Luogo - Verona

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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Essendo poi seguita la morte di Bonifazio VIII. e doppo quella di Benedetto IX. di lui successore, Clemente V. che fu creato doppo di lui condusse Giotto in Avignone, dove fece molte bellissime opere in tavola, e a fresco, come ancora in molti luoghi della Francia; delle quali avendo riportato rimunerazioni e guadagni eguali al merito suo, l’anno 1316. fece ritorno alla Patria carico di ricchezze e d’onore; portò seco il ritratto di quel Pontefice, del quale fece dono a Taddeo Gaddi suo discepolo. Poco dipoi fu per opera de’ SS. della Scala condotto a Padova, dove s’era poco avanti fabbricata la Chiesa del Santo, e vi dipinse una bellissima cappella. In questo tempo e’ ricevette in Casa sua il nostro Poeta Dante, come di sopra s’è accennato, quindi passò a Verona, e in quella Città ritrasse M. Cane della Scala, e per un suo Palazzo fece molte belle pitture, e una tavola per la Chiesa de’ frati di S. Francesco.

Vocabolario

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Mischio

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Mischio
m. Pietra così detta dalla mescolanza di più pietre, che si fa per la crudezza dell'acque in gran tempo. Trovasene in molti luoghi di Toscana, nelle montagne di Carrara, ed a Verona. Serve per far porte pavimenti, colonne, ed altri belli ornamenti. La sua macchia è fra 'l rosso, e 'l paonazzo, con diverse vene bianche: sene servirono gli Antichi, e l'usano continuamente i Moderni, per adornamenti di lor fabbriche e palagi, ricevendo ella bellissimo pulimento, ed essendo assai forte. Veggonsene anche di diversi altri colori, cioè gialletti, rossetti, e che tirano al bianco, al bigio, e al nero; pezzati di bianco, e rosso, e di più colori venati. Avvene de' verdi, neri, e bianchi, e tutti quantunque sieno di differente durezza, altri più altri meno, e non ostante sieno assai duri, si lavorano con facilità co' soliti strumenti.

Vocabolario

1681

Paragone

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Paragone
m. Sorta di pietra nera, che si cava nell'Egitto, e in alcuni luoghi della Grecia. Serve per saggiar l'oro e l'argento sfregandovisi sopra. Trovasene d'una qualità al quanto meno nera, che serviva agli antichi per istatue, come mostra la figura dell'Ermafrodito in Roma. È pietra durissima, e piglia un bellissimo lustro. Trovasene in Toscana e nelle montagne di Carrara, e ne' monti vicino alla Città di Prato.
Paragone di Fiandra
. Una pietra dura per il doppio del marmo, che riceve bellissimo pulimento. È di color nero affatto: lavorasi con sega, e scarpello facilmente; trovasene di grandezza fino a sei e sette braccia, e d'ogni grossezza. Affermano i pratici, trovarsi il migliore nella Fiandra, e ne' contorni di Liege.
Paragone di Verona
. Una sorta di pietra Paragone assai inferiore dell'altro, che si trova ne' contorni della Città di Verona.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Discepolo del Carotto, nato 1494, morto 1567. Circa a questi tempi fiorì Domenico Riccio Pittore Veronese. Fu il padre suo professore d’intaglio in legname: e perché egli fu inventore di quell’ordingo, che noi diciamo, Trappola di legno, con cui vivi si prendono i topi, fu cognominato il Brusasorci. Volle costui, che Domenico, ne’ primi anni suoi, attendesse al proprio mestiero d’intagliare legname; ma scortolo poi molto inclinato alla pittura, lo pose ad imparare tal arte dal Carotto, col quale essendosi egli molto approfittato, si risolvè di portarsi a Venezia, dove studiò di tal proposito le opere de’ gran maestri, che potè far ritorno alla patria in stato di buon pittore. Quivi ebbe a dipignere nel Palazzo de’ Murari una storia delle Nozze del Benaco, detto il Lago di Garda, con Caride Ninfa, figurata per Garda, onde trae origine il Mincio, descritta da Catullo, che fu di quella patria: la quale opera (scherzando sopra i pensieri del Poeta) arricchì, ed accompagnò con vaghe invenzioni. Fece dalla parte della pubblica via un fregio di serpi e d’altri animali avviticchiati insieme fra di loro, in atto di combattere: e questa parte ancora adornò con vaghe rappresentazioni di favole. Dalle parti laterali fece vedere un intreccio d’uomini e di donne, e i Centauri, in atto di rapirle; cos tutte, che aggiunte alla bell’opera del trionfo di Pompeo, che egli colorì nella Sala della stessa casa, partorirono a Domenico non ordinaria fama e credito. Dice il Cavalier Ridolfi, che rimaneva a dar fine alla parte del fianco della casa stessa verso la strada; ma quella fu poi dall’India vecchio dipinta; perché avendo Domenico operato di vantaggio dell’accordo, né traendo da quell’avaro mercante piccolo segno di gratitudine; anzi durando egli non poca fatica a cavargli di mano la somma pattuita di quaranta ducati, non volle in modo alcuno proseguire il lavoro, anzi voleva al tutto cassar ciò, che già aveva operato; ma si ritenne poscia, persuaso dagli amici a non privare il mondo di opera così bella. Passatosene a Mantova, dipinse al Cavaliere Ercole Gonzaga, per lo Duomo, la tavola di Santa Margherita, a concorrenza d’opere di Paolo Caliari, del Farinato, e di Batista del Moro; ed una ne fece per la Chiesa del Castello, ove fece vedere la Decollazione di San Giovanni Battista. In Verona poi dipinse nel Palazzo di Pellegrino Ridolfi nella Sala, la Cavalcata di Clemente VII con Carlo V per la città di Bologna, colle naturali effigie di questi, e d’altri personaggi di quei tempi. Dipinse più facciate di case, e più tavole e quadri colorì per diverse chiese e private persone: e finalmente all’età pervenuto di settantatre anni, nel 1567 finì la sua vita.

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