Luogo - Pisa

Numero occorrenze: 33

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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Dipinse in oltre Cimabue l’Immagine del Patriarca S. Francesco, ch’oggi avanti l’ Altare della Cappella del Santo nella Chiesa di S. Croce si riverisce; ed è fama, che molto al vivo il facesse, mercè l’averlo colorito a relazione d’alcuni Frati antichi di quel Convento, i quali col Santo medesimo avean domesticamente trattato. Opera del suo pennello, fu un Crocifisso grande in tavola, un’Immagine di Maria Vergine, ed altre Pitture nella medesima Chiesa. Ancora dipinse per i Monaci Valombrosani una gran tavola, dove rappresentò Maria Vergine sedente in maestoso trono col Figliuolo in braccio e molti Angeli attorno, in campo d’oro, e in atto d’adorazione, che fu collocata sopra l’Altare Maggiore della lor Chiesa di S. Trinita , ed oggi si vede nella Sala dell’Infermieria di quel Monasterio. Né volle la Città di Pisa restarsi senza molt’opere di sua mano; parte delle quali, o perché furono lacerate da tempo, o demolite per cagion di nuove fabbriche, oggi più non si vedono. Non ostante ciò che dica un moderno Autor Franzese, si veddero in questa Città di mano di Cimabue , le prime figure con alcune parole scritte quasi che loro escan dalla bocca, con le risposte che loro danno altre figure, invenzione che fu altrettanto accettata in quel secolo, quanto poi da’ maestri migliori detestata e fuggita. Avanti a tutte queste cose, circa l’anno 1260. era egli stato chiamato in Ascesi , dove pure aveva fatto molt’opere, cioè nella Chiesa di sotto di S. Francesco , aveva dipinto in compagnia di alcuni Maestri Greci, parte delle volte, e nelle facciate la vita di Cristo, e quella di S. Francesco, nelle quali aveva talmente megliorato la maniera, che d’allora in poi, fu di gran lunga superiore a sé stesso. E bene il dimostrò nelle soprannotate pitture; anzi in quelle stesse ch’ei fece poco dipoi nella medesima Chiesa, che per brevità si lasciano. Aveva fino da gran tempo avanti, e molto più in quei medesimi tempi, la venuta in Italia de’ Pittori Greci, fatto sì che altri pure inclinati a quell’Arte, ad essa attendessero. Fra questi ebbe la Città d’ Arezzo un tale Margaritone , che fu anche Scultore e Architetto.

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XII. 1395 in circa. BENVENUTO DA IMOLA Comentatore di Dante detto L’IMOLESE, nel suo Comento, che pure è manoscritto nella nominata Libreria di S. Lorenzo: Credette CIMABUE etc. Hic Poeta confirmat dictum suum per exempla moderna, quæ clare manifestant expositionem factam; et primo ponit exemplum duorum concivium suorum, quorum unus nomine CIMABOS fuit excellens Pictor, alter nomine GIVOTUS fuit excellentior illo, imo cito derogavit gloriæ eius; ad litteram ergo dicit Poeta velut OdorisiusCIMABU Civis Florentinus, credette tener lo campo nella pentura idest victoriam gloriæ in Arte pingendi; sed spes eius est delusa, quia non reperit se in ætatibus grossis, imo subtilioribus; unde dicit, e ora à Giotto il grido, idest rumorem famæ, et gloriæ: Sì che la fama di colui, scilicet CIMABOVIS ee scura; et hic nota lector, quod Poeta noster merito facit commendationem GIOTTI, ratione Civitatis, ratione virtutis, ratione familiaritatis. De isto namque GIOTTO faciunt mentionem et laudem alij duo Poetæ Florentini, scilicet Petrarcha, et Boccatius, qui scribit quod tanta fuit excellentia ingenij et artis huius nobilis Pictoris, quod nullam rem rerum Natura produxit, quam iste non representaret tam propriam, ut oculus intuentium sæpe falleretur, accipiens rem fictam pro vera. Accidit autem semel, quod dum GIOTTUS pingeret Paduæ adhuc satis iuvenis unam Cappellam, in loco ubi fuit olim Theatrum sive Arena, Dantes pervenit ad locum, quem GIOTTUS honorifice receptum duxit ad domum suam; ubi Dantes videns plures infantulos eius summe deformes, et ut ita dicam similissimos Patri; petivit: Egregie Magister nimis miror, quod cum in Arte pictoria dicamini non habere parem; unde est quod alienas figuras facitis tam formosas, vestras vero tam turpes? Cui GIOTTUS subridens presto respondit: Quia pingo de die, sed fingo de nocte. Hæc responsio summe placuit Danti, non quia sibi esset nova, cum inveniatur in MacrobiusLib. Saturnalium; sed quia nata videbatur ab ingenio hominis. Iste GIOTTUS vixit postea diu; nam mortuus est 1336. et sic nota quod GIOTTUS ad huc tenet campum; quia nondum venit alius subtilior eo, cum tamen fecerit aliquando magnos errores in picturis suis, ut audivi a magnis ingeniis. Qui notisi come a questo Autore si vede indirizzata un’epistola Latina da Francesco Petrarca. XIII. 1400 in circa. FRANCESCO di Bartolo da BUTI Cittadino Pisano, che lesse pubblicamente in Pisa la DanteCommedia, nel suo Comento originale, che pure è nella Libreria di S. Lorenzo, sopra le parole dette, così ragiona. Questo CIMABU fu uno Dipintore, e ebbe grande nome nell’Arte del dipignere, e tenne lo nome insino che venne GIOTTO, che fu molto eccellente più di lui nella dipintura; e ora anco lo tiene GIOTTO, perché la sua fama è stata vinta dalla età grossa in quell’Arte; imperocché nessuno è stato poi che in quell’Arte sia valuto, quanto egli, non che più che egli; e però dice tener lo campo, cioè aver la gloria, come lo Cavaliere che sta in sul campo vincitore; ed ora à GIOTTO il grido, cioè la fama, sicché la fama di colui, cioè CIMABU oscura la fama di GIOTTO, e falla apparire nulla.

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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Comunque fosse la cosa, oltre avere egli dato fine in Roma ai mentovati lavori, operò nella Cappella Maggiore di S. Pietro, e per la Chiesa ancora; e aiutò a finire alcune Storie della facciata di S. Maria Maggiore. Portatosi in Arezzo, lavorò per i Signori di Pietra Mala; dipoi chiamato a Pisa fece nel Duomo, sopra la Cappella dell’Incoronata, un’Assunzione di Maria Vergine, con la figura di Giesù Cristo.

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Fu la Patria di questo Artefice Turrita, terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena, fra’ confini del Perugino e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca San Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà.

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Nella Tribuna Principale del Domo di Pisa, fece alcune opere di Musaico coll’aiuto di Andrea Tafi e dello stesso Gaddo, con la quale occasione migliorò alquanto la sua maniera; ma perché o fusse per qualche tempo dismesso quel lavoro o per qual si fusse altra cagione, non essendo quelle alla morte di fra Jacopo rimaste finite, fu dato loro compimento da un Discepolo del Gaddi chiamato Vicino l’anno 1321.

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Fu la Patria di questo Artefice Turrita, terra molto riguardevole di Valdi Chiana in quella parte che appartiene allo Stato di Siena, fra’ confini del Perugino e del Sanese. Vestì l’abito del Patriarca San Francesco, attese a dipignere a Musaico, e pare che Vasari, che alcune poche cose scrisse di lui così alla sfuggita, fusse di parere ch’egli imparasse l’arte da Andrea Tafi, al che non contraddice in tutto la sua maniera, benché questa poco si distingua da quella che tenevano i Greci prima che Cimabue di tanto la megliorasse, avendo in sé più durezza, e peggior disegno; né si rende anche ciò inverosimile per sapersi che lo stesso Tafi andasse a dargli aiuto nell’opere ch’e’ fece in Pisa, come appresso si dirà.

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Nella Tribuna Principale del Domo di Pisa, fece alcune opere di Musaico coll’aiuto di Andrea Tafi e dello stesso Gaddo, con la quale occasione migliorò alquanto la sua maniera; ma perché o fusse per qualche tempo dismesso quel lavoro o per qual si fusse altra cagione, non essendo quelle alla morte di fra Jacopo rimaste finite, fu dato loro compimento da un Discepolo del Gaddi chiamato Vicino l’anno 1321.

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Fu poi Niccola Pisano Padre di Gio. del quale ora facciamo menzione, che alquanto migliorò la maniera, e fino all’anno 1231 fece l’arca di S. Domenico in Bologna, col modello di quella Chiesa, e gran parte del Convento, del Palazzo degli Anziani in Pisa, oggi contenuto nel bellissimo Convento dell’Illustrissima e Sacra Religione di S. Stefano Papa, e Martire, e del Campanile di S. Niccola di bella invenzione; fu fatta con suo disegno la Chiesa di S. Jacopo in Pistoia, e quella del Santo in Padova.

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Del medesimo Niccola fu ancora invenzione l’accrescimento della fabbrica del Duomo di Siena, e Tempio di S. Giovanni di quella Città, e intagliò ancora il Pergamo dove si canta il Vangelio in essa Chiesa del Duomo: In Firenze poi diede il disegno per la Chiesa di S. Trinita, accrebbe il Duomo di Volterra, intagliò il Pergamo di S. Gio. in Pisa, e per varie Città d’Italia fece altre opere.

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Pagina 41

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Venendo ora a Gio.: questi avendo avuti i principj da Niccola suo Padre, doppo aver fatte molte opere di quella maniera Gottica, e ordinate più fabbriche, e fra queste il grand’edifizio del Campo Santo di Pisa cominciato l’anno 1278. che restò finito nel 1283. diede’l disegno del Castel nuovo di Napoli, della facciata del Duomo di Siena, e di molte altre fabbriche per l’Italia.

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Finalmente scolpì Gio. nella Città di Perugia nella Chiesa de’ Frati Predicatori la Sepoltura di Papa Benedetto Nono, e quella di Niccolò Guidalotti Vescovo di Recanati institutore della Sapienza nuova di quella Città: in Pisa il Pergamo grande del Duomo, da mandritta verso l’altar maggiore, al quale diede compimento l’anno 1320.

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Fu sua invenzione la Cappella dove si conserva la Sacra Cintola della gran Madre di Dio nella Città di Prato in Toscana, l’accrescimento di quella Chiesa, ed il Campanile: e vedonsi anche di sua mano altre opere di Scultura, e d’Architettura per l’Italia. Morì finalmente in età decrepita nella Città di Pisa l’anno 1320. e nel Campo Santo gli fu data Sepoltura.

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Finito le 32 storie della Chiesa di sopra, si portò Giotto a dipignere in quella di sotto, dove nelle facciate dalle bande dell’altar maggiore nella superior parte dipinse diverse non meno pellegrine, che divote invenzioni, per simboleggiare le molte, e rare virtù del Santo, siccome ancora gli quattro angoli della volta di sopra; né io mi estendo in descrivere tali cose, essendo ciò da altri Vasari stato fatto, dirò solo che in una di esse fece il ritratto di sé stesso molto al vivo. Sopra la porta di sagrestia colorì un’Immagine di S. Francesco, la quale poi da’ periti è stata sempre molto stimata. Partitosi d’Ascesi, fece ritorno a Firenze dove per la Città di Pisa dipinse la figura dello stesso Santo stimatizzato, che riuscì maravigliosa in ogni sua parte, ma singolarmente per averlo figurato nel Monte della Vernia in un paese pieno d’alberi, e massi simigliantissimi al vero, cose tutte che giunsero in quell’età interamente nuove in Pittura.

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Il detto Francesco è quel Francesco del Maestro Giotto, che il Vasari parte I. a 131. disse d’aver trovato descritto, siccome ancora io l’ò trovato nell’antico libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, e disse essere stato discepolo di esso Giotto, ma non saperne altro ragionare, come quello che non ebbe notizia, che Giotto avesse figliuoli, e fra essi un Francesco; e quelle parole del Maestro Giotto, per quel ch’io m’avviso, sono espressive di figliuolanza, anzi che di disciplina. Il mentovato Ricco ebbe due figliuoli, l’uno, e l’altro Pittori, uno fu Bartolo, e l’altro Stefano; e di questi pure si trova fatta menzione in un libro di livelli, e d’affitti de’ RR. Monaci di Cestello di Firenze dell’anno 1333. al contratto num. 51; ed è molto probabile, che questo Stefano sia quello Stefano Fiorentino, del quale a suo luogo si parlerà tra’ Discepoli di Giotto, che dipinse la Madonna del Campo Santo di Pisa, e morì poi l’anno 1350., e che meglio operò del Maestro suo.

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Attesta il Vasari d’aver nel suo libro de’ disegni antichi alcune cose piccole di mano di Cimabue fatte a modo di minio; nelle quali (come che oggi forse paiono anzi goffe, che altrimenti) si vede quanto per sua opera acquistasse di bontà il disegno: così egli. Sappiamo in oltre, che questo primo lume della nuova maniera di dipignere fu condotto da Cimabue fuori di Firenze, e per l’Italia circa il 1260. essendo che siccome abbiamo mostrato nelle notizie della vita di lui, egli avanti al regnare di Papa Clemente IV. fusse chiamato ad Assisi Città d’Umbria a dipignere nella Chiesa di S. Francesco: Sicché poteronsi vedere Cimabue , e Oderigi, sendo Gobbio non lontano gran cosa da Assisi, ma se io dirò che più tosto Oderigi venisse a Firenze per mettersi sotto la disciplina d’un Uomo così celebre, conciossiaché le pitture da lui fatte in Pisa , e in Lucca l’avessero reso chiaro per tutta Italia, non errerei gran fatto; il motivo che ò di tenere anche ciò per fermo è la triplicata amicizia, che passò tra Oderigi, Giotto , e Dante, la quale, come quella che fu di attual presenza, siccome proveremo dipoi, venne necessariamente prodotta dalle medesime cagioni, cioè tempo, studi, e luogo, che dettero loro occasione di conversare insieme.

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C
Cimabue. vedi Gio: de Cimabuoi.
Chiesa di S. Maria Novella 3. Descrizione del Tempio antico 4. Si pone la prima pietra della nuova fabbrica 4.
Cappella de’ Gondi detti del palazzo in S. M. Novella lasciata in piedi nella rovina della Chiesa vecchia 4.
Cardinal Latino Domenicano pone la prima pietra della nuova Chiesa di S. M. Novella 4.
Chiesa di S. Ciriaco d’Ancona 5.
Cimabue, e Giotto Fiorentini, i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al disegno e alla pittura 8.
Comento di Dante di Piero nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. G.D. 10.
Altro Comento del 1334. 11.
Altro Comento con gli argomenti delle due Cantiche fatti da M. Gio. Boccaccio in essa Libreria 12 Chiose latina sopra il Purgatorio, e’l Paradiso di Dante in d. Libr. 12 Dell’Imolese 12. Di Francesco di Bartolo da Buti 13 Del Landino 15. Altro Comento manoscritto d’Antonio Altoviti in detta Libreria a 15.
Cennino Cennini da Colle di Valdelsa Pittore, discepolo d’Agnol Gaddi 12.
Cimabue, e Giotto come possano dirsi meglio ritrovatori che ristauratori della Pittura 28.
Cristiana Religione non mai fu senza immagini da venerarsi su gli altari 28.
Culto dell’immagini quando ebbe principio 28.
Chiese si dedicano a Dio in onore de’ Santi 32. Uso di dedicarle 32.
Chiesa di S. Gio. era già la Cattedrale, o Chiesa maggiore, o Vescovale di Firenze 32.
Chiesa di S. Lorenzo Basilica Ambrosiana 32.
Chiesa di S. Pietro in Ciel d’oro antichissima in Firenze 34.
Campanile di S. Marco di Venezia quando cominciato a edificare 35.
Chiesa di S. Andrea di Pistoia 35.
Chiesa di S. Maria Maggiore in Firenze 35.
Campanile del Duomo di Pisa quando fondato, e da chi 35.
Chiesa di S. Salvadore del Vescovado 36.
Chiesa di S. Michele Bertelli detto degli Antinori 36.
Campanile di Badia quando edificato 36.
Chiesa di S. Croce in Firenze, e i primi Chiostri quando edificati 36.
Castelli di Scarperia in Mugello, di Castelfranco, e S. Gio: quando edificati 36.
Chiesa di S. Maria del Fiore in Firenze 37.
Casa delli Uberti, e altri ribelli disfatte 37.
Campo santo di Pisa quando cominciato a edificare, e da chi 42.
Cappella dove si conserva la sacra Cintola in Prato, da chi inventata, con altre fabbriche di quella Chiesa 42.
Capocchio da Siena 59.
Casella professore di musica 59.
Carlo Martello Re d’Ungheria 60.
Clemente V. condusse Giotto in Avignone 49.
Carlo di Re di Calavria fece andar Giotto a Napoli in servizio del Re Ruberto suo Padre 49.
Casa de’ Cerchi posta a piè del Ponte vecchio, e sua erudizione 50.
Calandrino, e sue notizie 64.
Il Cardinal di Gaeta Legato del Papa in Siena 68.

Vocabolario

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Marmo

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Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

Vocabolario

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Mischio di Pietrasanta

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Mischio di Pietrasanta
. Una sorta di pietra ritrovata dal Granduca Cosimo I. l'anno 1563. vicino ad una Villa detta Stazzema ne' Monti vicini a Pietrasanta, luogo dello Stato di Pisa in Toscana, dove sorge una Montagna altissima di due miglia di circuito, la superficie della quale è d'un finissimo marmo bianco, atto a fare statue; sotto a questo si trova un mischio rosso e gialliccio, il quale à sotto, a guisa di fondamento, un'altro mischio verde nero rosso e giallo, con mescolanza d'altri colori, che son quegli de' quali si parla, tutti durissimi: se ne cavan pezzi per colonne di quindici, e venti braccia per ciascuna. L'essersi trovata questa cava di pietra, fu cagione che lo stesso Granduca Cosimo I. facesse levare le colonne di marmo, che erano attorno al Coro del Duomo di Firenze, facendovi riporre in quella vece altre di mischio: e quelle di marmo furon mandate al Monasterio nuovo delle Monache Cavaliere di Pisa in via della scala di Firenze, e quivi messe in opera.

Vocabolario

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Terra

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Terra
f. Elemento di qualità fredda, e secca.
Terra da formare le statue
. Una terra di certa rena di tufo, che si trova nel mezzo della Senna in Parigi in luogo detto l'Isola, altrimenti la Santa Cappella: Cellin.Lib. primo. È rena sottilissima, ed à una proprietà in tutto diversa dall'altre; imperciocchè, come scrive lo stesso Autore, adoprandola a tal'uso, come l'altre terre, non occorre rasciugarla, quando si è con essa formato, ma vi si posson gettare oro, argento, e altri metalli.
Terra di cava
, o
Terretta
La terra con che si fanno vasi di credenza, che mescolata con carbone macinato, serve a' Pittori per fare i campi, e per dipignere i chiari scuri, e anche per far mestiche, e per darla temperata con colla, sopra le tele, ove devonsi dipignere archi trionfali, prospettive, e simili. È mirabile, per modellare, sopra ogn'altra terra o mota, che s'adoperi a tal lavoro; perchè à tutte le sue parti egualissime, e minutissime; onde non solamente si posson far con essa i lavori puliti fino all'ultimo segno, ma si posson lavorare cose minutissime. Cavasene in Roma vicino a S. Pietro; e noi l'abbiamo in gran copia da' colli di Monte Spertoli, 13. miglia lontano da Firenze, dove si cava a suoli o falde, che vogliamo dire, a simiglianza della pietra.
Terra di matton bianchi
. Una terra che a noi è portata diverso Pisa, la qual terra mescolata con cimatura, serve a' Gettatori di metalli, per intonacare la parte interiore della fornace, che contiene il metallo; e vale, acciocchè, per la veemenza del fuoco, i mattoni con che è fatta la fornace non colino.
Terra d'ombra
. Un color naturale capellino scuro, che serve per dipignere, e per metter nelle mestiche, e imprimiture delle tele e tavole. Questo però è stimato da' più pratici Pittori un color maligno; à tanto in sè del diseccante, che nelle mestiche non fa buon lavoro, e nell'a olio, per altre sue triste qualità, fa variare i coloriti; onde à ingannato molti, che l'anno usato nelle lor tele, anche uomini di gran valore nel colorire.
Terra gialla.
V. Giallo di terra.
Terra nera.
V. Nero di terra.
Terra verde.
V. Verde di terra.

Vocabolario

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Trevertino

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Trevertino
m. Pietra che si cava in molti luoghi d'Italia, cioè in ItaliaSiena, in Pisa, in Lucca, e 'n sù 'l fiume del Teverone a Tivoli; ed è una congelazione d'acque e di terra, che per la crudezza e freddezza si fa; e non solo si congela e petrifica la terra, ma i ceppi e le medesime foglie degli alberi; e perchè nell'asciugarsi rimane alcuna quantità d'acqua dentro e fuori, resta questa pietra spugnosa, e bucherata. È servita questa pietra per fare le più nobili fabbriche antiche e moderne, e per le fondamenta delle medesime.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Venendo ora a quel che fa al proposito nostro, che sono le sue pitture, dico, che operò egli molto di maniera assai simile a quella del suo maestro, in Firenze nel Munistero delle Donne di Porta a Faenza, luogo dove oggi è la Fortezza da basso; dipinse per lo Contado della stessa Città, e in Arezzo. Fu chiamato a Pisa, dove fece molt’opere in S. Maria a Ripa d’Arno, e vi ebbe in aiuto il nominato Bruno. Gli furon poi date a dipignere più facciate del Campo Santo, nelle quali fece Storie a fresco dal principio del mondo fino alla fabbrica dell’Arca di Noè, e attorno a esse effigiò il proprio Ritratto al naturale in una quadratura d’un fregio, figurando sé stesso in persona d’un Vecchio raso, con un Cappuccio accercinato, dal quale pende un panno, che gli copre il Collo. Ebbe costui, come scrisse Messer Gio: Boccaccio, sua abitazione in Firenze nella via del Cocomero, nella quale non sono ancora venti Anni passati, che si scoperse (a mio credere, e il dico per la molta osservazione, che ho fatta sopra le sue pitture) un’opera di sua mano, e andò il fatto in questa maniera.

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Or sia com’esser si voglia; cominciamo a dire alcuna cosa di Bruno. Ne’ tempi, che Buffalmacco s’era co’ suoi fantocci in quella grossa età guadagnato nome di gran Maestro, furongli date a fare molte opere per la Toscana, e fra l’altre ebbe a dipignere in Pisa nella Badia di San Paolo a Ripa d’Arno, allora de’ Monaci Vallombrosani, tre bandi della Crociera di quella Chiesa da terra a tetto, con Istorie del Vecchio Testamento dalla creazione del primo Uomo fino all’edificazione della Torre di Nembroth, e similmente Storie di Santa Anastasia, in che si portò alquanto meglio del suo solito. In questa grand’opera dunque fu compagno di Buonamico questo Bruno di Gio: onde potiamo noi affermare ch’ei fosse, per quel che comportava quel Secolo, un bravo, e spedito Maestro. Dopo aver dato fine a quel lavoro, fu ordinato a lui solo il dipignere nella medesima Chiesa l’Altare di Sant’Orsola colle Vergini sue Compagne, e fece egli quella Santa in atto di sostenere uno Stendardo coll’Arme di Pisa, che è una Croce bianca in campo rosso, e di porgere l’altra a una Femmina, che fece vedere fra due Monti toccante con uno de’ piedi il Mare, che ancor essa pure porge alla Vergine l’una, e l’altra mano in atto di chiedere aiuto, e questa figurò egli per la stessa Città di Pisa. Nel far questa Pittura non faceva altro costui, che rammaricarsi, che quelle sue figure non avevan tanto del vivo, quanto quelle di Buonamico: Onde lo stesso Buffalmacco, il quale alle occasioni, che gli venivano di dar la quadra, non la perdeva mai per corta, disse volergli insegnare un bel modo per far sì, che le sue figure non solo avessero del vivo, ma parlassero ancora, e così fecegli scrivere alcune parole, che parevano uscir di bocca a quella femmina, che alla Santa chiedeva aiuto, ed altre, con che rispondeva la Santa a lei. E perché a chi non passa più là coll’ingegno, e non ha capitale d’intelligenza, senza esaminar la cosa se buona, o cattiva sia, basta solo il poter dire, che così parve al Maestro; questo ripiego piacque non solo a Bruno, ma ad ogni altro goffo artefice di que’ tempi, a segno tale, che passando in uso comune, fu poi anche da più lodevoli Pittori messo in pratica nell’opere, ch’e’ fecero nel Campo Santo; or qui è da notare un errore, che si riconosce in un Libro d’incognito Autore Franzese venuto in luce in questi tempi intitolato Noms de Peintres les plus célèbres, et plus connus, anciens, et modernes, là dove egli afferma, che di questo modo di far parole ch’escano dalle bocche delle figure, fosse inventore Buonamico; sapendo noi per altro, che questa medesima debolezza aveva per avanti fatta nella medesima cittàCimabue.

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Fioriva del 1321. Questo Pittore fu il Discepolo di Gaddo Gaddi. Lavorò nella Tribuna maggiore del Duomo di Pisa alcune figure di Musaico rimaso imperfetto per mancanza di Fra Iacopo da Turrita, ed altre ne fece da per sé, dove furono notate l’appresso parole. Tempore Domini Ioannis Rossi Operarij istius Ecclesiæ Vicinus Pictor incepit, et perfecit Anno Domini 1321. de Mense Settembriis. Benedictum sit Nomen Domini, Dei Nostri Iesu Christi. Amen.

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In Firenze dipinse molte cose, ché il tempo ha distrutte. Nel Campo Santo di Pisa, nella facciata accanto alla Porta principale dipinse d’assai buona maniera molte Storie delle vite de’ Santi Padri; e nella Pieve d’Arezzo nella maggior Cappella colorì dodici Storie della vita di Maria Vergine. Questo Pittore, quando non mai in altro, in questo solo fu segnalato, per essere stato il primo artefice, che cominciasse ad ingrandire la maniera, avendo fatte le figure della volta della nominata Cappella alte quattro braccia, senza punto scostarsi dalla buona proporzione, e dal bello arieggiar di teste, ciò che fino al suo tempo non era stato praticato. Lavorò finalmente assai in San Pietro di Roma, ma il tutto per cagione della nuova fabbrica fu demolito. Dipinse ancora in molte altre Città, e luoghi d’Italia, che per brevità non se ne dice il particolare. Se vogliamo credere a quanto in un suo Manoscritto lasciò notato Giulio Mancini, convien dire, che ne’ tempi di quest’Artefice vivesse quel Paolo da Siena, che ritrasse Papa Benedetto X. e per ordine di lui rifece i Tetti della Chiesa di San Pietro di Roma.

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Della scuola di Giotto. Con quello che si è detto nelle Notizie sopra Arnolfo, Giovanni Pisano, ed altri Scultori antichi, si crede essersi bastantemente dimostrato quanto questi tali Maestri megliorassero la maniera loro per lo buon disegno appreso da Cimabue, e tanto più da Giotto. Quegli però, che dopo aver qualche tempo operato col solo aiuto della naturale inclinazione colla scorta dell’opere fatte in Pisa dal medesimo Giotto, e poi colla di lui direzione, e mediante la sua amicizia si segnalò oltremodo nell’arte della Scultura, fu Andrea Pisano, il quale chiamato a Firenze fece secondo il disegno pure di Giotto molte statue d’Apostoli, e d’altri Santi per la facciata dinanzi della Chiesa di Santa Maria del Fiore, nelle quali diede a conoscere, di quanto egli avesse superati gli altri Scultori, che avevano operato avanti a lui. Che però gli fu data a fare la statua di Maria Vergine co’ due Angeli, che la tengono in mezzo, che fino ad oggi si vede sopra l’Altare della Chiesetta, o Compagnia della Misericordia nella Piazza di San Giovanni, e l’altra Imagine di Maria Vergine col Figliuolo in braccio meza figura, ch’è nella parte esteriore di essa Chiesetta contigua al luogo detto il Bigallo.

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Dipinse Stefano a fresco la Madonna del Campo santo di Pisa, nella qual’ opera si portò meglio del Maestro. Fece nel Chiostro di Santo Spirito di Firenze tre storie, che oggi più non si vedono, e le arricchì di prospettive, e architetture fatte con tanto gusto, che già si cominciò a scoprire in quelle qualche barlume della buona maniera moderna. Fra queste finse una capricciosa salita di scale, della quale è fama, che poi si servisse il Magnifico Lorenzo de’ Medici per fare le scale di fuora della real Villa del Poggio a Caiano. Fu bizzarro, e nuovo negli scorci, e il primo che uscisse dell’antico modo tenuto nelle figure da’ maestri suoi antecessori, tanto che disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia. Stefano da tutti è nominato scimia della natura; tanto espresse qualunque cosa volle. Dipinse in Pistoia la Cappella di San Iacopo. Operò in Milano, Roma, Ascesi, Perugia, e in altre molte Città d’Italia, oltre a tutto cio, ch’egli fece per le principali Chiese di Firenze sua patria. Seguì la sua morte l’anno del Giubbileo 1350.

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Discepolo di Simon Memmi, fioriva del 1325. Questo pittore, che dal VasariLe Vite fu detto fratello di Simon Memmi, aiutò lo stesso Simone a dipignere il Capitolo di Santa Maria Novella di Firenze, e in altre opere. Dipinse a fresco nella Chiesa di Santa Croce. Fece una tavola a tempera, che allora fu posta all’Altare maggiore della Chiesa di santa Caterina di Pisa; e in san Paolo a Ripa d’Arno fuori della stessa Città colorì molte cose, e fra queste una tavola per l’Altar maggiore, ove figurò Maria Vergine, san Piero, e san Paolo, e altri Santi; e una simile ne mandò a san Gimignano terra di Toscana. Nel chiostro di san Domenico di Siena dipinse a fresco una Vergine in trono col Figliuolo in braccio, e due Angeli, che gli presentano fiori, san Pietro, e san Paolo, e san Paolo, e san Domenico; e sotto a quest’opera scrisse uno di quei versi lionini, dietro a’ quali tanto si dierono da far gl’ingegni di quei secoli. Lippus me pinxit Memmi, rem gratia tinxit. Un moderno autore asserisce, ch’egli finisse la gran pittura della coronazione di Maria Vergine stata incominciata da Simon Memmi sopra la porta di Camolia e da lui lasciata imperfetta, siccome ancora dice non aversi per vero dagli antiquari di quella Città, ch’egli fosse fratello di Simone, trovandosi quello figliuolo di Martino, e questo figliuolo di Memmo, e non della famiglia de’ Memmi. Oltre a quanto si è notato di sopra, fece quest’artefice molte opere in diverse Città, e luoghi, e particularmente nel Vescovado d’Arezzo, e in san Francesco di Pistoia, e usò scrivere in esse il nome suo con questo grosso latino; Opus Memmi de Senis me fecit, tacendo il suo nome, come attesta il VasariLe Vite.

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Discepolo di Andrea Pisano. Era opinione ne’ tempi del Vasari, che questo Tommaso, oltre all’essere stato discepolo d’Andrea, gli fosse stato anche figliuolo; vedesi intagliato il suo nome, e d’Andrea in un mezzo rilievo nel Convento di san Francesco di Pisa, dove egli rappresentò Maria Vergine con altri santi. Opera di sua architettura fu la parte estrema del Campanile di essa Città, dove sono le campane.

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Tornato a Firenze, dipinse una Cappella dedicata a san Michele Archangelo sopra il vecchio Ponte a santa Trinita, che poi rovinò per la piena del 1557. Ed è fama, che da tal pittura egli traesse il cognome di Giovanni da Ponte. L’anno 1355. dipinse in san Paolo a Ripa d’Arno di Pisa nella Cappella maggiore; e poi in Firenze in santa Trinita la Cappella degli Scali, e quella ch’è allato ad essa, ed una eziandio con istorie di san Paolo accanto alla Cappella maggiore, ove è il sepolcro di Maestro Paolo Strolago; ed in altre Chiese, e luoghi fece più opere. Finalmente in età pervenuto di 59. anni, nel 1365. finì il corso di sua vita, e nella Chiesa di santo Stefano al Ponte vecchio, ov’egli aveva fatte più opere di sua mano, fu poverissimamente sepolto.

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Discepolo d’Agnolo Gaddi, Nato 1310 ? 1348. Questo pittore, secondo che io trovo nell’antiche Vite de’ Pittori manuscritte nell’altre volte mentovata Libreria de’ manuscritti originali, e spogli de’ signori Strozzi, era veramente Fiorentino, e non Veneziano, come credette il Vasari , ed anco fu cognominato Antonio da Siena, e per alcun tempo ancora Antonio da Venezia ; ciò fu a cagione dell’essersi egli molto trattenuto in quella Città. Fu buon pittore, e perché in quei suoi tempi, ne’ quali era già la maniera di Giotto tanto stimata per tutta Europa , egli bene l’aveva appresa da Agnolo di Taddeo Gaddi , che aveva operato nella Città di Venezia ; fu nella stessa Città chiamato, e molto adoperato in opere a fresco, e a tempera. Finalmente da quella Signoria gli fu dato a dipignere una delle facciate della Sala del Consiglio, ma a cagione d’invidia, e di mali uffizj di quei professori gli convenne quindi partire, e tornare alla sua Patria Fiorenza . In essa dunque fece alcune pitture a fresco nel chiostro di Santo Spirito , e in santo Stefano . Operò nel Campo santo di Pisa dipignendo storie del Beato Ranieri, incominciate già da Simon Sanese ; e fra esse quella della morte, e sepoltura di quel Beato, nelle quali rappresentò alcuni ciechi, e indemoniati con altri infermi, e fra questi un idropico, tutti in atto d’essere miracolosamente sanati per li meriti di quel santo; le quali figure espresse così al vivo, e con tanta invenzione, che furono in quel secolo avute in istima non ordinaria; ne fu meno lodata una nave fluttuante fra le tempeste del mare, nella quale con pensieri appropriati al vero figurò lo sbigottimento de’ naviganti, e le molte, e varie azioni fatte da marinari per sottrarsi dall’imminente pericolo del naufragio.

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È notissimo per le nostre storie il decreto, che fecero i Fiorentini, che in memoria della ricevuta grazia per la cacciata di quel tiranno si dovesse per l’avvenire ogn’anno solennizzare come Pasqua il giorno della festività di Sant’Anna Madre della Gran Madre di Dio, e che nello stesso giorno correr si dovesse un palio di panno lucchesino, e si facessero solenni ufficj, ed offerta per lo comune, e per tutte l’arti, e magistrati della Città. Tornando ora a Giottino, egli fu nell’arte sua molto desideroso di gloria; che però sempre dipinse con diligenza, ed accuratezza, senza fermarsi punto nella considerazione del guadagno, che quindi a lui venisse, e più tosto a sé stesso volle egli sodisfare, che alle proprie comodità: onde per poco ben nutrirsi, e molto affaticarsi, si morì tisico l’anno della sua età 32. Questo artefice da coloro, che dopo di lui ne’ trascorsi secoli scrissero de’ nostri Pittori, viene assai lodato, e particolarmente da Cristofano Landiniprefazione al Comento di Dante. Ebbe Giottino molti discepoli nella pittura, e fra questi Giovanni Tossicani Aretino, che imitò molto la sua maniera; onde fu fatto operare per tutta la Toscana, e particolarmente nella sua patria, dove nella Pieve dipinse la Cappella di santa Maria Maddalena de’ Tuccerelli; e nel Vescovado, una bella Nonziata con san Iacopo, e san Filippo; opere che il tempo disfece, e furonvi poi ridipinte da altri maestri. A Pisa mandò diverse sue tavole, che furon poste nel Duomo , statene poi levate per dar luogo alle moderne pitture, e nella Terra d’Empoli colorì nella Pieve in un pilastro un san Iacopo Apostolo.

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Questo Melozzo è stato occasione a più di uno scrittore di questo secolo, di riprendere il Vasari, di avere sbagliato dal chiamare questo pittore Benozzo al chiamarlo Melozzo, quasiché non fossero due pittori; ma che questo fosse lo stesso con quello. Mi sono io maravigliato molto di così inconsiderata riprensione, e che non abbiano essi, o veduta o prestata fede alla protesta, che di ciò fa lo stesso Vasari nella Vita di Benozzo, dichiarandosi di avere avute notizie dell’uno e dell’altro, e l’uno dall’altro, con qualità molto proprie, distinguendo e particolarizzando, e riprendendo ancora alcuni, che al suo tempo così fatta leggerezza pubblicavano. Io pertanto desideroso di far nota la verità di questo fatto, ho voluto riconoscerla dall’antiche memorie, che nella città di Pisa si veggiono di esso Benozzo Fiorentino, ad esclusione di quanto si son dati a credere coloro, che in ciò hanno ripreso il Vasari: e quello, che impedito da altre applicazioni, non potei io medesimo fare; si compiacque far per me la pia e sempre gloriosa memoria del dottissimo Niccolò Stenone, il quale stato Eretico Luterano, poi in Firenze fattosi Cattolico, e divenuto esemplarissimo Sacerdote, finalmente fu fatto Vescovo di Hannovera nella Germania, vicino a Brunswick; il cui nome è notissimo al mondo. Questi dunque, dopo aver veduto il sepolcro di esso Benozzo nelCampo Santo di Pisa, me ne diede di propria mano la seguente relazione: Fui jeri a vedere l’inscrizione, della quale ella desidera sapere certe circostanze; e la trovai sopra la pietra, che cuopre il di lui sepolcro, il quale è nella parte Orientale dell’andito Settentrionale tra sei sepolcri o pietre sepolcrali, che poste l’una accanto all’altra, occupano il traverso dell’andito, il più vicino a quel muro, la di cui parte inferiore da esso è stata con pitture del Vecchio Testamento ornata sopra il piano dipinta da Jotto, se ben mi ricordo di quel che mi disse chi mi vi condusse; e per più prontamente trovare esso sepolcro, o per specificare maggiormente il di lui luogo, avendo risguardo alle di lui pitture, è appunto sotto quella parte dell’istoria di Joseppe, dove egli ha tutti i suoi fratelli intorno di sé, e sia per scoprirsi ad essi, sia per riprendergli. Ancora sotto l’inscrizione stanno le armi, che sono etc. L’inscrizione mandatami del medesimo è quella, che segue: HIC TUMULTUS EST BENOTII FLORENTINI QUI PROXIME HASPIXIT HYSTORIAS HU(N)C SIBI PISA NORUM DONAVIT HUMANITAS.M.CCCC.LXXVIII. Tengo anche appresso di me (mandatomi dallo stesso Stenone) il disegno dell’arme di Benozzo, che sotto l’inscrizione si vede, in cui vengono rappresentate due mazze incrocicchiate, e nella sommità di ciascuna è una palla assai grande, e sopra essa una piccola pallina, ed assomigliansi a due mazze ferrate o siano due scettri; dall’estremità loro pendono due filetti legati, che insieme verso la punta dello scudo si uniscono in forma di una legatura, e al capo di esso si vede come un rastrello di due denti, sotto de’ quali sono tre gigli. Di maniera tale, che quando non bastasse per far conoscere a’ moderni per falso questo loro supposto, e l’antichità della storia del Vasari, e l’autorità del medesimo, che ci assicura in Roma, in Firenze e in Pisa aver parlato con molti, che Benozzo e Melozzo conobbero e praticarono, pare, che non dovranno più recare in dubbio ciò che intorno a Benozzo pittor Fiorentino, fino a’ presenti tempi si riconosce per detta iscrizione, e quanto di lui e del Vasari e da noi è stato scritto.

Con il contributo di