Nominativo - Abramo

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 36

Vedi

Discepolo di Giotto, nato 1300., e secondo il Vasari ? 1350. Ebbe Taddeo i principj nell’arte della pittura da Gaddo Gaddi suo padre, dipoi postosi sotto la disciplina di Giotto, dal quale era stato tenuto al battesimo: stette con lui ventiquattro anni, e dopo la morte di esso Giotto restò fra’ più eccellenti maestri. Nella Cappella della Sagrestia di santa Croce in Firenze fece alcune storie di Santa Maria Maddalena, e nelle Cappelle di essa Chiesa, e nel Convento. In altre Chiese della Città operò assai, tenendo sempre la maniera del suo maestro Giotto con alquanto di meglioramento nel colorito; ma fra le più belle opere, che a’ nostri tempi si vedono di sua mano in pittura sono le storie a fresco nel Capitolo di santa Maria Novella fatte rincontro a quelle di Simon Memmi stato suo condiscepolo sotto Giotto, e suo amicissimo; perché essendo stato allogato quel gran lavoro a esso Taddeo, egli contento della facciata sinistra, e di tutta la volta, lasciò l’altre tre facciate a Simone. Taddeo dunque spartì la volta in quattro spazzi, secondo gli andari di essa; nel primo fece la Resurrezione del Signore; nel secondo lo stesso Signore, che libera san Pietro dal naufragio; nel terzo figurò l’Ascensione di Cristo; e nell’ultimo la Venuta dello Spirito santo. In quest’opera fece vedere in belle attitudini alcuni Giudei, i quali pare che anelino di entrare in quel Santuario. Nella facciata poi dipinse le sette scienze, ovvero arti liberali co’ nomi di ciascuna e sotto, alcune figure a quelle appropriate; cioè sotto alla Grammatica Donato scrittore di essa; sotto la Rettorica una figura, che ha due mani a’ libri, e una terza mano si trae di sotto il mantello, e se la tiene appresso alla bocca, quasi in atto di far silenzio, costume antichissimo de’ dicitori prima di principiare l’orazione, e l’abbiamo anche in Iuditta al Capit. 13; e sotto la Logica Zenone Eleate; sotto l’Arimmetica è Abramo, il quale antichissimo tra Caldei si dice, siccome dell’Astronomia ritrovatore; la Musica ha Tubalcaino, che batte con due martelli sopra l’ancudine; la Geometria ha Euclide, che ne diede gli stromenti; l’Astrologia, Atlante, che per essere valentissimo Astrologo fu da’ Poeti favoleggiato, ch’egli cogli omeri suoi il Cielo sostentasse. Sono dall’altra parte sette virtudi, tre teologiche, e quattro che si dicono cardinali, ciascheduna ha sotto le sue figure; e nella figura d’un Pontefice è ritratto al naturale Papa Clemente V. vedevisi san Tommaso d’Aquino, che in tutte quelle virtù fu singolare, che ha sotto alcuni Eretici, ed appresso sono Mosè, Paolo, Gio: Evangelista, e altre figure, opera veramente, per quei tempi stupenda; onde non senza ragione disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia, che va innanzi al suo comento sopra Dante: Grandissima arte appare in Taddeo Gaddi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 181

Vedi

Non lasciava intanto Luca di dipignere in tela e tavola, a olio e a guazzo, e talvolta in vetro: ed ebbe per suo costume, di non lasciarsi mai uscire opera dalle mani, in cui il suo purgato gusto avesse saputo conoscere minimo errore; modo tenuto poi anche dal Divino Michelangelo Buonarroti. Ed una figliuola dello stesso Luca affermava, che egli una volta diede fuoco a gran quantità di carte già stampate, per avervi scorto un non so qual difetto. Era poi tanto fisso negli esercizj e studj dell’arte, che essendosi accasato con una nobil fanciulla della famiglia Boshuysen, che in nostra lingua vuol dire della Selva, aveva nel suo sposalizio gran dispiacere, e non poteva darsi pace, di avere a perder tanto tempo ne’ ritrovati e conviti, che in quelle parti eran soliti fare i ricchi e nobili nel tempo delle nozze: e quanto prima gli poté riuscire, ritornò ai suoi virtuosi studj. Fra le molte carte, che egli intagliò, fu un Sansone: un Davide a cavallo: e’l martirio di San Pier Martire: un Saul, in atto di sedere, e David giovanetto, che intorno ad esso suona la sua arpa: un Vecchio ed una Vecchia, che accordano insieme alcuni strumenti musicali. Fece una gran carta di un Virgilio, appeso nel cestone alla finestra, con figure e arie di teste bellissime: un San Giorgio colla fanciulla, che dee esser divorata dal serpente: un Piramo e Tisbe: un Assuero, colla Reina Ester genuflessa: un Battesimo di Cristo: e un Salomone in atto di sacrificare agl’Idoli: i fatti di Gioseffo: i quattro Evangelisti: i tre Angeli, che apparvero ad Abramo nella Valle di Mambre: David orante: Lot imbriacato dalle figliuole: Susanna nel bagno: Mardocheo trionfante: la Creazione de’ nostri primi Padri, quando Dio comanda loro l’astenersi dal pomo: e Caino, che ammazza Abel. Intagliò ancora in piccoli rami molte immagini di Maria Vergine: i dodici Apostoli e Gesù Cristo. Ancora si vede di suo intaglio una bella carta di un Villano, che mentre smania pel dolore, nell'essergli cavato un dente, non si avvede, che una femmina gli ruba la borsa. Intagliò anche il proprio ritratto suo, che è un giovine sbarbato, con una gran berretta in capo, e molti pennacchi, che tiene una testa di morto in mano. Ma soprattutto è mirabile la carta del ritratto di Massimiliano Imperatore ch’ei fece nella di lui venuta a Leida. Altri bell’intagli si veggono di esso, come immagini di Santi e Sante, armi, cimieri e simili, che per brevità si tralasciano. Ma tempo è ormai di far menzione di alcune poche delle molte opere, fatte da lui in pittura, le quali veramente furono tante in numero, che e’ non par possibile a credere, che in un corso di vita, qual fu il suo, egli le avesse potute condurre tutte. A Leida, nel Palazzo del Consiglio, vedevasi l’anno 1604 un suo bel quadro del Giudizio Universale, dove aveva figurati molti ignudi maschi e femmine, ne’ quali, quantunque si scorgesse alquanto di quella secca maniera, che nell’ignudo particolarmente tenevano allora anche i grandi uomini in quelle parti, non si lasciava però di ammirare il grande studio, con che erano fatti, particolarmente le femmine, che erano colorite di miglior gusto. Negli sportelli della parte di fuori erano due belle figure, cioè San Pietro e San Paolo, in atto di sedere. Quest’opera fu in tanto pregio, che da molti Potentati fu domandata, con offerta di gran prezzo. In una Villa fuori di Leiden, appresso il nobil Francesco Hooghstraet, che in nostra lingua vuol dire, di Strada Alta, era pure un quadro da serrare, con i suoi sportelli, in cui Luca, dell’anno 1522 aveva dipinta una bellissima Madonna, mezza figura, fino sotto il ginocchio: e’l rimanente fingevasi coperto da un piccolo parapetto di pietra: il fanciullo Gesù, che era in grembo alla madre, teneva in mano un grappolo di uva, che arrivava fino al fine del quadro, con che volle figurare il pittore, che Cristo fu la vera vite. Da una parte era una donna, che faceva orazione, mentre Santa Maria Maddalena (la quale aveva ella dopo di sé) le additava Gesù in grembo alla Vergine, e in lontananza si vedeva un paese con alberi bellissimi. Nella parte di fuori era una Nunziata in figura intera, con una vaga acconciatura di panni sopra il capo, e con un nobile panneggiamento: e vi era la data del tempo, con la lettera L, solito segno di Luca. Questa bella opera venne poi nelle mani di Ridolfo Imperatore, che forse fu il maggiore amico e protettore di queste arti, che fosse nel suo tempo. Un simile quadro era in Amsterdam, nella strada detta del Vitello, dove si vedeva la storia de’ fanciulli d’Israel, che ballano intorno alla statua del Vitello d’oro, dove Luca aveva rappresentati i conviti del popolo, di che parla la Sacra Scrittura: ed espresse al vivo quel loro lussurioso danzare. Questo quadro da alcune goffe persone fu dipoi con una sporca vernice ridotto a mal termine. In Leida, in casa d’un nobile de Sonnesvveldt, che in nostra lingua vuol dire Campo del Sole, era un altro quadro colla storia di Rebecca e’l servo di Abramo, al quale ella dà bere al pozzo, ed altre cose entro un paese, tocco mirabilmente, con digradazione di piani in lontananza di campagna.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 307

Vedi

Fioriva nel 1540. Siccome in Italia le città di Firenze, di Venezia, e di Roma, furono sempre in gran pregio, per gli eccellenti uomini, che esse diedero alle nostre arti, così in Olanda fu sempre in grande stima la città di Haerlem, pe’ molti, che di essa riuscirono eccellenti in tali professioni. Fra questi fu Jan Mostart, nobile di quella città, il quale, fino dalla sua fanciullezza, tirato da una grande inclinazione al disegno, si pose sotto la disciplina di Jacob di Haerlem valente pittore. Aveva Giovanni avuto un suo antenato, di cui riteneva il cognome di Mostart, il quale egli aveva acquisito per sé, coll’occasione di essersi trovato coll’Imperador Federigo, e il Conte di Clovis, nel tempo ch’egli andò in Terra Santa; perché nella presa di Damiaten, da altri detta Pelusia in Egitto, mostrò sì gran valore nel combattere coll’arme bianca, che la plebe ignorante, per ischerzo gli diede il nome di uomo forte quanto la mostarda, d’onde poi Mostart. Checché si sia di questo, verissima cosa è, che egli per la sua bravura fu dall’Imperadore dichiarato nobile, e gli furono date per armi tre Spade in campo rosso, che fu poi la sua ordinaria insegna e de’ suoi. Giovanni dunque, del quale parliamo, non solamente fu un gran pittore, ma fu uomo discreto, benigno e manieroso: e perciò fu amato assai, dalla plebe non solo, ma anche dalla nobiltà; e finalmente fu dichiarato Pittore di Madama Margherita, la Sorella dell’Arciduca Filippo, primo di questo nome, Re di Spagna, e Padre di Carlo V. Essendo in questo servizio, studiò tanto in farsi ben volere da ognuno, che oltre all’essere stato sempre da tutti ben visto, giunse a tal segno di grazia colla Padrona sua, che ovunque ell’andava, doveva esser sempre ancora egli. In diciott’anni, ch’egli stette in quella Corte, fece molte opere; e perché era singolarissimo in far ritratti al naturale, i quali faceva parer vivi, ritrasse molte Dame e Cavalieri. Tornatosene poi in Haerlem, fu sempre la sua stanza frequentata da persone d’alto affare. In questa città in casa un certo Jacopynen erano l’anno 1604 alcune tavole, e fra queste una tavola da Altare, con sua predella, dov’era rappresentato il Natale di Cristo, opera assai celebrata da’ professori. In casa di un suo nipote, figliuolo di un suo figliuolo, si vedevano molte cose di sua mano. Niclaes Suycker, che è quanto dire in nostra lingua Niccolò Zucchero, aveva un pezzo di quadro d’un Ecce Homo, grande quanto il naturale, e più che mezza figura, dove erano alcuni ritratti fatti al vivo; e per uno di que’ soldati, che teneva legata la persona di Cristo, aveva ritratto un tal Pier Muys, cioè Pietro Topo, birro di quella città, che per esser calvo di testa e di brutto aspetto, stimò molto appropriato a rappresentare tal figura. Eravi ancora un quadro di un banchetto degli Dei: e un paese, che rappresentava l’Indie, con molte figure ignude e abitazioni, fatte all’uso di quelle parti. Questo però non era interamente finito. Vi era ancora il ritratto della Contessa Jacoba e del Signor di Borsele suo marito, con abito all’usanza antica. Vi era pur di sua mano il ritratto di sé stesso, che fu quasi l’ultima opera, ch’ei facesse. Erasi egli figurato ignudo, in atto umile, genuflesso, colle mani giunte, dalle quali pendeva una corona. In lontananza era un paese, fatto al naturale, e nell’aria si vedeva Cristo sedente, in atto di giudicare: da una parte aveva figurato il demonio, che l’accusava avanti al Tribunale d’Iddio: dal’altra parte aveva fatto vedere un Angelo, in atto di chieder per lui misericordia. In casa di Jacob Ravart in Amsterdam, era pur di sua mano una bella figura di Sant’Anna. Appresso di Floris Lehoterbosch, Consigliere nell’Haja, luogo della Corte d’Olanda, era un Abramo con Sarra, Agar ed Ismaele, di grandezza di più che mezza figura, con belli abiti, e acconciature al modo antico. In casa di Jan Claesz Pittore, discepolo di Cornelis Cornelisz, tra l’altre cose era un San Cristofano, con un paese assai grande. Nella Corte del Principe era un Santo Uberto, fatto con grande osservazione del naturale. Assai grandi e belle opere di Mostart arsero in Haerlem, insieme colla sua casa, in un grand’incendio, che s’appiccò in quella città. Fu questo pittore uomo di giudizio, spiritoso, e valente nell’operar suo, tantoché Marten Hemsckerck, Pittore celebre, era solito dire asseverantemente, che Mostart aveva superato tutti gli altri maestri, ch’egli aveva conosciuto: e si racconta, che Jan di Mabuse, pure anch’egli ottimo pittore, il pregasse una volta d’andare ad ajutargli nell’opere della Badia di Midelburgh; ma il Mostart, per non lasciare il servizio di quella gran Dama e Principessa, della quale egli anche, secondo alcune scritture, che furon trovate in essa casa, era stato dichiarato Gentiluomo, recusò di farlo. Seguì la morte di lui fra il 1555 e il 1556 essendo egli d’assai buona età.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 329

Vedi

Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 351

Vedi

Discepolo di Cornelis Engelhechtsz, fioriva nel 1540. Aertgen di Leiden, cioè Arnoldo di Leida, venne alla luce in detta città di Leida in Fiandra l’anno 1498. Il padre suo esercitò l’arte della lana, alla quale tenne il figliuolo fino all’età di diciotto anni, a cagion di che acquistò il nome di Arnoldo lanajuolo; ma perché da molti chiari segni si conosceva, che non a quell’arte, ma al disegno l’aveva la natura destinato, fu l’anno 1516 tolto a quell’esercizio, e posto ad imparar la Pittura appresso di Cornelis Engelbrechtsz, sotto la disciplina del quale, ajutato dal genio e dall’essere ormai fuor di fanciullo, in brevissimo tempo cominciò a dipignere a olio e a tempera assai ragionevolmente, e a fare opere da sé medesimo. Da principio prese una maniera simile a quella di Cornelisz Engelbreehtsoon, che fu maestro del suo maestro; ma avendo poi veduto il modo di fare di Schoorel, cercò di mutarla, e seguitare la sua, come anche quella di Hemskercken, per quello che apparteneva all’architettura. Delle migliori opere ch’ei facesse, furono tre quadri fatti in Leida per Jan Geritz Buytewega, i quali colorì maravigliosamente. In uno era figurato un Crocifisso, co’ due Ladroni, la Vergine coll’altre Donne e San Giovanni, e sotto la Croce la Maddalena. Nell’altro un Cristo portante la Croce, con gran quantità di figure, in atto di seguitare quella funesta processione, e Maria Vergine, con San Giovanni e l’altre devote donne. Nel terzo rappresentò Abramo quando conduce fuori il figliuolo col fascio delle legne per fare a Dio il gran Sacrificio. Era l’anno 1604 in casa la vedova di Gio. Wassenaer, già maestro de’ Cittadini, prima carica del Magistrato, e Tesoriere dello Stato di Leida, un quadro della Natività del Signore. In casa un tale Joan Adriaensz Knotter erano alcune tele dipinte a guazzo, dov’egli aveva figurata Maria Vergine, con alcuni Angeli, in atto di cantare: e in casa di Jan Dirichsz di Monfort una tavola del Giudizio universale, co’ portelli, sopra i quali aveva il Goltzio fatto dipignere un quadro a olio, benché assai guasto dal tempo, in cui egli aveva dipinta la sommersione di Faraone nel Mar Rosso, ed eranvi molte cose degne d’esser vedute; ma particolarmente faceva bella mostra la gran varietà d’abiti, berrette e turbanti di quella gente. Disegnò questo pittore assai per un certo Scrittore in vetri, o vogliamo dire Pittore in vetri, chiamato Claes Chryvers, che noi diremmo in nostra lingua Niccolò Scrittore, e per altri di simil mestiere: e per varie provincie, e per varj luoghi di quelle parti fece molte opere. Fu suo costume, fin da’ primi anni, di non voler mai più far paesi, né cose morali, né favole, ma solamente quadri e tavole di devozione, e storie del vecchio e nuovo Testamento: e in questo suo modo di fare tirò avanti i suoi allievi. Fu stimatissimo dagli artefici del suo tempo, particolarmente pel buon modo, ch’egli aveva d’ordinar le figure: e per la grand’invenzione: a cagione di che il celebre Pittore Francesco Floris, coll’occasione d’essere chiamato a Delft a fare un Crocifisso, partendosi d’Anversa si portò a Leida per visitarlo, e veder le opere sue. Arrivato in Leida, domandò dell’abitazione di lui, che era una piccola casuccia, in luogo abiettissimo, vicino alle mura della città, e mezza rovinata. Giuntovi non vel trovò; onde per non perder la gita, pregò i suoi giovani scolari, che dappoiché egli, per veder l’opere del loro maestro era venuto tanto di lontano, si contentassero d’introdurlo nella stanza dov’egli lavorava. Quelli lo condussero in una stanza di sopra a tetto molto bassa e male in essere, che era quella appunto dove Arnoldo stava a dipignere. Il Floris vide le pitture: e poi preso un pezzo di carbone da que’ giovani, disegnò sopra il muro, per quanto teneva la grandezza del medesimo, un Santo Luca colla testa del bue, e l’arme della Compagnia de’ Pittori: e si partì, andandosene al suo albergo. Tornato, che fu Arnoldo, e sentito quanto era occorso, senza saper chi fosse stato il forestiero, salì sopra, e al primo vedere del bel disegno, disse: Colui, che ha fatto sì bella cosa, non può essere altri, che Francesco Floris. Sentito poi, ch’egli era venuto apposta per visitarlo, come quello ch’era d’animo assai composto, ed aveva sé stesso in poca o in niuna stima, restò forte confuso, che un maestro di quell’essere fosse venuto a trovarlo per vedere l’opere sue. Per la medesima cagione non aveva né meno ardire d’andare a cercar del Floris; onde fu necessario, ch’egli medesimo lo mandasse a chiamare: ed avutolo a sé, gli fece grande istanza, che se ne venisse con esso lui in Anversa, promettendogli grandi occasioni, e che non gli sarebbono state pagate le belle opere sue a prezzi tanto miserabili, quanto egli, con vergogna dell’arte e gran danno di sé stesso, se le faceva pagare in Leida. E non diceva cosa lontana dal vero; perché oltre al non essere Arnoldo punto avido del guadagno, occorreva per lo più, che quando alcuno gli veniva a ordinare un lavoro, prima di cominciarne il trattato, lo conduceva alla taverna: e nel più bello della tavola ne moveva il discorso, e si stabiliva uno scarso prezzo alla pittura da farsi. Non volle Arnoldo a verun patto lasciarsi persuadere dal Floris: e ringraziatolo della cortese offerta, gli diede per risposta, che più stimava egli la sua povertà, che la grandezza d’ogni altro: e così il Floris se ne tornò in Anversa, e Arnoldo se ne rimase in Leida, con gran disgusto del Floris, che avendo adocchiato in quest’artefice una gran facilità nell’inventare, con altre buone parti, aveva disegnato valersene, con utile, nelle sue grandi occasioni. Fu usanza di questo pittore, di non lavorar giammai il giorno di Lunedì: e in quel cambio andavasene all’osteria con tutti i suoi giovani, benché per altro e’ non fosse punto disordinato nel bere. Vi si trovava bene spesso anche fra settimana, e dopo cena con un certo suo strumento di fiato, chiamato la traversa, che egli si dilettava di sonare, fosse pure qual’ora si volesse, e l’aria scura quanto mai potesse essere, senza punto tornare a casa, dove anche in quell’ore era cattiva tornata, se ne andava suonando per la città: la quale usanza gli partorì molte disgrazie, ed in ultimo gli costò la vita. Due volte cadde nell’acqua, con pericolo d’annegarsi: e una notte da un briaco, che era anche suo amico e pittore, fu sfregiato nel viso. Occorse finalmente, che un giorno dopo desinare Arnoldo uscì di casa con un ricco cittadino di Leida, chiamato Quirinck Claesz, per andare a riscuotere certi danari di un bel quadro, in cui egli aveva rappresentato la sentenza di Salomone: e fece tanto tardi, che gli convenne tornarsene assai di notte. Nel camminare a quel grande scuro, fu sopraggiunto da stimolo di corporali necessità; onde egli cavatasi la giubba, la posò sopra un muro d’un fosso, chiamato Vollers Graft, e poco da lungi soddisfece al bisogno. Volle poi, per quanto si comprese, andare a ripigliar la sua giubba, ma per la grande oscurità, prese la strada verso una certa apertura di un muro, che faceva sponda al fosso: e volendo andar più avanti, cadde nell’acqua, dove miseramente morì affogato: e ciò fu l’anno 1564 della sua età sessantasesimosesto. Il nominato quadro del Giudizio di Salomone, per quanto ne lasciò scritto il Vanmander, ancora si ritrovava in Delft l’anno 1604.

Con il contributo di