pittore. Dal che in somma si riconosce esser verissimo, che non mai si adatta l’ingegno dell’uomo, tuttoché perspicace ed elevato si manifesti, a cosa, che buona sia, ogni qualvolta questa alla di lui inclinazione anche confacevole non sia. Onde scrisse una dotta penna, essere il genio una calamita fedele, che può bene violentata volgersi all’opposto della sua tramontana, ma non può giammai acquietarvisi tanto, che ella non senta il forte stimolo della contraria inclinazione, finché gli venga fatto finalmente il condur l’uomo per quella via, alla quale lo destinò la natura. Quindi è, che dovrebbe essere il primo pensiero de’ padri, che desiderano mettere i proprj figliuoli nella strada della virtù (ciocché degli Ateniesi raccontano gli antichi Scrittori) il porre ogni studio, prima di ogni altra cosa, nel riconoscere il genio: e poi, secondo esso, quegli incamminare. La prima opera, che partorisse il pennello di Alessandro, fu una figura della Fortezza, dipinta da lui fra le tavole di altre Virtù, che colorirono Antonio e Piero del Pollajuolo, nella Residenza del magistrato della mercanzia di Firenze, nelle spalliere del tribunale. Dipinse poi una tavola in Santo Spirito per la Cappella de’ Bardi, dove con grande amore e diligenza colorì alcune olive e palme: un’altra tavola per le Monache di San Barnaba: e una altresì per le Convertite. Dipoi nella Chiesa d’Ognissanti dipinse un S. Agostino, a concorrenza di Domenico del Ghirlandajo, che nell’altra parte aveva dipinto un San Girolamo: le quali pitture erano già situate nel tramezzo di quella Chiesa, allato alla porta del Coro; ma volle il Granduca Cosimo l’anno 1566. affinch’ella fosse più luminosa capace, si levasse il tramezzo; il che anche fu fatto alle Chiese di Santa Croce, e di Santa Maria Novella, di San Remigio, ed altre, dentro e fuori di città, stando allora il Clero nel Coro avanti all’Altare; onde fu necessario, con ordinghi ed instrumenti adatti al bisogno, levar’ esse pitture dell’antico luogo, ed in altro luogo di quella Chiesa collocarle, ove fino al presente tempo si veggono ben conservate. Lavorò molto per diverse altre Chiese delle città, e pel Magnifico Lorenzo de’ Medici, e per molte case di cittadini condusse gran quantità di quadri, e molti tondi; uno de’ quali, e de’ maggiori, con Maria Vergine e Gesù ed alcuni Angeli, si vede oggi nella casa del Cavaliere Alessandro Valori. Ebbe particolar talento in dipignere piccole figure, e vaghe storiette, fra le quali bellissime furono reputate alcune, ch’egli condusse per la casa de’ Pucci in quattro quadri, ne’ quali egli rappresentò la Novella del Boccaccio di Anastasio degli Onesti.

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