Ma tempo è ormai di venire ad altri particolari della vita di lui. Le molte e bellissime opere, che fece questo, in quei tempi singolarissimo artefice, in un corso non più che di quarant’uno anno di vita: ed il vedersi approvato alla Matricola in età di diciannove anni, fanno credere, che egli fin dalla puerizia si esercitasse nell’arte: il che fu sotto la disciplina di Masolino da Panicale, nel tempo che il medesimo con sua grandissima lode dipigneva la Volta e Cappella de’ Brancacci nel Carmine: ed in quel tempo appunto, che la Scultura, per le mani de’ tre valentissimi giovani Donatello, Filippo Brunelleschi, e Lorenzo Ghiberti Fiorentini, e con essa l’Architettura aveva cominciato a ridursi all’antica buona maniera. Procurava Tommaso, nel tempo che egli studiava l’arte sotto Masolino, d’imitar tuttavia il buon modo, che que’ maestri nell’opere loro di scultura tenevano; onde coll’ottimo gusto, che egli ebbe sempre nel disegno e nel colorire, non fu maraviglia, che egli conducesse
ad egual perfezione l’arte della Pittura, che sempre fu inseparabile compagna della Scultura, e camminasse con essa di un medesimo passo. I soli disegni, che ne’ miei tempi, cioè dopo un corso di 250. anni in circa, da che mancò quest’artefice, si son veduti di sua mano in Firenze, senza la quantità, che in tanto tempo se ne può esser perduta, son tanti in numero, che ben fanno conoscere quali e quanti fossero gli studj di Tommaso nell’arte sua, alla quale s’applicò così fervorosamente, che non volle mai dar luogo ad altro pensiero, trascurando sé stesso, ed ogni cosa, stetti per dire, all’umana conversazione necessaria; tantoché quantunque e’ fosse dotato di un’ottima natura, senz’alcun vizio, e come dir si suole, la bontà stessa; contuttociò dal viver che e’ faceva tanto astratto da tutte quelle cure, che all’arte non appartenevano, rendendo ancora talvolta infruttuose le proprie fatiche, per non perdere il tempo a riscuotere le sue mercedi, fu, in luogo di Tommaso, che era il suo vero nome, chiamato Masaccio. Il suo principale intento nell’operare fu il dare alle figure sue una gran vivacità e prontezza, se fosse stato possibile, né più né meno, quanto che se vere state fossero. Procurò più di ogni altro maestro stato avanti a lui, di far gl’ignudi in iscorti molto difficili, e particolarmente il posare de’ piedi veduti in faccia, e delle braccia e gambe: e cercando tuttavia nell’operar suo delle maggiori difficultà, acquistò quella gran pratica e facilità, che si vede nelle sue pitture, particolarmente ne’ panni, con un colorito sì bello, e con sì buon rilievo, che è stata in ogni tempo opinione degli ottimi artefici, che alcune opere sue, e per colorito e per disegno, possano stare al paragone con ogni disegno e colorito moderno. Così bella e nuova maniera di dipignere fece sì, che in un subito moltissime opere gli furono date a fare in Firenze, gran parte delle quali oggi più non si vede: e fra queste ebbe a dipignere per la Chiesa di Santo Ambrogio una tavola a tempera, in cui figurò una Vergine in grembo a Sant’Anna. Volle egli divenire eccellente in tutte quelle facoltadi, che all’arte della pittura appartengono, una delle quali, e delle più necessarie, non v’ha dubbio alcuno essere la Prospettiva. In questa fece egli grandissimi studj, avendone avuto per maestro il gran Filippo Brunelleschi, Architetto della Cupola di Firenze: e fattosi molto pratico, colorì per la stessa Chiesa di Santo Ambrogio una bella tavola di Maria Vergine Annunziata, nella quale finse un casamento pieno di colonne, che fu stimata in quel tempo opera di tutta maraviglia. Per la Chiesa di Santa Maria Maggiore fece una tavola di Maria Vergine, Santa Caterina, e San Giuliano, e nella predella alcune figure piccole, che rappresentavano storie de’ medesimi Santi, e nel mezzo la Natività di Gesù Cristo. Il Cavaliere Alessandro della nobil famiglia de’ Valori, ha in casa di sua mano un piccolo quadro, dove a tempera è figurato il parto di una Santa, che in vero, per esser dopo tanto tempo così ben conservato, è cosa molto degna da vedersi. Di questo quadretto fa menzione ancora Francesco Bocchi nel suo Libro delle Bellezze di Firenze. Dipinse a fresco nella Badia un S. Ivo della Brettagna minore, Vescovo di Sciartres, con molte figure, state poi disfatte a cagione della nuova fabbrica; siccome altre ancora, che fece
nella Chiesa di Santa Maria Novella. Colorì per la Chiesa del Carmine di Pisa un’altra tavola colla Vergine e Gesù, ed alcuni Angeletti, che suonano: uno de’ quali sonando un liuto, porge l’occhio con vivacità ed espressione maravigliosa, quasi gustando dell’armonia di quello strumento. Vi rappresentò i Santi Pietro, Giovambatista, Giuliano, e Niccolò, e nella predella storie della vita de’ medesimi: e nel mezzo della tavola fece vedere la storia della Visita de’ tre Magi, dove fece alcuni cavalli vivissimi, ed i Cortigiani di que’ Re vestiti d’abiti belli e di varia invenzione: sopra il finimento della medesima figurò in più quadri intorno ad un Crocifisso diversi Santi.