Luogo - Parigi

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

Pagina 56

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Non è dubbio adunque che Oderigi nativo della non men nobile, che antica Città di Gobbio della Provincia dell’ Umbria fusse un eccellente Miniatore de’ suoi tempi, e che si studiasse di sormontare gli altri Professori suoi Coetani, giacché in questo concordano tutti coloro, che di lui fanno ricordanza; perché ciò chiaramente si cava dal Testo di Dante, quando finge trovarlo nel primo girone del Purgatorio a sodisfare alla colpa di vanagloria commessa nell’aspirare alla maggioranza di suo mestiere per acquistarsi fama nel Mondo: eccovi i versi del Poeta. O dissi a lui non sè tu Oderigi
L’onor d’Agobbio, e l’onor di quell’arte
Ch’aluminare è chiamata in Parigi.
Frate diss’egli più ridan le carte
Che pennelleggia Franco Bolognese,
L’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sarei stato si cortese
Mentre ch’i’ vissi, per lo gran disio
Dell’eccellenzia, ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio;
Et ancor non sarei qui, se non fusse,
Che possendo peccar mi volsi a Dio.
Oh vanagloria dell’umane posse!
Con poco verde in su la cima dura
Se non è giunta dall’etadi grosse.
Credette Cimabue nella Pittura
Tener lo campo, et ora à Giotto ‘l grido
Sicche la fama di colui oscura, etc.
Operò questo Oderigi, come riferisce il Vasari, nella Città di Roma, ove (condottovi per ciò dal Papa) miniò molti libri per la Libreria di Palazzo, che sono in gran parte oggi consumati dal tempo, e nel mio libro de’ disegni antichi (soggiugne lo stesso Autore) sono alcune reliquie di man propria di costui, che in vero fu valent’Uomo.

Vocabolario

1681

Marmo

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Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

Vocabolario

1681

Terra

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Terra
f. Elemento di qualità fredda, e secca.
Terra da formare le statue
. Una terra di certa rena di tufo, che si trova nel mezzo della Senna in Parigi in luogo detto l'Isola, altrimenti la Santa Cappella: Cellin.Lib. primo. È rena sottilissima, ed à una proprietà in tutto diversa dall'altre; imperciocchè, come scrive lo stesso Autore, adoprandola a tal'uso, come l'altre terre, non occorre rasciugarla, quando si è con essa formato, ma vi si posson gettare oro, argento, e altri metalli.
Terra di cava
, o
Terretta
La terra con che si fanno vasi di credenza, che mescolata con carbone macinato, serve a' Pittori per fare i campi, e per dipignere i chiari scuri, e anche per far mestiche, e per darla temperata con colla, sopra le tele, ove devonsi dipignere archi trionfali, prospettive, e simili. È mirabile, per modellare, sopra ogn'altra terra o mota, che s'adoperi a tal lavoro; perchè à tutte le sue parti egualissime, e minutissime; onde non solamente si posson far con essa i lavori puliti fino all'ultimo segno, ma si posson lavorare cose minutissime. Cavasene in Roma vicino a S. Pietro; e noi l'abbiamo in gran copia da' colli di Monte Spertoli, 13. miglia lontano da Firenze, dove si cava a suoli o falde, che vogliamo dire, a simiglianza della pietra.
Terra di matton bianchi
. Una terra che a noi è portata diverso Pisa, la qual terra mescolata con cimatura, serve a' Gettatori di metalli, per intonacare la parte interiore della fornace, che contiene il metallo; e vale, acciocchè, per la veemenza del fuoco, i mattoni con che è fatta la fornace non colino.
Terra d'ombra
. Un color naturale capellino scuro, che serve per dipignere, e per metter nelle mestiche, e imprimiture delle tele e tavole. Questo però è stimato da' più pratici Pittori un color maligno; à tanto in sè del diseccante, che nelle mestiche non fa buon lavoro, e nell'a olio, per altre sue triste qualità, fa variare i coloriti; onde à ingannato molti, che l'anno usato nelle lor tele, anche uomini di gran valore nel colorire.
Terra gialla.
V. Giallo di terra.
Terra nera.
V. Nero di terra.
Terra verde.
V. Verde di terra.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 273

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A questo io mi vestii di pazienza, la qual cosa m’è difficilissima; pure ebbi pazienza infino dopo il suo desinare: e venuta poi l’ora tarda, la fame mi cagionò tanta ira, che non potendo più resistere, mandatole devotamente il canchero nel cuore, di quivi mi partii, e me n’andai a trovare il Cardinal di Lorena, e gli feci presente del detto vaso, raccomandandomi solo, che e’ mi tenesse in buona grazia del Re. Disse, che e’ non bisognava, e quando fosse bisogno, che lo farebbe volentieri. Dipoi chiamato un suo Tesauriere, gli parlò nell’orecchio. Il detto Tesauriere aspettò ch’io mi partissi dalla presenza del Cardinale, dipoi mi disse: Benvenuto, venite meco, ch’io vi darò da bere un bicchier di buon vino: al quale io dissi, non sapendo quello che si volesse dire, di grazia: Monsignor Tesauriere, fatemi donare un sol bicchier di vino e un boccon di pane, perché io veramente mi vengo meno; perché sono stato da questa mattina a buon otto, fino a quest’ora che voi vedete, alla porta di Madama di Tampes, per donarle quel vasetto d’argento dorato, e tutto gli ho fatto intendere; ed ella per istraziarmi sempre, mi ha fatto dire, che io aspettassi. Ora m’era sopraggiunta la fame, e mi sentivo mancare, e siccome Iddio ha voluto, ho donato la roba e le fatiche mie, a chi molto meglio le meritava: e non vi chieggo altro, che un poco da mangiare, che, per essere io alquanto colleroso, m’offende il digiuno di sorte, che mi faria cadere in terra svenuto. In tanto tempo, quanto io penai a dir queste parole, era comparso il mirabile vino, ed altre delizie da far colazione, tantoché io mi ricriai molto bene, e riavuti gli spiriti vitali, m’era uscita la stizza. Il buon Tesauriere mi porse 100 scudi d’oro, a’ quali io feci resistenza di non gli volere in modo nessuno. Andollo a riferire al Cardinale, il quale dettogli gran villanie, gli comandò che me gli facesse pigliare per forza, e che non gli andasse più innanzi altrimenti. Il Tesauriere venne a me crucciato, dicendo, che mai più era stato gridato per l’addietro dal Cardinale: e volendomegli dare, perché gli feci altra resistenza, mi disse, che me gli avrebbe fatti pigliar per forza. Io presi i danari, e volendo andare a ringraziare il Cardinale, mi fece intendere per un suo Segretario, che sempre ch’egli mi poteva far piacere, che me ne farebbe di buon cuore: e io me ne tornai a Parigi la medesima sera. Il Re seppe ogni cosa, e dettero la baja a Madama di Tampes, il che fu causa di farla maggiormente invelenire a far contro di me, dove io portai gran pericolo della vita mia, come si dirà a suo luogo; sebbene molto prima io mi dovevo ricordare della guadagnata amicizia del più virtuoso, del più amorevole, e del più domestico uomo da bene, che mai io conoscessi al mondo: questi si fu Mess. Guido Guidi, eccellente Dottore Medico, e nobil cittadino Fiorentino. Per gl’infiniti travagli, postimi innanzi dalla perversa fortuna, l’avevo alquanto lasciato indietro, ch’io mi pensavo per averlo di continuo nel cuore, che e’ bastasse; ma avvedutomi poi, che la mia vita non istava bene senza lui, in que’ miei maggior trovagli, perché mi fosse di ajuto e conforto, lo menai al mio castello, e quivi gli detti una stanza libera per sé: così ci godemmo insieme parecchi anni. Ancora capitò il Vescovo di Pavia, cioè Monsignor de’ Rossi, fratello del Conte di San Secondo. Questo Signore io levai di sull’osteria, e lo messi nel mio Castello, dando ancora a lui una stanza libera, dove benissimo stette accomodato co’ suoi servitori e cavalcature, per di molti mesi. Ancora altra volta accomodai Mess. Luigi Alamanni co’ figliuoli, per qualche mese. Pur mi dette grazia Iddio, ch’io potessi far qualche piacere agli uomini grandi e virtuosi. Col sopraddetto Mess. Guido godemmo l’amicizia quanto io là stetti, gloriandoci spesso insieme, che noi imparavamo le virtù alle spese di così grande e maraviglioso Principe, ognuno di noi nella sua professione. Io posso dir veramente, che quello ch’io sia, e quanto di buono e bello io m’abbia operato, è stato per causa di quel Re. Avevo in questo mio castello un giuoco di palla da giuocare alla corda, del quale io traevo assai utile, mentreché io lo facevo esercitare. Erano in detto luogo alcune piccole stanzette, dove abitavano diverse sorte d’uomini, infra’ quali era uno Stampatore molto valente di libri. Questi teneva quasi tutta la sua bottega dentro nel mio castello: ed è quegli, che stampò quel primo bel libro di Medicina a Mes. Guido. Volendomi io servire di quelle stanze, lo mandai via, pur con qualche difficultà non piccola. Vi stava ancora un maestro di Salnitri: e perch’io volevo servirmi di queste piccole stanzette per certi miei buoni lavoranti Tedeschi, questo maestro non voleva diloggiare: ed io piacevolmente più volte gli avevo detto, ch’egli m’accomodasse delle mie stanze, perché me ne volevo servire per abitazione de’ miei lavoranti per servizio del Re. Quanto più umile parlavo, questa bestia tanto più superbo mi rispondeva. All’ultimo poi io gli detti per termine tre giorni, di che egli si rise, e mi disse, che in capo di tre anni comincerebbe a pensarvi. Io non sapevo, che costui era domestico servitore di Madama di Tampes, e se e’ non fosse stato, che quella causa di Madama di Tampes mi faceva un po’ più pensare alle cose, che prima io non faceva, l’avrei subito mandato via: ma volli aver pazienza que’ tre giorni, i quali passati che furono, presi Tedeschi, Italiani, e Francesi, colle armi in mano, e molti manovali, che io avevo, e in breve tempo sfasciai tutta la casa, e le sue robe gettai fuori del mio castello. E quest’atto, alquanto rigoroso, feci, perch’egli mi aveva detto, che non conosceva persona d’Italiano tanto ardita, che gli avesse mosso una maglia del suo luogo. Però dipoi il fatto costui arrivò, e io gli dissi: Io sono il minimo Italiano dell’Italia, e non t’ho fatto nulla appetto a quello che mi basterebbe l’animo di farti, e ch’io ti farò se tu parli un motto solo; e dissigli altre parole ingiuriose. Quest’uomo, attonito e spaventato, dette ordine alle sue robe il meglio che potette: dipoi corse a Madama di Tampes, e dipinse un Inferno: e quella mia gran nemica, tanto maggiore quanto ell’era, più eloquente e più d’assai lo dipinse al Re, il quale due volte, mi fu detto, si ebbe a crucciar meco, e dar male commessioni contro di me; ma perché Arrigo Delfino suo figliuolo, oggi Re di Francia, aveva ricevuti alcuni dispiaceri da quella troppo ardita Donna, insieme colla Regina di Navarra, sorella del Re Francesco, con tanta virtù mi favorirono, che il Re convertì in riso ogni cosa; il perché, col vero aiuto d’Iddio, io passai una gran fortuna. Ancora ebbi a fare lo stesso a un altro simile a questo, ma non gli rovinai la casa: ben gli gettai tutte le sue robe fuora, per la qual cosa Madama di Tampes ardì di dire al Re: Io credo, che questo diavolo una volta vi saccheggerà Parigi. A queste parole il Re adirato rispose a Madama, che facevo molto bene a difendermi da quella canaglia, che mi volevano impedire il suo servizio. Cresceva ognora maggior rabbia a questa crudel donna; onde chiamò a sé un pittore, il quale stava per istanza a Fontanablò, dove il Re stava quasi di continuo. Questo Pittore era Italiano e Bolognese, e per Bologna era conosciuto. Pel nome suo proprio si chiamava Francesco Primaticcio. Madama di Tampes gli disse, ch’egli dovrebbe domandare al Re quell’opera della Fonte, che Sua Maestà aveva risoluta a me, e ch’ella con tutta la sua possanza ne l’ajuterebbe: e così rimasero d’accordo. Ebbe questo Bologna la maggiore allegrezza ch’egli avesse mai, e tal cosa promesse sicura, contuttoch’essa non fosse sua professione; ma perch’egli aveva assai buon disegno, e s’era messo in ordine con certi lavoranti, i quali s’erano fatti sotto la disciplina del Rosso, Pittore nostro Fiorentino, veramente maravigliosissimo valentuomo; ciò che costui faceva di buono, l’aveva preso dalla mirabil maniera del detto Rosso, il quale era di già morto. Potettero tanto quelle argute cagioni, col grande ajuto di Madama di Tampes, e col continuo martellare giorno e notte, or Madama, ora il Bologna agli orecchi di quel gran Re, e quello che fu potente causa a farlo cedere, ch’ella ed il Bologna d’accordo dissono: Come è egli possibile, Sacra Maestà, che volendo, che Benvenuto faccia dodici statue d’argento, delle quali non ha ancora finita una faccia poi quest’altra opera? O se voi l’impiegate in una tanto grande impresa, è di necessità, che di quest’altre, che tanto voi desiderate, per certo voi ve ne priviate; perché cento valentissimi uomini non potrebbon finire tante grandi opere, quante questo valentuomo ha ordite. Si vede espresso, ch’egli ha gran volontà di fare, la qual cosa sarà causa, che a un tratto Vostra Maestà perda lui e l’opere, con molte altre simili parole. Avendo trovato il Re in buona tempera, esso gli compiacque di tutto quello che domandavano, e per ancora non s’era mai mostrato né disegni, né modelli di nulla di mano del Bologna.

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