Luogo - Pieve

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 46

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Altre pitture fece in questa Chiesa, e nel Convento, che si lasciano per brevità, e veggonsi benissimo conservate negli armadi della sagrestìa le molte, e belle storie di figure piccole della vita di Cristo, e di San Francesco. Operò nella Chiesa de’ Padri del Carmine, e nel Palazzo di Parte Guelfa, dove ritrasse il Pontefice Clemente IV, institutore di quel Magistrato. Fu poi chiamato in Ascesi da fra Gio. della Marca allora Generale de’ Francescani, per dar fine all’Opere incominciate dal suo Maestro. Nel portarsi a questa volta convennegli fermarsi in Arezzo, dove dipinse la Cappella di S. Francesco nella Pieve, e un S. Francesco, e S. Domenico in un pilastro.

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1686

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Discepolo di Buonamico Buffalmacco, nato 1307. ? 1365. Attese costui non meno all’arte della pittura nella scuola di Buonamico Buffalmacco, che a quella di prendersi tutti i sollazzi, staatre propria del maestro suo; onde non fu gran fatto, che siccome Buonamico avendo menato sua vita accompagnata da povertà, e finalmente nel pubblico Spedale si morì; questo suo discepolo ancora, che in ogni cosa volle essere imitatore del maestro, non avendo mai riportato alcun profitto, né da’ guadagni del suo mestiero, ne dalle eredità, che gli pervennero di taluno ch’egli mai non pensò, nella fine sua si trovasse si povero, che appena fusse stato bastante il suo avere per dare al suo corpo sepoltura. Diede costui i primi saggi di suo parere nella terra d’Empoli, quindici miglia distante dalla Città di Firenze, dove nella Pieve dipinse a fresco con istraordinaria diligenza la Cappella di san Lorenzo con istorie della vita di esso santo. In san Francesco d’Arezzo colorì l’anno 1344. l’Assunzione di Maria Vergine, e nella Pieve la Cappella di sant’Onofrio, e quella di sant’Antonio; e fece in santa Giustina, e in san Matteo alcune pitture, che poi colle medesime Chiese perirono nell’occasione di farsi, per ordine del Granduca Cosimo I. in quella Città alcune nuove fortificazioni.

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1686

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È notissimo per le nostre storie il decreto, che fecero i Fiorentini, che in memoria della ricevuta grazia per la cacciata di quel tiranno si dovesse per l’avvenire ogn’anno solennizzare come Pasqua il giorno della festività di Sant’Anna Madre della Gran Madre di Dio, e che nello stesso giorno correr si dovesse un palio di panno lucchesino, e si facessero solenni ufficj, ed offerta per lo comune, e per tutte l’arti, e magistrati della Città. Tornando ora a Giottino, egli fu nell’arte sua molto desideroso di gloria; che però sempre dipinse con diligenza, ed accuratezza, senza fermarsi punto nella considerazione del guadagno, che quindi a lui venisse, e più tosto a sé stesso volle egli sodisfare, che alle proprie comodità: onde per poco ben nutrirsi, e molto affaticarsi, si morì tisico l’anno della sua età 32. Questo artefice da coloro, che dopo di lui ne’ trascorsi secoli scrissero de’ nostri Pittori, viene assai lodato, e particolarmente da Cristofano Landiniprefazione al Comento di Dante. Ebbe Giottino molti discepoli nella pittura, e fra questi Giovanni Tossicani Aretino, che imitò molto la sua maniera; onde fu fatto operare per tutta la Toscana, e particolarmente nella sua patria, dove nella Pieve dipinse la Cappella di santa Maria Maddalena de’ Tuccerelli; e nel Vescovado, una bella Nonziata con san Iacopo, e san Filippo; opere che il tempo disfece, e furonvi poi ridipinte da altri maestri. A Pisa mandò diverse sue tavole, che furon poste nel Duomo , statene poi levate per dar luogo alle moderne pitture, e nella Terra d’Empoli colorì nella Pieve in un pilastro un san Iacopo Apostolo.

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1686

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Discepolo di … . nato …. ? …. Fra gli altri pittori di nome, che ebbe la città di Siena nel secolo del 300. uno fu il Berna, ch’è un nome tronco da Bernardo, o da Bernaba, siccome Francia puote essere da Francese; e se a costui il Cielo avesse voluto conceder lunga vita, siccome la trista sorte, sua presto volle che fosse reciso il filo de’ suoi giorni averebbe egli lasciato di sé stesso gran fama; ma non è però ch’egli nel picciol corso degli anni suoi non operasse tanto, che bastasse per farlo conoscere, per quanto concedeva quella età, per valent’uomo. Dipinse in Siena sua patria nella Chiesa di Sant’Agostino a fresco due Cappelle; ed in una facciata una grandissima storia, in cui fece vedere un giovane condotto alla morte dalla Giustizia, assistito da Religiosi, che il confortavano, e lo rappresentò tanto al vivo, che fu stimata opera singularissima. Dipinse in Cortona, poi fu chiamato a Firenze, dove nella Cappella di san Niccolò in santo Spirito fece le pitture, delle quali fino a’ nostri tempi si ragiona, non tanto per fama di lor bontà, quanto per la disgrazia, che toccò alle medesime di essere nel terribile incendio di quella Chiesa rimase preda del fuoco. Andò poi a Sangimignano, Terra di Valdelsa, dove dipinse a fresco nella Pieve cose assai; e già aveva alle medesime dato quasi l’ultima mano, quando volle la sventura sua, ch’egli cadesse da un palco fatto per quel lavoro, a cagione della quale caduta infranto, e percosso in due giorni se ne morì, e ciò fu circa gli anni di nostra salute 1380. Ebbe costui un suo discepolo, che si chiamò Giovanni, nativo del Castello di Asciano dello Stato di Siena; al quale toccarono a finire le poche cose, che di quell’opera restarono imperfette. Questi pure fu chiamato a Firenze, dove dipinse nel Palazzo de’ Medici, ed in Siena sua patria fece vedere sue pitture nello Spedale della Scala, che furon molto lodate.

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1686

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Ne tempi, che Moccio Scultore, e Architetto Sanese si tratteneva nella Città di Firenze, molte cose operando si di scultura, come d’architettura, e particolarmente in servizio della Cattedrale, s’accostò a lui Niccolò di Piero d’Arezzo, il quale avendo nelle materie dell’arte fatto gran profitto, incominciò ancor esso molto ad essere molto adoperato. Le prime opere, che a questo artefice partorirono buon credito furono due statue per lo Campanile di santa Maria del Fiore, che v’ebbero luogo verso la Canonica, fra le quali son quelle, che condusse poi l’eccellentissimo scarpello di Donato. Partitosi di Firenze l’anno della pestilenza 1383. si portò ad Arezzo sua patria, dove fece per l’Opera della Fraternita di S. Maria della Misericordia la facciata tutta di pietra bigia, attesa la difficoltà di condurre in quel luogo la gran quantità de’ marmi, che sarebbe abbisognata, e nel mezzotondo della medesima scolpì una figura di Maria sempre Vergine con Gesù in braccio, e vi sono certi Angeli, che le tengono coperto il manto, ed altre figure. Dai lati intagliò per due nicchie due statue, una di san Gregorio Papa, e l’altra di S. Donato Vescovo, Protettore di quella Città; e condusse per lo Vescovado, per lo Spedale, per la Pieve, e per la Chiesa di sant’Antonio figure di terra cotta molto belle.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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MCCCCXXXXI. a dì 12. di Genn. A dì 12. di Genn. al nome d’Iddio portò Dom. di Franc. di Simone da San Casciano, chiamato Capello sensale, fior. I. largo per lo danajo di …… per arra di detta possessione, e detto dì si conchiuse d. mercato. Ebbe detto lir. I. soldi 5. La carta di d. possessione si fece a dì 5. di Genn. per Ser Jacopo Salvestri Notajo Fiorentino, del Popolo di San Procolo di Firenze. A dì 7. di Dicembre 1441. si pose in sul Banco di Bono per detta cagione, a petizione di Biliotto e di Sandro Biliotti suo consorto, sì veramente che’l detto Biliotto di detto denajo non movesse senza la volontà di detto Sandro di Giovanni Biliotti, e se ne facesse la volontà di Madonna Lotta. Donna che fu di Mess. Bandino Panciatichi: la quale suddetta possessione per Biliotto Biliotti ancora obbligò el detto Biliotto, come si contiene nella cartola detta della madre, la quale non ritrasse mai de’ beni che lasciò Sandro suo Padre, la qual madre di Biliotto fu figlia di Mes. Tommaso Soderini, come ereda della madre, sodò detta possessione in suddetta dota, che fu fiorini 1000. e fu la prima donna, che ebbe Sandro di Biliotto suo Padre, il quale ebbe due donne: la seconda fu donna di Gentile Bisdomini, e riebbe la dota sua, e rimase di d. donna un figliuolo del detto Sandro, il quale quello che gli toccava non trasse prima. Seguono in esso libro partite di pagamenti in sul banco di Bono di Gio: Boni. Posesi A dì 5. ovvero a dì 7. di Dicembre 1441. fiorini 120. - - fior. 120. E A dì 15. Dicembre fior. 47. d. furono di piccioli di moneta - - fior. 47. E A dì 26. di Genn. fior. 76. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - fior. 76. E detti fiorini si pagarono per detto Banco di Bono di Gio: Boni banchiere al quaderno segnato N. a 23. fior. 243. Ebbe il detto Biliotto dal Camarlingo di S. Liperata, il qual Camarlingo fu Lorenzo di Cresci, e da d. Camarlingo fior. 50. d. i quali ebbe a dì primo di Gennajo 1441. - - - - - - - - - - - - - fior. 50. Ebbe per me in più partite da Cappello Sensale fior. 6. - - - - - fior. 6. Ebbe da me d. Biliotto di Sandro di Biliotto Biliotti fior. 5. in grossi a dì 8. Genn. pagai tutta la gabella di mio - - - - - - - - fior. 5. Anno avuto per resto di detto pagamento da Niccolai Camarlingo dell’Opera di S. Liperata a dì 20. d’Aprile 1441. fior. 55. i quali appariscono al Quad. di Niccolajo Biliotti a 54. - - - - fior. 55. Somma fior. 360. Fecene carta, come è d. di sopra Ser Jacopo Salvestri a dì 5. gen. 1441. il quale podere è nel Popolo della Pieve di S. Giuliano a Settimo, e fossi intorno intorno a casa da Signore, e due case da lavoratori, e una torre in mezzo. A dì 24. d’Ottob. si pagò Vettorio la gabella fior. 20. in questo a 46. come Biliotto Biliotti compera detta possessione. E nel nominato libro a 46. si trova scritto pure di mano di Lorenzo. MCCCCXXXXI a dì 5. di Gennajo. Levato d. dal libro di Sandro di Biliotto Biliotti da c. 97. Un podere con una torre da mettere in fortezza, e abitazione da Signore, con fossi intorno, e circuito di mura, e ponte levatojo, con due case da lavoratori fuori del circuito di detta fortezza, dove sono canali da vino e strettoio, con ogni acconcimi da vendemmia, con vigna, e terra lavoratìa, in tutto staiora 94. a corda alla d. possessione e fortezza, termina co’ suoi confini dalle tre parti Via, e dalla quarta l’Arte di CalimalaFrancesca col terreno, che fu di Piero Bocardi, è posta nel Popolo della Pieve a S. Giuliano a Settimo, in mezzo tra la detta Pieve, e la Badia a Settimo. Costò d. Possessione di primo costo fior. ottocento trentacinque e sol. 10. d. f. 835. 10. Comprossi con incarico d’avere a dare ogni anno, mentre vivesse Suora Gostanza …… de’ Mazzetti, monaca nel Munistero di Monticelli fuori della porta a S. Piero Gattolini, fior. 10. per anno, e visse detta Suora Gostanza anni 18. poiché Biliotto comperò detta possessione, venne a costare tantopiù, quanto ebbe d. Suora, furono fior. 180. d. Suora Gostanza morissi a dì . . . di Sett. 1414. e liberò detto lascio. E’l detto Biliotto, avolo di detto Sandro, racconciò una torre, e i canti di d. fortezza, e murovvi una sala in volta per insino a questo dì 26. di Marzo 1421. spese circa di fior. 400. o più. Fin qui il notato negli antichi libri.

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1728

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Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

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