Luogo - Toscana

Numero occorrenze: 58

Vocabolario

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Abeto

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Abeto m.
Albero, il cui legname serve molto alle fabbriche d'edificj e navilj. Questo per la sua gran lunghezza e grossezza, con difficoltà si piega sotto i pesi, e col proprio non aggrava le muraglie; si difende qualche poco dal tarlo, ed è dispostissimo al fuoco; che però usano gli Architetti di situarlo per lo più in luoghi lontani da' pericoli d'incendj. Se ne trovano in gran copia nelle montagne della Falteronanegli Appennini, e in altre montagne di Toscana. I più lontani dalla Città di Firenze son quelli che nascono nel Casentino, e nella Falterona, che ci son dati da' PP. Eremiti di Camaldoli, e dall'Opera di S. Maria del Fiore. Quei di Camaldoli si stimano da' Professori più gentili, e per conseguenza servon bene a far lavoro di legname segato; là dove quei dell'Opera, per nascere in luogo più alpestre, e meno esposto al Sole, riescono più duri; e però usano di valersene per lo più per lavori interi di travi, e simili. Trovasene anche nel monte Senario luogo de' PP. Eremiti dell'Ordine de' Servi, nel Mugello, e ne' monti della Contea di Vernio, tutti di buone grossezze e qualità; ma non essendovi il comodo della vicinanza dell'acqua d'Arno, come negli altri nominati luoghi, anno una grave spesa per condursi alla Città. Leombatista Albertiscrive, che ne' tempi de' suoi Padri, il monte Morello presso a Firenze sei miglia, era coperto di questi Alberi, e che per essere il monte assai ripido, con le dilavazioni dell'acque ne rimase del tutto spogliato; e ne' tempi nostri altro non si vede nella superficie di esso monte se non pietre, e nella cima si scorgono tuttavìa i residui delle buche, donde furono diradicati gli Abeti.

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Le quali cose presupposte, dico che antichissime e nobilissime sono ambedue, mercè che dal primo Plasticatore Iddio, della terra vergine elementaria da sé creata, fu fatta la plastica del primo uomo; ed affermano ancora che Enos figliuolo di Seth fece alcune immagini per incitare i popoli al culto del vero Dio; e leggesi eziandio nelle sacre Carte, che la bella Rachele fuggendo con Giacobbe, rubò gl’Idoli di Laban suo Padre; e che al Popolo d’Israele fu espressamente proibita l’adorazione de’ simulacri. Oltre che, per passar dalle sacre alle profane Storie, non si à egli per indubitato che Nino Rè degli Assirij, avendo celebrate l’essequie di Belo suo Padre primo Rè di Babilonia , ne fece scolpire un’immagine per sua memoria; e non è egli notissimo che i marmi deposta la lor natìa contumacia, ubbidirono in prima allo scarpello di Dipeno , e Scito ; e poi per opera di Mela , di Micciade , e d’ Antermo , si seron più volte vedere in sembiante umano e ferino, non pur la Natura imitando nella giusta proporzione delle membra, ma le passioni tutte dell’animo, esprimendo e commovendo in chi gli mirava; siccome le tre Minerve di Fidia , e la Venere di Scopa , e quella tanto famosa di Prassitele , e tant’altre Statue di quell’età ne fann’ampia e indubitata fede. Aggiungasi che Gige Lidio appresso gli Egizij, Pirro appresso i Greci, e Polignoto Ateniese appresso i Corinti, conciossiaché forse prima, o meglio d’ogn’altro la Pittura usassero in quelle parti, furon perciò in sommo pregio tenuti, e da molto riputati; come anche Demofilo , Nesea , Appollodoro , e molt’altri, che secondo la rozza e barbara maniera di que’ tempi operarono con qualche lode, fino a tanto che Zeusi , Parrasio , e Timante , dando migliore spirito alle tele, e dopo di loro Apelle e Protogene , miracoli di quest’Arte, in quel grado di sovranissima stima e perfezione la collocarono, oltre al quale ella sormontar non potéa. Che però siccome di tutte l’umane cose veggiamo intervenire ch’elleno in prima nascono e crescono, e cresciute anno stato e declinazione; così appunto addivenne di queste due nobilissime Arti, le quali nate come si è detto quasi a par del Mondo, crebbero di tempo in tempo, e dall’ Egitto nella nostra Italia e nella Grecia passando, e quivi oltr’ogni credere famose e celebri divenute; finalmente dopo varj ondeggiamenti e vicende in quella barbara inondazione, che non pure la grandezza del Romano Imperio, ma tutte l’Arti più belle allagò e sommerse, fecero anch’esse miserabil naufragio. Di maniera che cacciate affatto d’ Italia , e perduto il patrimonio di loro antica bellezza, fuggiasche e raminghe, insieme con l’ Imperio se ne tornarono in Grecia ; ma tanto sparute e contraffatte e cambiate dall’esser di prima, che a chiunque le mirava, anzi terrore e spavento recavano, che diletto veruno. Erano le figure senza proporzione, senza disegno, senza colorito, senz’ombre, senz’attitudine, senza scorti, senza varietà, e senza invenzione o componimento, ricinte attorno d’unnero profilo, con occhj grandi e spaventosi, piedi ritti in punta, e mani aguze, con una durezza più che di sasso; la quale infelicità tanto maggiore era nella Scultura e nell’Architettura, quanto che per cagione della durevol materia, ne restano oggi più testimonianze, che della Pittura, nell’infinite Statue e Fabbriche di que’ tempi, fatte senz’ordine proporzione o misura, e atte più tosto a ingenerare compassione, che maraviglia. In tale stato erano allora quest’Arti state un tempo sì chiare, e di sì nobil grido: ma perché in questo gran flusso e riflusso dell’essere, stanno tutte le cose in perpetuo movimento, senza mai trovare posa o fermezza, volle Iddio che la Pittura, e la Scultura, e con quelle l’Architettura, dopo il loro quasi totale abbassamento e rovina, a nuova vita risorgessero, la qual gloria fu per ispecial privilegio alla nostra Toscana conceduta, come a colei che al parere d’Autori gravissimi, queste due Vergini ancor bambine, e fin dall’ Egitto a lei rifuggenti, pietosamente accolse e nudrì, e per lunghissimo spazio di tempo in grande e felice stato mantenne.

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Doveavansi fare alcune Pitture nell’antica Chiesa per entro la Cappella, che stata di diverse famiglie, poi fu ed è della nobil famiglia de’ Gondi detti del Palazzo, la qual Cappella, nell’accrescimento predetto, fu lasciata in piedi, e dedicatovi l’Altare a S. Luca. Quegli che dovevano operare, erano alcuni Maestri Greci, per tal’ effetto a Firenze chiamati; e già s’erano essi posti a tal lavoro, quando il nostro Giovanni , che da natura era a quell’Arte forte inclinato, divertendo da quelli studj a’ quali il Padre obbligato l’aveva, sempre con que’ Maestri trattenendosi, non poteva saziarsi di vedergli dipignere; e fra tanto non frammetteva tempo, nel quale egli alcuna cosa in disegno a loro imitazione non operasse. Di ciò avvedutosi il Padre purtroppo, e conosciuta la costanza del Figliuolo in non voler’ altro fare; fu necessitato sottrarlo allo studio delle Lettere e a quello del Disegno, sotto la scorta di que’ maestri in tutto e per tutto dedicarlo. Avanzavasi a gran passi il giovane negli studi dell’Arte, in cui fece tanto profitto, che in breve tempo quella goffa maniera Greca, in modo migliorò, che si può sicuramente e col consenso di tutti i più pratici di quell’antichità e dell’Arte della Pittura, affermare, che ella per le mani di quest’uomo già cominciasse a dare apertissimi segni di dover ben presto risorgere a nuova vita; il che poi ebbe suo effetto per gli studj del famosissimo Giotto di lui Discepolo. Molte furono l’opere di Cimabue fatte in Firenze , e fra queste la gran tavola di Maria Vergine nostra Signora, con Angeli attorno, che tuttavia oggi si vede nella Cappella de’ Rucellai nella medesima Chiesa di S. Maria Novella . Attesta il Vasari degnissimo Scrittore delle vite de’ Pittori, aver letto in alcuni ricordi di Pittori antichi, che per non essersi in que’ tempi veduta opera di maggior grandezza e bellezza, fosse con gran festa a suon di trombe, e con solennissima processione portata dalla casa alla Chiesa; anzi che nel tempo che Cimabue in un luogo allora fuor delle mura di Firenze , vicino a porta S. Pietro la dipigneva; passando per detta Città il Rè Carlo il Vecchio d’Angiò , i Fiorentini in tal luogo il condussero, e feciongli vedere tale immagine, non ancora da alcuno stata veduta. Afferma ancor’egli che tale fosse il concorso, e così grande la festa che di ciò fece il devoto popolo, che fino da quel tempo ricevette quel luogo, che oggi è compreso dentro alle mura della Città, il nome che fino al presente conserva di Borgallegri ; e ciò seguì nel tempo che il nominato Carlo d’Angiò fratello di S. Luigi, venne in Toscana per favorire il partito de’ Guelfi contro i Ghibellini, dopo d’essere stato da papa Clemente IV. incoronato Rè di Sicilia e di Gerusalemme, e dopo d’aver vinto Manfredi a Benevento .

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A’ PAESANI DEL VASARI RESTATI FORSE NELLA PITTURA PIÙ INFELICI L’AVER POTUTO ADATTARSI, E CHE LO STESSO VASARI E’ SEGUACI DI LUI DA INTERESSATI SCRITTORI DI QUELLA STESSA NAZIONE, POCHI E POETICI DETTI TOGLIENDO, E CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO ESAGERANDO, SI TRASSE DIETRO DE’ SUCCESSIVI AUTORI, CON LA FACILE CREDENZA, UNA COMUNE OPINIONE. E astraendo adesso da’ detti del Vasari e de’ suoi seguaci, cercherò di far vedere se tale stimata dall’Autore opinione, sia nata prima o dopo agli scritti dello stesso Vasari , e quando; e se da’ soli parziali e paesani di lui, o da altri; e se le parole del divin Poeta, sieno da’ più dotti interpetrate per iperboliche esagerazioni. Che però son per notare in questo luogo le sentenze d’una minima parte degl’infiniti Autori antichi e moderni; e quel che è più, d’insignissimi professori di pittura Italiani ed Oltramontani, che pur’ ora mi sovvengono aver fin da que’ primi tempi, e fino a’ presenti giorni di ciò fedelmente scritto; affinché vegga il Mondo, contro quanti Scrittori, contro quante e quali autorità (per togliere alla Toscana la bella gloria d’aver ella, o sia per le mani di Cimabue , o sia per le mani di Giotto miglior Maestro di lui, l’uno e l’altro Fiorentini, dato alla bell’Arte del Disegno e della Pittura miglioramento, e quali ridottala a nuova vita) si sia questo per altro erudito ingegno fatto Autore. Se poi ciò veduto vorrà la letteraria Repubblica credere; e dalle autorità, che siamo per addurre, vorrà trar conseguenza, CHE NON SOLO (come egli scrisse) L’IGNARA PLEBE, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE; resterà tuttavia a gloria della Toscana il vivo testimonio dell’opere di Cimabue e di Giotto , dalle quali, e da quelle goffissime de’ moderni Greci e loro imitatori da esso addotte, che pur’ ancora vivono; potrà chiunque abbia occhi eruditi al bisogno, restar difeso dall’erroneità di così nuova e così strana opinione. E lasciando ora da parte l’inscrizione che fu posta sopra la sepoltura di Cimabue nella Chiesa di S. Maria del Fiore fino negli antichi tempi; Credidit ut CIMABOS picturae castra tenere; Sic tenuit. Verum nunc tenet astra poli, M’incomincerò dalla sentenza I. 1310 Del divino POETA DANTE , tanto diversamente dal suo vero senso dall’Autore interpretrata; Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo ed ora ha GIOTTO il grido. Egli è certo secondo i precetti dell’Arte, che non poteva il divin Poeta, parlando quì per similitudine, e in materia morale de’ due celebratissimi uomini Guido Guinicelli e Guido Cavalcanti , valersi di Cimabue e di Giotto , quando egli non già seriamente e da senno, ma solo per iperbolica esagerazione gli avesse potuti, in genere di lor mestiere, chiamare uomini di non ordinario valore e fama.

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Ma perché più facil cosa è, che sappia un forsennato ciò che si fece nella propria casa, di quel che il savio saper possa ciò che nell’altrui; veggiamo un poco, quanto sopra di ciò, ci lasciò scritto uno della propria casa e famiglia di Dante , dico un proprio figliuolo; dico II. 1330 PIERO DI DANTE, forse primo Commentatore della Commedia. Sentiamo un poco, s’egli credette che il Padre ciò dicesse per iperbolica esagerazione, o per poetico ingrandimento, o pure perch’egli ciò conoscesse esser vero. Trovasi nella rinomatissima Libreria di S. Lorenzo de’ Serenissimi Granduchi di Toscana, il di lui comento manuscritto, nel quale volendo esemplificare nella vanità dell’eccedente gloria, che alcuna volta si procacciano gli uomini, si vale del famosissimo Cimabue, e dice così. Et maxime modicum durat hæc nostra fama vanagloriosa, si ætates subtiles sequantur, ut patet in CIMABOVE, et GUIDONE GUINICELLI, et GUIDONE de CAVALCANTIBUS: Con che seguendo il paterno sentimento non iperbolicamente, ma da senno dichiara Cimabue uomo celebratissimo, agguagliando la fama di lui a quella di Guido Guinicelli. Or dicami quest’Autore se quel Poeta, gran miracolo delle lettere, nel parlare di Cimabue e di Guido Guinicelli, da lui in altro luogo chiamato Padre suo e degli altri migliori Rimatori Toscani, si fosse contro i primi precetti dell’Arte impegnato in affermar cosa contraria a ciò che fusse apparito dall’opere loro (nel qual caso potremmo dire con verità, che anche il Guinicelli, messo insieme con Cimabue, fosse stato un uomo da nulla) vogliamo noi credere che Piero il Figliuolo, che pure anch’egli tali opere aveva vedute, avesse fatto lo stesso? Se Dante avesse detta cosa, contra la quale potesse gridare quell’età; crederemo noi che ciò fatto avesse il figliuolo, e con esso tanti altri?

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LX. 1643 L’abate FERDINANDO UGHELLI, nell’Italia sacra, alli Vescovi Fiorent.: Francisci tempore IOCTUS Florentinus Picturæ instaurator, et qui turrim extruxit, quæ proxime Templum maximum etc. LXI. 1648 SCIPIONE AMMIRATO il Giovane, nell’Aggiunta alla Storia Fiorentina di Scipione il Vecchio, Parte I. Tomo I. a 393. all’anno 1334. dove parla delle fabbriche de’ Tempi nella Città di Firenze. E non si sapendo esser nel Mondo il più sufficiente, né il più universale di GIOTTO di Bondone, e per ciò stimandosi onorevole, e profittevole, il farlo stare in Firenze, dove molti averebbono in tanto potuto imparar da lui, fu risoluto di provvisionarlo. LXII. GUGLIELMO E GIOVANNI BLAEV, in Theatro Orbis terrarum, sive Atlante novo Parte 3., nella Toscana. Pictores insignes, quorum Princeps fuit IOTHUS Artis reductor, silentio prœtereo.

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LXIII. 1655 ANDREA SCOTO d’Anversa della Compagnia di Giesù, Italiæ Libro I in FlorentiaSanctæ Mariæ Novellæ: Verum mortuorum Claustrum, et Fratrum Capitulum videre non omittas, architectonicè enim et pictura ita excellit, ut cuique admirationi sit; ac velim cures, ut ex illis Fratribus unus aut alter tibi imaginem IOANNIS CIMABUE indicet, qui anno 1200. Picturam in Italia restituere cœpit, cum tot annis ante Grecis Pictoribus usi fuissent, à quo, velut à primario Italo fonte, Pictores omnes emanarunt à Bararborum in Italiam adventu. LXIV. 1656 LORENZO BEYERLINCK, nel Teatro della Vita Umana, stampato in Lione, in verbo Pictores. ZOTUS Florentinus etc. in Pictura satis prœclarus fuit. LXV. 1657 FRANCESCO SCANNELLI da Forlì, nel suo Microcosmo della Pittura a 4. fa menzione degli Scrittori di Pittura, Giorgio Vasari, Raffael Borghini, e Giovampaolo Lomazzo, e si sottoscrive alle loro sentenze con queste parole. Siccome non tralasciano gli Scrittori mentovare, non mancano anche del pari ridurre alla memoria l’origine, e vero rinascimento all’Italia di questa nuova fenice, che mediante gl’ingegni della Toscana stimasi dalla maggior parte regenerata.

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1672 BELLORI nel suo bel Libro delle Vite de’ Pittori, Scultori e Architetti moderni, Parte I a 19.Ma perché le cose giù in terra non serbano mai uno stato medesimo; e quelle, che son giunte al sommo, è forza di nuovo tornino a cadere con perpetua vicissitudine, l’Arte che da CIMABUE e da GIOTTO, nel corso ben lungo d’anni 250. erasi a poco a poco avanzata, tosto fu veduta declinare, e di Regina divenire umile e volgare. Lo stesso BELLORI, alludendo a questa verità, da nessuno fin quì, fuor che dal confutato Autore, potiamo dire essere stata controversa, dice così. Fiorenza, che si vanta esser Madre della Pittura, e’l Paese tutto di Toscana, per gli suoi Professori gloriosissimo, taceva già senza laude di pennello, e gli altri della squola Romana, non alzando più gli occhi a tanti esempi etc. 1674 SCARAMUCCIA celebre Pittore della Città di Milano, nel suo bel Finezze de’ Pennelli Italiani a 82.Viddero insieme coll’antichissima Chiesa molte pitture a fresco della mano di CIMABUE Fiorentino, e di GIOTTO suo discepolo; ove ebbero adito i nostri Pellegrini di discorrere di quei tempi andati, ne’ quali ancor bambina avvolta in fasce, se ne stava la Pittura, per dover poscia, doppo il corso di 440. anni in circa, divenir gigantessa ne’ nostri giorni. 1675 Monsignore GIUSEPPE MARIA SUARES Vescovo già di Vasone, onore delle Lettere, nell’Epistola all’Eminentissimo Cardinal Barberino: IOCTUS autem, etc. cognomento Bindonius è Patris Bindonis nomine, Pictor insignis, Franc. Petrarchæ memoratus, picturis suis illustravit Ecclesiam Assisiens. etc.

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione. Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

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Fu sua invenzione la Cappella dove si conserva la Sacra Cintola della gran Madre di Dio nella Città di Prato in Toscana, l’accrescimento di quella Chiesa, ed il Campanile: e vedonsi anche di sua mano altre opere di Scultura, e d’Architettura per l’Italia. Morì finalmente in età decrepita nella Città di Pisa l’anno 1320. e nel Campo Santo gli fu data Sepoltura.

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A
Adorazione de’ simolacri proibita al popolo di Isdraele a car. 2.
Antermo antico Scultore 3.
Apollodoro antico Pittore 3.
Apelle antico Pittore 3.
Albero della casa di Cimabue 7.
Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.
Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.
Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.
Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.
Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.
Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.
Aidulfo Re de’ Longobardi 33.
Adualdo Re de’ Longobardi 33.
Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.
Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.
Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

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P
Proemio dell’Opera 1.
Pittura, e Scultura sono una cosa stessa 2. lor divisione da che proceda 2. Procedono dallo stesso principio che è il disegno 2. Dall’Egitto in Italia, e poi in Grecia 3. periscono 3. risorgono in Toscana 3.
Plastica del primo Uomo 2.
Prassitele antico Scultore 3.
Pirro antico pittore in Grecia 3.
Polignoto Ateniese antico Pittore in Corinto 3.
Parrasio antico pittore 3.
Protogene antico pittore 3.
Pitture de’ Greci in S. Maria Novella 4.
Palazzo de’ Governatori d’Ancona 5.
Provvisione ottenuta nel Consiglio della Città di Firenze a favor di Giotto 10.
Platone ebbe lode d’essere stato il primo, che riducesse il Dialogo a perfezione 28.
Palazzo de’ Sig. in Arezzo, e Torre della Campana 35.
Ponte alla Carraia quando fondato, e da chi 35.
Palazzo delli Anziani in Firenze e da chi edificato 36. servì poi pel Podestà, oggi pel Bargello 36.
ser Petraccolo dell’Ancisa padre del Petrarca 36.
Ponte alla spugna sopra il fiume dell’Elsa quando edificato, e da chi 38.
Persio si fa chiamare discepolo di Cornuto 42.
Paradiso si piglia per atrio, e portico di Chiesa, avvertimento dell’Autore intorno a ciò 48.
Pietro Berrettini da Cortona 58.
Papa Benedetto IX da Treviso 60 e 63.
Papa Bonifazio VIII. 60.

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T
Timante antico Pittore 3. Toscana, della quale è fatta menzione in molte parti di quest’Opera. Tempio di S. Giovanni 31 e 32. Ragioni dell’Autore per le quali si possa dire, che esso Tempio fusse avanti al 600 intitolato in S. Salvatore, contro il detto di gravi Autori 32. Teodolinda Regina de’ Longobardi 33. Fabbrica una Basilica in onore di S. Gio: Battista. Terzo, e ultimo cerchio delle mura di Firenze, quando edificato 36. Torre de’ Foraboschi, oggi il Campanile di Piazza 37. Turrita Terra di Valdichiana 41. Taddeo Gaddi discepolo di Giotto 49.

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Breccia

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Breccia
f. Pietra, della quale si veggono essere state fatte dagli antichi assai figure, benchè essa pareggi in durezza l'Agate, e i Calcedonj. Si perdette poi il modo di lavorarla in figure per la sua durezza, e restò solo la maniera d'appianarla con piombo e smeriglio, per servizio de' pavimenti. A' tempi nostri se n'è trovata una cava nelle montagne di Volterra in gran quantità di pezzi, o ciottoli, di grossezza alquanto minori d'un capo d'uomo. Questa sorta di pietra sottilmente segata traspare.
Breccia tenera
. Pietra poco dura, che si lavora con sega, e scarpello; è di color giallo con macchie tonde, bianchicce e rossicce; serve per colonne, e per ogni lavoro quadro. Trovasene d'ogni grandezza nello Stato di Siena, donde pure se ne cava dello stesso colore e macchie, ma più chiare e più scure. Sono in Toscana diversi fiumi che ne portano gran quantità in piccoli pezzetti, ma però assai più tenere delle soprannotate.

Vocabolario

1681

Calcedonio

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Calcedonio
m. Gemma del color della carne fra 'l bianco e 'l rosso, detta così per essersi le prime trovate nel Paese della Calcedonia.
Calcedonio di Volterra
. Pietra dura quanto il Diaspro, che si trova a Monte Rufoli nel Volterrano. Ve n'è del bianco, granito d'alcune piccolissime macchie di color capellino o bigiccio, tramezzato di macchie sfumate di color paonazzo. À una scorza, o stummia, macchiata di giallo e rosso profondo. Piglia pulimento grasso, cioè non acceso. Trovasene ancora nello stesso luogo di color nuvolato, cioè fra 'l cilestro, paonazzo, e bianco, con macchie gialle, e qualche vena o riga paonazza, le quali secondo le cave, variano in maggiore o minore oscurità. Altro ve n'è d'una certa macchia, picchiettata di sfumanti macchie pavonazze: e questo non è molto netto, contenendo in sè varie magagne, che dove sono, non lascian pigliar pulimento. Tutte queste pietre, nella parte bianca, son più dure di quello sieno nelle parti gialle; e fannoseve bellissimi lavori di commessi.
Calcedonio Orientale
. Pietra bianca durissima, che vale per lavori di commesso di gran pregio. Di questa pietra sono molti maravigliosi ornamenti, nella real Cappella del Serenissimo di Toscana, e fra questi le lettere degli Epitaffi sotto i Sepolcri de' Granduchi, commesse in Porfido con mirabile artifizio.

Vocabolario

1681

Cammeo

Vedi
Cammeo
m. Una pietra dura faldata, cioè che sopra è d'un colore, e sotto d'un altro; nella quale, a forza di ruote, s'intagliano di basso stiacciato relievo, o basso rilievo, bellissime teste, figure, e animali; levando tanto del primo colore, quanto bisogna per far restare sotto il campo di color diverso. Gli antichi fecero in questa sorta di lavoro opere mirabili, che a' tempi nostri non anno prezzo; moltissime delle quali si trovano nella real Gallerìa de' Serenissimi Granduchi di Toscana. V. Niccolo.

Vocabolario

1681

Campanini

Vedi
Campanini
m. Marmi che si cavano a Pietrasanta in Toscana; così detti, perchè nel lavorargli acutamente suonano. Sono molto duri, ma schiantano con facilità.

Vocabolario

1681

Cere colorate

Vedi
Cere colorate
. Bella invenzione ritrovata da' moderni, di dare alla cera ogni colore; onde con essa fanno figure di basso e intero rilievo, e ritratti così belli, che non manca loro se non lo spirito. In tal facoltà, tanto nel passato che nel presente secolo, sono stati, e sono Uomini di gran valore; di che fanno fede molte opere di proporzioni diverse, state raccolte dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinale Leopoldo di Toscana nella sua Galleria: dissi invenzione ritrovata dai moderni; perchè trovasi ch'ella fu usata dall'antichità; fece di cera figure al naturale Panfilo in Sicione, ed il suo dignissimo discepolo Apelle, come par che concluda Stazio in quel verso, Lib. I. Selv. I.

Vocabolario

1681

Colature d'acque

Vedi
Colature d'acque
. Una certa gruma, tartaro, o pietra, che vogliamo dire, le quali in forma di radici son generate da alcune sorgenti d'acque molto crude, e grosse, come a Tigoli intorno al fiume Teverone, al Lago di piè di lupo, ed al fiume d'Elsa in Toscana, e altrove. Servono agli Architetti per adornar grotte, e fontane.

Vocabolario

1681

Commesso

Vedi
Commesso
add. Da commettere, congiunto, incastrato.
Commesso
m.
Lavoro di commesso
, e
lavorar di commesso
, dicesi di quella sorte di pittura, o vogliamo dire di
Musaico di pietre
, che chiamasi ancora
chiaroscuro di commesso
.
¶ Propriamente è quel bellissimo lavoro, che si fa commettendo insieme, con industrioso artificio, pietre durissime e gioie, per fare apparire figure, animali, frutti, fiori, ed ogni altra cosa, in tavole, in stipetti, e in simiglianti opere. La perfezzione di tal lavoro ebbe suo principio nel passato Secolo, sotto la protezzione de' Serenissimi di Toscana, nella loro real Gallerìa, dove del continovo si fanno di tale artificio, opere maravigliose, e di prezzo impareggiabile.¶ Dicesi ancora lavoro di commesso, una certa sorta di Pittura, che circa il 1470. fu da Sandro Filipepi, detto il Botticello, ritrovata, e da altri Pittori messa in uso in Firenze, per fare stendardi, e bandiere, commettendo insieme pezzi di drappi di varj colori, e formando con quei pezzi figure, o altro, facendo apparire il color del drappo dall'una, e l'altra parte.

Vocabolario

1681

Diaspro

Vedi
Diaspro
m. Pietra dura, che si annovera fra le Gioie di minor pregio, e trovasene di diversi colori, e di varie spezie.
Diaspro
detto
Granito rosso
, o
Granito Orientale
. Pietra durissima di color rosso alquanto macchiato con piccole macchie di forme diverse, tutte diacciate, altre rosse sbiadate, altre bianche sudice, altre bige, altre nere; ma le più rosse sbiadate. Serve solamente per lavori di quadro, perchè quel diacciato, che à in sè, impedisce il poterne far lavori di commesso gentile, schiantando con facilità. Si lavora con sega, ruote, e spianatoi; e riceve pulimento assai buono, ma non quanto i Diaspri Orientali: se ne trovano pezzi di ragionevole grandezza.
Diaspro
detto
Melochite
. Una spezie di Diaspro, che nasce in Arabia, in Persia, e in Cipri; à colore simile alla malva, e senza trasparenza. L'usano in Germania assai, per tenere appeso al collo di piccoli Fanciulli.
Diaspro di Barga
detto
Bianco e rosso
. Una pietra dura di color rosso scuro; tramezzata di macchie bianche, che si lavora a forza di sega, spianatoio, e smeriglio. Trovasi a Barga nello stato Fiorentino, in lunghezza di braccia cinque, larghezza di due e mezzo, il maggior pezzo: serve per ornamenti e lavori di commesso.
Diaspro di Boemia avvinato
, di varj colori. Pietra durissima con diverse righe a similitudine, quanto alla forma, del legname dell'ulivo segato; ma di diversi colori, cioè rosse scure, nericce, bianchicce, e azzurrigne, pendenti in giallo, più chiare e più scure, e avvinate: altre larghe per la grossezza d'una penna da scrivere, altre più strette, ed altre sottili, quanto fila minutissime, o capelli, alterate da qualche macchia bianca livida, o azzurrigna, con qualche magagna, ma senza peli: nelle macchie, che più s'assomigliano all'Agata, riceve bellissimo pulimento. Lavorasi con sega, spianatoio, e ruota: serve per lavori di commesso, e forme; e trovansi pezzi di grandezza fino a due terzi di braccio.
Diaspro di Boemia chiaroscuro
. Pietra durissima di color nero, contenente in sè alcune nuvole sfumate, fra il bianco, il nero, e l'azzurro, e attorno à macchie fra 'l rosso e 'l giallo, e 'l bianco sudicio, le quali pure anno in sè alcune macchie tonde nere, granite di qualche piccolissima macchia gialliccia; riceve pulimento acceso; si lavora con sega, ruote, e spianatoi: serve per lavori di commesso; trovansene di grandezza d'un palmo, e queste son le maggiori; à qualche pelo.
Diaspro di Boemia color di Rose
. Pietra durissima del color della Rosa, con macchie a foggia delle vene del legname, ma più sfumate; alcune delle quali di color di Rosa, strette a principio, nel raggirarsi poi fra loro si dilatano alquanto; altre di colore fra 'l bianco, e 'l rosato; ed altre fra 'l bianco, e 'l verde, rigirate da una macchia di giallo dorato con altre macchie capelline, ed alcune rosse rosate più accese nell'estremità. Trovasene di grandezza di mezzo braccio: serve per lavori di commesso, perchè riceve pulimento acceso acuto; ma nelle macchie che pendono in verde, riceve pulimento grasso. à qualche magagna, o tarlo; ed alcune, ma rarissime e piccolissime macchie in forma tonda, e queste sono trasparenti: lavorasi con sega, ruota e spianatoio.
Diaspro di Boemia colori diversi
. Pietra durissima, tutta lineata per lungo con vene capelline e nere ondeggianti, e qualcheduna bianca sudicia sottilissima. È del color proprio della noce d'India; e vogliono alcuni, che sia veramente legno, che in quelle, parti si petrifichi. Si lavora come gli altri diaspri, con sega, ruote, e spianatoi; serve per lavori di commesso, e se ne trovano pezzi assai piccoli.
Diaspro di Boemia
, detto
Verde di Boemia
. Pietra durissima, che per essere alquanto ruspa, e grassa, riceve ordinario pulimento. À fondo verde, ed è abbagliata di macchie paonazze, più o meno scure, picchiettata o granita da altre piccolissime macchie, bianche e gialle: à gran quantità di peli, e alcune vene bianche sottilissime. Lavorasi con sega, spianatoio, e ruota: e di Boemia ci vien portata in pezzi non maggiori d'un braccio. Serve per lavori di forme, di commesso, e d'altro.
Diaspro di Boemia giallo e rosso
. Pietra durissima, macchiata con macchie gialle dorate vivissime ed accese, che si raggirano intorno ad altre macchie rosse focate, più o meno scure, sfilate a foggia d'una nappa di seta con le fila dilatate o sparse, più corte e più lunghe, ed alcune che si raggiran fra di loro a foggia d'onde, e queste più larghe; e fra esse appariscono alcune macchiette violate di diverse forme di color giallo sudicio, e giallo chiaro, abbagliate o velate sopra di un certo avvinato più chiaro, e più scuro, tramezzate; ed anche alcune di esse circondate da alcune righette, o venuzze nere; e dove le macchie pendono fra 'l giallo chiaro, e 'l bianco, si vede la pietra trasparente. Serve per lavori di commesso; e si lavora con sega, spianatoi, e ruote, ricevendo lucidissimo pulimento: se ne trovano pezzi di grandezza di mezzo braccio in circa; anno qualche magagna, che chiamano
tarlo
, per esser simile al legno tarlato; ma però sono alquanto rare.
Diaspro di Boemia giallo scuro, prima sorta
. Pietra durissima d'ottimo pulimento, di color giallo scuro, attorniata di righe di giallo acceso, e altre di giallo sudicio sfumate: ed à in se qualche vena bianca e paonazza. Portancela di Boemia in pezzi di mezzo braccio al più, si lavora con sega, spianatoio, e ruota; serve per lavori di commesso, e forme.
Diaspro di Boemia giallo scuro, seconda sorta
. Pietra durissima, che di quel luogo c'è portata in piccoli pezzi; è di colore tutto giallo scuro: à contuttociò alcune magagne, rotture, e peli, ed alcune sottilissime venuzze come capelli; ma però molto lontane l'una dall'altra. Lavorasi con sega, spianatoio, e ruota; serve per lavori di commessi.
Diaspro di Boemia più colori scuri
. Una pietra durissima, che altro non è (secondo i Periti) che legno della quercia impietrito. Di questa pietra veramente maravigliosa, nella real Gallerìa del Serenissimo Granduca, è un tronco o ramo, lungo circa un braccio, che segato per testa, mostra tutto il lineamento della parte interiore di tal legno; e non è a notizia nostra, che se ne sieno veduti altri pezzi. Vale per lavori di commesso; tagliasi, e puliscesi come gli altri Diapri, con sega, ruote, e spianatoi. Riceverebbe bellissimo pulimento, se non avesse molte doppiezze, e falde, ed alcuni piccolissimi peli, grossi come capelli, che gli danno qualche impedimento.
Diaspro di Boemia rosso e giallo
. Pietra durissima di fondo rosso scuro, nel quale si raggirano alcune macchie gialle ondate, alcune più, alcune meno chiare; tiene ancora alcune macchie verdi sfumate, altre nericce, e rosse scure sudice, con qualche vena bianca sudicia, a somiglianza di quella dell'Agata, e queste son trasparenti. Il maggior pezzo non eccede la grandezza d'una mano: lavorasi con sega, spianatoio, e ruota; riceve bel pulimento; e serve per lavori di commesso.
Diaspro di Boemia varj colori
. Pietra durissima fregiata di strisce verdi scure, che dolcemente terminano in righe verdi chiare, con altre righe rosse focate, assai strette. à altre strisce in mezzo gialle chiare accese, e gialle scure; e tra 'l verde veggonsi alcune gocciolette rosse focate, alcun'altre di color carnicino sudicio; e queste solamente son trasparenti. Riceve pulimento grasso, ed à qualche pelo, o vena. I pezzi che si veggono quà, sono d'una grandezza d'una mano al più. Lavorasi con sega, spianatoio, e ruota; e serve per lavori di commesso.
Diaspro di Boemia verde e bigio
. Pietra durissima, che in alcuna parte è tutto verde acerbo, venato di verde più scuro; ed in altre parti è mischiato di macchie bige, tramezzate d'alcune macchiette verdi chiare sudice, e picchiettate d'altre piccole macchie bianche sudice. Riceve pulimento grasso, e non è punto trasparente. Serve per lavori di commesso, e forme. Lavorasi con sega, spianatoio, e ruota; e non se ne à se non piccoli pezzi.
Diaspro di Boemia verde e rosso
. Pietra durissima circondata di tutto verde scuro, in qualche luogo sfumante in verde giallo; e dentro al verde à certe macchie rosse accese, a guisa di sangue che sia stato sparso in terra in gran copia; intorno alle quali veggonsi in qualche distanza altre piccole macchie di figura tonda del medesimo sangue. à molte rotture, e peli; nelle parti salde riceve pulimento acceso: la maggior grandezza, che si trovi, è di circa mezzo braccio, lavorasi con sega, spianatoio, e ruota. Serve per lavori di commesso, colonnette, e forme.
Diaspro di Boemia verde mischiato
. Pietra durissima mischiata di colori, verdi, gialli, rossi, carnati, bianchi, e neri, e fra di loro confusi, con un certo velamento che gli rende tutti uniti in una bella macchia. Piglia pulimento acceso. Nelle macchie carnate s'assomiglia all'Agata ed in queste è trasparente, e nell'altre nò. Trovansene pezzi di grandezza d'una mano al più. Altri verdi ve ne sono di simile durezza; ma con macchie in forma di strisce, sfumate di colori verdi scuri, verdi chiari, rossi focati, e rossi sudici; le quali strisce tutte son picchiettate de' medesimi colori, cioè di rosso nel verde e di verde nel rosso, e così vadisi discorrendo: nelle macchie rosse sudice è trasparente, e nelle altre nò. La maggior grandezza che si vegga fra noi è d'un terzo di braccio: lavorasi come tutti gli altri diaspri, con l'aiuto dello smeriglio, per mezzo di seghe, spianatoi, e ruote; serve per lavori di commesso, e forme.
Diaspro di Cipri
. Pietra durissima, e forse il più degno e prezioso diaspro che si trovi: è di color rosso focato; si lavora solamente a forza di ruota: trovasene in grandezza d'un braccio al più. Di questa gemma sono i Globi dell'Arme del Serenissimo di Toscana, e gli ornamenti de' guanciali sopra i sepolcri dell'Altezze, nella Real Cappella di San Lorenzo.
Diaspro di Corsica
, altrimenti detto
Verde di Corsica
. Pietra dura per la metà del Diaspro di Francia, di color verde chiaro, macchiato di macchie maggiori e minori, di color verde scuro, ed altre bianche. Vien dall'Isola di Corsica, trovandosene pezzi di grandezza di braccia tre al più. Serve per ogni lavoro di sega, o scarpello.
Diaspro di Francia rosso
. Pietra durissima di color rosso focato, tramezzato di macchie larghe di color giallo sudicio, e sparse di bianco livido, tutte trasparenti, che spargono dai lati, diversi rami, o punte terminate. La macchia rossa è lavorata attorno graziosamente da una certa vena, composta di minutissimi e quasi invisibili punti nericci. Serve per lavori di commesso, e riceve pulimento acceso. Trovansene di grandezza d'un palmo, e si lavora con sega, spianatoio, e ruota.
Diaspro Orientale
. Pietra dura sopra ogni altro diaspro, e quanto il Calcedonio, e da noi stimatissima. Veggonsene di color verde porro, che è macchiato di macchie verdi più scure; ed anche del giallo chiaro e scuro, mischiato di vene gialle più scure, anzi pendenti in rosso. Lavorasi solamente a forza di sega, spianatoio, e ruota; e l'maggior pezzo si trova di grandezza di mezzo braccio.
Diaspro Orientale verde
, detto
Elitropia
. Pietra durissima, e trasparente, di fondo verde scuro, sfregata di giallo, con certe macchiette piccole, fra di loro molto lontane, di diverse forme, le quali chiamano
sangue
, per essere del proprio color del sangue. Serve a lavori di commesso, colonnette, forme, ed altri simili. Trovasene di grandezza di mezzo braccio al più: riceve gran pulimento, benchè abbia qualche magagnuzza, rottura, o pelo; ma però assai distanti l'una dall'altra. Veggonsene ancora alcuni pezzi con fondo verde acerbo, ma alquanto più chiaro del primo, colle gocciole del sangue più minute, senza sfregi gialli, ma con qualche pelo; e riceve pulimento molto acceso, e bello, e non traspare. Serve per lavori di commesso come l'altro; e lavorasi con sega, spianatoio, e ruota; e si à in piccoli pezzi.
Diaspro di Sicilia
detto
Corallina
. Pietra dura di color giallo sudicio, mischiata di vene e macchie sottili, bianche livide, rosse vive, e capelline. Si lavora con sega, e spianatoio, e serve per ornamenti, e lavori di commessi.
Diaspro di Sicilia
, detto
Fiorito di Sicilia
. Pietra durissima, che riceve pulimento acceso: è di maravigliosa bellezza, contenendo in sè macchie molto vaghe, di diverse grandezze, e forme, che tirano più tosto al tondo, benchè in alcuni luoghi facciano qualche angoletto. Son le macchie di color rosso focato, tutte dintornate d'un sottilissimo profilo bianco lattato, con un fondo paonazzo, e sotto ove più, ove meno scure. Stimasi fra' Professori questa pietra esser la più bella e la più vaga, che tra' diaspri si trovi: a noi vien portata dall'Isola di Sicilia in pezzi di mezzo braccio al più serve per lavori di commesso, di forme, di piccole colonne, e pilastri, fregi, e simili; e si lavora con sega, ruota, e spianatoio, e smeriglio.
Diaspro di Sicilia giallo calcedoniato
. Pietra durissima tramezzata di vene di Calcedonio, bianche livide, o bianche avvinate, trasparenti; e nel resto è tinta di macchie avvolte gialle non molto grandi; lavorasi con sega, ruota, e spianatoio; e riceve pulimento acceso. Serve per lavori di commesso, trovandosene di grandezza d'un palmo, o poco più.
Diaspro di Sicilia
detto
Giallo lionato di Sicilia
. Pietra durissima, che vien di Sicilia; ed è del colore della pelle del Lione, tutta rigata per lungo con righe interrotte gialle sudice, e gialle pendenti in rossiccio, con altre che pendono in giallo scuro, e in nero. Si trova in piccolissimi pezzi: lavorasi con sega, ruote, e spianatoi, ricevendo acceso pulimento: serve per lavori di quadro, e di forme; à però in sè minimissimo tarlo. Di questa pietra è fatto il primo fregio, sopra il primo imbasamento del Ciborio della real Cappella di S. Lorenzo.
Diaspro di Sicilia più colori
. Una pietra dura quanto gli altri Diaspri, e con falda simile al Fiorito di Sicilia; con questa differenza, che dove nel Fiorito il sottilissimo profilo bianco circonda alcune macchie di più forme piccole; in questo lo stesso profilo contorna macchie grandi; e dove in quello il profilo è scempio, in questo è doppio, e mette in mezzo una striscia picchiettata di diversi scuri colori; e tutta insieme detta striscia circonda le macchie sopra notate, grandi quanto una mezza mano, di color rosse di sangue, picchietate di piccoli granelletti ineguali, gialli dorati, con alcune minutissme venuzze nere, che circondano essi piccoli granelletti: è ancora attraversata in alcuni luoghi da qualche vena bianca livida serve per lavori di commesso, e sene trovano pezzi di mezzo braccio in circa, che si lavorano con sega, spianatoi, e ruote, ricevendo pulimento bellissimo.
Diaspro di Sicilia venato
. Pietra dura, che si lavora solamente a forza di sega, spianatoi, e smeriglio. È di color giallo lionato di righe pendenti in giallo, in verde, in nero. Si trova in piccoli pezzi, cioè di lunghezza di un braccio e mezzo, e d'altezza d'un terzo di braccio in circa. Cavasi ne' contorni della Città di Catania in Sicilia. Trovasene ancora del non rigato, ma con macchia tonda assai scura, e cruda, di color giallo chiaro, e sudicio, picchiettata di verde scuro assai, ma sfumato; questa però à qualche magagna e pelo. Servono l'uno, e l'altro per ornamenti, e lavori di commesso.

Vocabolario

1681

Embrici

Vedi
Embrici
m. Lastre di terra cotta, colle quali si cuoprono gli edifizi. Ànno da' lati una piccola sponda, la quale appunto su la commettitura dell'uno coll'altro, si copre con altre lastre pure di terra cotta torte a doccia, che i Toscani i chiamanotegoli, e tegolini. Sono gli Embrici da una testa un poco più stretti, e dall'altra un poco più larghi, il che serve per poter sottoporre l'uno all'altro (il che si chiama imboccare) nel fare i filari, perchè scolino l'acqua piovana senza che possa penetrare per la copertura. E quelli Embrici, che si pongono nel fine del filare dalla parte più bassa, sono nelle teste eguali, per non aver bisogno di essere imboccati in altri, e questi così fatti diconsi Gronde per istare su 'l grondaio dello stesso tetto. Ed è questa antica e notissima invenzione di fare i tetti, stimata dagli Autori per la più utile di quante mai se ne sieno adoperate, e se n'adoprino in tutte le parti del Mondo: attesochè il piombo al Sol cocente si liquefà; il rame grosso è di spesa intollerabile, sottile è alterato da' Venti e dalla ruggine; gli smalti si fendono; l'assicelle in Alemagna, la pietra bianca, che per tale effetto segano in Fiandra e nella Piccardía, le lastre di pietre scagliose de' Genovesi e d'alcuni luoghi della Toscana, non arrivano a gran segno a tutto il bisognevole, per l'effetto di fare un'ottima, e sana coperta.

Vocabolario

1681

Gesso

Vedi
Gesso m.
Materia simile alla calcina, fatta per lo più di pietra cotta. Serve ai nostri Artefici non solo per far forme o cavi; ma per gettare ne' medesimi cavi opere di rilievo e di basso rilievo: impastasi questo con acqua chiara ben dimenato che incorpori per tutto, osservandosi che nell'adoperare, nè sia tanto liquido che non s'attenga insieme, nè tanto sodo che già faccia presa; ma in stato maneggiabile come una delicata pasta. Dipoi fatta che averà presa, essendo già divenuto sodo, si può cavare dalle forme o dalle cose formate respettivamente.
Gesso da far presa
, detto altrimenti,
gesso da Muratori
. Serve agli Scultori, e Gettatori di metalli, per formare i modelli dell'opere che debbon gettare, e per formare cose di rilievo artificiali, e naturali, nel modo che abbiamo detto di sopra. Questo gesso si fa di certa pietra bianca, che si cava a Volterra e la chiaman
spugnoni
, che ridotti in piccoli pezzi si cuocon dentro a forni ben caldi.
Gesso da Imbiancatori
, altrimenti detto
Bianco
. Una sorte di gesso che serve per imbiancar le muraglie. Si fa di certa pietra, che chiamano
spugnoni bianchi
, che si cavano nel Pisano. Cuoconsi in fornaci come la calcina. Serve anche questo gesso per far calcina, la quale però non e buona per lavori che devano esser esposti all'umido; perchè riman sempre tenera, e con poca presa; che però l'usano per lavori di dentro la casa, come matton sopra mattone e simili, e fa lavoro gentile e pulito; a noi è di minor costo assai dell'altra calcina, e spento nel trogolo si conserva buono a mettere in opera molti mesi, purchè vi sia sempre tenuta acqua sopra, là dove l'altra calcina spenta basta poco.
Gesso da oro
. Una sorta di gesso sottilissimo e delicato, fatto d'Alabastro cotto; e chiamasi anche gesso di Volterra, perchè quivi se ne fa in abbondanza. Serve per dorare, e dipignere, stendendolo prima sopra la tavola, o altra superficie, che dovrà esser dorata o dipinta; dipoi asciutto che sia, va stropicciato con pelle di pesce, o pomice, finchè si riduca interamente pulito e liscio. La sua tempera per lo più è colla di libellucci.
Gesso da Sarti prima sorta
. Una sorta di gesso assai bianco, ed in pezzi, non molto sodo, nè molto tenero. Dicesi da Sarti, per esser comunemente adoperato da tali Artefici, per disegnare su le pezze delle pannine i contorni de' vestimenti, che devono tagliare. ¶ Serve anche a' nostri Artefici per fare i chiari ne' disegni che fanno di matita rossa o nera, su' fogli colorati.
Gesso da Sarti seconda sorta
. Un certo gesso in foggia di pietre di color sudicio, che sfregato, lascia segni assai bianchi; di cui si servono i detti Artefici per lo medesimo fine notato di sopra.¶ Si vagliono di questo medesimo gesso i Professori delle Mattematiche, a fine di disegnare, su la pietra Lavagna, le figure mattematiche, che vogliono dimostrare, essendo che facilmente si cancelli dalla medesima Lavagna.
Gesso di Tripoli
. Una sorta di gesso portatoci dalla Città di Tripoli di Barberia, il quale serve a' nostri Professori, per dare il lustro alle statue, ed ad altri lavori di marmo.
Gesso di Volterra
. Quella sorta di gesso, che è fatto d'Alabastro cotto; detto così, per fabbricarsi nella Città di Volterra in Toscana. V. Gesso da oro.

Vocabolario

1681

Marmo

Vedi
Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

Vocabolario

1681

Marmo

Vedi
Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

Vocabolario

1681

Marmo

Vedi
Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

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1681

Marmo

Vedi
Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

Vocabolario

1681

Marmo

Vedi
Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

Vocabolario

1681

Mattoni

Vedi
Mattoni
, o
Quadrucci
m. Una sorta di lavoro di terra, fatto con proporzionata misura, di forma quadrangolare, e cotto in fornace. Lat. Lateres. Con queste si alzano smisurate moli di fabbriche d'ogni sorte. L'uso suo è antichissimo; essendo che di questi fu fabbricata la famosa torre di Babelle, e le maravigliose Piramidi d'Egitto: e ci è stato, fra gli antichi, chi se n'è servito per edificazione di regij palazzi, e Tempi. In Toscana i migliori formansi di terra che tien di creta, e che biancheggia, ed anche di
sabbione maschio
, che è una qualità di terra, la quale pende in rosso
. Non è atta a buon lavoro la terra pietrosa, sabbionosa, e renosa; è però ottima la terra Samia, l'Autina, e la Modanese; in Ispagna la Sagundea, e nell'Asia la Pergamea.

Vocabolario

1681

Mischio

Vedi
Mischio
m. Pietra così detta dalla mescolanza di più pietre, che si fa per la crudezza dell'acque in gran tempo. Trovasene in molti luoghi di Toscana, nelle montagne di Carrara, ed a Verona. Serve per far porte pavimenti, colonne, ed altri belli ornamenti. La sua macchia è fra 'l rosso, e 'l paonazzo, con diverse vene bianche: sene servirono gli Antichi, e l'usano continuamente i Moderni, per adornamenti di lor fabbriche e palagi, ricevendo ella bellissimo pulimento, ed essendo assai forte. Veggonsene anche di diversi altri colori, cioè gialletti, rossetti, e che tirano al bianco, al bigio, e al nero; pezzati di bianco, e rosso, e di più colori venati. Avvene de' verdi, neri, e bianchi, e tutti quantunque sieno di differente durezza, altri più altri meno, e non ostante sieno assai duri, si lavorano con facilità co' soliti strumenti.

Vocabolario

1681

Mischio di Pietrasanta

Vedi
Mischio di Pietrasanta
. Una sorta di pietra ritrovata dal Granduca Cosimo I. l'anno 1563. vicino ad una Villa detta Stazzema ne' Monti vicini a Pietrasanta, luogo dello Stato di Pisa in Toscana, dove sorge una Montagna altissima di due miglia di circuito, la superficie della quale è d'un finissimo marmo bianco, atto a fare statue; sotto a questo si trova un mischio rosso e gialliccio, il quale à sotto, a guisa di fondamento, un'altro mischio verde nero rosso e giallo, con mescolanza d'altri colori, che son quegli de' quali si parla, tutti durissimi: se ne cavan pezzi per colonne di quindici, e venti braccia per ciascuna. L'essersi trovata questa cava di pietra, fu cagione che lo stesso Granduca Cosimo I. facesse levare le colonne di marmo, che erano attorno al Coro del Duomo di Firenze, facendovi riporre in quella vece altre di mischio: e quelle di marmo furon mandate al Monasterio nuovo delle Monache Cavaliere di Pisa in via della scala di Firenze, e quivi messe in opera.

Vocabolario

1681

Nero di Carrara

Vedi
Nero di Carrara
m. Sorta di pietra di color nero, come il Paragon di Fiandra, ma più tenero di esso in circa a un quarto; serve ad ogni lavoro di sega o scarpello, e trovansene d'ogni grandezza nelle montagne di Carrara in Toscana.

Vocabolario

1681

Noce

Vedi
Noce
m. Sorta d'Albero fruttifero (il cui frutto chiamasi noce) legname il quale è molto atto a far'ornamenti intagliati di figure, fogliami, e rabeschi d'ogni sorta. Serve ancora agli edificj; e Teofrasto scrive, questo legname esser molto a proposito per far travi, e correnti; atteso che abbia una certa proprietà di dar cenno prima di rompersi con un certo rumore, che fa; ed esservene l'esempio di ciò, che avvenne nel bagno d'Andro, che rompendosi le travi, e rovinando i tetti da tal legname sostenuti, niuno fu di coloro, che stavano sotto, che ricevesse nocumento, per esser prima della rovina stati avvisati dal suono, o scoppietti, che fecero le travi antecedentemente di rompersi. I Periti di tal legname nelle nostre parti di Toscana distinguono due sorte di noci; uno, che chiamano
noce gentile
, ed un'altro, che dicono
noce malescio
, e tutti due ne' lavori ricevono bel pulimento, e lustro: è però fra di loro questa differenza, che 'l malescio non lo riceve così morato come il gentile, ed il suo frutto non punto godibile; mercè l'esser il midollo delle sue noci così fortemente fitto e serrato nella sua cassa con tramezzi sì forti e stretti, che quindi non può cavarsi, senza romper la noce in minutissimi pezzi.
Noce
f. Frutto dell'albero noce.

Vocabolario

1681

Nocella

Vedi
Nocella
f. Diminutivo di noce, ed è lo stesso, che
nocciuola
, chiamata così in alcuni luoghi di Toscana
.
Nocella
Strumento. Una palla per lo più d'ottone, la qual contiene in sè un'altra simil palla, che facilmente si muove, e mediante una vite si ferma per ogni verso. Serve per abbassare, alzare, e fermare le tavolette, che s'adoprano per levar di pianta.

Vocabolario

1681

Obelisco

Vedi
Obelisco m. |
Aguglia f.
, o |
Guglia f. |
Mole di pietra, fatta tutta d'un pezzo, nella base quadra, ma di forma bislunga molto, con una punta a piramide smussata; inventata dagli Egizij, per simboleggiare il raggio del Sole, entro la quale scolpivano i loro Ieroglifici. Maravigliosa fu quella che Sisto V. per opera di Domenico Fontana celebre Architetto, rizzò su la Piazza di San Pietro in Roma. A' tempi nostri ne à Innocenzio X. eretta un'altra sopra la fonte da lui fatta in Piazza Navona. Nella Real Galleria de' Serenissimi di Toscana vi è un'obelisco piccolo sì, ma copiosissimo di ieroglifici. Delle Guglie o obelischi, e loro interpetrazion, anno scritto eruditamente Mons. Michele Mercati, ed il Padre Kircker della Compagnia di Giesù.

Vocabolario

1681

Occhiali

Vedi
Occhiali
m. Strumento da occhi per aiuto della vista; i moderni lo dicono Latinamente
Conspicilia
. È composto questo strumento di due cristalli o vetri legati in un filo d'ottone argento o altro metallo, o incastrati in cerchietti d'osso o di quoio: tiensi sul naso davanti agli occhi, sicchè il raggio visivo, ch'è tra gli oggietti e gli occhi, trapassi per essi. Un così utile artifizio è di quei che non conosciuti dall'antichità, s'annovera fra' ritovati di nuovo. Guido Panciroli, De novis repertis tit. XV. de Conspicilijs. Dice.Multi dubitant, utrum veteres conspicilia habuerint nec ne; quoniam Plinius rerum omnium Scriptor diligentissimus, nullum de his verbum faciat. Contra verò mentio horum apud Plautum fiat, cum ait: Vitrum cedo, necesse est conspicilia uti. Id quod nulla alia de re, quam despecillis, quæ vulgo ocularia dicuntur, potesti intelligi. Testimonia Fra Giordano da Rivalto dell'Ordine di San Domenico, famoso Predicatore in Toscana da 300. e più anni addietro, essere invenzione ritrovata a' suoi tempi; le sue parole cavate da una sua Predica, e citate dal famosissimo Vocabolario della Crusca, sono le seguenti.Non è ancora venti anni, che si trovò l'Arte di fare gli occhiali, che fanno veder bene, che è una delle migliori Arti, e delle più necessarie, che 'l mondo abbia. Il Dottor Francesco Redi, nobile Aretino, Protomedico dell'AA. SS. di Toscana, celebre scrittore, poeta, e filosofo, ed in questo nostro Secolo pregio della Fiorentina eloquenza, in una sua eruditissima Lettera scritta al virtuosissimo e nobilissimo Paolo Falconieri, già primo Gentiluomo della Camera del Sereniss. Granduca, prova ad evidenza, che questa utilissima invenzione fu trovata in Toscana d'intorno agli anni 1280. e 1310. da Fra Alessandro Spina Pisano dell'Ordine de' Predicatori, che di questa vita mancò del 1313. Il che egli va confermando con molte buone ragioni, e a maraviglia sciogliendo le difficultà che si potessero opporre in contrario. Fannosi gli occhiali di diversa manifattura, proporzionata a diversi usi, per i quali ce ne serviamo. E primieramente si à riguardo, se anno da aiutare la vista corta, ovvero la debilitata; se anno da servire, per veder da lontano, o pure da presso. Per la vista corta, ad effetto di veder da lontano, fansi gli occhiali incavati o concavi, i quali mostrano gli oggetti anche vicini ridotti minore assai del loro essere naturale. Per l'altra fabbricansi occhiali convessi detti anche lenti, i quali fanno apparir gli oggetti ancorchè lontani maggiori assai di quello sono: ed alla proporzione della maggiore o minore sfera, a cui risponde la centina, su la quale sono lavorati, ricevono la virtù di ringrandire più e meno gli oggetti sopra l'esser loro naturale: che per altri sono detti
occhiali di prima vista
, altri
occhiali di seconda vista
: e tanto i concavi che i convessi si fabbricano di cristallo o vetro non colorato, ma tersissimo, e senza alcuna macchia. Fannosi occhiali ancora per confortar la vista, la quale non venga disgregata o affaticata dalla bianchezza della carta nello studiare, e questi si fabbricano di vetro piano colorito, più e meno carico di colore; servono in oltre per viaggio, affinchè la virtù visiva, o l'occhio, nè dal riflesso del Sole, nè dalla polvere, riceva nocumento; ed a questo effetto sono loro aggiunte certe strisce di quoio, che serrandogli alle tempie e alla testa fermangli agli orecchi. Per conservazione degli occhiali di materia cotanto fragile, fannosi casse di avorio e di diversi legnami, e di variate fogge, siccome ancora di cartone foderato di quoio, alla usanza delle guaine de' coltelli e delle custodie da oriuoli.

Vocabolario

1681

Paragone

Vedi
Paragone
m. Sorta di pietra nera, che si cava nell'Egitto, e in alcuni luoghi della Grecia. Serve per saggiar l'oro e l'argento sfregandovisi sopra. Trovasene d'una qualità al quanto meno nera, che serviva agli antichi per istatue, come mostra la figura dell'Ermafrodito in Roma. È pietra durissima, e piglia un bellissimo lustro. Trovasene in Toscana e nelle montagne di Carrara, e ne' monti vicino alla Città di Prato.
Paragone di Fiandra
. Una pietra dura per il doppio del marmo, che riceve bellissimo pulimento. È di color nero affatto: lavorasi con sega, e scarpello facilmente; trovasene di grandezza fino a sei e sette braccia, e d'ogni grossezza. Affermano i pratici, trovarsi il migliore nella Fiandra, e ne' contorni di Liege.
Paragone di Verona
. Una sorta di pietra Paragone assai inferiore dell'altro, che si trova ne' contorni della Città di Verona.

Vocabolario

1681

Pietra

Vedi
Pietra
f. Terra indurita per l'evaporazioni dell'umido, e per costrignimento di esso; e trovasene di varie e diverse spezie, secondo la disposizione della loro materia, quando elle si generano.
Pietra bigia
. Pietra attissima agli edificj, che si cava ne' poggi di Fiesole e Maiano; serve per fare statue, e colonne; vuolle esser però cavata nel
torlo
, altrimenti detto
cerro del masso
, che è la parte più a dentro; poichè se non fosse di quella parte sarebbe di poca durata, si fenderebbe, e sfalderebbe. Ed a questo proposito è da sapere, che nelle cave de' nominati luoghi, trovasi primieramente la pietra bigia di poco buona qualità, che sempre va migliorando quanto più si va a dentro: dopo il masso della bigia, si trova il sereno, che pure è sempre migliore, quanto più va a dentro. Terminato il sereno cioè nella fine, si trova altra pietra bigia, e poi altro sereno. Di questa pietra bigia è fatto l'ornato esteriore della casa de Giacomini da S. Michelino dagli Antinori, la facciata del palazzo di Giovan Batista Strozzi da S. Trinita, e quella di Pier Capponi in via larga, ed altre molte.
Pietra carnagione
. Una pietra di durezza simile al Giallo orientale, della quale fannosi figure, che debbon parere del color della carne. Non è a notizia degli Artefici il luogo donde si cavi. Nelle stanze contigue alla real Cappella di S. Lorenzo, trovasi fatta di questa pietra una testa per tre volte il naturale, ritratto del Granduca Cosimo I. lavorata con mirabile artifizio.
Pietra del fossato
. Una pietra di bellissimo colore azzurrigno, di maggior durata della pietra serena; si cava presso a Firenze: riceve un maraviglioso pulimento. Di questa fece Michelagnolo la Librería, e Sagrestia di S. Lorenzo, e di poi fecionsi le colonne di Mercato nuovo con l'ornato di quella loggia, e la fabbrica de' Magistrati, detta comunemente gli Uffizj, e le cappelle di S. Croce; regge mirabilmente all'acqua, e al diaccio, ed è dura quanto il marmo.
Pietra d'Istria
. Una pietra bianca livida, che tira all'alberese, che agevolmente si schianta; onde lavorasi per lo più con certe martelline, andando secondo la falda della pietra. È stata usata molto per tutta la Romagna, e nella Città di Venezia e commettendovisi Porfido, ed altro Mischio, fa bellissimo vedere.
Pietra forte
. Pietra, che si cava da diversi luoghi, e resiste ad ogni ingiuria del tempo. Fu adoperata da' Goti, e poi da' moderni nelle più belle fabbriche, che si veggano in Toscana: di questa pietra è fra l'altre il ripieno di due archi, che fanno le porte principali dell'Oratorio d'Orsammichele, il palazzo del Granduca, la loggia de' Lanzi, il palazzo vecchio, e quello degli Strozzi; e parte della Fortezza da basso con l'armi, e statue, che vi si veggono. È questa pietra di color pendente in giallo, con alcune sottilissime vene bianche; serve ancora per lavorare statue, che debbano stare intorno ad acque, e fontane; e per far lastrichi, e bozzi. Nel valersene per gli edifizi, si deve aver'avvertenza di posarla sopra la muraglia per lo piano naturale della falda; altrimenti col tempo si sfalda e fende, siccome vediamo esser seguito nell'incrostatura del palazzo degli Antinori su la piazza di S. Michelino, dove dagli Artefici per risparmio di doppia fatica a lavorarla, fu posata per ritto.
Pietra morta
. Una pietra che pende in giallo molto tenera, che serve solamente per forni e fuocolari, e con essa fanno i Gettatori di metallo il primo fondo delle fornaci, nelle quali esso metallo, deve fondersi. È ella di pochissima durata; cavasi ne' monti di Fiesole, in superficie delle cave della pietra bigia, ed in diversi altri luoghi.
Pietra serena prima sorta
. Una pietra, che pende in azzurrigno o bigio. Cavasi in Arezzo, Cortona, Volterra, e ne' monti di Fiesole, e per tutti gli Appennini. Trovasene in grandissimi pezzi. Di questa sono i bellissimi edifizj delle Chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, ed altri molti, nella Città di Firenze. Stando al coperto è di eterna durata, ma esposta all'acque, si consuma, e si sfalda.
Pietra serena d'altra sorta
. Una pietra più rubida, più dura, e men colorita dell'altra, che tiene della specie de' nodi della pietra; fannosene figure, ed altri intagli, perchè è molto forte, e resiste all'acqua, e diaccio. Di questa pietra che si cava presso a Firenze, è fatta la statua della dovizia di mano di Donatello, che è sopra la colonna di Mercato vecchio.
Pietra serpentina
. Una pietra diversa da quella, che chiamano Serpentino. Questa pietra è detta ancora
Ofite
, e si trova di più spezie. Alcune se ne veggono nere, altre di color di cenere, macchiate con certi punti; altre divise con alcune linee bianche, e non sono molto dure. Servono per far piccole colonne, e altri ornamenti.
Pietra smiri
. V. Smeriglio.
Pietre quadre
. Pietre lavorate in forma quadrangolare, con cui gli antichi fecero bellissime fabbriche: collegando gli ordini delle pietre minori con altri ordini di pietre maggiori: sene vedono in Roma, ove è la piazza e 'l Tempio d'Augusto e nella Città di Firenze, e altrove.

Vocabolario

1681

Pomella

Vedi
Pomella
f. Un color verde giallo, fatto di semi d'una certa erba, della quale molta si trova in alcune montagne di Toscana; e per non aver corpo, non serve se non per lavorare a tempera.

Vocabolario

1681

Porfido

Vedi
Porfido
m. Una sorta di pietra rossa con minutissimi schizzi bianchi, già dall'Egitto condotta in Italia: vien dalla voce Greca porphyrites, dalla Porpora, che dicono Porphyra. Comunemente si crede, che questa, siccome altre pietre, nel cavarla sia più tenera, di quando ella è stata fuori della cava, alla pioggia, al diaccio, al Sole; perchè tutte queste cose la fanno più dura e più difficile a lavorarsi. Anno osservato alcuni, che questa pietra non solo non si quoce col fuoco, ma stando nella fornace non lascia mai quocer bene i sassi, che le sono attorno. È di tanta durezza, che dagli antichi tempi fino all'anno 1555 nessuno si trovò, che potesse quella maneggiare, per non esservi il modo di temperare scarpelli ed altri strumenti, da poterla lavorare; e in questo tempo al Serenissimo Granduca di Toscana Cosimo I. fu dato un segreto d'un'acqua, con la quale si temperavano i ferri durissimamente: con questo Francesco del Tadda Intagliatore da Fiesole lavorò la bella tazza della bella fonte de' Pitti e suo piede; il Ritratto di esso Granduca, e della Sig. Leonora di Toledo sua Moglie, ed una testa di Giesù Cristo. Dopo il Tadda, venne il segreto inRaffaello Curradi Fiorentino, il quale di essa pietra condusse più opere in Firenze, e fra esse la testa del Granduca Cosimo II. che è nella real Gallería. Questo Raffaello vestì l'abito di Frate Cappuccino, lasciando il segreto a Cosimo Salvestrini, pure Scultor Fiorentino, il quale fra l'altre cose intagliò il gran colosso del Moisè, che è nella grotta del palazzo del Serenissimo Granduca, e sonosi poi fatte altre cose, e fannosi tuttavía.

Vocabolario

1681

Sasso

Vedi
Sasso
m. Pietra comunemente di grandezza da poterla trarre, o maneggiar con mano
Sasso albano
. Una sorte di sasso con iscorza bianca, e dentro pure pende in bianco, colla grana alquanto grossa, vergato d'alcune righe azzurricce, e venato di marmo. Serve per far muraglie, e calcina, la quale però non riesce così forte, come quella di sasso porcino. Trovasi in molti luoghi di Toscana in cave, e particularmente nel Chianti, e trovasene anche in ciottoli. Si rompe in iscaglie come l'alberese, che però non riceve pulimento.
Sasso colombino
. Una sorta di pietra dura, di fuori gialliccia, e dentro azzurra, tanto soda anche quando esce della cava, e de' filaretti, che è impossibile lavorarla per conci; serve per murare solamente.
Sasso coltellino
. Una sorte di sasso, che serve per fabbricare, più tenero dell'alberese; à una scorza alquanto gialliccia, e il didentro ancora pende in giallo. Nel cuocersi si spezza in falde sottilissime e taglienti, che paiono coltelli, donde à avuto il nome di sasso Coltellino. Non è buono a far calcina, nè lavoro di scarpello. Trovasene molto in Toscana in ciottoli.
Sasso
detto
alberese
. Una sorta di sasso, la scorza del quale è alquanto sbiancata, e dentro pende in azzurriccio chiaro. è molto forte, attissimo per fabbricare, e fassene buona calcina. Si rompe facilmante col martello, e la rottura viene inegualmente scagliosa, che però non riceve pulimento, ne meno si può lavorar con ferro. Sene trova per tutta la Toscana parte in cave, e parte in ciottoli. Questi son mescolati fra la terra; che però ne vien portati da diversi fiumi. Ve n'è di quello che dentro è più e meno chiaro; il più scuro per far la calcina è migliore, essendo assai più forte.
Sasso maschio
. Una qualità di sassi tondi, che si trovano ne' fiumi, e tengono di selice e di vetrina. Questi appena usciti dell'acqua si seccano, e dove sotto gli ammattonati si faranno alcuni suoli di questo sasso, non potrà mai l'umidità che esce dalla terra giugnere all'ammattonato; usansi per molto questi suoli nelle stanze umide, e son quelli che noi diciamo
vespai
.
Sasso porcino
. Una sorta di sasso, che nella scorza è sbiancato, e dentro pende in azzurro, ma però più acceso dell'alberese, al quale per altro è similissimo. È attissimo a murare, e la calcina che si fa di questo sasso è stimata ottima, perchè fortissimo. Si rompe a scaglie col martello con facilità; non riceve pulimento, nè se ne posson fare lavori di scarpello. Trovasene in Toscana in molti luoghi, in cava, e in ciottoli. Quel di cava à una certa scorza sottilissima che pende in rossiccio, l'altro l'à alquanto sbiancata.
Sassi diversi
. Si trovano in Toscana in varj luoghi alcuni sassi in ciottoli, simili a quelli dell'alberese, ma con iscorza gialla, e dentro sono in parte alberese, e in parte nò. Dico che si vede la parte più intima del sasso di qualità, colore, e durezza dell'alberese, la quale va insensibilmente degradando in altro colore, nel modo che fa il granello dell'uva nel cominciare a mutarsi, il verde del quale si vede a poco a poco mutarsi in rosso, finchè si conduce ad esser da una parte interamente rosso. Nè fa pel nostro assunto il disputare, se questa sia la qualità di tal pietra, o se pure essa col tempo si riduca da una qualità ad un altra.

Vocabolario

1681

Sasso

Vedi
Sasso
m. Pietra comunemente di grandezza da poterla trarre, o maneggiar con mano
Sasso albano
. Una sorte di sasso con iscorza bianca, e dentro pure pende in bianco, colla grana alquanto grossa, vergato d'alcune righe azzurricce, e venato di marmo. Serve per far muraglie, e calcina, la quale però non riesce così forte, come quella di sasso porcino. Trovasi in molti luoghi di Toscana in cave, e particularmente nel Chianti, e trovasene anche in ciottoli. Si rompe in iscaglie come l'alberese, che però non riceve pulimento.
Sasso colombino
. Una sorta di pietra dura, di fuori gialliccia, e dentro azzurra, tanto soda anche quando esce della cava, e de' filaretti, che è impossibile lavorarla per conci; serve per murare solamente.
Sasso coltellino
. Una sorte di sasso, che serve per fabbricare, più tenero dell'alberese; à una scorza alquanto gialliccia, e il didentro ancora pende in giallo. Nel cuocersi si spezza in falde sottilissime e taglienti, che paiono coltelli, donde à avuto il nome di sasso Coltellino. Non è buono a far calcina, nè lavoro di scarpello. Trovasene molto in Toscana in ciottoli.
Sasso
detto
alberese
. Una sorta di sasso, la scorza del quale è alquanto sbiancata, e dentro pende in azzurriccio chiaro. è molto forte, attissimo per fabbricare, e fassene buona calcina. Si rompe facilmante col martello, e la rottura viene inegualmente scagliosa, che però non riceve pulimento, ne meno si può lavorar con ferro. Sene trova per tutta la Toscana parte in cave, e parte in ciottoli. Questi son mescolati fra la terra; che però ne vien portati da diversi fiumi. Ve n'è di quello che dentro è più e meno chiaro; il più scuro per far la calcina è migliore, essendo assai più forte.
Sasso maschio
. Una qualità di sassi tondi, che si trovano ne' fiumi, e tengono di selice e di vetrina. Questi appena usciti dell'acqua si seccano, e dove sotto gli ammattonati si faranno alcuni suoli di questo sasso, non potrà mai l'umidità che esce dalla terra giugnere all'ammattonato; usansi per molto questi suoli nelle stanze umide, e son quelli che noi diciamo
vespai
.
Sasso porcino
. Una sorta di sasso, che nella scorza è sbiancato, e dentro pende in azzurro, ma però più acceso dell'alberese, al quale per altro è similissimo. È attissimo a murare, e la calcina che si fa di questo sasso è stimata ottima, perchè fortissimo. Si rompe a scaglie col martello con facilità; non riceve pulimento, nè se ne posson fare lavori di scarpello. Trovasene in Toscana in molti luoghi, in cava, e in ciottoli. Quel di cava à una certa scorza sottilissima che pende in rossiccio, l'altro l'à alquanto sbiancata.
Sassi diversi
. Si trovano in Toscana in varj luoghi alcuni sassi in ciottoli, simili a quelli dell'alberese, ma con iscorza gialla, e dentro sono in parte alberese, e in parte nò. Dico che si vede la parte più intima del sasso di qualità, colore, e durezza dell'alberese, la quale va insensibilmente degradando in altro colore, nel modo che fa il granello dell'uva nel cominciare a mutarsi, il verde del quale si vede a poco a poco mutarsi in rosso, finchè si conduce ad esser da una parte interamente rosso. Nè fa pel nostro assunto il disputare, se questa sia la qualità di tal pietra, o se pure essa col tempo si riduca da una qualità ad un altra.

Vocabolario

1681

Sasso

Vedi
Sasso
m. Pietra comunemente di grandezza da poterla trarre, o maneggiar con mano
Sasso albano
. Una sorte di sasso con iscorza bianca, e dentro pure pende in bianco, colla grana alquanto grossa, vergato d'alcune righe azzurricce, e venato di marmo. Serve per far muraglie, e calcina, la quale però non riesce così forte, come quella di sasso porcino. Trovasi in molti luoghi di Toscana in cave, e particularmente nel Chianti, e trovasene anche in ciottoli. Si rompe in iscaglie come l'alberese, che però non riceve pulimento.
Sasso colombino
. Una sorta di pietra dura, di fuori gialliccia, e dentro azzurra, tanto soda anche quando esce della cava, e de' filaretti, che è impossibile lavorarla per conci; serve per murare solamente.
Sasso coltellino
. Una sorte di sasso, che serve per fabbricare, più tenero dell'alberese; à una scorza alquanto gialliccia, e il didentro ancora pende in giallo. Nel cuocersi si spezza in falde sottilissime e taglienti, che paiono coltelli, donde à avuto il nome di sasso Coltellino. Non è buono a far calcina, nè lavoro di scarpello. Trovasene molto in Toscana in ciottoli.
Sasso
detto
alberese
. Una sorta di sasso, la scorza del quale è alquanto sbiancata, e dentro pende in azzurriccio chiaro. è molto forte, attissimo per fabbricare, e fassene buona calcina. Si rompe facilmante col martello, e la rottura viene inegualmente scagliosa, che però non riceve pulimento, ne meno si può lavorar con ferro. Sene trova per tutta la Toscana parte in cave, e parte in ciottoli. Questi son mescolati fra la terra; che però ne vien portati da diversi fiumi. Ve n'è di quello che dentro è più e meno chiaro; il più scuro per far la calcina è migliore, essendo assai più forte.
Sasso maschio
. Una qualità di sassi tondi, che si trovano ne' fiumi, e tengono di selice e di vetrina. Questi appena usciti dell'acqua si seccano, e dove sotto gli ammattonati si faranno alcuni suoli di questo sasso, non potrà mai l'umidità che esce dalla terra giugnere all'ammattonato; usansi per molto questi suoli nelle stanze umide, e son quelli che noi diciamo
vespai
.
Sasso porcino
. Una sorta di sasso, che nella scorza è sbiancato, e dentro pende in azzurro, ma però più acceso dell'alberese, al quale per altro è similissimo. È attissimo a murare, e la calcina che si fa di questo sasso è stimata ottima, perchè fortissimo. Si rompe a scaglie col martello con facilità; non riceve pulimento, nè se ne posson fare lavori di scarpello. Trovasene in Toscana in molti luoghi, in cava, e in ciottoli. Quel di cava à una certa scorza sottilissima che pende in rossiccio, l'altro l'à alquanto sbiancata.
Sassi diversi
. Si trovano in Toscana in varj luoghi alcuni sassi in ciottoli, simili a quelli dell'alberese, ma con iscorza gialla, e dentro sono in parte alberese, e in parte nò. Dico che si vede la parte più intima del sasso di qualità, colore, e durezza dell'alberese, la quale va insensibilmente degradando in altro colore, nel modo che fa il granello dell'uva nel cominciare a mutarsi, il verde del quale si vede a poco a poco mutarsi in rosso, finchè si conduce ad esser da una parte interamente rosso. Nè fa pel nostro assunto il disputare, se questa sia la qualità di tal pietra, o se pure essa col tempo si riduca da una qualità ad un altra.

Vocabolario

1681

Sasso

Vedi
Sasso
m. Pietra comunemente di grandezza da poterla trarre, o maneggiar con mano
Sasso albano
. Una sorte di sasso con iscorza bianca, e dentro pure pende in bianco, colla grana alquanto grossa, vergato d'alcune righe azzurricce, e venato di marmo. Serve per far muraglie, e calcina, la quale però non riesce così forte, come quella di sasso porcino. Trovasi in molti luoghi di Toscana in cave, e particularmente nel Chianti, e trovasene anche in ciottoli. Si rompe in iscaglie come l'alberese, che però non riceve pulimento.
Sasso colombino
. Una sorta di pietra dura, di fuori gialliccia, e dentro azzurra, tanto soda anche quando esce della cava, e de' filaretti, che è impossibile lavorarla per conci; serve per murare solamente.
Sasso coltellino
. Una sorte di sasso, che serve per fabbricare, più tenero dell'alberese; à una scorza alquanto gialliccia, e il didentro ancora pende in giallo. Nel cuocersi si spezza in falde sottilissime e taglienti, che paiono coltelli, donde à avuto il nome di sasso Coltellino. Non è buono a far calcina, nè lavoro di scarpello. Trovasene molto in Toscana in ciottoli.
Sasso
detto
alberese
. Una sorta di sasso, la scorza del quale è alquanto sbiancata, e dentro pende in azzurriccio chiaro. è molto forte, attissimo per fabbricare, e fassene buona calcina. Si rompe facilmante col martello, e la rottura viene inegualmente scagliosa, che però non riceve pulimento, ne meno si può lavorar con ferro. Sene trova per tutta la Toscana parte in cave, e parte in ciottoli. Questi son mescolati fra la terra; che però ne vien portati da diversi fiumi. Ve n'è di quello che dentro è più e meno chiaro; il più scuro per far la calcina è migliore, essendo assai più forte.
Sasso maschio
. Una qualità di sassi tondi, che si trovano ne' fiumi, e tengono di selice e di vetrina. Questi appena usciti dell'acqua si seccano, e dove sotto gli ammattonati si faranno alcuni suoli di questo sasso, non potrà mai l'umidità che esce dalla terra giugnere all'ammattonato; usansi per molto questi suoli nelle stanze umide, e son quelli che noi diciamo
vespai
.
Sasso porcino
. Una sorta di sasso, che nella scorza è sbiancato, e dentro pende in azzurro, ma però più acceso dell'alberese, al quale per altro è similissimo. È attissimo a murare, e la calcina che si fa di questo sasso è stimata ottima, perchè fortissimo. Si rompe a scaglie col martello con facilità; non riceve pulimento, nè se ne posson fare lavori di scarpello. Trovasene in Toscana in molti luoghi, in cava, e in ciottoli. Quel di cava à una certa scorza sottilissima che pende in rossiccio, l'altro l'à alquanto sbiancata.
Sassi diversi
. Si trovano in Toscana in varj luoghi alcuni sassi in ciottoli, simili a quelli dell'alberese, ma con iscorza gialla, e dentro sono in parte alberese, e in parte nò. Dico che si vede la parte più intima del sasso di qualità, colore, e durezza dell'alberese, la quale va insensibilmente degradando in altro colore, nel modo che fa il granello dell'uva nel cominciare a mutarsi, il verde del quale si vede a poco a poco mutarsi in rosso, finchè si conduce ad esser da una parte interamente rosso. Nè fa pel nostro assunto il disputare, se questa sia la qualità di tal pietra, o se pure essa col tempo si riduca da una qualità ad un altra.

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1681

Sasso

Vedi
Sasso
m. Pietra comunemente di grandezza da poterla trarre, o maneggiar con mano
Sasso albano
. Una sorte di sasso con iscorza bianca, e dentro pure pende in bianco, colla grana alquanto grossa, vergato d'alcune righe azzurricce, e venato di marmo. Serve per far muraglie, e calcina, la quale però non riesce così forte, come quella di sasso porcino. Trovasi in molti luoghi di Toscana in cave, e particularmente nel Chianti, e trovasene anche in ciottoli. Si rompe in iscaglie come l'alberese, che però non riceve pulimento.
Sasso colombino
. Una sorta di pietra dura, di fuori gialliccia, e dentro azzurra, tanto soda anche quando esce della cava, e de' filaretti, che è impossibile lavorarla per conci; serve per murare solamente.
Sasso coltellino
. Una sorte di sasso, che serve per fabbricare, più tenero dell'alberese; à una scorza alquanto gialliccia, e il didentro ancora pende in giallo. Nel cuocersi si spezza in falde sottilissime e taglienti, che paiono coltelli, donde à avuto il nome di sasso Coltellino. Non è buono a far calcina, nè lavoro di scarpello. Trovasene molto in Toscana in ciottoli.
Sasso
detto
alberese
. Una sorta di sasso, la scorza del quale è alquanto sbiancata, e dentro pende in azzurriccio chiaro. è molto forte, attissimo per fabbricare, e fassene buona calcina. Si rompe facilmante col martello, e la rottura viene inegualmente scagliosa, che però non riceve pulimento, ne meno si può lavorar con ferro. Sene trova per tutta la Toscana parte in cave, e parte in ciottoli. Questi son mescolati fra la terra; che però ne vien portati da diversi fiumi. Ve n'è di quello che dentro è più e meno chiaro; il più scuro per far la calcina è migliore, essendo assai più forte.
Sasso maschio
. Una qualità di sassi tondi, che si trovano ne' fiumi, e tengono di selice e di vetrina. Questi appena usciti dell'acqua si seccano, e dove sotto gli ammattonati si faranno alcuni suoli di questo sasso, non potrà mai l'umidità che esce dalla terra giugnere all'ammattonato; usansi per molto questi suoli nelle stanze umide, e son quelli che noi diciamo
vespai
.
Sasso porcino
. Una sorta di sasso, che nella scorza è sbiancato, e dentro pende in azzurro, ma però più acceso dell'alberese, al quale per altro è similissimo. È attissimo a murare, e la calcina che si fa di questo sasso è stimata ottima, perchè fortissimo. Si rompe a scaglie col martello con facilità; non riceve pulimento, nè se ne posson fare lavori di scarpello. Trovasene in Toscana in molti luoghi, in cava, e in ciottoli. Quel di cava à una certa scorza sottilissima che pende in rossiccio, l'altro l'à alquanto sbiancata.
Sassi diversi
. Si trovano in Toscana in varj luoghi alcuni sassi in ciottoli, simili a quelli dell'alberese, ma con iscorza gialla, e dentro sono in parte alberese, e in parte nò. Dico che si vede la parte più intima del sasso di qualità, colore, e durezza dell'alberese, la quale va insensibilmente degradando in altro colore, nel modo che fa il granello dell'uva nel cominciare a mutarsi, il verde del quale si vede a poco a poco mutarsi in rosso, finchè si conduce ad esser da una parte interamente rosso. Nè fa pel nostro assunto il disputare, se questa sia la qualità di tal pietra, o se pure essa col tempo si riduca da una qualità ad un altra.

Vocabolario

1681

Scene

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Scene
f. Propriamente capanne di frasche, fatte per fare ombra; dalla qual voce furono dette
scenopegia
quelle Feste fatte dalli Ebrei, nelle quali sotto simili capanne di fronde rinnovano la memoria di quel tempo nel quale furono liberati dalla servitù delli Egizj. Più largamente intendosi le scene (secondo Labeone citato da Ulpiano in leg: 2 §.Ait Prætor. ff. de his qui not. infam.) per un luogo fatto apposta per ispettacoli in pubblico, o in privato. Furono le scene prima in Atene appresso i Greci, e in Roma appresso i Latini. Varie furono negli antichi tempi; alcune si chiamavano
scene tragiche
, quali ornavano d'altissime colonne, palazzi reali, fabbriche, ed apparati; altre dicevano
scene comiche
, che facevan vedere con edificj privati, e apparati di mediocre ornamento e magnificenza; altre poi che
scene satiriche
appellavano, non d'altro si componevano, che d'alberi, monti, e spelonche. Erano le scene mobili, che in un subito con artificiose macchine si voltavano, e mutavano in altre; alcune col levarsi di certe tavole facevan rimanere alla vista de' circostanti nuove apparenze. E quelli che sopra tali scene operavano eran chiamati
Istrioni
, e
Buffoni
. Ancora ne' tempi nostri, come è notissimo usansi le scene di maraviglioso artificio; e molti sono stati gli Architetti in Toscana eccellentissimi nell'inventarle. Uno di questi fù il celebre Bernardo Buontalenti Fiorentino, che morì l'anno 1608. Il quale in occasione di feste, apparati, commedie, ed altre pubbliche allegrezze, fattesi da' Senerissimi, fece cose di tanto stupore, che più non si può dire, aprendo la strada agli altri Maestri, che anno poi operato per l'Italia, di fare le maravigliose invenzioni, che à veduto il presente secolo, in Firenze, Roma, Venezia, ed altre Città.

Vocabolario

1681

Sega

Vedi
Sega
f. Strumento di ferro dentato, fermo in un telaio di legno, con cui si tira: con tale strumento si dividono i legni, per lungo, o vogliamo dire, per lo diritto, o per lo traverso ancora, quando essi legni non eccedon in larghezza, quella del telaio, nel qual caso, per non poter passare esso telaio; vi si adopera il segone.
Sega da pietre
. Strumento simile alla sega da legno ma senza denti, fatto di lamiera di ferro, grossa, sottile, lunga, e corta, a proporzione delle pietre che debbono segarsi. Si fabbricano in Brescia, e nelle fabbriche del ferro de' Serenissimi di Toscana. Alle pietre dure s'adoperano con ismeriglio, e alle tenere con rena.
Sega da volgere
. Sega stretta la quale con facilità segando si volta in giro, o altrimenti.

Vocabolario

1681

Verde antico

Vedi
Verde antico
. Una pietra di durezza poco più del Paragone; à un verde più vago di quello di Corsica, e serve per lavorare a sega e a scarpello per ogni lavoro; ce lo portano di quel di Roma in colonne e altri pezzi d'ornamenti, trovati fra le rovine degli antichi edificj.
Verde dell'Impruneta
. Pietra dura non più del marmo, di color verde sbiadato, che più tosto biancheggia. Trovasi nelle montagne dell'Impruneta, vicino a Firenze sette miglia, può servire per far pavimenti; riceve buon pulimento, e se ne trova d'ogni grandezza.
Verde di Boemia.
V. Diaspro di Boemia detto Verde di Boemia.
Verde di Corsica.
V. Diaspro di Corsica
Verde di Genova
. Una pietra dura quanto il Paragone, di color verde acerbo con macchie nere, e bianche; vien di Porto Venere, e trovasene di qualsivoglia macchia più chiara, e più scura, e d'ogni grandezza, e grossezza; e si lavora facilmente con sega e scarpello.
Verde di Prato
. Pietra più tenera del marmo bianco, che piglia bel pulimento; è di color verde, acerbo mescolato di piccole macchie verdi scure; trovasene d'ogni grandezza nelle montage della Città di Prato in Toscana; e serve per pavimenti, e ornamenti di quadro.
Verde di Pratolino
. Una pietra dura quanto l'alberese, di color verde sudicio, o color di palma; trovasi presso alla real villa del Sereniss. Granduca detta Pratolino, in certi luoghi fra essa villa, e l'eremo di Montesenario; e per lo più cade con certe smotte cagionate dall'acque di alcuni fossati, da' quali è traportato in pezzi, il maggiore di tre quarti di braccio in circa, ed i più minuti pezzi porta anche il fiume di Mugnone. Lavorasi con sega ruota e spianatoio, e ammette pochissimo scarpello. Di questa pietra fannosi i gambi di alcuni gigli, che adornano la parte interiore del luogo, ove deve riposare il corpo di S. María Maddalena de' Pazzi Fiorentina, nella nuova Cappella, che le si fabbrica al presente, nella Chiesa di S. María degli Angeli in pinti.

Vocabolario

1681

Sorgozzone

Vedi
Sorgozzone
m. Pezzo di legno, in forma di travicello o piana, che posando dalla parte inferiore sopra mensola o beccatello, o in buca fatta in muro, e con la superiore sportando in fuori, serve a reggere travi, che faccian ponte, o sporto, terrazzo, ballatoio, o altra qualisisia simil cosa, ch'esca col suo aggetto, fuori del piombo della muraglia: questo tale pezzo di legno quando si posasse per ritto a piombo direbbesi, puntello. Il VasariRagionamenti 3. parlando dell'antiche torri, che si facevano in Toscana, Lombardía, ed altre parti d'Italia, dice: Perchè allora le buche (vuol dir delle torri) eran piene di legnami grossi, ch'eran travi di quercia e castagno, le quali sostenute da certi sorgozzoni di legname fitti nelle medesime buche, facevan puntello per reggerle (come è rimasto questo modo ancora negli sporti, che noi veggiamo al presente in Firenze) quali circondando in torno a dette travi per ispazio di braccia quattro, facevan palchi di legnami, di che era copioso il paese, alcuni balconi, o terrazzi, o ballatoi, che gli vogliam chiamare, da' quali egli giudicavano poter difendere l'entrate principali delle torri; e combattendo con sassi, per l'altezza di quelle facevano caditoie fuori e dentro nelle volte, che col fuoco non potevano esser'arse: i quali luoghi per virtù di queste difese si difendevano ogni dì dalle scorrere de' popoli della Città; e dall'altezza di quelle vedevano di fuori chi veniva ad offendergli, e sapevano tutto quello si faceva per la Città, per contrassegni che da quelle altezze, con fuochi ed altri cenni, mostravano. Fin quì il Vasari. Questa parola sorgozzone è detta forse per similitudine di quello che noi diciamo,
dar'altrui un sorgozzone
, che è quell'atto che noi facciamo, quando col pugno serrato spignendo per lo diritto il braccio all'insù fuori di piombo, fortemente il percotiamo sotto il gozzo, o sotto il mento, a differenza d'altri moti che fannosi nel percuoter con mano aperta, o pugno.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 1

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DELLE NOTIZIE DE’ PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA. SECOLO II. DAL MCCC. AL MCCCC. DISTINTO IN DECENNALI OPERA DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO ACCADEMICO DELLA CRUSCA. AL SERENISS. COSIMO III GRANDUCA DI TOSCANA. IN FIRENZE, MDCLXXXVI. Per Piero Matini, all’Insegna del Lion d’Oro, Con Lic. de’ Sup.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 26

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Or sia com’esser si voglia; cominciamo a dire alcuna cosa di Bruno. Ne’ tempi, che Buffalmacco s’era co’ suoi fantocci in quella grossa età guadagnato nome di gran Maestro, furongli date a fare molte opere per la Toscana, e fra l’altre ebbe a dipignere in Pisa nella Badia di San Paolo a Ripa d’Arno, allora de’ Monaci Vallombrosani, tre bandi della Crociera di quella Chiesa da terra a tetto, con Istorie del Vecchio Testamento dalla creazione del primo Uomo fino all’edificazione della Torre di Nembroth, e similmente Storie di Santa Anastasia, in che si portò alquanto meglio del suo solito. In questa grand’opera dunque fu compagno di Buonamico questo Bruno di Gio: onde potiamo noi affermare ch’ei fosse, per quel che comportava quel Secolo, un bravo, e spedito Maestro. Dopo aver dato fine a quel lavoro, fu ordinato a lui solo il dipignere nella medesima Chiesa l’Altare di Sant’Orsola colle Vergini sue Compagne, e fece egli quella Santa in atto di sostenere uno Stendardo coll’Arme di Pisa, che è una Croce bianca in campo rosso, e di porgere l’altra a una Femmina, che fece vedere fra due Monti toccante con uno de’ piedi il Mare, che ancor essa pure porge alla Vergine l’una, e l’altra mano in atto di chiedere aiuto, e questa figurò egli per la stessa Città di Pisa. Nel far questa Pittura non faceva altro costui, che rammaricarsi, che quelle sue figure non avevan tanto del vivo, quanto quelle di Buonamico: Onde lo stesso Buffalmacco, il quale alle occasioni, che gli venivano di dar la quadra, non la perdeva mai per corta, disse volergli insegnare un bel modo per far sì, che le sue figure non solo avessero del vivo, ma parlassero ancora, e così fecegli scrivere alcune parole, che parevano uscir di bocca a quella femmina, che alla Santa chiedeva aiuto, ed altre, con che rispondeva la Santa a lei. E perché a chi non passa più là coll’ingegno, e non ha capitale d’intelligenza, senza esaminar la cosa se buona, o cattiva sia, basta solo il poter dire, che così parve al Maestro; questo ripiego piacque non solo a Bruno, ma ad ogni altro goffo artefice di que’ tempi, a segno tale, che passando in uso comune, fu poi anche da più lodevoli Pittori messo in pratica nell’opere, ch’e’ fecero nel Campo Santo; or qui è da notare un errore, che si riconosce in un Libro d’incognito Autore Franzese venuto in luce in questi tempi intitolato Noms de Peintres les plus célèbres, et plus connus, anciens, et modernes, là dove egli afferma, che di questo modo di far parole ch’escano dalle bocche delle figure, fosse inventore Buonamico; sapendo noi per altro, che questa medesima debolezza aveva per avanti fatta nella medesima cittàCimabue.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 31

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Discepolo di Giotto. Seppe così bene quest’Artefice imitar la maniera del suo Maestro, che in breve divenne famoso per tutta la Toscana, e a cagione del molto studiare, e operar ch’e’ fece, riuscì in alcune cose più perfetto, che quegli non era. Fu il primo, che nella Città di Siena sua Patria introducesse il buon modo di dipignere, dal cui esempio molti elevati ingegni di quella Città fecero poi progressi non ordinarj nell’arte. Nell’Ospedale della Scala colorì una Storia molto bella, dove rappresentò la pietosa azione di porgere il cibo agl’infermi, e fra l’altre cose finse una zuffa d’un cane, e d’un gatto tanto al vivo, che in quei tempi fu reputata cosa singolare. In San Francesco di Pistoia fece una Tavola a tempera, ove figurò Maria Vergine con Angeli, ed alcune piccole Istoriette nella predella di essa Tavola, che furon molto stimate, e in essa lasciò scritto il nome suo con queste parole, Petrus Laurati de Senis.

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1686

Pagina 35

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Discepolo di Simon Memmi, fioriva del 1325. Questo pittore, che dal VasariLe Vite fu detto fratello di Simon Memmi, aiutò lo stesso Simone a dipignere il Capitolo di Santa Maria Novella di Firenze, e in altre opere. Dipinse a fresco nella Chiesa di Santa Croce. Fece una tavola a tempera, che allora fu posta all’Altare maggiore della Chiesa di santa Caterina di Pisa; e in san Paolo a Ripa d’Arno fuori della stessa Città colorì molte cose, e fra queste una tavola per l’Altar maggiore, ove figurò Maria Vergine, san Piero, e san Paolo, e altri Santi; e una simile ne mandò a san Gimignano terra di Toscana. Nel chiostro di san Domenico di Siena dipinse a fresco una Vergine in trono col Figliuolo in braccio, e due Angeli, che gli presentano fiori, san Pietro, e san Paolo, e san Paolo, e san Domenico; e sotto a quest’opera scrisse uno di quei versi lionini, dietro a’ quali tanto si dierono da far gl’ingegni di quei secoli. Lippus me pinxit Memmi, rem gratia tinxit. Un moderno autore asserisce, ch’egli finisse la gran pittura della coronazione di Maria Vergine stata incominciata da Simon Memmi sopra la porta di Camolia e da lui lasciata imperfetta, siccome ancora dice non aversi per vero dagli antiquari di quella Città, ch’egli fosse fratello di Simone, trovandosi quello figliuolo di Martino, e questo figliuolo di Memmo, e non della famiglia de’ Memmi. Oltre a quanto si è notato di sopra, fece quest’artefice molte opere in diverse Città, e luoghi, e particularmente nel Vescovado d’Arezzo, e in san Francesco di Pistoia, e usò scrivere in esse il nome suo con questo grosso latino; Opus Memmi de Senis me fecit, tacendo il suo nome, come attesta il VasariLe Vite.

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1686

Pagina 41

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Discepolo di Taddeo suo Padre, nato … ? 1387. Fra le molte opere, che fece Agnolo Gaddi, vedesi oggi in Firenze nell’Oratorio Or San Michele una storia a fresco, ove è Cristo fanciullo disputante co’ Dottori, e questa è sotto l’organo dalla parte di Sagrestia. In san Pancrazio dipinse la tavola della Cappella maggiore, nella quale figurò Maria Vergine, san Gio: Batista, san Gio: Evangelista, e i santi Nereo, e Achilleo, ed in santa Maria maggiore quella pure dell’Altar grande, dove fece la Coronazione della Madrea d’Iddio. Dipinse a fresco per la famiglia de’ Soderini la Cappella maggiore del Carmine, e quella di santa Croce per la famiglia degli Alberti; nella prima figurò istorie della vita di Maria Vergine; e nella seconda del ritrovamento della Croce: L’una e l’altra delle quali colorì molto bene, tutto che mancasse alquanto nel buon disegno. In Prato Città di Toscana dipinse a fresco la Cappella della sacra Cintola della Vergine con istorie della vita della medesima. Io trovo nell’antico Libro di ricordanze del Provveditore dell’Opera di santa Maria del FioreStieri di Francesco degli Albizzi dell’anno 1367 essere stati pagati a Agnolo di Taddeo pittore, ch’è quegli, del quale si parla, fiorini dua, e dissero di sua mercede per l’esemplare che va facendo delle figure da porsi alla loggia della Piazza de’ Signori Priori; da che si deduce, che Iacopo di Piero, e altri che le intagliarono, il facessero con disegno di lui, e non contraddice molto a questo pensiero il vedersi in altri libri di deliberazioni degli stessi Operai, particolarmente del 1384. esser’ essi stati soliti di valersi di Agnolo in fare i disegni delle cose, che alla giornata loro abbisognavano.

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1686

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Essendosi a tempo di questo pittore ridotte a termine le volte della loggia d’Or San Michele, fece in esse in campo azzurro oltramarino sedici figure, che rappresentano alcuni Patriarchi, e Profeti, ed i primi delle Tribù; e nelle faccie di sotto, e ne’ pilastri, molti miracoli di Maria Vergine. Operò in Prato vecchio sua patria, nel Castello di Poppi, ed in molte Chiese d’Arezzo. L’anno 1354. ricondusse con suo disegno sotto le mura d’Arezzo l’acqua, che viene dalle radici del poggio di Pori, braccia 300. vicino alla Città, che al tempo de’ Romani fu condotta al Teatro, che fu chiamata allora Fonte Guizzianelli, di poi per corrottela di nome Fonte Veneziana. Dice il Vasari, ed io medesimo ho riconosciuto, che a tempo di questo Iacopo, cioè l’anno 1349. ebbe principio in Firenze la Compagnia, e Fraternita de’ Pittori, perché i maestri, che allora vivevano, così della vecchia maniera Greca, come della nuova di Cimabue, ritrovandosi in gran numero, e considerando che le arti del disegno avevano in Toscana, anzi in Firenze propria avuto il loro rinascimento, crearono la detta Compagnia sotto il nome, e protezione di santo Luca Evangelista, si per render nell’Oratorio di quella lodi e grazie a Dio, si anche per trovarsi alcuna volta insieme, e sovvenire così nelle cose dell’anima, come del corpo, chi secondo i tempi ne avesse avuto dibisogno; la qual cosa è anche per molte arti in uso in Firenze.

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Operò nel sacro Eremo di Camaldoli ; in Casentino ; ed in molti altri luoghi di Toscana . In Arezzo , e suoi contorni fece opere infinite a fresco, e a tempera, e fra esse nella Chiesa di santo Stefano , fabbricata già dagli Aretini in memoria di molti santi, che in quel luogo da Giuliano Apostata per la confessione della Fede di Cristo furon fatti morire. Colorì molte storie con grandissima diligenza; e di più vi dipinse una imagine di Maria Vergine in atto di presentare al Figliuolo bambino una rosa; ed espresse questa imagine, al suo solito, con aspetto così devoto, e fu conservata con tal venerazione, e tenuta si cara, che dovendosi in tempo demolire quel Tempio, fecionla segare, e bene allacciare, e con grande spesa in una Chiesetta dentro alla Città la portarono, dove poi fu, ed è al presente da’ devoti Cittadini riverita. Molte altre imagini di Maria Vergine fece in tabernacoli sparsi per quella Città, che tutte spirano devozione maravigliosa; ne queste sole, ma tutte l’altre, che furono opera della sua mano anno una particolare prerogativa di muovere a gran compunzione i riguardanti; dono, credo io, concesso ad esso in particolare per la sua esemplare vita, e singolare carità, a cagione della quale, per quanto ne fu scritto, egli come fratello della Fraternità di quella Città, nella Peste del 1383. molto si affaticò nel visitare gl’infermi, e seppellire i morti; per la quale eroica azione, siccome fu caro a Dio, così fu odioso al comune Inimico, che molto il perseguitò; ed occorse questo caso, che avendo esso Spinello dipinto nella Compagnia di sant’Angelo il Demonio in atto d’esser cacciato dal Cielo, ed essendosi studiato di farlo deforme al possibile, questi gli comparve una notte in sogno con terribile aspetto, e gli domandò dove esso l’avesse mai veduto così brutto; onde Spinello , che vecchissimo era, rimase per un pezzo forte spaventato. Visse poi fino all’età di novantadue anni, e finalmente in detta Città d’ Arezzo passò da questa all’altra vita, lasciando di sé fama di gran virtuoso nell’arte, e di ottimo Cristiano.

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È notissimo per le nostre storie il decreto, che fecero i Fiorentini, che in memoria della ricevuta grazia per la cacciata di quel tiranno si dovesse per l’avvenire ogn’anno solennizzare come Pasqua il giorno della festività di Sant’Anna Madre della Gran Madre di Dio, e che nello stesso giorno correr si dovesse un palio di panno lucchesino, e si facessero solenni ufficj, ed offerta per lo comune, e per tutte l’arti, e magistrati della Città. Tornando ora a Giottino, egli fu nell’arte sua molto desideroso di gloria; che però sempre dipinse con diligenza, ed accuratezza, senza fermarsi punto nella considerazione del guadagno, che quindi a lui venisse, e più tosto a sé stesso volle egli sodisfare, che alle proprie comodità: onde per poco ben nutrirsi, e molto affaticarsi, si morì tisico l’anno della sua età 32. Questo artefice da coloro, che dopo di lui ne’ trascorsi secoli scrissero de’ nostri Pittori, viene assai lodato, e particolarmente da Cristofano Landiniprefazione al Comento di Dante. Ebbe Giottino molti discepoli nella pittura, e fra questi Giovanni Tossicani Aretino, che imitò molto la sua maniera; onde fu fatto operare per tutta la Toscana, e particolarmente nella sua patria, dove nella Pieve dipinse la Cappella di santa Maria Maddalena de’ Tuccerelli; e nel Vescovado, una bella Nonziata con san Iacopo, e san Filippo; opere che il tempo disfece, e furonvi poi ridipinte da altri maestri. A Pisa mandò diverse sue tavole, che furon poste nel Duomo , statene poi levate per dar luogo alle moderne pitture, e nella Terra d’Empoli colorì nella Pieve in un pilastro un san Iacopo Apostolo.

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