Nominativo - Alberto

Numero occorrenze: 11

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Fioriva circa al 1450. Fiorì questo Alberto van Ouwater nelle parti di Fiandra nella città di Haerlem, e secondo un computo, che al lume di molto adattate conghietture ne fece il Van Mander Pittor Fiammingo, che in suo linguaggio alcuna cosa ne scrisse, operava egli circa gli anni di nostra salute 1450. Di mano di questo artefice vedevasi nel Duomo di quella Città, da una parte dell’Altar maggiore, sopra un altro Altare, che chiamavano l’Altar Romano, perché fu fatto fare da’ Romei, ovvero Pellegrini, che andavano a Roma, una bella tavola: nel mezzo della quale erano due gran figure quanto il naturale, che rappresentavano i Santi Pietro e Paolo: e nella predella un bel paese, dove erano figurati diversi pellegrini, altri in atto di camminare, altri di riposare per istanchezza e di poveramente cibarsi, altri di mendicare, ed in altre belle apparenze, tutte adattate a tal pio esercizio. Attesta il mentovato Autore aver veduto una bozza di copia di un bel quadro nella sua patria, fatto di mano di quest’artefice, dov’egli aveva figurata la Resurrezione di Lazzaro, della quale opera i pittori de’ suoi tempi dicevano gran cose. Questo quadro, dopo l’assedio e presa di quella città, fu tolto da certi Spagnuoli, con altre belle cose dell’arte, e portato in Ispagna. Era il quadro copioso di bellissime figure, e vedevasi Lazzaro ignudo molto ben fatto: dall’una parte Cristo e gli Apostoli, e dall’altra gli Ebrei ed alcune belle femmine, con altre figure di persone attente a quel fatto. Veniva arricchito da una bene intesa architettura di un Tempio, dietro a’ pilastri del quale aveva figurato diverse persone, in atto di osservare e ammirare quell’azione. Era questa pittura in grande stima in quella Città: ed il buon Pittore Hemskerch andava spesse volte a vederla, né si poteva saziare di lodarla. Fu Alberto ne’ suoi tempi eccellentissimo ancora in far ritratti: e alle sue figure faceva mani e piedi, e anche i panni assai meglio di altri pittori, che operavano ne’ suoi tempi in quelle parti; anzi era concetto ed opinione universale fra’ pittori, che operavano nel 1600. che costui fosse stato il primo, che oltre a’ monti e ne’ Paesi Bassi, avesse dato cominciamento al bel modo di far paesi: e ciò fu nella stessa città d’Haerlem. Ebbe un discepolo, che in quella età riuscì pittore di ottimo grido, che si chiamo Geertgen di Santo Jans. E questo è quanto abbiamo potuto ritrarre della vita d’Alberto van Ouwater.

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Si crede Discepolo d’Alberto Vanwater. Fioriva nel 1460. L’altre volte nominato Carlo Vanmander Fiammingo, attesta, che fosse opinione molto ricevuta ne’ Paesi Bassi, che la città d’Haerlem ne’ primi tempi, che in quella parte cominciò a fiorire la Pittura, fosse quella, che producesse i migliori maestri, e più rinomati di ogni altra città: ed oltre al testimonio, che fanno di ciò le opere d’Albert Vanwwater e di Geertgen di S. Jans, non lasciano di farlo anche chiaramente conoscere le pitture di Teodoro Direck d’Haerlem. Non è noto, di chi egli fosse discepolo: ma per ragion de’ tempi e dell’operar suo, non è in tutto improbabile, ch’egl’imparasse l’arte dallo stesso Alberto Vanwwater. Abitava quest’artefice nella strada detta della Croce, poco lontano dagli Orfanelli, dov’era un’antichissima facciata, con alcuni ritratti di rilievo. Si tien per certo, che egli andasse ad operare in varj luoghi, e ch’egli consumasse qualche tempo di sua vita nella città di Lovanio in Brabanza. A Leiden era di sua mano un quadro dov’egli aveva figurato un Salvadore, e ne’ due sportelli San Pietro e San Paolo, grandi quanto il naturale. Sotto questo quadro erano scritte in lettere d’oro le seguenti parole: Mi ha fatto in Lovanio l’anno della Natività di Cristo 1462. Direck, nato a Haerlem, gli sia eterno riposo. I capelli e le barbe di queste figure erano molto morbidi e delicati, e fatti di una maniera, secondo ciò che attesta il nominato Autore, più tenera e pastosa di quello, che si usava poi ne’ tempi di Alberto Duro: ed i contorni erano men secchi di quelli, che fecero dopo molti anni i pittori, dopo aver vedute le opere dello stesso Alberto. Vedevasi questo bel quadro l’anno 1604. in casa un certo Jan Gerrebz Buytewegh.

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Discepolo di Buonmartino, nato nel 1470, morto 1528. Assai poca notizia potrei io dare del celebre artefice Alberto Durero, se a ciò non mi avesse in parte aiutato la traduzione di quello, che nel proprio idioma ne scrisse il buon pittore Carlo van Mander Fiammingo; aggiugnendola a quello, che con molta fatica e industria sparso per gli scritti di ottimi Autori, ho io fin qui potuto ritrarne, per far sì, che la nostra Italia, che per un corso di sopra 170 anni, nelle belle opere sue ha ammirato il valore di lui e la chiarezza del suo intelletto, sortisca ancora di sapere alcuna cosa della sua persona, e dell’altre qualità dell’animo suo. Quali fossero negli antichi tempi gli antenati di Alberto, e onde traesse l’origine la sua casa, non è ben noto; ma però fu scritto, che quelli potessero avere avuto loro cominciamento nell’Ungheria, e che di quivi se ne passassero ad abitare in Germania. Ma poco rilieva tutto ciò; conciossiacosachè, per molto qualificati che potessero essere stati I suoi genitori, non è per questo, che alcuna maggior gloria avessero potuto procacciare a lui, di quella, che egli colla molta virtù sua seppe acquistare. È dunque da sapersi, come il natale d’Alberto seguì nella città cli Norimbergh in Alemagna, l’anno della nostra salute 1470, in tempo appunto quando in Italia si era già cominciata a scoprire e praticare l’ottima maniera del dipignere. Il Padre suo esercitò con lode universale il mestiere dell’orefice, nel quale seppe dare a vedere a’ suoi cittadini il molto, ch’ e’ valeva in ogni più artificioso lavoro. È stata opinione di qualcheduno in Fiandra, che Alberto il figliuolo consumasse i primi anni suoi nell’esercizio del padre; e tale loro opinione ha avuto suo fondamento, in non essersi mai veduto, che Alberto, per molti anni di sua gioventù, conducesse cosa di considerazione in quest’arte, e d'intaglio. Altro non si vede di quel tempo, fatto da Alberto, che una stampa con la data del 1497, anno ventisettesimo dell’età sua; e quella anche aveva copiata da una simile, intagliata da Israel di Menz, città vicina al Reno, sopra il Fiume di Main, in quel luogo appunto, dove questi due fiumi si congiungono; nella quale stampa aveva il Menz figurato alcune femmine ignude, a somiglianza delle tre Grazie, sopra il capo delle quali pendeva una palla, e non vi aveva posto nota del tempo, in che fu fatta; e similmente eransi vedute alcune poche stampe, fatte dallo stesso Alberto, pure senza data di tempo, le quali da’ pratici dell’arte furono reputate delle prime cose che e’ facesse. Altri poi hanno creduto, che egli nel corso di quegli anni, comech'egli era d’ingegno elevatissimo, ad altro non attendesse che allo studio delle lettere, ed a farsi pratico in Geometria, Aritmetica, Architettura, Prospettiva, ed in altre belle facoltà: e questo è più probabile; e quando mai altro non fosse, ne fanno assai chiara testimonianza i molti libri, che questo sublime ingegno, dopo un breve corso di vita, ne lasciò scritti. Tali sono l’opera della Simetria de’ corpi umani, scritta in Latino e dedicata a Vilibaldo Pirchemer, letterato Tedesco; il libro di Prospettiva, d’Architettura e dell’Arte militare. Io però, non discostandomi in tutto dalla sentenza di questi secondi, stimo che Alberto impiegasse quel tempo, non solo negli studj predetti, ma ancora in quello del Disegno e della Pittura: ed il non aver dato fuori intagli di sua mano prima del 1497, in età di ventisette anni, dico io, che derivò da impossibilità della cosa stessa; perché l’arte dell’intagliare in rame, non prima ebbe suo principio, che l’anno 1460 in circa, che operava in Firenze Maso Finiguerra, che ne fu l’inventore, come abbiamo accennato a principio, e come si trova esser da noi stato scritto nelle notizie di tale artefice. Qualche poco di tempo vi volle prima che Baccio Baldini, il Pollajuolo e altri maestri Fiorentini la riducessero a pratica: e sappiamo che il Mantegna vi applicò in Roma dopo costoro; e quivi fu il primo a dar fuori carte stampate, che furono i suoi Trionfi, con altre cose: e ciò fu non prima del tempo d’Innocenzio VIII, che tenne il papato dal 1484 al 1492. Inoltre sappiamo che queste stampe del Mantegna furon quelle portate in Fiandra, che diedero alle mani di Buonmartino Pittore di quelle parti rinomato, il quale pure dovette anche egli consumare alcun tempo, prima che e’ si facesse quel grand’uomo nell’intaglio, che (avuto riguardo a’ tempi) egli poi fu; e ch'egli avesse ad Alberto quell’arte insegnata; onde io sarei rimasto in gran confusione, quando avessi inteso il contrario, cioè che Alberto, prima di quel tempo avesse potuto intagliare; conoscendo per altra parte, che ciò non poteva seguire, per non essere ancora in pratica quel mestiere.

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Il nostro Alberto adunque, avendo assai miglior disegno di quel che aveva Buonmartino suo maestro, apprese così bene quest’arte, che in pochi passi di gran lunga l’avanzò, perché le prime opere sue tosto cominciarono ad esser più belle. Queste furono una stampa, che si chiama l'Uomo Salvatico, con una testa di morto in un'arme, fatta l’anno 1503, e una Nostra Donna piccola, fatta pure lo stesso anno, nella quale si scorge quanto egli già eragli passato avanti. Diede fuori l’anno 1504 le belle figure di Adamo ed Eva; l’anno 1505 i Cavalli; del 1507, 1508 e 1512 fece le belle carte della Passione, in rame; intagliò la carta del Figliuol Prodigo, il San Bastiano piccolo, la Vergine, in atto di sedere col Figliuolo in braccio; e anche la Femmina a cavallo, con un uomo a piede; la Ninfa rapita dal mostro marino, mentre altre Ninfe stanno bagnandosi. Fece in diverse piccolissime carte molti Villani e Villane, con abiti alla Fiamminga, in atto di sonar la cornamusa, di ballare, altri di vender polli, ed in altre belle azioni; e similmente il Tentato da Venere all’impudicizia, dove è il Diavolo ed Amore, opera ingegnosissima; e i due Santi Cristofani portanti il Bambino Gesù. Scopertesi poi le stampe di Luca d’Olanda, intagliò a concorrenza di lui un uomo armato a cavallo, lavorato con estrema diligenza, il quale figurò per la Fortezza dell’uomo, dov’è un Demonio, la Morte e un Cane peloso, che par vero. Ancora fece una Femmina ignuda sopra certe nuvole, e una figura alata per la Temperanza, che si vede dentro a un bellissimo paese, con una tazza d’oro in mano ed una briglia. Un Santo Eustachio inginocchioni dinanzi al Cervio, che tiene fra le corna il Crocifisso, carta bellissima, dove sono certi cani, in diverse positure naturali, che non possono esser meglio imitati. Veggonsi anche intagliati da lui molti putti, alcuni de’ quali tengono in mano uno scudo, dov’è una morte con un gallo. Similmente un San Girolamo, vestito in abito Cardinalizio, in atto di scrivere, con un leone a’ piedi che dorme. Figurò egli il Santo in una stanza, ove sono le finestre invetriate, nelle quali battendo i raggi del Sole, tramandano lo splendore nel luogo, ove il Santo scrive, e in quella stanza contraffece orivoli, libri, scritture, e infinite altre cose, con tanta finezza e verità, che più non si può desiderare. Intagliò anche un Cristo coi dodici Apostoli, piccole carte; ancora molti ritratti, fra’ quali Alberto di Brandemburgh Cardinale, Erasmo Roterodamo, e fece anche pure in rame il ritratto di sé stesso. Ma bellissima è una Diana, che percuote con un bastone una Ninfa, che per suo scampo si ricovera in grembo a un Satiro. Dicesi, che Alberto in questa carta volesse far conoscere al mondo quanto egli intendeva l’ignudo; ma per dire il vero, per molto ch'ei facesse, poté bene in questa parte piacere a’ suoi paesani, a’ quali ancora non era arrivato il buon gusto e l’ottima maniera di muscoleggiare; ma non già agli ottimi maestri d’Italia. Né poteva egli far meglio gl’ignudi di quel ch’e’ fece, poiché, seguendo il modo di fare di tutti coloro, che prima di lui dipinsero in quelle parti, ebbe sempre per sua cura principale di osservare il vero bensì; ma insieme di fermarvisi, senza eleggere il più bello della Natura, come fecero negli antichi tempi i Greci e i Romani: il che poi il Divino Michelangelo Buonarroti tornò a mettere in pratica, come a tutti è noto. Non fu anche di poco danno ad Alberto nel far gl’ignudi in quel luogo, che non aveva ancora avuta la più chiara luce dell’arte, il doversi per necessità servire per naturali de’ suoi proprj garzoni, che probabilmente avevano, come anco per lo più i Tedeschi, cattivo ignudo, benché vestiti appariscano i più belli uomini del mondo. E da tutto questo avvenne, che i suoi intagli, nella nostra Italia, avessero allora, siccome anche hanno avuto dipoi più a cagione dell’estrema diligenza con che erano lavorati, della varietà e nobiltà delle teste e degli abiti, della bizzarria di concetti e dell’invenzione, più rinomanza e stima, che per l’intelligenza dei muscoli e dolcezza della maniera. Ma perché Alberto aveva veduto, fino dal bel principio, le opere sue tanto applaudite, aveva preso grand’animo: e come quegli, che si trovava molte belle idee disegnate per dare alla luce, si risolvé, come cosa ben faticosa e più breve, di applicarsi all’intagliare in legno, che gli riuscì con non minore felicità di quella, che aveva provata nell’intagliare il rame. In data del 1510 si veggono di suo intaglio in legno una Decollazione di San Giovanni, e quando la testa del Santo è presentata ad Erode, che sono due piccole carte. Un San Sisto Papa, Santo Stefano, e San Lorenzo, e un San Gregorio, in atto di celebrare. Lo stesso anno 1510 intagliò in foglio reale le quattro prime storie della Passione del Signore, cioè la Cena, la presa nell'Orto, l'andata al Limbo e la Resurrezione. Restavano ad intagliarsi le altre otto parti della Passione, le quali si crede che egli volesse pure intagliare da sé stesso, ma che poi non lo facesse; e che restandone i disegni, dopo la sua morte, fossero sotto suo nome, e col solito contrassegno suo, intagliate e date fuori, perché son diverse assai in bontà, dalla sua maniera, né hanno in sé arie di teste, nobiltà di panneggiare, o altra qualità, che si possa dir sua; massimamente se consideriamo le venti carte della Vita di Maria Vergine, che egli intagliò poi l’anno 1511 nella stessa grandezza di foglio, nelle quali appariscono tutte le eccellenze maggiori del saper suo, tanto per arie di teste, quanto di Prospettive, invenzioni, azioni, lumi ed ogni altra cosa desiderabile. Fece anche in legno un Cristo nudo, co’ misterj della Passione attorno, in piccola carta; lo stesso anno pure intagliò la celebre Apocalisse di San Giovanni evangelista in quindici pezzi, che pure riuscì opera maravigliosa; come anche i trentasei pezzi di storie della Vita, Morte, e Resurrezione del Salvatore, cominciando dal peccar di Adamo, e sua cacciata dal Paradiso Terrestre, fino alla venuta dello Spirito Santo; finalmente intagliò il proprio ritratto quanto mezzo naturale. Tornò poi a fare altre cose in rame, cioè a dire, tre piccole immagini di Maria Vergine, e una carta, dove con bella invenzione figurò la Malinconia, con tutti quelli strumenti, che ajutano l’uomo a farsi malinconico. Molte altre carte intagliò in rame, tra le quali si annovera il ritratto del Duca di Sassonia, fatto del 1524 e di Filippo Schuvartzerd (a), detto comunemente il Melantone, del 1526, che fu l’ultimo tempo, del quale si veggono suoi intagli in rame.

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Or qui è da sapere, che essendo capitate a Venezia molte delle sue stampe, e particolarmente i trentasei pezzi della Vita di Cristo; e date alle mani di Marc’antonio Raimondi Bolognese, che quivi allora si ritrovava, egli le contraffece, intagliando il rame d’intaglio grosso, a similitudine di quelle che erano in legno, e spacciavale per di Alberto, perché vi aveva intagliato ancora il proprio segno di lui, che era un A. D. Seppelo Alberto, ed ebbene sì gran dispiacere, che fu costretto venire in persona a Venezia. Quivi essendo ricorso alla Signoria, e avendo fatta gran doglianza di un tanto aggravio, non altro ne cavò, se non un ordine, che il Raimondi non ispacciasse più sue opere col segno e marca di lui, come altrove abbiamo raccontato. Con tale occasione visitò Giovanni Bellini, celebre Pittore di quella città; e vedute le sue opere, fecegli anche veder le proprie, con iscambievol soddisfazione e contento. Ma tempo è oramai di dare alcuna notizia dell’opere di questo Artefice, fatte col pennello, le quali, contuttoché ritengano alquanto di quel secco, che hanno tutte quelle fatte in quei tempi, e prima da’ maestri di quelle parti, che per non aver vedute le belle pitture d’Italia, si erano formati una maniera come potevano; contuttociò non lasciano di far conoscere al mondo, quale e quanto fosse l’ingegno di quest’uomo, il quale per certo fu di gran lunga superiore ad ogni altro, che vi avesse operato avanti a lui. Dipinse l’anno 1504 una Visitazione de’ Magi, il primo de’ quali teneva un calice d’oro, il secondo e terzo una piccola cassetta. Del 1506 fece una Madonna, sopra la quale erano due Angeli, in atto di coronarla con una corona di rose; l’anno 1507 un Adamo ed Eva, grandi quanto il naturale; e un altro Adamo ed Eva, pure di sua mano, della stessa grandezza, si conserva oggi nella Real Galleria del Serenissimo Granduca. Questo quadro è diviso in due parti, che unite insieme compongono un sol quadro, e si può piegare in mezzo. Dalla parte sinistra si vede la nostra prima Madre in piedi, la quale, colla destra alzata alquanto, tiene in mano il pomo, quasi in atto di porgerlo al suo marito, il quale ella guarda fissamente, quasi persuadendolo a prenderlo; dalla parte destra è Adamo, pure in piedi, il quale in vaga attitudine tien la mano dritta appoggiata al capo, e colla mano manca stringe un cingoletto di foglie, con cui si cuopre le parti, e guardando la Moglie con occhio vivacissimo, pare veramente che esprima un certo stare in forse, se deva compiacerla o no. Le figure son colorite benissimo, e tanto finite, che è una maraviglia il vederle. Nella stessa Galleria di Sua Altezza Serenissima, sono di mano di lui due bellissime teste a tempera, sopra tele, una rappresenta un San Filippo Apostolo, e l’altra un S. Jacopo: nella prima è scritto Sancte Philippe ora pro nobis, colla data del 1506, e la solita cifra d’Alberto A. D.; sopra l’altra è l’altro Apostolo con barba lunga, nella quale si possono numerare tutti i peli; ed è cosa da stupire, come un uomo sia potuto arrivare a tanta finezza, massimamente nel colorito a tempera; ed in questa è scritto Sancte Jacobe ora pro nobis, colla medesima data e cifra. Queste due teste erano nella Galleria dell’Imperadore, quando la gloriosa memoria del Granduca Ferdinando II andò all’Imperio; e avendole vedute e molto lodate, subito le furono da quella Maestà donate. Vi è ancora un altro quadro di sua mano, in tavola, alto circa due braccia e mezzo, dov’è figurato Gesù Cristo appassionato con mani legate, e tutti gli strumenti della Passione, e dal ginocchio in giù è nel sepolcro. Questo quadro fu della gloriosa memoria del Cardinal Carlo de’ Medici; e similmente un altro, dipintovi una Pietà, ancora esso in tavola, con figure alte tre quarti di braccio in circa, dove si vede il Signore morto, in atto di esser adorato e pianto da Maria Vergine, che è dalla parte destra, e dalla sinistra San Giovanni. Davanti vedesi la Madonna inginocchione, e presso al Sepolcro è Giuseppe di Arimatia, con un’altra figura, che ambedue reggono il corpo del Redentore. Nel 1508 una Crocifissione, nella quale, in lontananza, aveva figurati diversi martirj, dati poi a’ Cristiani, ad imitazione del Crocifisso Signore, alcuni de’ quali si vedevano lapidati, e altri con varj e crudeli supplicj fatti morire. In questo quadro dipinse al naturale sé stesso in atto di tenere un'insegna, in cui aveva scritto il proprio nome: e appresso alla sua persona fece il ritratto di Bilibaldo Pirchemerio, uomo virtuoso, che fu suo amicissimo. Dipinse anche un eccellente quadro, e vi figurò un Cielo, in cui si vedeva un Crocifisso pendente dalla Croce, sotto il quale erano il Papa, l’Imperadore e i Cardinali, che fu in istima di una delle più belle opere che uscissero dalle sue mani: e nel paese sopra il primo piano fece un ritratto di sé stesso, in atto di tenere una tavola in mano, dove era scritto Albertus Durer Noricus faciebat Anno de Virginis partu 1511. Queste belle opere pervennero tutte nelle mani dell’Imperadore, che diede loro luogo nel Palazzo di Praga, nominato la Galleria nuova, tra altre opere di celebri Pittori Tedeschi e Fiamminghi.

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Riuscì anche uno de’ più degni quadri d’Alberto, quello, che donò il Consiglio o Magistrato di Norimbergh a quella Maestà, in cui egli aveva figurato il portar della Croce di Cristo. Eranvi moltissime figure, co’ ritratti di tutti i Consiglieri di quella città, che in quel tempo vivevano; e questo pure ebbe luogo nella nominata Galleria di Praga. In un Monastero di Monaci a Francfourt era l’anno 1604 un bellissimo quadro dell'Assunta di Maria Vergine, ed una Gloria con Angeli, bellissima: e fra l’altre cose si ammirava in essa una pianta del piede di un Apostolo, fatta con tanta verità e di tanto rilievo, che era uno stupore: e tale era il concorso della gente a veder questo quadro, che afferma il Vanmander, che a que’ Monaci frullava gran danari di limosine e donativi, che erano loro fatti in ricompensa della dimostrata maraviglia. Fece quest’opera Alberto l’anno 1509. Erano similmente nel Palazzo di Norimbergh sua patria diversi suoi quadri di ritratti d’Imperadori, cominciando da Carlo Magno, con altri di Casa d’Austria, vestiti di bellissimi panni dorati: ed alcuni Apostoli in piedi, con be’ panneggiamenti. Aveva anche Alberto ritratta la propria sua Madre in un quadro: ed in un’altra piccola tavola sé medesimo, l’anno 1500, in età di trent’anni. Aveva fatto anche un altro ritratto di sé medesimo l’anno 1498, in una tavola minore di braccio: e questo si conserva nel non mai abbastanza celebrato Museo de’ Ritratti di proprie mani degli eccellenti Artefici, che ha il Serenissimo Granduca di Toscana, i quali furono raccolti dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo. Vedesi esso Alberto in figura di un uomo con una bellissima zazzera rossastra, vestito d’una veste bianca, listrata di nero, con una berretta pure bianca, anch’essa listrata di nero: la parte destra è coperta con una sopravveste capellina: ha le mani giunte inguantate: v’è figurata una finestra, che scuopre gran lontananza di montagne: e nel sodo, o vogliamo dire parapetto di essa finestra, sono scritte dipoi dopo alcun tempo le seguenti parole in quella lingua Tedesca: 1498. Questa pittura ho fatta io quando era in età di ventisei anni Alberto Durer: e vi è sotto la sua solita cifra A. D. Abbiamo per testimonianza di Mons. Felibien nel suo Trattato in lingua Franzese, che nel Real Palazzo della Maestà di quell’invitto Re, si ammirino fatti, con cartone d’Alberto, quattro parati di nobilissime tappezzerie di seta e oro: in uno si rappresenta storie di San Giovambatista, in un altro la Passione del Signore. Sarei troppo lungo, se volessi descriver tutte le opere e i quadri d'Alberto, quanto di Luca d’Olanda e d’altri insigni Artefici Tedeschi e Fiamminghi, che sono nel Palazzo Serenissimo; ma non voglio già lasciare di far menzione di un altro maraviglioso ritratto di mano d’Alberto, che si trova pure nelle stanze, che furon già del nominato Serenissimo Cardinal Leopoldo, in una tavola, alta quasi un braccio, che a parer degl’intendenti è una delle più belle cose che si vedano di mano sua. È questo un Vecchio, con berretta nera, con sopravveste capellina pelliccia, che ha in mano una coronetta di palle rosse, alla qual figura non manca se non il favellare. Vi è la solita cifra A D e la data del 1490. Vi sono anche due teste quanto il naturale, una di un Cristo coronato di spine, e l’altra di Maria Vergine colle mani giunte, ed alcuni veli bianchi in capo, delle quali meglio è tacere, che non lodarle abbastanza. Dipinse anche una Lucrezia, che era in Midelburgh appresso a Melchior Wyntgis: e in Firenze nel passato secolo venne in mano di Bernardetto de’ Medici, un piccol quadro della Passione del Signore fatto, con gran diligenza: e molti e molti altri furono i parti del suo pennello, che per brevità si tralasciano, e de’ quali anche non è venuta a noi intera notizia.

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Pervenuto finalmente Alberto all’età di anni cinquantasette, avendo acquistato molte facultà e fama grandissima per tutto il mondo, nel più bello dell’operar suo fu rapito dalla morte, l’anno di nostra salute 1528 agli 8 di Aprile nella Settimana Santa. Fu al suo corpo data sepoltura nel cimitero di San Giovanni fuori di Norimbergh, e sopra essa fu posta una lapida grande con la seguente iscrizione: (a) ME. AL. DV. Quicquid ALBERTI DURERI mortale fuit sub hoc conditur tumulo emigravit VIII. Aprilis 1528 Il già nominato Bilibaldo Pirkaeymherus , stato suo grande amico, del quale egli aveva anche fatto un ritratto in rame, compose ad onor suo un bello Epigramma Latino. Diede la natura ad Alberto un sì bel corpo, che per la statura e composizione delle parti fu maraviglioso, e in tutto e per tutto proporzionato alle belle doti dell’animo suo. Aveva il capo acuto, gli occhi risplendenti, il naso onesto e di quella forma, che i Greci chiamano tet?a?????, il collo alquanto lungo, il petto largo, il ventre moderato, le cosce nervose, le gambe stabili, e le dita delle mani così benfatte, che non si poteva vedere cosa più bella. Aveva tanta soavità, nel parlare accompagnata da tanta grazia, che non mai avrebbe, chi si fosse, voluto vedere il fine di ascoltarlo: e seppe così bene esplicare i suoi concetti nelle scienze naturali e mattematiche, che fu uno stupore. Ebbe un animo sì ardente, in tutto ciò che spetta all’onestà e a’ buoni costumi, che fu reputato di vita irreprensibile. Non tenne però una certa gravità odiosa, e nell’ultima età non recusava gli onesti divertimenti di esercizj corporali e’l diletto della musica, né fu mai alieno dal giusto. Il suo pennello fu così intatto, che meritamente gli fu dato il nome di custode della purità e della pudicizia. Insomma fu Alberto Durero un uomo de’ più degni del suo secolo: e se e’ fosse toccato in sorte a lui, come a tanti altri maestri di quel tempo, di formare il suo primo gusto nell’arte sopra le opere degli stupendi Artefici Italiani, mi par di poter affermare, che egli avrebbe avanzato ogni altro di quel secolo; giacché e’ si vede aver egli sollevata tanto l’arte dallo stato, in che la trovò sotto quel cielo, che non solo ha svegliato ogni spirito, che poi vi ha operato, ma ancora ha dato qualche lume all’Italia stessa, e a’ migliori maestri di quella; i quali non hanno temuto d’imitarlo in alcune cose, cioè a dire in qualche aria di testa o abito capriccioso e bizzarro, come fece Gio. Francesco Ubertini Fiorentino, detto il Bacchiacca : e fino lo stesso Andrea del Sarto prese da lui alcuna cosa, riducendola poi alla propria ottima maniera, ed impareggiabil gusto. Lascio da parte però il celebre Pittore Jacopo da Pontormo , il quale tanto s’incapriccì di quel modo di fare, e tanto vi si perse, che d’una maniera, ch’ e’ s’era formato da non aver pari al mondo, come mostrano le prime opere sue, e particolarmente le due Virtù, dipinte sopra l’arco principale della Loggia della Santissima Nunziata in Firenze, una poi se ne fece in su quel modo Tedesco, che gli tolse quanto egli aveva di singolare. Restarono dopo la morte d’ Alberto molti bellissimi disegni di sua mano, e particolarmente gran quantità di ritratti, tocchi di biacca, che vennero poi dopo alcun tempo in mano di Joris Edmkenston nella Biel; ed in mano di altri vennero anche più disegni dello studio della simmetria, di che parleremo appresso. Dell’Adamo ed Eva, ed altri se ne sparsero per l’Italia in gran copia, per aver quest’Artefice disegnato infinitamente. Questo sublime intelletto, per poter assegnare una certa ragione di ogni sua opera, e per facilitare a chi si fosse il conseguimento di ogni perfezione nell’arte, si era messo con intollerabil fatica a ordinare il libro della Simetria de’ corpi umani, nel quale ebbe questa intenzione di ridurre il buon disegno in metodo e in precetti: e perch’egli era liberalissimo di ogni suo sapere, si pose a spiegarla in iscritto al dottissimo Vilibaldo Pirchemer , a cui, con una bella epistola la dedicò: e già aveva dato principio a correggerla e stamparla, quando fu colto dalla morte; onde ella fu poi da’ suoi amici data alla luce nel modo che egli ordinò. Dissi che egli ebbe questa buona intenzione; perché quantunque sia di non poco giovamento a’ Pittori e agli Scultori, per tenersi lontani da’ grandi sbagli, il saper per via di precetti una certa universale proporzione de’ corpi, ha però insegnato l’esperienza, che la vera, più corta e più sicura regola per far bene, si è, l’aver l’artefice, come diceva il Buonarruoto , le seste negli occhi. Fu Alberto amicissimo di ogni professore che egli avesse riputato insigne nell’arte, e particolarmente del gran Raffaello da Urbino , al quale mandò a donare un ritratto di sé stesso, fatto sopra una bianca tela, d’acquerello, servendosi per lume del bianco della medesima tela: e ne fu corrisposto di alcuni disegni, fatti di sua propria mano.

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Mosso dallo stesso affetto dell’arte e de’ professori, volle visitare i più celebri artefici de’ Paesi Bassi, e veder le opere loro, e particolarmente quelle di Luca d’Olanda , che fino del 1509 aveva cominciato a dare gran saggi di sé co’ suoi intagli, i quali per certo, quantunque in disegno non arrivassero alla bontà di quelli d’ Alberto , gli furono però alquanto superiori in diligenza e delicatezza. In tale occasione avvenne, che al primo vedere che fece Alberto l’aspetto di Luca , che era di persona piccolo e sparuto, forte si maravigliò, come da uno, per così dire, aborto della natura potessero uscire opere di tanta eccellenza, delle quali a lode si parlava pel mondo. Dipoi fattagli grande accoglienza, ed abbracciandolo cordialmente, stettesi con lui qualche giorno, con gran dimostrazione d’amore. Fecionsi il ritratto l’un l’altro, e strinsero fra di loro una inseparabile amicizia. Questo medesimo affetto che egli ebbe all’arte e a’ professori, aggiunto all’ottima sua natura, cagionò in lui una inarrivabile discretezza nel parlare dell’opere loro: e quando era domandato del suo parere, lodava tutto ciò che e’ poteva lodare; e quando non aveva che lodare, se la passava con dire. Veramente questo Pittore ha fatto tutto il possibile per far bene: e così lasciava le opere e i maestri nel posto e pregio loro, il perché era da ognuno, per così dire, adorato. E sia ciò detto a confusione di certi maestrelli, che essendo, come noi sogliamo dire, anzi infarinati nell’arte, che professori, ardiscono por la bocca nelle opere de’ grand’uomini, facendosi temerariamente giudici di tutto ciò ch’ e’ non conoscono, o non intendono; per non parlar di tanti altri, i quali col solo avere in puerizia sporcate quattro carte con iscarabocchi e fantocci, si usurpano il nome di dilettanti nell’arte, con cui presumono di tenere a sindacato del loro sconcertato gusto anche i professori di prima riga; altro finalmente non riportando di tal loro temerità, che nimicizia e vergogna. Alberto dunque, per tante sue virtù e ottime qualità, oltre alla reverenza e stima, in che fu sempre appresso all’universale e a’ professori, fu stimatissimo da’ Grandi, che facevano a gara a chi più poteva ricompensarlo ed onorarlo. Massimiliano , Avo di Carlo V , fecegli una volta in sua presenza disegnare sopra una muraglia alcune cose: e perché queste dovevano avanzarsi sul muro alquanto più di quello che egli potesse giugnere colla mano, non essendo allora in quel luogo altra miglior comodità, comandò lo’mperadore ad un Cavaliere pettoruto e di buone forze, che era quivi presente, di porsi per un poco piegato in terra a guisa di ponte, affinché Alberto , montato sopra di lui, potesse arrivar colla mano, ove faceva di bisogno. Il Cavaliere, parte per timore, parte per adulare a quel Monarca, subito ubbidì; ma però sopraffatto da insolita confusione, non lasciava di dare alcun segno colla turbazione dell’aspetto, di parergli strana cosa, che dovesse un Cavaliere servir di sgabello ad un pittore; di che avvedutosi Massimiliano , gli disse, che Alberto , a cagione di sua virtù, era assai più nobile di un Cavaliere: e che poteva bene un Imperadore di un vil contadino fare un Cavaliere, ma non già di un ignorante uno così virtuoso. E qui è da notarsi, che questo Cesare fu così amico dell’Arte, che diede alla Compagnia di Santo Luca, pe’ Pittori, un’Arme propria, che sono tre scudi d’arme d’argento in campo azzurro, la quale, oltre a quanto io trovo in alcuni Autori, vedesi espressa in faccia di un Frontespizio de’ Ritratti degl’illustri Pittori Fiamminghi, che diede alle stampe di suo intaglio Tommaso Galle circa il 1495. Fu ancora Alberto in grande stima appresso di Carlo V , e Ferdinando re d’Ungheria e di Boemia, oltre una grossa provvisione, con che era solito trattenerlo, faceva gli onori straordinarissimi; e in somma fu egli tanto in patria che fuori, e da ogni condizione di persone, sempre stimato e reverito a quel segno, che meritava un uomo di eccellente valore, qual egli fu. Della scuola di questo grand’Artefice uscirono uomini eccellenti, e particolarmente ALDOGRASSE da Norimbergo , che ancora esso fu celebre intagliatore, così abbiamo dal Lomazzo, e da Ricciardo Taurini , scultore di legname eccellente, il quale, ad istanza di san Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, intagliò, con modello di Francesco Brambriella , scultore rinomato, le bellissime sedie del Coro nel Duomo di essa Città.

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Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1494, morto 1533. Ne’ tempi, che nella città di Norimbergh e in tutta la Germania, già risplendeva il famoso Pittore, Scultore e Architetto Alberto Durer, e poco prima che egli incominciasse a dar fuori le maraviglie del suo artificioso bulino, nacque nella città di Leida l’eccellente pittore Luca: e ciò fu circa l’ultimo di Maggio o principio di Giugno del 1494. Suo padre si chiamò Huija Jacobsz, che in nostra lingua è lo stesso, che Ugo Jacobi, che fu anch’egli eccellente pittore. In questo fanciullo possiamo dire, che mostrasse la Natura il maggiore miracolo, che ella facesse giammai in alcun tempo vedere al mondo, in ciò che appartiene alla forza dell’inclinazione e del genio; perché avendo egli in puerizia atteso all’arte del disegno sotto gl’insegnamenti del padre, non prima fu giunto all’età di nove anni, che diede fuori graziosi intagli di sua mano, che andarono attorno senza la data del tempo, ma però fatti in quella sua tenera età: e come quegli, che non contento di quanto nell’arte apprese dal padre, desiderava di presto giugnere al più alto segno di eccellenza; si pose a studiare appresso di Cornelis Engelbrechtsen, del quale si è altrove parlato. Né è vero, per quanto ci avvisa Carlo Vanmander Fiammingo, quello, che disse il Vasari nelle poche righe, che egli scrisse di Luca, che egli per imparare bene l’arte, se ne uscisse della patria. Stavasi dunque il fanciullo in quella scuola, continuamente applicato a disegnare, consumando, non solo il giorno, ma le intere notti, senza mai pigliarsi altro trastullo o passatempo, che in cose di grande applicazione, appartenenti all’arte. Ma, come suole avvenire, che la Natura, benché troppo violentemente affaticata ne’ primi anni, talvolta pel vigore della gioventù, non dia in subito segni di molto risentirsene; ma coll’avanzarsi dell’età, e col crescere delle fatiche, in un tratto si dia per vinta; avvenne, che all’incauto Luca fossero brevi i giorni della vita, e che in que’ pochi non godesse egli sempre intera salute. Erano in quella sua tenera età le sue camerate mai sempre giovani di quel mestiere, Pittori, Intagliatori, Scrittori in vetro, e Orefici, co’ quali in altro non si tratteneva, che in istudiare e discorrere sopra le difficultà dell’arte. Di ciò era egli talvolta aspramente ripreso dalla madre, la quale per le soverchie fatiche, già lo vedeva correre a gran passi al totale disfacimento di sé stesso; ma non fu mai possibile il ritenerlo. Valevasi egli di ogni occasione, anche frivola, per mettersi a disegnare: e sempre faceva o mani o piedi, e quanto gli dava fra mano di più comodo, in ogni tempo e in ogni luogo. Or dipingeva a olio, ora a guazzo, ora in vetro, ora intagliava in rame, e in somma tutte l’ore del giorno, e bene spesso quelle della notte, erano a lui un’ora sola, destinata a una sola faccenda. Non fu prima arrivato all’età di dodici anni, che e’ dipinse in una tela a guazzo, una storia di Santo Uberto, che in quelle parti fu stimata cosa maravigliosa, e ne acquistò gran credito. Aveva egli fatto questo quadro pe’ Signori di Lochorst, i quali per rendere il fanciullo più animoso a operare, gli diedero tanti Fiorini d’oro, quanti anni egli aveva. A quattordici anni intagliò una storia, dove figurò Maometto, quando essendo ubriaco, ammazzò Sergio Monaco: e in essa pose la nota del tempo, che fu il 1508. Un anno dopo, cioè in età di 15 anni, intagliò molte cose; ma particolarmente per gli Scrittori, o vogliamo dire Pittori in vetro, fece otto pezzi della Passione di Gesù Cristo, cioè l’Orazione nell’Orto, la prigionia o cattura di esso nell’Orto, quando lo conducono ad Anna, la Flagellazione, la Coronazione, l'Ecce Homo, il Portar della Croce, la Crocifissione: e ancora una carta, dove figurò una tentazione di S. Antonio, al quale apparisce una bella donna: e tutti questi pezzi furono lodatissimi, perché erano bene ordinati con bizzarre invenzioni, prospettive, lontananze e paesi, e tanto delicatamente intagliati, che più non si può dire. Il medesimo anno intagliò la bella invenzione della Conversione di san Paolo, nella quale, come in ogni altra sua fattura, fece vedere gran diversità di ritratti, maestà di vestimenti e berretti, capelli, acconciature di femmine ed altri abbigliamenti all’antica, bellissimi, che son poi serviti di lume, anche agli stessi Pittori Italiani, per viepiù arricchire le opere loro: e molti colla dovuta cautela, ad effetto di coprire il virtuoso furto, se ne son serviti ne’ loro quadri. Nell’anno 1510 e della sua età il sedicesimo, intagliò la bella carta dell’Ecce Homo, con moltissime figure, nella quale superò sé stesso, particolarmente nella varietà delle arie delle teste e degli abiti, ne’ quali seppe far risplendere il suo bel concetto di far veder presenti a quello spettacolo diversi popoli e nazioni. Lo stesso anno intagliò il Contadino e la Contadina, la quale avendo munto le sue vacche, fa mostra di alzarsi, in che volle esprimere al vivo la stanchezza, che prova quella femmina nel rizzarsi da coccoloni, dopo essere stata lungamente a disagio in quel lavoro. Fece ancora l’Adamo ed Eva, i quali cacciati dal Terrestre Paradiso, malinconici e raminghi se ne vanno pel mondo. È Adamo coperto di una pelle, con una zappa in spalla, e porta il suo Caino sopra le braccia. Nello stesso tempo pure intagliò la femmina ignuda, che spulcia il cane, e molti altri bellissimi pezzi, de’ quali farò menzione a suo luogo, senza seguire l’ordine dei tempi, per non tediar il lettore; bastandomi l’averlo fatto fin qui, per mostrare, che Luca in età di sedici anni già aveva fatte opere meravigliose, e tali, che avevan messo in gran pensiero e gelosia lo stesso Alberto Duro, a cagione principalmente dell’aver Luca osservato ne’ propri intagli un certo modo di accordare così aggiustato, con un digradar di piani, e un tignere delle cose lontane, di tanta dolcezza, che a proporzione della lontananza, vanno dolcemente perdendosi di veduta, in quella guisa che fanno le cose naturali e vere; perfezione, alla quale Alberto stesso non era arrivato, benché per altro egli avesse miglior disegno di Luca. Onde il medesimo Alberto, a concorrenza di lui, si mise a dar fuori nuovi intagli, che furono i migliori, che e’ facesse mai: e perciò entrò fra di loro una tal virtuosa gara, che ogni volta che Alberto dava fuori intagliata una storia, subito Luca intagliava la medesima di altra propria invenzione.

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Attribuisce il Baldinucci a questo Brueghel, dagli Scrittori detto il Vecchio, e che fu padre, come l’Autore scrive, dell’altro Pietro, e di Giovanni; quasi tutto ciò che si vede di questi tre Professori, a’ quali, gl’Intendenti più moderni, assegnano caratteri diversi, e pregi non inferiori a quelli del padre, vedendosi chiaramente ne i tre Brueghel tre diverse maniere sì nel disegno, sì nel colorito; quindi è che al padre vien dato il nome di Pittore delle Processioni e Feste contadinesche: all’uno de’ figliuoli quello del Pittore delle Streghe, e da taluno della casa del diavolo, perché in tutti i suoi quadri vi si trova un diavolino; e all’altro del Paesista. Al Vecchio appartiene certamente il quadro della Processione al Monte Calvario, descritto con esattezza dal nostro Autore, per della Galleria Medicea, in cui della stessa maniera se ne conserva un altro piccolo composto di moltissime figure, quali intere, quali mezze, e quali colla sola testa, che tutte insieme rappresentano una festa contadinesca. Un altro quadro di singolar curiosità può ancora vedersi in questa Galleria, preso dal Brueghel, di cui parliamo, sopra un disegno in chiaroscuro di Alberto Duro, rappresentante la Passione di Nostro Signor Gesù Cristo, e colorito da lui con la solita diligenza e amore. Il disegno è alto e circa un braccio, e tanto è il quadro colorito, e in ciascheduno vi è la cifra del nome loro, né si può concepire, senza vederli la vastità del pensiero di Alberto, e la fedeltà di Brueghel, rendendosi molto facile una tale osservazione, per essere ambedue le opere congeniate con sì fatta maestria, che formano un sol quadro. Del Brueghel delle Stregherie, o casa del Diavolo, in detta Galleria si vede un graziosissimo quadro con Orfeo tasteggiante la sua lira davanti a Plutone, e a Proserpina coronati di raggi di fuoco, e assisi sopra trono infernale, sostenuto da orrendi mostri, e nel rimanente del quadro non saprebbero ridirsi le fantastiche immaginazioni rappresentatevi, sì nelle figure diavolesche, come di mostri ove pur senza sbaglio potrebbero contarsi; questo bensì, che la maniera è totalmente differente dall’altra, e i viaggiatori o curiosi, o dilettanti o intendenti, dicono di averne veduti molti in Germania, e ne’ Paesi Bassi, e tutti d’accordo lo chiamano Brueghel della Casa del Diavolo. Del Paesista poi, per distinguerlo dal padre, basta osservare il paese della Processione al Monte Calvario, e poi guardare alcuni paesi di varia proporzione, che di presente stanno nella medesima stanza, e subito si viene in cognizione, anche da occhi meno raffinati, che non sono dello stesso pittore; ma d’altro Brueghel famosissimo in questa sorte di pittura, siccome le figurine, che per entro vi sono disposte, mostrano una molto migliore avvenenza, e un altro gusto d’operare. Arnoldo Houbraken Olandese, che ha scritto le Vite e le Notizie de’ Pittori del suo paese, stampate in Amsterdam l’anno 1718, assegna a Giovanni Brueghel il carattere di Pittore Paesista e Fiorista, e dice che ne’ suoi quadri vi adattava figure piccole e in sommo graziose. E questo si accorda con quanto scrive il Baldinucci.

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L Lambert Lombardus 303. Lazzaro Calvi 247. Libri Corali, miniati dal B. Fra Gio. Angelico 46. Libro dell’Evangelio di San Giovanni, conservasi nella Cappella di Palazzo Vecchio 57. Lippo Dalmasi. Fu discepolo di Vitale. Apprese il nome di Filippo delle Madonne per le molte che ne faceva 31. Quello che dice il Malvasia delle Madonne di Lippo. Quello che dicesse Guido Reni, e quale fosse il suo parere. Preparazione, che faceva Lippo quando doveva dipingere una madonna, pel rispetto che le portava. Reflessione dell’Autore intorno alla pietà, che dovrebbe usare un pittore nel fare tali immagini. Poi si fa Religioso 32. Scrittori intorno ai fatti di Lippo. Immagini e altre pitture fatte da Lippo 33. Lodovico Jans Vandembus 242. Lorenzo Ghiberti. Si chiama anche Nencio di Bartoluccio 1. Errori presi dal Vasari circa la vita di questo grand’uomo. Persone della famiglia di Lorenzo Ghiberti, che hanno goduto 2. Sepoltura e case della sua Famiglia 2. e 3. Fa da principio la professione del pittore, e fece una tavola a Rimini. Maestri, che fecero i modelli delle porte di San Giovanni. Prezzo di dette porte. Fa la prima porta 5. Statua di San Giovambatista d’Orsanmichele. Fece molte statue e getti di bronzo. Operò anche di musaico. Statua di San Matteo 6. Strumento dell’allogagione della detta statua 7. Statua di Santo Stefano d’Orsanmichele 11. Gli sono allogate le pitture degli occhi della Cupola di Santa Maria del Fiore 12. Fece molte belle cose pel Pontefice Eugenio IV. Fa la terza porta di San Giovanni, bellissima. Si leva la porta d’Andrea Pisano, e vi si mette la sua. Lode di Michelagnolo Buonarroti di dette porte. Impiega nella fattura di queste porte Lorenzo anni quaranta 15. Fu dato per compagno al Brunellesco nella fabbrica della Cupola 18. Accusa data a Lorenzo per via di tamburazione 20. Ebbe un figliuolo, chiamato Vittorio, che terminò l’ornato delle porte di San Giovanni: non Bonaccorso, come dice il Vasari 22. Morte di Lorenzo Ghiberti 21. Fra Lorenzo Mereno 232. Lorenzo Vecchietti 289. Luca Cornelisz de Kocck 221. Luca Gassel pittore 309. Luca di Leida pittore e scultore 177. Fece molte opere in disegno di età di dodici anni 178. Gara di Luca e di Alberto nell’intagliare in rame 179. Viaggi di Luca. Infermità e morte 183. Luca della Robbia scultore. Discepolo di Lorenzo Ghiberti. Fu inventore delle figure in terra invetriate e colorite 65. Sue opere 66. Sua famiglia. Sua morte non si sa in che tempo seguisse 67.

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