Luogo - Sagrestia

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 46

Vedi

Tra le prime opere dunque, che facesse Giotto furono alcune storie nella Cappella maggiore della Badia di Firenze, oggi distrutte per cagion di nuova muraglia, e la tavola medesima, la quale si tenne da que’ Monaci in tanta venerazione, che fino al 1570 non ne fu levata, benché l’Arte in quel tempo fusse giunta all’ultima perfezione, e perciò opere di gran lunga migliori vi si fussero potute collocare. Dipinse poi a fresco la Cappella del Palazzo del Podestà di Firenze, dove ritrasse al naturale il Divino Poeta Dante Alighieri, ser Brunetto Latini di esso Dante Maestro, e M. Corso Donati. Nella Chiesa di S. Croce dipinse quattro Cappelle; nella prima delle tre, che sono tra la sagrestia, e la Cappella maggiore fece per M. Ridolfo de’ Bardi la vita di S. Francesco, e ne’ volti d’alcuni Frati, che quivi rappresentò in atto di piagnere, espresse sì vivamente il dolore della morte del Patriarca, che fu tenuta cosa di maraviglia.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 47

Vedi

Finito le 32 storie della Chiesa di sopra, si portò Giotto a dipignere in quella di sotto, dove nelle facciate dalle bande dell’altar maggiore nella superior parte dipinse diverse non meno pellegrine, che divote invenzioni, per simboleggiare le molte, e rare virtù del Santo, siccome ancora gli quattro angoli della volta di sopra; né io mi estendo in descrivere tali cose, essendo ciò da altri Vasari stato fatto, dirò solo che in una di esse fece il ritratto di sé stesso molto al vivo. Sopra la porta di sagrestia colorì un’Immagine di S. Francesco, la quale poi da’ periti è stata sempre molto stimata. Partitosi d’Ascesi, fece ritorno a Firenze dove per la Città di Pisa dipinse la figura dello stesso Santo stimatizzato, che riuscì maravigliosa in ogni sua parte, ma singolarmente per averlo figurato nel Monte della Vernia in un paese pieno d’alberi, e massi simigliantissimi al vero, cose tutte che giunsero in quell’età interamente nuove in Pittura.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 48

Vedi

Doppo fu da Innocenzio X. fatta ricondurre nel luogo di prima, dove da Paolo V. era stata collocata. Avendo poi Alessandro VII. fatti i nuovi Portici, la fece levare. Giaceva questa opera degnissima ridotto all’ultimo del suo vivere, e già a poco a poco s’era andata consumando, quando da Clemente X. di santa memoria, per mano d’Orazio Manetti Sabino fu fatta ristaurare, o per dir meglio del tutto rifare, per collocarla, col disegno del Cav. Lorenzo Bernini Scult. Pitt. e Archit. singolariss. sopra la porta di mezzo, entrando nel Portico nell’interior parte, che appunto è veduta in faccia dalla porta grande nell’uscire di S. Pietro. Fu anche opera di Giotto, oltre a quanto ne a scritto il Vasari, un libro di bellissime miniature, donato già alla sagrestia di S. Pietro dal nominato Cardinale Stefaneschi, con istorie del Testamento vecchio, e prospettive; e perch’e’ fu maraviglioso nel far figure piccole in pittura e miniatura, potè tale arte ad altri comunicare, come in più luoghi di quest’opera ci occorrerà far vedere.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 102

Vedi

Questo Pittore, che da diversi scrittori vien detto da Modana, da altri è stato creduto nativo di Ferrara, e da altri però di Bologna, forse perché tutte le sue pitture, delle quali si ha notizia si veggono in Bologna; e non è cosa nuova, che i pittori, non dalla patria, ma da quella Città in cui anno molto operato, o anno posta loro abitazione vengano nominati, come si mostrò in Antonio Veneziano, che pure fu di Firenze. Dipinse nella Chiesa di santa Maria di Mezzaratta di Bologna; nell’antico Chiostro di san Domenico, e nella Chiesa de’ PP. Celestini di essa Città. Dicesi esser di sua mano una tavola all’Altare de’ Torri, in cui si vede la Beata Vergine col Bambino Gesù, da lati sant’Antonio, e santa Caterina, e nella predella del trono di essa Vergine è scritto: Christophorus pinxit, e più di sotto: Ravagettus de Savigno 1382. fecit fieri. Dipinse una Vergine a fresco, e un sant’Antonio presso alla porta, che entra in Sagrestia nella Chiesa di san Domenico; ed un’altra simile, che due volte fu mossa di luogo, e trasportata altrove; la prima volta da una certa Chiesa vecchia rifatta fu portata in san Pietro; e la seconda volta per causa di nuova fabbrica fattasi in quella Chiesa, fu levata, ed accomodata in un muro presso alla porta disant’Andrea dei PP. Penitenzieri. Dicesi ancora esser di sua mano un altra immagine di Maria Vergine co’ santi Cosimo, e Damiano, ch’è vicino alla porta di santa Maria Maddalena degli Orfanelli.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 46

Vedi

Trovasi ancora aver Fra Gio. Angelico fatte nella Chiesa del Convento del suo Ordine nella città di Cortona, ove, come si ha da più scrittori, fece quivi il suo Noviziato Santo Antonino, più opere in pittura, cioè a dire la Vergine Santissima con Gesù in collo, sopra la porta principale della Chiesa nella facciata esteriore: dall’uno e l’altro lato della Vergine si veggono San Domenico e San Pier Martire, e nell’arco i quattro Evangelisti. Nella stessa Chiesa, presso all’Altar maggiore dalla parte dell’Epistola nella Cappella de’ Tomasi, è una tavola di una Vergine con Gesù, e da’ lati alcune Vergini, San Giovambatista, San Marco e Santa Maria Maddalena: e nella predella, in piccole figure, sono diversi fatti di quei Santi. In Sagrestia è la Vergine Annunziata. Di tali pitture fatte in Cortona scrivo io per notizia avuta dal Padre Fra Giovanni Marini, Professo di quell’Ordine, Sacerdote molto studioso e devoto, e mio amicissimo. Io stesso conservo di mano di questo Beato una tavola in forma triangolare, dove in piccole figure, diligentemente lavorate, è una Pietà, cioè il Corpo di Cristo Signor nostro, sedente sopra il Sepolcro, colle mani stese verso la sua Santa Madre e San Giovanni Evangelista, che genuflessi, umilmente le prendono e baciano. Mi donò tale pittura, che io conservo come Reliquia di questo devotissimo artefice, ultimamente in tempo di suo Priorato del Convento di San Marco di Firenze, il Padre Fra Giovambatista, al secolo Michele Bottigli, stretto parente de’ miei stretti parenti, che non è ancora un anno passato, che in tal carica, consumato dalle fatiche, durate a prò di sua Religione, morì in esso Convento, non senza universale concetto di molta bontà, degno fratello e seguace del Padre Timoteo di Santo Antonino al secolo Filippo, pure della stessa Religione, che l’anno 1661. dopo aver gran tempo operato e patito nella propagazione di nostra Santa Fede, nella edificazione di nuovi templi, e nell’Isole Filippine, pieno di meriti, diede fine al suo vivere. Della cui bontà e zelo, oltre ai grandi attestati, che ne diede chi il vide, conobbe e con esso operò, abbiamo quanto appresso: In Actis Congregationis Provincialis, celebratæ in Conventu S.P.N. Dominici Civitatis Massilensis in Insulis Philippinis die 14. Aprilis Anno Domini 1663. ita habetur. In amplissimo Sinarum Regno obiit R.P. Fra Thimotheus de S. Antonino Florentinus, Sacerdos et Pater antiquus, et Vicarius Domus nostræ S. Joannis Evangelistæ Villæ: Vir devotus et zelo ampliandæ fidei perferendo flagrans, qui fere quatuordecim annos in comministerio gloriosissime laborans consumpsit, et sic lætus mortem aspexit. Perdonimi il mio lettore l’avere io, coll’occasione di parlare dell’opere del Beato Fra Gio. Angelico, fatta questa breve digressione intorno a’ due fratelli Bottigli, giacché la memoria di lor virtù fu e sarà sempre a me giocondissima, comeché non pure io ebbi nel mio parentado l’uno e l’altro di loro; ma eziandio ebbigli per compagni di scuola negli esercizj delle prime lettere.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 120

Vedi

Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 265

Vedi

Discepolo di Lorenzo di Credi, fioriva circa’l 1520. Trattennesi Antonio per molti anni ad imparar l’arte con Lorenzo di Credi, dal quale apprese a fare ritratti al naturale, con sì buona somiglianza, che ne fu molto lodato; benché per quel che spettava al disegno, non giugnessero al più perfetto; se pur si può dire, che ritratto, senza il requisito di perfetto disegno, possa dirsi somigliante, e in conseguenza degno di molta lode. Dipoi si pose a stare appresso a Ridolfo del Grillandajo, come quegli, che avendo grandi e molte occasioni di operare molto bene, anche impiegava i giovani della sua scuola, in città e fuori, come si dirà al luogo suo. Fece dunque Antonio in Chiesa di S. Jacopo tra’ fossi in Firenze, una tavola di un Crocifisso, con Santa Maria Maddalena e San Francesco: e per quella della Santissima Nunziata, una tavola con un San Michele Arcangelo colle bilance in mano, la quale, pochi anni sono, fu levata dalla Cappella de’ Benivieni, nobil famiglia Fiorentina, oggi estinta, dove era situata, e posta da uno de’ lati della Cappella del Crocifisso, accanto alla Sagrestia: ed in luogo di quella fu collocata in essa Cappella già de’ Benivieni, e oggi di Carlo Donati, una grande e bella tavola di mano di Simone Pignoni, Pittore Fiorentino, discepolo del Passignano, che al presente vive, ed opera in Firenze, con applauso degl’intendenti. Nella quale, con vago colorito e bella invenzione, ha figurato Maria Vergine col figliuolo Gesù in gloria, ed esso San Michele Arcangelo, in atto di ritogliere dagli artigli del comune inimico, un piccolo fanciullo, che rifuggendosi per patrocinio all’Angelo suo Custode, vedesi da quello benignamente accolto e difeso. E aggiunsevi un Santo Antonio da Padova, in atto di adorazione alla Madre di Dio, e alcuni Angeletti, opera veramente lodatissima. Il quadro poi del San Michele Arcangelo di Antonio del Cerajuolo, ultimamente fu pure levato dalla Cappella del Crocifisso, e posto in una stanza del Convento, coll’occasione di essere stata abbellita essa Cappella, per darsi luogo in essa al Corpo di S. Florenzo Martire giovanetto: e nello stesso tempo sono stati ripieni gli spazj laterali, con due gran quadri, coloriti per mano di Bernardo Poccetti: che in uno è rappresentata l’ultima Cena del Signore cogli Apostoli: e nell’altro il Purgatorio, tolti dai due spazj, che già erano sopra gli organi, avantiché si finisse di adornare la soffitta della Chiesa medesima.

Con il contributo di