Luogo - pilastro

Numero occorrenze: 6

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Soggiugneremo per ultimo, che lo scrittor moderno, di cui parlammo pur dianzi, ha creduto equivoco del l’aver affermato, che la sacra imagine di Maria Vergine ornata da questo tabernacolo fosse fatta per mano d’Ugolino Sanese, dandone per ragione solamente, che essendo Ugolino morto del 1349. ed essendo l’imagine stata dipinta del 1284. non gli pareva verisimile che in quel tempo, cioè del 1284. Ugolino avesse potuto essere ben instrutto in pittura, che potesse avere una tal opera dipinta; e che la maniera s’avvicinava più alla Greca, che a quella che allora usavasi in Firenze; e finalmente, che l’immagine è sopra legno, e’l dice fosse fatta da Ugolino nel pilastro. Ma sebbene si considera, non averà più luogo il dubbio del soprannominato autore, prima, perché il Vasari nella sua prima edizione dice, che Ugolino morì non già nel 1349. ma nel 1339. e tanto nella prima, che nella seconda edizione afferma, che Ugolino morisse in eta decrepita; sicché fatto bene il conto, egli nel 1284. potè essere in età di 30. o 35. anni almeno, e conseguentemente nel più bello del suo operare, e così potè aver fatta quella, ed altre megliori opere. Secondariamente dice il Vasari nella prima edizione, e nella seconda ancora a lettere apertissime, che Ugolino operò di maniera greca, anzi che tale antica maniera greca volle egli sempre ostinatamente tenere, non ostante che da molti pittori del suo tempo, e dallo stesso Giotto s’operasse d’assai miglior maniera: sicché per questo stesso dobbiamo dire, che la pittura è mano d’Ugolino. Che poi ella sia sopra legno, o sopra muro non l’abbiamo noi voluto riscontrare, bastandoci che sia la vera sustanza, che è, che la pittura è della maniera d’Ugolino Sanese, e non d’altri, poco importando ch’ella sia sopra legno, o sopra muro, e forse potè essere che lo Stampatore dell’opera del Vasari in luogo di dire, fece l’imagine di Nostra Donna per un pilastro della loggia, ec. dicesse, in un pilastro; e quando anche avesse così detto il Vasari, troviamo ancora, che il medesimo, e con lui molti di coloro, che hanno scritte Vite di Pittori, anno usato dire, fece una tavola nella tal Chiesa, e non per questo s’intende che la tavola fosse fatta in quella Chiesa, ma per quella Chiesa, non nella tal Cappella, ma per quella Cappella, cioè, che doveva andare in quella Chiesa, o Cappella; così l’aver detto il Vasari, Ugolino fece la Nostra Donna nel pilastro, non ci toglie il poter credere ch’egli volesse dire, che Ugolino avesse sopra tavola fatta l’imagine, per rapportarsi, e situarsi poi nel pilastro: onde il dubbio, par che si riduca ad una mera cavillazione.

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Venne poi voglia a Lorenzo di provarsi a operar di Musaico, e nella stessa loggia d’Or San Michele, sopra il luogo appunto, dove era stata collocata la statua del S. Gio: Batista, fece la mezza figura dell’Apostolo, che sino a oggi vi si vede. Dipoi per l’Arte de’ Cambiatori gettò la bella statua del S. Matteo per l’altro pilastro d’Or San Michele, incontro all’Arte della Lana, il quale pilastro, come mostreremo appresso era stato concesso per avanti all’Arte de’ Fornai, che avevanlo domandato, per farvi collocare la figura, ch’e’ disegnavano di fare del Martire S. Lorenzo loro protettore. Ma perché io non istimo, che i fatti, che occorsero al principio, ed accompagnarono poi il proseguimento di quest’opera, che in vero riuscì bella oltre ogni credere, siano in tutto indegni di esser saputi, risolvo di notargli in questo luogo, tali appunto, quali io medesimo gli ho riconosciuti in un libro de’ Consoli di essa Arte de’ Cambiatori, fatto tenere apposta, il quale benissimo conservato trovasi oggi fra le antiche loro scritture. È intitolato il libro nella esterior parte: Libro del Pilastro della Figura di S. Matteo dell’Arte: e per entro nella prima carta è scritto: In questo libro si scriveranno tutte e ciascuna diliberagioni, stanziamenti, e ciascune altre cose, le quali si faranno intorno a fatti del Pilastro. Cominciò detto libro in tempo degli appresso Consoli dell’Arte del Cambio per quattro mesi, cominciati a dì primo di Maggio, XII. Indizione, 1419. Niccolò di Ser Fresco Borghi, Gherardo di Francesco de’ Medici, Giovanni di Barduccio di Cherichino, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini; esistente Camarlingo della detta Arte per lo tempo di quattro mesi Piero di Mes. Guido Ponciani. A dì 19 Giugno Deliberazione. Che con tutti gli opportuni rimedj si procacci dinanzi a’ Capitani d’Orto S. Michele, ovvero dinanzi da’ Signori e Colleghi, d’avere il pilastro, che fu giudicato all’Arte de’ Fornai, e che sia e pervenghi alla detta Arte, e in caso che s’abbi detto pilastro, che per la detta Arte, si faccia la .figura di S. Matteo Apostolo ed Evangelista, vero campione della detta Arte, e faccisi di Bronzo, ovvero d’Ottone bellissima quanto più si può fare. E che si chiamino quattro Artefici ed Arruoti della detta Arte in Operai, per Operai, i quali quattro insieme co’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e le due parte di loro abbino quella balìa, che tutta la detta Arte in allogare la detta figura di S. Matteo al più valente maestro ci sia, e spender quella quantità di danaro della detta Arte, che occorreranno per detta figura, e suo ornamento. I quattro Operai furono Niccolò di Giovanni del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Giovanni di Mico Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici. Fecer poi 19. Arruoti, che per brevità non si notano: e sposero loro instanza alla Signoria nel tempo del Gonfaloniere Niccolò di Franco Sacchetti, e de’ Priori, Parigi di Tommaso Corbinelli, Lorenzo di Giovanni Grasso, Giovanni di Filippo di Ghese Legnajuolo, Domenico di Jacopo Pieri Guidi Magnano, Dionisio di Giovanni di Ser Nigi, Antonio di Davanzato de’ Davanzati, Francesco di Domenico Naldini, Lorenzo di Mes. Ugo della Stufa: i quali a’ 22. di Giugno 1419. deliberarono, che stanteché la detta Arte de’ Fornai, alla quale era stato dato il Pilastro , per farvi un S. Lorenzo Martire, Campione della detta Arte , era poverissima, ed i suoi artefici pochi di numero e poveri assai, e che né di presente né per l’avvenire avrebber potuta far quella spesa; quello si dovesse concedere, e di consenso de’ medesimi Fornai concessero all’ Università de’ Cambiatori , per farvi la figura del S. Matteo. A 21. di Luglio del detto anno l’Arte de’ Cambiatori, cioè i Consoli e Operai ragunati insieme fecero il partito, che dovesse procedersi alla allogagione della statua, con doversene fare Scrittura, di lor mano sottoscritta: ed alli 26. del susseguente mese d’Agosto allogaronla a Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio , e ne fecero la Scrittura del tenore che segue, tratto a parola a parola dal suo originale, che pure nel soprannotato libro apparisce. MCCCCXVIIII. Ind. XII. a dì 26 Ag. Sia manifesto a qualunque persona vedrà o leggerà la presente Scrittura come i nobili uomini Niccolò di Ser Fresco Borghi, Averardo di Francesco de’ Medici, Giovanni de’ Cherichini, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini Consoli della detta Arte del Cambio della Città di Firenze, et i savi uomini Niccolò di Gio: del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Gio: di Marco Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici, VII. Artefici, et Arroti, et Operai della detta Arte , et li quali nobili, e quattro Artefici Arruoti due Operai, e le parti di loro intorno alle infrascritte cose anno quella balìa, che tutta la d. Arte per vigore della delibarazione fatta pe’ presenti nobili, e dodici Artefici, et Arroti della detta Arte stati alcuna volta dell’Uficio del Consolato della detta Arte servate le dovute solennitadi, e mezzo fra loro diligente e secreto scrutinio, et ottenuto il partito a fava nera e bianca. Signori tutti raunati nella casa della detta Arte pe’ fatti, e intorno a’ fatti del Pilastro, e della nuova figura di S. Matteo, che vogliono si faccia d’ottone o bronzo nel Pilastro di nuovo avuto e acquistato per la detta Arte , ed ogni cosa, che dependesse, da essi o da qualunque di loro feciono l’infrascritta allogagione del detto Pilastro, e della detta figura di S. Matteo mezzo tra loro diligente e segreto squittino, et ottenuto il partito a fava nera o bianca, all’infrascritto Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio qui presente, volente, ricevente, e stipulante per sé per gli suoi eredi, e con esso Lorenzo contrassono, e formarono gl’infrascritti patti modi etc. e concordarono In prima il detto Lorenzo di Bartoluccio promesse, e per solenne stipulazione convenne, a detti Consoli, e quattro Arruoti, et Operai fare la d. figura di S. Matteo d’Ottone fine alla grandezza il meno, che è la figura al presente di S. Gio: Batista dell’Arte de’ Mercatanti, o maggiore quello più, che paressi alla discrizione di esso Lorenzo, che megli stare debbi. Et la detta figura fare d’un pezzo o di due, cioè per insino in due pezzi, in questo modo, cioè la testa un pezzo, e tutto il resto un altro pezzo, e che il prezzo di tutta la detta figura colla basa non passerà libbre 2500. compiuta sul pilastro. Et promette ne detti modi, e forma a detti Consoli, et quattro Operai, et Arruoti dare dorata detta figura in tutto et in parte, come parsa a Consoli, della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, et a detti quattro Arroti, et Operai, et alle due parti di loro in concordia, et si e come per loro, e per le due parti di loro sarà provveduto, ordinato, et deliberato. Ancora promesse la detta figura lavorare, e lavorare fare per buoni, e sufficienti Maestri intendenti delle dette cose, che del detto lavorio, et esso proprio Lorenzo promise lavorare detta figura continuamente durante il tempo infitto eziandio in certo intervallo di tempo, e come parrà, e piacerà a Consoli della detta Arte presenti e futuri, e a detti quattro Arroti, o Operai, e alle due parti di loro, e detta figura promette dare, e aver dato compiuta, e posta sul pilastro della detta Arte per di qui a tre anni cominciati a dì 16. di Lug. pross. passati, e fra’l detto tempo, e termine salvo giusto impedimento, il quale chiarire si debbi, e possi pe’ Consoli della detta Arte, che saranno, e pe’ dd. Operai, e per le due parti di loro. Ancora disse, e promise il d. Lorenzo a’ detti Consoli, e a’ detti quattro Arroti, e Operai, se volere, e avere, e ricevere per suo salaro, e rimunerazione, e mercedi della sua fatica, e di detti maestri della detta figura posta sul pilastro, quello il quale, come e in quel modo fia deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e detti quattro Arruoti, e Operai, e per le due parti di loro una volta, e più, e promise non pure in suo beneficio quello che abbi avuto l’anno dell’Arte de’ Mercatanti per suo salaro, rimunerazione, e fatica della figura di S. Giovanni per lui fatta alla detta Arte, ne niuna altra cosa avesse avuto da persona niuna; ma solamente sono contento per mio salaro, e de’ detti maestri avere solamente quella quantità di danari, e quello prezzo, come e in che modo sarà una volta, e più, proveduto, deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e per li detti quattro Operai, e per le due parti de’ detti Consoli, e quattro Operai. Dall’altra parte i detti Consoli e Operai in nome della detta Arte promisono al detto Lorenzo qui presente dare a tempi debiti, quando detto Lorenzo ne farà chiesta, terra, ferramenti per armare la detta figura, cera, ottone, carboni, legne, et altre cose occorrenti, e necessarie alla detta figura, e dargli eziandio fral detto tempo dì per dì quella quantità di danari alla discrizione de’ presenti o futuri Consoli della detta Arte, e di quattro Operai o alle due parti di loro. Che sopra dette cose promise l’una parte all’altra ne’ detti modi e forma avere ferme, e rate, e non contraffare o vero venire sotto la pena di fiorini 500. d’oro con rifacimento di danno, e spesa, la quale pena commessa o no, nientedimeno tutte le predette cose stieno ferme, e rate, e rinunziorono ad ogni beneficio in qualunque modo si chiami, che per loro facessi. E per ciò osservare i detti Consoli, e Proveditori obrigorono al detto Lorenzo la detta Arte, e i suoi beni presenti, e futuri, e il detto Lorenzo obrigo a detti Consoli, e quattro Arroti, e Operai qui presenti, e per la detta Arte riceventi, se e suoi eredi e beni presenti e futuri, e eziandio il detto Lorenzo si sottomette alla detta Arte, e ad ogni multa, condannagione, deliberagione, e sentenza si faranno una volta, e più pe’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e per detti quattro Operai, e per le due parti di loro del detto Lorenzo per non osservare, e mandare ad execuzione le cose sopraddette in tutto o in parte. Io Gio: di Balduccio di Cherichino uno de’ sopra detti Consoli allogatore predetto son contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, anno e mese. Io Niccolò di Ser Fresco Borghi uno de’ soprad. Consoli alogatore predetto sono contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, e anno, e mese. Io Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini fui presente …… a sopradetti patti come di sopra si contiene, e però mi sono sottoscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto. Io Averardo di Francesco de’ Medici uno de’ detti Consoli alogatore predetto son contento alla detta Scrittura di sopra scritta, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì, e mese sopraddetti. Io Niccolò di Giovanni del Bellaccio uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obligomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano, e dì detto di sopra. Io Gio. di Mico Capponi uno de’ detti Operai sono contento alla sopra Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì detto di sopra. Io Cosimo di Gio: de’ Medici uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì come di sopra. Io Niccolò d’Agnolo Serragli uno de’ detti sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e operò mi sono soscritto di mia propria mano anno e dì detto di sopra. Io Lorenzo di Bartoluccio orafo condottore soprad. son contento alla detta iscritura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto di sopra. Io Stefano di Ser Naldo Notajo della detta Arte feci la detta Scriptura di volontà de’ detti Consoli, e de’ detti quattro Operai, e del detto Lorenzo di Bartoluccio, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia mano detto dì, anno, e mese. Io Michele di Francesco Notajo Fiorentino fu’ presente alla detta allogagione, e ciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle dette parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, mese e dì sopraddetto. Io Piero di Gio: Vajajo fu presente alla detta allogagione, e acciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, e mese, e dì detto di sopra. Ma prima di tornare a parlare dell’altre opere di Lorenzo, è da sapersi, come avendo la detta Arte somministrato a Lorenzo più somme per lo necessario ammannimento di legname, ferro, terra, cimatura, cera e opere d’uomini per bisogno del modello, e fatto pagare dal camarlingo Lapo di Biagio Vespuggi a Gio: di Bicci de’ Medici fiorini d’oro dugento novantasei per libbre tremila di rame fatto condurre da Venezia, correndo l’anno 1421. ed il giorno 16. di Luglio comparve il Ghiberti, e disse, che essendo il getto della figura riuscito difettoso, faceva di mestieri tornare a gettarla, offerendosi il tutto fare a proprie spese: e a tale effetto furongli accomodati 30. fiorini. Fu poi imposto un dazio di 200. fiorini, che servir dovessero per dare spaccio, come fu detto nella deliberazione, a detta figura, cioè nettarla, pulirla, governarla, e metterla sul pilastro, eziandio per adornare il Tabernacolo di dentro e di fuori di marmi. Nel mese di Maggio 1422. deliberarono, che Jacopo di Corso, e Gio: di Niccolò compagni lastrajuoli, facessero il Tabernacolo, col disegno di Lorenzo, e con promessa di 75. fiorini d’oro, e più d’una lapida di marmo di grandezza di braccia 4. in circa: e trovasi notato esser seguita tale deliberazione nella Casa della detta Arte, posta in Firenze nel Popolo di S. Andrea. Finalmente il giorno de’ 17. Dicembre dello stesso anno stanziarono a Lorenzo di Bartoluccio fiorini 650. d’oro, come dissero per suo salario della figura di bronzo per lui fatta, con questo ch’e’ dovesse ad ogni sue spese rifare di nuovo la base, in modo che stesse bene, e governare detta figura in maniera, che non potesse essere gittata in terra dalle manovelle, e che risedesse bene nel Tabernacolo.

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Ma tempo è ormai di ripigliare il filo dell’Istoria, e parlare delle altre opere di questo grande artefice, colle quali egli abbellì non poco la patria nostra, ed accrebbe a sé stesso gloria immortale. Fece egli dunque anche l’altra bella figura di bronzo del S. Stefano per l’Arte della Lana, che fu collocato nell’ultimo Pilastro: e altre bellissime cose condusse circa a questi medesimi tempi, d’oro e d’argento, ed orificeria, nella quale fu singolarissimo, come appresso diremo, seguendo in ciò quanto ne lasciò scritto il Vasari co’ seguenti periodi. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevan fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone, così in lavori di metallo come d’argento eoro; capitò nelle mani a Giovanni, figliuolo di Cosimo de’ Medici, una cornjuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo, quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondoché si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello. Ed essendo pe’l pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dell’intaglio in cavo, cosa rara; Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato: ed esso penatovi molti mesi, lo finì del tutto; facendo un’opera non men bella d’intaglio a torno a quella, che si fusse la bontà e perfezione del cavo in quella pietra: la quale opera fu cagione, ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritrovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone, che egli teneva nel piviale, con figure tonde di rilievo, e fra esse, gioje di grandissimo prezzo; cosa molto eccellente: e così una Mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole, tutte tonde, che furon tenute bellissime; e ne acquistò, oltre al nome, utilità grande dalla liberalità di quel Pontefice.

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Ma tornando al nostro Lippo , conciofussecosaché non mai fusse scarsa la Regina de’ Cieli nel ricompensare i ricevuti servigj, in tempo occorse, che tanto si accrescesse la devozione e lo spirito di questo buon uomo, che finalmente si sentì chiamare a stato più perfetto; onde lasciato il secolo, si rese religioso nella Religione de’ PP. di S. Martino: e in essa si diede a tale osservanza, che dal giorno ch’egli v’entrò, fino alla sua morte, la quale fece santamente in quell’abito, non mai volle dipignere per interesse di danaro; trattenendosi nondimeno in fare alcune immagini di essa Vergine, del Signore, e di altri Santi, per propria devozione, e per donare a persone divote: e talvolta anche, per ubbidire a’ precetti del superiore, ne fece alcun’altra, come sarebbe a dire in una muraglia alcune storie a fresco, d’Elia Profeta, e simili. Scrivono di quest’artefice non punto più largamente il Bacci, il Zante, il Cavazzoni, il Baldi, il Bumaldo e’l Masini citati dal Malvasia: e il Vasari ne fa menzione nella vita di Lippo Fiorentino , che fu coetaneo del medesimo Lippo . Altre opere scrivono che facesse il Dalmasi, e fra queste una Madonna in un pilastro, l’anno 1407. un’altra immagine di Maria Vergine co’ Santi Sisto e Benedetto, sopra la porta di San Procolo , dalla parte di fuori. la Maddalena, che lava i piedi al Signore nella casa del Fariseo, dentro alla Chiesa di S. Domenico , che è fama che fosse la prima opera, ch’egli in pubblico facesse: una Madonna con Gesù Bambino, dipinta in sull’asse, sotto il portico de’ Bolognini da S. Stefano : un’altra dalla Chiesa Parrocchiale di S. Andrea nel muro della Casa de’ Bandini: una Vergine di grandezza quanto il naturale, nel muro del Collegio di Spagna, rincontro alla casa de’ Marescotti, sotto la quale si leggono queste parole: Ave Mater Dei, et Speciosissima Virgo: e questa si dice una di quelle, che avuto riguardo al secolo in cui fu fatta, piaceva a Guido Reni . Infinite altre, per così dire, ne dipinse questo divoto artefice nella medesima città di Bologna, per le case de’ privati cittadini, per li Monasterj e luoghi pubblici, e per diversi villaggi, che ancora si veggono: e molte anche sono state distrutte dal tempo, e rovinate in occasione di nuove fabbriche; gran parte però di quelle che si veggono oggi, son da’ popoli tenute in gran venerazione. Il nominato Malvasia fa un catalogo d’alcuni, che dice fossero discepoli di esso Lippo : e fra questi, par che metta certi nomi di Pittori, che nel titolo di questa vita si vede aver distinti da’ Discepoli, dicendo che fiorirono dal 1400. al 1500. in che ci rimettiamo al vero. Tali sono un Antonio Leonello, detto da Crevalcuore, Gio. Antonio, Cesare, Claudio, Bettino, Anchise Baronio, Antonio Piffalo, Guardino, Pietro de’ Lianori, Giacomo Danzi, de’ quali, perché soggiugne l’autore, che attesero ad imitare la goffa maniera greca, non è luogo a parlare. Soggiugne ancora, altri esservene stati di miglior maniera, de’ quali alcuna cosa diremo a suo tempo. Fa anche menzione nel nominato catalogo, d’un Michel di Matteo, d’un , d’un Severo, d’un Ercole da Bologna, d’un Alessandro Orazj, d’un Benedetto Boccadilupo, d’un Beltramino Bolognese, de’ quali porta egli poche notizie, per lo più alquanto dubbie, e quanto alle persone, quanto al tempo di loro operare, e d’altro, che però non mi è d’uopo l’affaticarne il lettore. Ancora fa menzione d’un Orazio di Jacopo, che dice operasse del 1445., e che facesse il ritratto di s. Bernardino nel Convento de’ PP. dell’Osservanza. A questi aggiugne la Beata Caterina da Bologna, che dipinse, alcune devote immagini, a quali tutti intende egli dar luogo fra’ discepoli di Lippo .

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Discepolo di Donatello, nato nel 1383, ? 1421. D’assai riguardevoli natali, nacque in Firenze Giovanni, detto Nanni d’Antonio, il quale, non per alcuna necessità, che avesse di guadagnarsi il vivere; ma per solo amore della virtù, e grande inclinazione naturale, messesi ad imparare l’arte della Scultura da Donatello, il più eccellente, che allora nel mondo maneggiasse scarpello: e divenuto in breve tempo buono artefice, gli fu data a fare nella nostra Città la statua del San Filippo Apostolo, che fu messa in un pilastro di una delle facciate di Orsanmichele. Questa statua per avanti era stata da i Consoli dell’Arte de’ Calzolai allogata a Donato suo maestro; ma non avendo potuto concordare nel prezzo, fu la medesima, quasi per dispetto, data a fare a Nanni, che si era offerto di farla, non solo per molto meno di quello, che Donato chiesto ne aveva, ma eziandio per quello solamente, che agli uomini di quell’Arte fosse piaciuto. Finita l’opera, scordatosi Nanni in tutto della promessa, molto maggior prezzo ne domandò, che Donato fatto non avea; onde nata fra lui e i detti Consoli gran controversia, dopo le molte, finalmente fu nello stesso Donato rimessa la differenza, sperandosi dagli uomini dell’Arte, che pel torto, ricevuto da Nanni, di aver quello, prima a sé destinato lavoro, preso a fare, dovesse stimarla poco o nulla; ma assai diversamente andò la bisogna; imperocché Donato la stimò di gran lunga più di quel che egli medesimo ne aveva chiesto. Può ognuno facilmente immaginarsi, quanta fosse l’ammirazione di quei dell’Arte, i quali con lui molto si dolsero di così fatta stima, dicendo non parer loro cosa giusta il pagar la statua del discepolo, più di quello, che ne aveva domandato il maestro, e maestro quale esso era. A questi rispose francamente Donato, esser egli altra persona che Nanni non era, ed avere altra facilità, e molto più presto sbrigarsi dall’opere, di quello, che egli faceva: voler però ogni giustizia, che molto più a Nanni, che a sé medesimo fosse pagata quell’opera, per avervi durata più fatica, e speso più tempo, che egli non averebbe fatto. Come ei disse, così fu necessario di fare: ed a Nanni fu pagato il prezzo rigoroso in conformità del detto di Donato. Bella invenzione, con cui seppe quel nobile ingegno, senz’alcun torto fare alla giustizia, confondere il poco lodevol termine del suo discepolo, ed insegnare a quei dell’Arte, che non il risparmio, ma l’abilità e l’valore de’ maestri dee cercarsi da coloro, che hanno incumbenza di far condurre opere grandi per pubblico splendore.

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Io però mi son sempre molto maravigliato, come potesse lo stesso Vasari ingannarsi tanto, in dar giudizio di un’altra opera, forse la più bella, che mai facesse quest’artefice. Questa è l’istoria di mezzo rilievo, che rappresenta l’Assunzione di Maria Vergine, che si vede sopra quella porta laterale del Duomo di Firenze, che guarda verso la Santissima Nunziata. Disse il Vasari esser questa scultura stata fatta per mano di Jacopo della Quercia Scultore Senese, come nella Vita del medesimo Jacopo si legge: e pure egli qui s’ingannò, come ora io sono per mostrare. E prima piacemi lasciar da parte, che la maniera, che si scorge in quell’opera, non tanto a giudizio mio, che poco intendo, quanto de’ primi Maestri di questa Città, co’ quali di proposito ho consultato, non è punto lontana dal modo di operare di esso Nanni d’Antonio di Banco: e dirò solo, che molto diversamente da quello, che il Vasari scrisse, trovo io negli antichi libri dell’Opera di quella Chiesa, dove appariscono negli anni 1418. e 1421. più pagamenti fatti a esso Nanni, per intagliare le figure quivi descritte nelle proprie circostanze, che le qualificano per quelle stesse, senza che se ne possa dubitare: e mentre io scrivo queste cose, ho ritrovato nella tante volte nominata Libreria degli Strozzi, un Manoscritto in un libro minor di foglio, segn. num. 285. a car. 45. fra diverse memorie di Pittori e Scultori ed Architetti di quei tempi, la seguente nota. Nanni d’Antonio di Banco Fiorentino, ebbe lo stato nella città di Firenze per le sue virtù, morì giovane, che veniva valentissimo: fece la figura di S. Filippo di marmo nel pilastro di Orto S. Michele, e i quattro Santi in detto luogo, e sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va alla Nonziata, un’imagine di nostra Donna bellissima. Nella facciata dinanzi di detta Chiesa, allato alla porta di mezzo verso i Legnajoli, uno de’ quattro Evangelisti, ed altri accanto. Sin qui son parole dell’accennata memoria. Io mi persuado poi, che chi soprintese a quella invenzione, per quanto si apparteneva alla storia, dubitasse, che ella non si confacesse così bene coll’antiche tradizioni, mercè dell’essere stato figurato appresso alla Vergine, in quell’atto di salire al Cielo, un solo Apostolo: e però stimasse bene accennarvene almeno alcuni altri, giacché si veggono sotto la mandorla, la quale contiene in sé quella storia. Due sole teste pure di mezzo rilievo, un vecchio e un giovane, quali appunto sogliono figurarsi San Pietro e San Giovanni, io stimo fossero fatti per Apostoli, non ostanteché fosse per errore nella partita, che appresso si noterà, scritto Profeti: e questi hanno un poco di busto, e mani strette al petto, in atto di adorare e riguardare essa Vergine, le quali teste furono fatte da Donatello. Quanto alla causa di essere state aggiunte esse teste, vaglia quanto può valere l’accennata mia opinione: siccome ancora dell’essere Apostoli o Profeti; ma quanto all’essere stati fatti da Donatello, eccone alcune testimonianze senza eccezione, che serviranno anche per prova concludente, che l’opera dell’Assunta fu fatta per mano di Nanni d’Antonio di Banco, e non di Jacopo della Quercia, come scrisse il Vasari, seguitato in tale errore da chiunque dopo di lui ha scritto. In un libro dell’Opera di Santa Maria del Fiore sopraccennato nell’anno 1418. al dì 28. di Giugno leggesi l’appresso Partita: A Gio. Ant. di Banco lastrajolo e intagliatore di marmo Fiorini 20. sopra le figure intagliate per lui per l’Opera da porsi sopra la porta di Santa Maria del Fiore verso la via de’ Servi. In altro luogo si trova: Donato Nicolai Betti Bardi Intagliatori, quos recipere debet pro duobus testis, sive capitibus Prophetarum per eum factis, et sculptis, et positis in historia facta per Joannem Antonii Banchi super janua dictæ Ecclesiæ (parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore) Fiorini 6. E poi in altra carta: Die 21. Aprilis 1421. Joanni Antonii Banchi Intagliatori pro resto solutionis sibi fiendæ de historia marmoris sculpti et intagliati sub figura Beatæ Virginis Mariæ supra januam Annuntiatæ libb. 567. sol. 17. dan. 4. Ma per ultimo considerisi in ciò, che io sono ora per apportare, che il Vasari, in quanto egli scrisse in proposito di questa opera, si governò, non già co’ fondamenti dell’antiche scritture; ma con qualche relazione, che dovette averne poco sicura. E contro a quello, che egli medesimo credeva, e lasciò scritto di sua mano in tal particolare, che è quello appunto, che noi diciamo, che non da Jacopo della Quercia, ma da Nanni di Antonio di Banco fu fatto questo lavoro. Dico dunque, che in un libretto, grande quanto un foglio comune, grosso circa a un dito, chiamato Frammento di Vite di Pittori, che si conserva nella Libreria de’ Gaddi, nobil famiglia, della quale altrove abbiamo parlato, scritto di propria mano, che si dice di Giorgio Vasari, in cui egli incominciò a notare alcune cose appartenenti a’ Pittori, de’ quali poi egli scrisse le Vite, incominciando da Cimabue, si trovan queste parole: Nanni d’Antonio di Banco benefiziato fece la figura di S. Filippo di Marmo nel pilastro di Or S. Michele, e di S. Lò, quattro Santi, l’Assunzione di nostra Donna sopra la porta diS. Maria del Fiore, che va a’ Servi, ed uno de’ quattro Evangelisti nella faccia di detta Chiesa dinanzi verso i Legnajoli. Sin qui il Vasari.

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