Luogo - Palazzo

Numero occorrenze: 15

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 57

Vedi

Fa ora anche di mestieri, che da noi si dia alquanto d’illustrazione al rimanente di quello, che accennò il Bicci nel suo Ricordo. Dice egli: E nel quadro di detto Tabernacolo feci un Muisè, e quattro Animali de’ Vangelisti: e nel frontone santo Giovanni Batista: e intorno a detto Muisè e Animali, fece gigli d’oro, e dentro il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e un altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze etc. Or qui vede ogni persona, anche di mediocre intelligenza, che il Moisè, ch’ei dipinse in quel suo tabernacolo, e il dovere stare nell’Audienza de’ Signori, fu per alludere alle Pandette, le quali, come antico monumento della Ragione Civile, come bene le chiamò l’Augustino, dovevano aver luogo ove ragione si teneva, cioè nell’Audienza de’ Signori. L’Immagine del Precursore fu dipinta in prima fronte, per significare la Protezione, che tiene il Santo della Città e Stato Fiorentino: e’l bell’ornato de’ gigli d’oro, per mostrare, che il tutto apparteneva alla Fiorentina Repubblica e alla città stessa. Resta ora il dar notizia dell’altro Libro, che il Bicci dice che dovesse stare insieme colle Pandette, e con altre solennissime cose di Firenze. Dico dunque, come il Libro, di cui ei parlò, non poteva essere se non il Libro dell’Evangelio di San Giovanni, e quello stesso, che appresso si dirà. Ed evvi forse qualche apparenza di vero, che tale preziosissimo Libro dovesse stare nel luogo detto, per quello, che disse il Bicci, cioè, che nel tabernacolo rappresentò i quattro Animali, ne’ quali sappiamo, che i Santi Evangelisti vengono figurati. Se noi non volessimo però dire, che la figura del Moisè, con quella degli Animali, fosse fatta per rappresentare l’Antica e la Nuova Legge, e nulla più; ma ciò non pare, che abbia luogo, perché, o vogliasi fare l’allusione agli Evangelisti immediatamente, o alla Nuova Legge, la quale ci fu divulgata dagli Evangelisti, sempre noi ci portiamo alla ricordanza degli stessi Evangelisti. La verità però si è, che oggi, e fino da tempo immemorabile, nella Cappella dello stesso Palazzo, già intitolata di San Bernardo degli Uberti Vallombrosano: poi, e fino ad oggi, di San Bernardo di Chiaravalle, fra le insignissime Reliquie di Santi, si conserva un grosso Libro: e questo credesi senza dubbio quello del quale fa menzione il Bicci. Egli è un grosso Volume, di grandezza di foglio, scritto in cartapecora, contenente tutto l’Evangelio di San Giovanni, in lettera Greca tonda bellissima, la quale lettera è stata tutta da capo a fondo coperta coll’oro, stante l’opinione, che si ha della somma antichità di questo Libro; talché egli è stato sempre tenuto, e fino al presente tempo si tiene per lo vero e proprio originale dello stesso Santo Giovanni Evangelista. Dico finalmente, che l’altre, che chiama il Bicci solennissime cose di Firenze, altro non erano, a mio credere, che il proprio originale del Sacro Concilio Fiorentino, chiamato il Decreto dell’Unione fra la Chiesa Greca e la Latina, in Greco e in Latino, colle sottoscrizioni originali de’ Padri dell’una e dell’altra Chiesa: e l’altre Carte, che pure con esso si conservano, appartenenti agli Armeni e a’ Ruteni. E tanto ci basti aver detto in quanto appartiene alle Notizie di Neri di Bicci.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 90

Vedi

Discepolo del Beato Fra Giovanni Angelico, nato 1400, ? 1478. Non è gloria minore di questo artefice l’essere stato discepolo nell’arte della pittura del celebre e gran Servo di Dio il Beato Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, di quella che sia l’esserli anche stato simile ne’ grandi studj e nella diligenza dell’operare: e quel che più importa, ne’ costumi non dissimile; onde a gran ragione sempre gli fu molto caro. Ebbe egli sì grande applicazione al lavoro, che maraviglia non fu, che gli riuscisse il condurre infinite opere, che lungo sarebbe il descriverle. Fece in Firenze la tavola dell’Altare per la Compagnia di San Marco. Per la Chiesa di San Friano dipinse il Transito di San Girolamo, che fu poi guasto per acconciare la facciata della Chiesa lungo la strada. Nel celebre Palazzo de’ Medici in via Larga, dipinse tutta la Cappella con istorie de’ Magi. Venuto poi il Palazzo in potere del Marchese Gabriello Riccardi, da questi passò nel Marchese Francesco suo Nipote: ed essendo convenuto dar luogo ad alcune scale nobili, fatte fare da esso Marchese Francesco, da quella parte, fu necessario valersi, senza molto danno però della medesima Cappella, di una minima parte di essa, onde alcune poche pitture di Benozzo, per quanto teneva un certo biscanto, furono mandate a terra; ma ciò seguì non senza il necessario provvedimento a quel poco, che per pura necessità fu guasto. In Roma nella Chiesa di Santa Maria in Araceli, luogo ove anticamente furono diversi Templi de’ falsi Dei, dipinse Benozzo per entro la Cappella de’ Cesarini diverse storie della Vita di Santo Antonio da Padova: e vi ritrasse al naturale il Cardinal Giuliano Cesarini, che si soscrisse il primo dopo il Papa nel Concilio Fiorentino, e Antonio Colonna, opere, che furono allora degl’intendenti di quest’arte, avute in sommo pregio. Maravigliosa poi e per la sua grandezza e per la sua bontà, fu l’opera che egli fece in Pisa, cioè a dire la pittura di una facciata di muro del Campo Santo, dico quanto si estende la fabbrica, la quale abbellì con tutte le storie della Creazione del Mondo giorno per giorno, poi l’Arca, il Diluvio, la Torre di Nembrot, l’Incendio di Sodoma, la Nascita di Mosè, fino all’uscita del Popolo dall’Egitto nel Deserto: e tutte le storie Ebree fino a David e Salomone: opera da occupare una infinità di pittori, non che un solo pittore; ma questa fu poco, rispetto a quanto si vede fatto da esso per tutte le città della Toscana. Era in Roma, ne’ tempi che vi fu Benozzo, un certo Melozzo da Forlì, ancora egli pittore, che fu pure molto diligente e studioso, principalmente negli scorti: e dipinse ad istanza del Cardinale Riario nipote di Sisto IV la Tribuna dell’Altar maggiore de’ Santi Apostoli, dove fece vedere, oltre alle buone parti, che egli mostrò avere quella sua pittura, una grandissima pratica nelle cose di Prospettiva ne’ casamenti e nello scorto delle figure allonsù. Dipinse anche costui per lo stesso Pontefice la Libreria Vaticana.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 93

Vedi

Or venendo alle opere di costui, egli fece molte belle cose a fresco nella città di Firenze e fuori, che poi, per la demolizione delle fabbriche, furono disfatte: e furono le più belle quelle di alcune stanze dello Spedale di Santa Maria Nuova: e a’ nostri tempi, anzi non molto dopo all’anno 1693. dirò così, con pianto universale di tutti gl’intendenti e amatori delle belle antichità nostre, a consiglio, come si dice, di un moderno pittore, e per soverchia indulgenza di chi governava il Convento di Santa Croce di Firenze de’ Frati Minori Conventuali, è stata mandata a terra la più bell’opera, che Andrea facesse mai, e a maraviglia conservata per lo spazio di dugento e più anni: e fu una istoria della Flagellazione di Cristo Signor nostro, che Andrea avea dipinta a fresco in testa al Chiostro nuovo di quel Convento: e solamente fu fatto fare in quel luogo altra pittura, che quantunque lodevole sia, non può dirsi, che in paragone della venerabile antichità, che aveva in sé l’antica istoria, giunga a gran segno ad agguagliare il pregio. Fra le pitture, che son rimase oggi di mano di Andrea, si veggono nel Duomo di questa città il Cavallo di chiaroscuro colla figura di Niccola da Tolentino, il quale, benché nell’occasione dell’apparato e feste fattesi in Firenze per la venuta della Serenissima Margherita Luisa d’Orléans, Sposa al Serenissimo Granduca Cosimo III. felicemente Regnante, fosse da imo a sommo ridipinto, o come dice il volgo, rifiorito; ebbe però tale avvertenza il pittore, che salva la maggior vivacità de’ nuovi colori, non lo rendè punto differente da quel di prima. Dipinse ancora Andrea nel tramezzo della Chiesa di Santa Croce un San Giovambatista, disegnato a maraviglia bene: ed accanto ad esso un San Francesco; ma essendo l’anno 1566. stato levato eso tramezzo, fu quella pittura, che era sopra muro, con grande artifizio e spesa trasportata, e accomodata in quella parte del muro laterale di essa Chiesa a man destra, vicino alla porta de’ chiostri, dove al presente si vede. In casa i Carducci, poi chiamati de’ Pandolfini, dipinse alcuni celebratissimi uomini, parte de’ quali ritrasse dal naturale, cioè a dire da ritratti somiglianti, e da’ proprJ volti loro: tali furono Pippo Spano Fiorentino , cioè Filippo della nobilissima famiglia degli Scolari , Consorti de’ Buondelmonti , Conte di Temesvar in Ungheria, Dante , il Petrarca , il Boccaccio , ed altri. Nella Parrocchial Chiesa di San Miniato fra le Torri si conserva assai fresca una sua tavola, dove figurò l’Assunzione di Maria Vergine con due Santi, San Miniato cioè, e San Giuliano, mentovati nei seguente versi: e la vetrata della Cappella maggiore di detta Chiesa , dove è rappresentato un S. Miniato, si riconosce fatta con disegno del medesimo. È questa Chiesa delle più antiche della città, situata dentro al primo cerchio delle mura di Firenze, e quasi nel centro di esso, essendo appunto nel mezzo fra il Campidoglio e le Terme, e fra’l Mercato vecchio e’l nuovo: e perché era circondata dalle case delle più antiche famiglie di questa città, come Pigli loro Consorti Bujamonti , Lamberti (il Palazzo de’ quali era quel sito isolato, ov’è ora il Monte di Pietà , e chiamavasi il Dado de’ Lamberti ) Strozzi , Sassetti , Minerbetti , ed altre molte, che avevano torri, si crede comunemente pigliasse il cognome di San Miniato fra le Torri. La prefata tavola fu fatta fare da Lionardo Orta Rettore di quella Chiesa , il quale molto la beneficò, e nel basamento della medesima si leggono le seguenti parole scritte in lettere d’oro: Annis millenis bis ter quinque quoque genis Et quatrigentis nonas Julii pridie enti Andreas Pictor Leonardo depinxit opus Ortano Venia sordis suæ atque pareniptum Genito Marie scandenti enixeque Matri Pro eis Minias ponant Julianusque preces Duorumque patre ipse suæ oratio fiat.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 139

Vedi

In su quel gusto medesimo fece anche per la Chiesa di San Pier Maggiore, una già bellissima tavola, che fu posta sopra un Altare dalla porta del fianco, fatta per Matteo Palmieri, in cui fece vedere l’Assunzione di Maria Vergine sopra de’ Cieli, ove rappresentò i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, e le Gerarchie degli Angeli: e ho già detto bellissima tavola; perché essendo ella stata alcuni anni sono assai trascuratamente lavata, poco ha ella ritenuto di quel bello, che prima aveva. In questa dipinse egli esso Matteo, quello stesso, che la fece fare, che fu gran letterato, siccome è noto: e fecevi anche la sua moglie, l’uno e l’altra inginocchioni. Per la Chiesa di Santa Maria Novella, colorì una tavola dell’Adorazione de’ Magi, dove nella persona del Re Vecchio, in atto di baciare i piedi al Signore, ritrasse al naturale Cosimo il Vecchio de’ Medici: nell’altro Re espresse l’effigie di Giuliano, Padre di Clemente VII. e nell’ultimo quella di Giovanni, figliuolo di Cosimo. Da quest’opera riportò egli tanto onore e stima, che fu da Papa Sisto IV. chiamato a Roma, e fatto capo di tutte le pitture della Cappella da esso fatta fabbricare in Palazzo, dove Sandro dipinse alcune storie di sua mano, e ne riportò gran premio; ma ne fece poco frutto, perché (come uomo, che viveva a caso, e che per non dar troppo da fare alla tasca, per ordinario, con una mano tirava a sé il danaro de’ suoi guadagni, e coll’altra profusamente il diffondeva) nulla portò alla patria di quanto in Roma egli aveva acquistato. Infinite furono le opere sue, che troppo lunga cosa sarebbe il raccontarle. Fu egli de’ primi, che trovasse il modo di lavorare gli Stendardi, come si suol dire, di commesso, perché i colori non istingano, e dall’una e dall’altra banda mostrino il colore del drappo. In tal modo dipinse il Baldacchino di Orsanmichele di variate immagini di Maria Vergine. Fu buonissimo e pratico disegnatore, e nelle sue storie assai copioso di figure. Attese all’intaglio, e con questo diede fuori molte carte di sue invenzioni, le quali in tempo son rimase oppresse a cagione del gran migliorare, che ha fatto quell’arte dopo l’operar suo. Quello, che è venuto sotto l’occhio mio, non è altro, che un intaglio in numero di docici Carte, dove in figure assai piccole son rappresentate storiette della Vita di Nostro Signor Gesù Cristo. Si dilettò costui di fare molte burle a’ suoi discepoli e garzoni, e seppe talvolta, con ingegnose strattagemme, liberarsi dall’indiscretezza di chi con lui medesimo ne avesse voluta più del dovere. Per una certa sua capricciosa inclinazione, applicò molto alla Commedia di Dante, la quale, ancorché senza lettere, pretendeva di commentare: e persevi tanto tempo, che molto gli tolse per la necessaria applicazione all’arte; onde fra questo, e l’aver sempre voluto vivere astrattamente, spendendo, come detto abbiamo, d’ora in ora, quanto e’ guadagnava; fatto vecchio di 78. anni, e infermo in modo, che appena coll’ajuto di due mazze poteasi portare per la città, si condusse in così estrema mendicità, che egli si sarebbe, senza dubbio, morto di fame, se la pietà del soprannominato Lorenzo de’ Medici, finché e’ visse, e dopo di lui diversi caritativi Gentiluomini, non l’avessero del continovo sovvenuto: e in tale stato lo trovò la morte l’anno 1515. e nella Chiesa di Ognissanti fu sepolto.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 141

Vedi

Discepolo di Lionardo da Vinci, fioriva circa il 1470. Nacque quest’Artefice di nobil famiglia, e più per suo diletto e desiderio d’onore, che per avidità del guadagno, o per bisogno che avesse, si sottopose alle fatiche dell’arte. Veggonsi di sua mano in Firenze, in un tondo di marmo, una Vergine con Gesù e San Giovanni, di bassorilievo, nel Magistrato dell’Arte di Porsantamaria: ed il Cristo orante, fatto di terracotta, nella Chiesa delle Monache di Santa Lucia, che poi da Giovanni della Robbia fu invecchiato. Fece con suo modello le tre statue di bronzo, che furon poste sopra la porta del Tempio di San Giovanni, cioè il Santo Precursore predicante, in mezzo di una Fariseo e d’un Levita, che furono stimate, siccome sono bellissime: ed è da sapersi, che nel condurle a fine, per satisfare all’arte ed a sé stesso, e meno infastidire i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti, alla cui istanza prese a fare tal’ opera, egli spese il valsente di un suo podere; avendole dipoi finite, e dovendone esser remunerato, vennesi alla stima: ed egli chiamò per la sua parte Michelagnolo Buonarroti: ed allo ’ncontro, a cagione della poca intelligenza, e molta passione di uno di quel Magistrato, che anche ch’era il principale, fu per l’altra parte chiamato Baccio d’Agnolo legnajuolo, che anche era architetto. Del che dolendosi anche egli molto, non solo non ebbero luogo appresso i Consoli le sue querele; ma quel che è più, ne fu ancora strapazzato, e gli fu assegnata ricompensa appena per la quinta parte di quel che importava l’opera e la spesa: e quella ancora non gli fu interamente finita di pagare; tanto può alcuna volta contro la povera virtù la passione, il livore, e l’ignoranza. Operò molto il Rustici nella Villa di Jacopo Salviati il vecchio, poco distante da Firenze, sopra il Ponte alla Badia: ed altre cose fece, che per brevità si tralasciano. Fu uomo religioso e buono, e tanto innamorato dell’arte sua, che viveva scordatissimo de’ proprj interessi e facultà, non volendo punto di pensiero di quelle, ed il tutto faceva maneggiare a un confidente suo, chiamato Niccolò Buoni. Questi ogni settimana somministravagli il danaro pe’ suoi bisogni, il quale era solito riporre in un paniere, e anche, per lo più, nella cassetta del calamajo, senz’alcuna serratura; onde chiunque ne voleva, ne poteva pigliare a suo talento. Fu amicissimo de’ poveri, alcuno de’ quali non lasciò mai partire da sé sconsolato. Occorse una volta, che uno di que’ poveri, che gli andavano a chieder limosina, nel vederlo andare a pigliare il danaro dal paniere, disse fra sé stesso, credendo non essere dal Rustici sentito: O Dio! se avessi quello che è in quel paniere, quanto bene accomoderei io le cose mie. Sentillo il Rustici, e guardatolo alquanto in viso, sì gli disse: Or vien qua, che io ti voglio fare contento: e prese il paniere, quello nel lembo del ferrajuolo gli votò, dicendo: Va, che tu sia benedetto: e al Buoni mandò per altri danari pe’ proprj bisogni. Non mancò al Rustici la ricompensa della sua carità, perché partitosi poi l’anno 1528. di Firenze, e andatosene in Francia dal Re Francesco (dal quale fu impiegato in fare un gran Cavallo di bronzo, sopra cui doveva esser posta la sua statua, ed in molti altri lavori) gli fu dalla liberalità di quel Re dato a godere un bel Palazzo, con cinquecento scudi d’entrata l’anno, i quali perduti per morte di esso Re, e restato col solo palazzo, del cui affitto solamente si manteneva: e quello poi anche perduto, non mancò chi la sua oramai cadente età non custodisse e sovvenisse agiatamente fino alla sua morte, che seguì l’ottantesimo anno, da che era venuto a questa luce.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 175

Vedi

Molto potrebbesi dire contro a tali sentimenti, e massime in quella parte, nella quale, dopo aver conceduto, che fosse Raffaello molto ajutato nell’arte dal nostro Fra Bartolommeo di San Marco, di che pure non resta la fede, se non appresso gli autori ed alle tradizioni; poi per non so qual privato affetto nega esser lo stesso potuto seguire per l’osservazione dell’opere del Divino Michelagnolo; il che non solo si ha per attestazione di antichi Autori, e per le più ricevute tradizioni, ma è patente al senso per l’immediata mutazione, che dopo aver vedute le opere di tant’uomo, come s’è detto, in Raffaello si riconobbe; né io saprei mai intendere da qual fantastica immaginazione si muovano alcuna volta quegli uomini, che non possono indursi a credere, che un nobilissimo ingegno non sia capace nell’eccellenza di un’arte di dipendere da altri, che da sé stesso. Dunque di un solo Omero, che io sappia, e forse piuttosto poeticamente, che altrimenti scrisse Vellejo, non aver’egli prima di sé avuto chi imitare, né dopo di sé, chi imitato l’avesso. Io per me ammiro in Raffaello, per così dire, un altr’uomo, di gran lunga maggiore di sé medesimo, ogni qualvolta ch’io considero, come potesse mai egli far sì, che la mano tanto più all’intelletto obbedisse, quanto più sublimi erano l’idee, che di tempo in tempo, col vedere le belle opere altrui, a quello si rappresentavano. Appena vidde egli la maniera del Perugino, che lasciata quella del Padre, in essa in tutto e per tutto la sua trasmutò. Veduto il modo di colorire del Frate, in un subito crebbe in lui tanto di perfezione nel colorito, quanto ognun sa; e finalmente coll’osservare la gran maniera, e i maravigliosi ignudi di Michelagnolo, il disfare e rifare in tutto sé medesimo, fu in lui una cosa stessa. Questo, pare a me, un modo di proceder coll’ingegno, per così dire, in infinito; e operar più che da uomo, proprio non d’altra mente, che di quella di Raffaello. E questo è quello, che io diceva, che attese le gran difficultadi, che prova ognuno, che abbia principio d’arte, in lasciar l’abito antico e la vecchia consuetudine, ed appigliarsi ad altra, tuttoché migliore, mi fa parer più grande Raffaello, che se egli fosse stato di sé stesso in tutte le cose e discepolo e maestro. E tanto basti aver detto contra tale asserzione, e per gloria maggiore di questo sublimissimo artefice. La prima opera ch’egli facesse, o per meglio dire, rifacesse di quella grande maniera, fu la mirabile figura dell’Isaia Profeta nella Chiesa di S. Agostino, sopra la Santa Anna, la qual opera aveva egli di prima d’altra maniera dipinta. Colorì dipoi per Agostino Chigi Sanese, al quale per avanti nella loggia del suo palazzo in Trastevere, aveva egli dipinta la famosa Galatea, una Cappella in Santa Maria della Pace, della nuova maniera, che forse riuscì opera delle migliori, che e’ facesse giammai. Dipoi seguitò il lavoro delle camere di Palazzo, dove rappresentò il miracolo del Sagramento del Corporale di Bolsena, la prigionia di San Pietro, con altre storie; e fece diverse tavole e quadri pel Re di Francia, per più Cardinali, e per altri Principi e Signori. Dipinse poi la tavola del Cristo portante la Croce, di che più avanti si parlerà; e lo stupendo quadro, col ritratto di Leon X e de’ Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, che oggi si trova nella stanza, nominata la Tribuna, nella Real Galleria del Serenissimo di Toscana. Appresso dipinse la camera di Torre Borgia, e la tanto nominata Loggia di Agostino Chigi, dove sono molte figure di tutta sua mano, siccome furono tutti i disegni e cartoni fatti per la medesima. Cominciò per Leon X la Sala grande di sopra, dove sono le Vittorie di Costantino: e per lo stesso fece tutti i cartoni pe’ panni di Arazzo, che con ispesa di settantamila scudi furon poi in Fiandra lavorati.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 215

Vedi

Fu questo Pittore, in età di dieci anni in circa, posto dal padre all’arte della lana; ma in quella sua prima età diede segni così grandi d’inclinazione all’arte della pittura, che dallo stesso suo padre, levato da quel mestiere, fu posto ad imparare a disegnare, prima da alcuni maestri di poco nome, e poi da Luca Signorelli da Cortona, uno de’ più celebri che vivessero in quel secolo in quelle parti: e stette con esso molti anni, seguitandolo in tutti i luoghi, dove egli era chiamato a operare, ajutandolo nell’opere: e ciò fece particolarmente nel Duomo d’Orvieto nella Cappella di Maria Vergine. Ma perché il giovane s’andava tuttavia più avanzando nella pratica e nell’ottimo gusto del colorire, avendo sentita la gran fama, che correva della bella maniera di Pietro Perugino, lasciato Luca Signorelli, s’acconciò con esso Pietro: e nel tempo stesso ch’egli aveva sotto sua disciplina il gran Raffaello suo paesano, e amico del Perugino, guadagnò il Genga la grande abilità ch’egli ebbe poi sempre nelle materie attenenti alla prospettiva; e con questo pure e colla pratica della persona di Raffaello, e col molto che egli studiò poi nella città di Firenze, dove venne apposta per tale effetto, si fece così ben pratico, e prese sì buona maniera di dipignere, che poté poi, come si dirà, operare assai con Timoteo delle Vite, che seguitava la maniera dello stesso Raffaello. Dipinse nella città di Siena molte stanze della casa di Pandolfo Petrucci. Servì Guidobaldo Duca d’Urbino in varie pitture di scene per commedie e apparati insieme, col mentovato Timoteo: e con questo fece la Cappella di San Martino nel Vescovado. In Roma nella Chiesa di Santa Caterina in strada Giulia, dipinse la Resurrezione di Cristo. Essendo egli già buon prospettivo, e bene incamminato nell’architettura, diedesi in essa città di Roma a fare studj grandi da quell’anticaglie; onde divenne ottimo Architetto; che però furon fatte con suo disegno moltissime fabbriche, e fra queste la Torre del Palazzo Imperiale sopra Pesaro, che fu stimata opera bellissima: e si può dire, che con suo modello e consiglio si fortificasse quella città. Edificò il Palazzo vicino all’altro soprannominato, ed il Corridojo sopra la corte d’Urbino verso il giardino. Diede il disegno del Convento degli Zoccolanti al Monte Baroccio, e di Santa Maria delle Grazie e del Vescovado di Sinigaglia. Portatosi a Mantova, restaurò e rimodernò il Vescovado, e fece il modello della facciata del Duomo, nel quale superò sé stesso. E finalmente tornato alla patria, fatto già vecchio, in una sua villa chiamata le Valle, in età di settantacinque anni agli 11 di Luglio 1551, cristianamente morì. Fu il Genga uomo universalissimo, e fece molte opere di pittura e d’architettura per altre città e luoghi, che per brevità si sono tralasciate. Fu ottimo inventore di mascherate e d’abiti: né gli mancò una singolar maestria in far modelli di terra e di cera. Fu buon musico, ottimo parlatore, e nella conversazione dolcissimo, e tanto cortese ed amorevole verso i parenti ed amici, quanto mai desiderar si possa: ed è lode singolare, dovuta alla bontà di quest’uomo, il non essersi mai di lui sentita cosa mal fatta.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 252

Vedi

Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 264

Vedi

Discepolo di Antonio Semino, nato al 1495, morto ... Giovanni Cambiaso, nato nella Valle di Polcevera, poco distante da Genova, imparò egli l’arte nella scuola di Antonio Semino, pittore di quella patria, assai lodato in quella età; avendo poi studiata la maniera di un tal maestro Carlo, discepolo del Mantegna, fecesi sì pratico, che molte cose ebbe a fare di sua mano in essa città, per pubblici e privati luoghi, guadagnandosi lode di avere, con un suo nuovo modo di dipignere, tolta via in gran parte una certa crudezza, che avevano le pitture de’ maestri in quei tempi in quelle parti, nelle quali poco o nulla potevano l’arti più belle avere allignato, a cagione delle civili discordie, da cui sogliono essere per ordinario, appena nate, svelte o recise. Furono i primi lavori di questo artefice, per quelle Riviere, in gran parte a fresco, finché nel 1523 dal Principe Doria gli fu fatto dar principio alle pitture del suo bel Palazzo, facendo anche colà venire apposta i celebri pittori Perino del Vaga, Domenico Beccafumi e Antonio Ponzano: le opere de’ quali recarono sì fatta maraviglia a Giovanni, particolarmente quelle di Perino, che datosi ad osservarne il più bello, interamente mutò sua antica maniera, ed a quella dello stesso Perino sì bene si accostò, che non vi è oggi, chi vedendo le pitture di esso, non lo creda uscito da quella scuola. Furono l’opere di Giovanni, per lo più sparse per diversi luoghi della Riviera, e per le case di particolari cittadini. Dipinse ancora a chiaroscuro, e fu bravo modellatore, solito a dire, che non può giugnere a gran perfezione nella pittura colui, che non si è per qualche tempo bene esercitato nella Plastica. Veggonsi suoi disegni, fatti con un modo del tutto nuovo, che vien detto proprio di lui, benché altri a Bramante Architetto da Urbino attribuiscalo: e fu di disegnare le umane forme per via di cubi, o sia di quadrati. Fu padre e maestro, fin da’ primi principj, di Luca Cambiaso, detto altrimenti Luca o Luchetto da Genova, il quale tenne gran tempo in ajuto, dopo averlo condotto fino a quel segno d’eccellenza, alla quale egli medesimo non era potuto pervenire. Terminò finalmente questo artefice il corso di sua vita, in istato di decrepitezza, lasciando di sé degna memoria e alla patria onore. Fiorì ancora in questi medesimi tempi, in essa città di Genova, un certo Jacopo Tagliacarne, mentovato dal Soprani, e di cui anche parlò Cammillo Leonardo, celebre medico. Questi fu assai lodato in effigiare, con bella industriosa maniera, nelle pietre più dure, invenzioni e piccole figurette; maestranza usata già dagli antichi Greci e Romani: e nell’incavare eziandio cose sì fatte, di che hanno, fino a’ tempi nostri, data testimonianza molte opere sue, esistenti appresso i suoi concittadini, ed alcuni sigilli molto bellissimi, lavorati in preziose gemme, che è quanto abbiamo di memoria della virtù di questo artefice.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 267

Vedi

Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 308

Vedi

Discepolo di Frans Floris, fioriva nel 1540, morto 1568. Willem Key, che in nostro idioma diremmo Guglielmo Matto, fioriva in Anversa l’anno 1540 del qual tempo si trova, che entrasse in quella Compagnia de’ Pittori: e aveva sua abitazione vicino al luogo, detto la Borsa, che è il luogo de’ Mercanti. Questi, nella sua gioventù, apprese l’arte dal celebre Pittore Francesco Floris, e poi si pose appresso Lamberto Lombardo di Liege. Operò bene al naturale, ed ebbe lode in quelle parti di dipignere con più dolcezza di qualunque altro suo coetaneo, benché non riuscisse così spiritoso, quanto era il Floris. Nel Palazzo della città d’Anversa era già un quadro di sua mano, che gli fu ordinato dal Tesoriero Christoffel Pruim, dove aveva fatti i ritratti, grandi quanto il naturale, de’ Signori della città: e di sopra era un Cristo, con Angeli. Questo quadro l’anno 1576 nel tempo che la soldatesca Spagnuola diede fuoco al Palazzo, restò preda di quel grande incendio. Nella Cattedrale aveva dipinta una storia, dove aveva rappresentato Gesù Cristo, in atto di chiamare a sé le sue creature, colle parole Venite ad me omnes qui laboratis etc. Vedevasi appresso al Signore gran copia d’artefici d’ogni mestiere, che s’ingegnavano d’accostarsi a lui: e questo quadro pure ancor esso perì nel tempo delle Ribellioni; ciocché mi persuado seguisse ancora ad un’altra bella tavola, che era pur di sua mano in quella Chiesa, dov’era dipinto il trionfo di Cristo. Fece il ritratto del Cardinale Granvela, e quello ancora del Duca d’Alba: e occorse, che mentre egli alla presenza del Duca lo stava lavorando, quantunque e’ non fosse benissimo esperto in quella lingua, egl’intese un certo discorso, che concludeva esser già stato determinato, ch’e’ si facesse morire il Conte di Egmondt, e il Conte di Hoorne con altri Signori; onde Guglielmo, come quegli che era tenero di cuore, e molto amava la nobiltà, e anche, come vollero alcuni, per l’orrore, in che egli ebbe sempre la faccia del Duca d’Alva, s’atterrì di tal maniera, e tanto s’accorò, che infermatosi gravemente, appunto lo stesso giorno, che furono fatti morire, che fu il dì 5 di Giugno del 1568 ancor esso si morì, benché altri fosse d’opinione, che ciò seguisse alcun giorno avanti. Fu questo artefice dotato di ottime qualità naturali, onestissimo ne’ costumi e nelle parole. Tenne sempre l’arte in gran riputazione: e perché gli furono pagate le opere assai, fece anche buone ricchezze. Abitò un magnifico palazzo, e seppe bene accoppiare la prudenza con un discreto risparmio, colla magnanimità di un molto nobile trattamento della propria persona: e lasciò di sé, in ogni conto, gioconda ed onorata memoria.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 316

Vedi

Nato 1498, morto 1554. L’Eccellentissimo Pittore Giovanni Hoolbeen nacque nel paese degli Svizzeri, nella città di Basilea, nel 1498; ed agli anni del conoscimento pervenuto, datosi allo studio del disegno e della pittura, dopo aver fatto in essa buon profitto, dipinse nel Palazzo del Senato di quella città e in diverse case di cittadini molte belle cose, e tra queste una di bizzarra invenzione, e fu un Ballo della Morte, dove fece vedere la medesima, in atto di far preda d’uomini di ogni lignaggio e condizione. Avvenne poi, che Giovanni, nella stessa città sua patria, strinse grande amicizia con Erasmo Roterodamo, il quale, conciossiacosaché la virtù sua molto bene conosceva, si mostrò desideroso di sollevarlo a miglior fortuna di quella, che egli allora in patria si godeva o poteva sperare. A questo effetto si fece fare da lui il proprio ritratto, che riuscì tanto bene, quanto egli mai avesse potuto volere; dipoi scrisse a Londra al suo condiscepolo Tommaso Moro, acciocché quel grand’uomo, allora confidentissimo di Enrigo VIII Re d’Inghilterra, desse notizia di lui e della sua virtù allo stesso Re, che molto di queste arti si dilettava; poi persuase Giovanni a portarsi colà, assicurandolo, che sotto la protezione del Moro, egli avrebbe fatto gran fortuna; e perché ciò più facilmente riuscisse, volle, ch’e’ portasse con esso seco il nominato ritratto (il quale Erasmo affermava esser più bello di quello, che di lui pure aveva fatto poco avanti Alberto Duro) e che a Tommaso Moro, per sua parte ed in sua memoria, il donasse. Piacque molto a Giovanni il consiglio e l’occasione, non solo in riguardo dello sperato avanzamento, sotto gli auspicj del Moro, ma anche per levarsi una volta d’attorno alla moglie, la quale egli aveva d’umore così perverso, che tenendolo sempre in lite, non mai lo lasciava aver bene; e gli faceva bene spesso ripetere ciò, che scherzando dice Euripide, Greco Poeta, avere la natura dato agli uomini gran rimedj contra le bestie; ma niuno però, onde potessero difendersi da una cattiva consorte. A cagione di questo adunque parevagli d’avere un buon mercato, ogni qualvolta perdendo di vista la patria, gli fosse venuto fatto lo smarrire anche la dispettosa sua donna. Quindi è, che ben presto partitosi da Basilea, prese la via per alla volta d’Inghilterra. Arrivato a Londra, e portatosi alla casa del Moro, gli consegnò le lettere di Erasmo, e con esse il bel ritratto di lui, in testimonio della propria virtù. Questo ritratto piacque tanto a Tommaso, che aggiunto al concetto, ch’egli aveva formato del pittore colla sola lettura delle lettere d’Erasmo, subito l’accolse con segni di gran cortesia, e gli diede luogo nella propria casa, dove con assai carezze, lo tenne quasi tre anni, facendogli fare opere diverse. Questo però faceva egli con gran cautela e segretezza, a fine di potersi arricchire di sue pitture, prima che di lui arrivasse notizia al Re, il quale teneva per certo, che subito l’avria tirato al proprio servizio. Fecesi fare il proprio ritratto, e quello ancora di ciascuno de’ suoi più congiunti, con molti altri quadri; e finalmente trovatosi sodisfatto appieno, fece risoluzione in un tal giorno di banchettare il Re, e con tale occasione dargli notizia del pittore. Videlo il Re con gran piacere; e voltatosi al Moro gli disse: Ora, Tommaso mio, tenetevi pure le vostre pitture per voi, perché a me basta l’aver trovato il maestro; e fatto dare al pittore onorato trattenimento, e vedendo ogni dì opere più belle del suo pennello, fecene da indi innanzi tanta stima, ch’era solito gloriarsi d’aver nella sua Corte un simile artefice. L’Hoolbeen fece il ritratto di quella Maestà, e di molti altri, che veduti da’ Cavalieri della Corte, fecero sì, che non solo ognuno a gara correva a vedere le sue pitture; ma omai d’altro non si parlava, che di lui; ed egli intanto s’andava tuttavia avanzando nella grazia del Re. Ma perché rare volte, o non mai, godono gli uomini, felicità senza mescolanza d’alcun disturbo; occorse in que’ giorni cosa all’Hoolbeen, che lo pose in gran pericolo e in gran cimento: e fu questa. Venne un dì alla sua casa un gran titolato, per vedere le opere sue; ma perché egli allora si trovava occupato in fare alcun ritratto dal naturale, o altro impedimento aveva, che gli vietava il ricevere alcuno in quell’ora, fu sforzato a scusarsi e licenziarlo. Questo però fece con parole di tutta amorevolezza e rispetto, pregando quel Signore a venire in altro tempo; ma per molto, che il pittore si scusasse, il Conte non si partiva, anzi voleva salir la scala quasi per forza, non parendogli, che a cagione di qualsifosse impedimento, la sua persona meritasse tal repulsa da un pittore. Seguitava l’Hoolbeen le sue scuse, ed il Conte le sue violenze: e andò la cosa tant’oltre, che parendo all’Hoolbeen d’esser troppo sopraffatto, non potendo più contener sé stesso, gli diede una gran pinta, con che rovesciollo per la scala con tanta forza, che il Conte cadendo indietro, percosse indietro la testa e l’altre parti del corpo, che già si raccomandava a Dio, credendo di subito morire. I suoi Gentiluomini e servitori, avendo pure assai da far col Padrone in quel repentino accidente, non si voltarono così presto al pittore; onde egli intanto serrata bene la porta della sua stanza, e a quella appoggiato sedie, sgabelli e tavole, tanto si assicurò per un poco, che ebbe tempo a fuggirsi per una finestra del tetto, e salvarsi dalle mani di loro. Fu la prima sua faccenda, allora allora, portarsi davanti al Re, dal quale benignamente accolto, genuflesso a gran voci lo pregava a perdonargli, ma non però alcuna cosa dicea di ciò, che avesse fatto. Il Re più volte gli domandò, perché e’ volesse perdono; ma il pittore altro non rispondeva, se non che chiedeva perdono. Allora il Re, compassionando alla forza del dolore, che quasi il rendea forsennato, si dichiarò di volergli perdonare, con questo però, che dovesse il suo fallo confessare. L’Hoolbeen alquanto sollevato dal suo timore, con gran sincerità e schiettezza gli raccontò il tutto: il che avendo inteso il Re, fu preso da gran dispiacere, come quegli, che assai compativa la disgrazia di quel Cavaliere, che egli molto amava: e quasi si pentiva di avere così di subito al pittore perdonato: pur tuttavia avvisatolo di non dover mai più per l’avvenire cadere in simili mancanze, lo mandò in una stanza a parte, finch’egli avesse inteso come erano passate le cose del Conte: il quale, essendo già ritornato in sé, per avvalorare le sue querele, subito comparve in Corte, portato in una sedia, fasciato in più parti del suo corpo, e fattosi avanti al Re, con una voce languida, come di chi è vicino a morire, disse le sue ragioni: e nel dire cercava tuttavia d’aggrandire la cosa più di quel ch’essa era in verità, come quegli, che nulla sapeva, che l’Hoolbeen si fosse fatto prima di lui sentire dal suo Signore. Finita poi la sua doglianza, molto si riscaldò in domandare, che al pittore fosse data la pena conveniente al suo delitto. Ma il Re, che già aveva inteso il fatto giusto, avendo conosciuto l’artifizio del Conte, e qualmente egli parlava con poca sincerità e a vendetta: e come quegli, che anche molto amava l’Hoolbeen, con cui si trovava impegnato al perdono, andava mitigando la passione del Conte al più che e’ poteva; donde avvenne, che non parendo al Cavaliere d’averne il suo conto, vinto dallo sdegno, ardì di dire al Re, che avrebbe egli trovato modo di gastigarlo da sé stesso. Questa fu per lui una mala parola, perché il Re giustamente irato gli disse: Orsù, adesso voi non avete a fare più col pittore, ma colla stessa persona del Re, e minacciollo forte; soggiungendogli, ch’e’ non dovesse credere, che quel virtuoso fosse appresso della persona sua in quel poco conto, ch’ei si pensava; perché poteva bene il Re di sette contadini far sette Conti, ma non già di sette Conti fare un pittore così eccellente, quale era l’Hoolbeen. Questa risposta fu al Conte di gran confusione e timore: e perché temeva fortemente che il Re non si vendicasse delle parole pronunziate in sua presenza, lasciato da parte il livore e l’affetto di vendetta, si mise a chieder per sé la grazia della vita, promettendo di tutto fare che gli fosse stato comandato. Allora il Re gli comandò espressamente, che non mai, per alcun tempo, dovesse essere ardito, di fare ingiuria al pittore, né da sé né per mezzo d’altri, altramente si aspettasse quella pena, che egli avrebbe avuto, offendendo la stessa persona sua: e con torbida faccia se lo tolse davanti. Tanto è vero, che non si debbonsi le proprie cause, ancorché giuste, portar d’avanti a’ Grandi senza la dovuta lealtà, né con tanto calore, che scorra oltre a’ limiti di un ossequioso rispetto. Seguitò poi l’Hoolbeen a fare bellissime opere per Sua Maestà, tra le quali fu il ritratto della medesima quanto il naturale: il qual ritratto dell’anno 1604 si conservava nel Real Palazzo detto Withal. Fecegli ancora ritratti de’ tre giovanetti figliuoli, Edoardo, Maria, ed Elisabetta, che pure nel sopraccitato tempo si conservavano in quel Palazzo.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 319

Vedi

Ancora colorì ritratti d’uomini e donne illustri di quella città. Per la Compagnia, o vogliam dire Arte de’ Cerusici, dipinse un bel quadro, in cui figurò il Superiore di quell’adunanza, in atto di ricevere i Privilegj del Re. Vedevasi Enrico VIII in figura maggiore del naturale, assiso in trono: e da’ lati stavano coloro, pe’ quali si davano i privilegj, in atto reverente e genuflessi, mentre il Re quelli loro porgeva; ben’è vero, che fu opinione, che questo quadro, alla morte dell’Hoolbeen rimaso imperfetto, fosse stato finito da altro pittore, ma però della stessa maniera appunto. In più case di cittadini si vedevano ne’ medesimi tempi maravigliosi ritratti, e in tanto numero, che pareva impossibile, che un solo uomo, in così breve corso di vita, avesse potuto operar tanto: massimamente, perché egli ebbe una maniera finita al possibile, e con imitazione del naturale, essendo stato solito di condurre le sue figure con carnagioni tanto vere e con tal rilievo e spirito, che i suoi ritratti pajono vivi, benché nel panneggiare fosse alquanto secco, e tenesse assai della maniera d’Alberto Duro. Inoltre, perché Giovanni aveva abilità in ogni cosa dell’arte, fece molti disegni per altri pittori, intagliatori in rame e in legno, e per gli orefici. Colorì a guazzo, e fece anche molte miniature, e tanto in queste, quanto nelle pitture e ne’ disegni, fece sempre spiccare una maravigliosa diligenza. Aveva egli imparata l’arte del miniare, in Londra, da un certo Luca, maestro molto nominato, che stava appresso al Re: il qual Luca era però in disegno assai inferiore all’Hoolbeen. Dipinse ancora due gran quadri a guazzo, che pure del 1604 si conservavano in Londra, in una casa, chiamata dell’Oriente. Nel primo figurò il trionfo delle Ricchezze, e nell’altro lo stato della Povertà. La Ricchezza figurata a somiglianza di Plutone, in forma d’uomo vecchio calvo, maestosamente sedente sopra un carro trionfale, ricco di varj ornamenti, e tutto coperto d’oro: il Vecchio piegando il dorso, pigliava con una mano monete d’oro e d’argento da uno scrigno, e coll’altra mano mostrava gettarne in gran copia. Dall’uno e l’altro lato di sua persona ha la Fortuna e la Fama, e gran sacchi di moneta, ingombrano gli spazj del carro, dietro al quale corrono molte persone, che azzuffandosi confusamente insieme, cercano di far preda del gettato denaro. Dall’una e dall’altra parte del carro, stanno Mida e Creso, ed altri ricchissimi Re dell’antichità: ed è tirato da quattro bianchi cavalli, guidati da quattro femmine ignude, significanti quattro Deità, appropriate all’invenzione. I panni delle figure son tutti arricchiti conoro. Nell’altro quadro della Povertà si vede la medesima, in figura d’una femmina estenuata e macilente, in atto di sedere sopra un monte di paglia, elevato sopra un carro vecchio e sdrucito. Fa ombra a questa figura una capannuccia, pure di paglia, antica, e in più luoghi logora e traforata. Siede la Povertà malinconica e pensosa, con veste sdrucita e rappezzata: e tirano il suo carro un cavallo magro ed un giumento, a’ quali camminano avanti un uomo ed una donna, anch’essi pallidi e smunti, e con facce meste stringon forte le mani, come chi, deplorando le proprie necessità, chiede misericordia e soccorso. L’uomo ha una verga ed un martello, per significare i gravi e varj colpi con che il mendico è percosso dalla povertà. Davanti al carro siede la Speranza, la quale con affetto divoto fissa gli occhi nel cielo: ed in quest’opera fece altre belle invenzioni, molto espressive del concetto, e ben colorite; tantoché trovandosi in Inghilterra circa l’anno 1574, Federico Zuccheri, disegnò l’uno e l’altro quadro con penna ed acquerelli, lodandogli a gran segno: e poi essendo lo stesso Federico in Roma a conversare col Goltzio nella propria casa di lui, parlando delle cose dell’arte, e di questo pittore, ebbe a dire, che le pitture di quest’uomo non invidiavano quelle dello stesso Raffaello: e se ciò non vogliamo credere per quello, che ne lasciò scritto il Vanmander nel suo idioma Fiammingo, possiamo valerci del testimonio di molte pitture, che si trovano per l’Italia di sua mano; ma particolarmente del meraviglioso ritratto, che si conserva nella Real Galleria del Serenissimo Granduca, nella stanza chiamata la Tribuna, dove, in un quadro di circa un braccio, è una figura in tavola, che rappresenta un uomo con barba rasa, con una berretta nera in capo, in fronte alla quale è una borchia d’oro, con una gemma o cammeo, il tutto in campo verde; la figura guarda verso la parte sinistra. Ha tra la gola e la guancia destra due margini, che par di persona, che abbia patito di scrofole; è vestita di veste nera alla nobile, con maniche di raso nero: e le mani poste sopra l’una l’altra, posano sopra checchessia, o tavola o altro; ha in un dito un anello, e al collo una catena d’oro. Nel mezzo al verde campo, di qua e di là dalla testa, si leggono le seguenti parole: X. IVLII ANNO ETATIS SUÆ H VIII. XXVIII. ANN. XXXIII. L’ornamento è intagliato e dorato, e dalle bande sono due cartelline d’argento sodo; nella prima, a man destra, sono intagliate queste parole: Effigies Domini Ricardi Southvvelli equitis aurati Consiliarii privati Henrici VIII Regis Angliæ. Nella seconda a man sinistra: Opus celeberrimi artificis Johannis Holbieni Pictoris Regis Henrici VIII. Nella parte di sopra è l’arme del Granduca Cosimo II pure d’argento sodo, con iscrizione Cosmus II Magn. Dux Etruriæ IIII ed in quella di sotto un’altra arme coronata, che è quella del Regno, che ha d’intorno, secondo il costume, le seguenti parole (Motto Franzese dell’Ordine della Legaccia, ovvero Giartiera) Honi soit qui mal y pense 1621. Nella stessa Galleria (a) è un ritratto di mezza figura, di grandezza di più che mezzo naturale, che rappresenta un uomo grasso, con barba rasa, e berretta nera in capo, vestito di nero, con mani soprapposte, e nella mano di sotto tiene un foglio avvolto. Questo pure, per quanto ne mostra la maniera, si riconosce per opera dell’Hoolbeen. Vide ancora lo Zuccheri, con sua molta ammirazione, in Londra, un ritratto grande quanto il naturale, d’una Contessa (e questo era in casa di Milord Penbroicth) del quale disse, per testimonio del Vanmander, non aver veduto altrettanto in Roma. Era in que’ tempi in Londra un certo uomo, chiamato Andrea, il quale comprò tante dell’opere di Giovanni, quante mai ne poté avere: e fra’ molti ritratti, uno ne aveva quanto il naturale, fatto al vivo dalla persona di un tal maestro Niccolò Tedesco, che per trent’anni era stato in Inghilterra Astronomo del Re, appresso al qual ritratto aveva l’Hoolbeen rappresentati tutti gli strumenti d’Astronomia. Questo Niccolò, come si racconta, fu uomo piacevole; onde era sovente ammesso a discorso familiare collo stesso Re: e una volta interrogato dal medesimo, per qual cagione essendo stato trent’anni in Inghilterra, non avesse ancora appena imparato i principj della lingua, rispose: E quanto mai pare a Vostra Maestà, che si possa imparare in trent’anni in una lingua di questa sorta? A Lei par forse poco, a me par pure assai. Era anche fra gli altri ritratti appresso Andrea di Loo, quello del vecchio Milord Crawel, di grandezza d’un piede e mezzo, quello d’Erasmo di Roterdam, e quello del Vescovo di Conturberì: una gran tela a guazzo, dove in bella ordinanza eran ritratti, in atto di sedere, e grandi quanto il naturale, il famosissimo Tommaso Moro colla moglie e figliuoli, che fu la prima opera, ch’e’ facesse in Inghilterra, per metter sé stesso in reputazione, e quella soleva egli chiamare il suo pezzo d’onore, cosa, per certo, degnissima da vedersi, perché l’Hoolbeen in questo quadro dimostrò l’ultimo del valor suo. Pervenne poi questa bell’opera, dopo la morte di Andrea di Loo, in mano di un Cavaliere, nipote dello stesso Tommaso Moro. Un altro stupendo ritratto di Tommaso Moro aveva fatto Giovanni Hoolbeen, a cui era già stato dato luogo nella Galleria di Enrigo VIII, nella stanza, ove si conservavano i ritratti de’ più celebri uomini antichi e moderni. Questa stupenda pittura, adocchiata dalla scellerata Anna Bolena, lo stesso dì, che era seguita la morte di Tommaso, la fece prorompere in sì fatte parole: Oimè, che pare che ancor viva costui su quella tavola. Quindi fattala toglier di luogo, colle proprie mani la gettò dalle alte finestre del Palazzo: e fu attribuita ad opera della Divina Provvidenza, che quella degna immagine, tuttoché alquanto maltrattata dal colpo impetuoso, si conservasse, finché portata a Roma, ebbe luogo nel Palazzo de’ Crescenzj, ove fino al presente tempo si conserva. Il ritratto del Vescovo di Conturberì, il più bello, al parere degli artefici, che mai facesse Giovanni, ebbe lo un Gentiluomo, chiamato maestro Coop, che abitava fuori di Londra. In Amsterdam era l’anno 1604 un ritratto d’una Regina d’Inghilterra, con un bel panno d’argento. Aveva anche Giovanni colorito due ritratti di sé stesso con acquerello in piccoli tondi, i quali aveva finiti maravigliosamente: il primo aveva un tale Jacopo Razzet; il secondo un certo Bartolommeo Ferreris. Va attorno di questo maestro una bella stampa di venti figure, rappresentatovi il Ballo della Morte, come sopra abbiam detto, dove fanno un bellissimo vedere le persone di diversi Pontefici, Cardinali e altri gran personaggi, nel cadere che fanno finalmente in potere di lei. E’ anche un libretto di stampe in legno, con istorie della Sacra Bibbia, d’assai buona invenzione. Avendo finalmente Giovanni ornato colla sua bell’arte quelle provincie e’l mondo; arrivato all’età di cinquantasei anni, tocco da male contagioso, se ne morì l’anno 1554. Fu l’Hoolbeen pratichissimo nel disegno, grande imitatore delle cose naturali, e come altra volta si è detto, colorì le sue figure a meraviglia; ma quello che si rende più considerabile si è, ch’egli era mancino, e a far le opere sue non mai si servì, se non della sinistra mano: cosa, che dopo gli antichissimi tempi, qualchedun’altra volta, ma ben di rado, si è veduta.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 326

Vedi

Creato poi Giulio III se ne venne a Roma, dove era stato chiamato da quel Pontefice. Col quale aveva tenuto servitù, mentre era stato Legato in Bologna: e per ordine di esso tirò avanti, oltre all’altre fabbriche, quella del Palazzo della sua Vigna fuor della Porta del Popolo; la quale finita poi insieme colla Vita del Pontefice, si ritirò a’ servigi del Cardinale Farnese, pel quale, sebbene fece molte cose, la principale nondimeno fu il Palazzo di Caprarola, accomodato così bene al sito, che di fuori è di forma pentagona, di dentro il Cortile e le Loggie sono circolari, e le stanze riescono tutte quadrate, con bellissima proporzione, e talmente spartite, che per le comodità, che negli angoli sono cavate, non vi sta alcuna particella oziosa: e quel che è mirabile, le stanze de’ padroni sono talmente poste, che non veggiono officina nessuna, né esercizio sordido: il che ha fatto ammirarlo da chiunque l’ha veduto, pel più artificioso e più compitamente ornato e comodo Palazzo del mondo: ed ha con desiderio tirato a vedere le maraviglie sue da lontane parti, uomini molto giudiciosi, come fu per esempio Monsignor Daniel Barbaro, persona molto esquisita nelle cose dell’architettura, il quale mosso dalla gran fama di questo Palazzo, per non se ne andare preso alle grida, venne apposta a vederlo: e avendolo considerato a parte a parte, e inteso minutamente dallo stesso Vignola l’ordine di tutti i membri di sì compita macchina, disse queste parole: Non minuit, immo magnopere auxit præsentia famam; e giudicò, in quel genere e in quel sito, non potersi fare cosa più compita. E nel vero, questa fabbrica, più di tutte l’altre opere sue, l’ha fatto conoscere per quel raro ingegno, che egli era, avendo in essa sparsi gli antichissimi capricci, e mostrando particolarmente la grazia dell’arte in una scala a lumaca, molto grande, la quale girandosi sulle colonne Doriche, col parapetto e balaustri colla sua cornice, che gira con tanta grazia e tanto unitamente, che par di getto, e vien con molta grazia condotta fino alla sommità: e in simigliante maniera son fatti anco con grand’arte e maestria, gli archi della loggia circolari. Né contentandosi il Barozzi d’essersi immortalato colla stupenda architettura di quella fabbrica, volle anche mostrare in essa qualche saggio delle sue fatiche di prospettiva, tra le belle pitture di Taddeo e Federigo Zuccarj; onde avendo fatto i disegni di tutto quello, che in simil materia occorrevavi, colorì molte cose di sua mano: tra le quali se ne veggiono alcune molto difficili, e di lungo tempo a farsi assegnatamente con regola, non vi mettendo punto di pratica, come sono le quattro colonne Corinte ne’ cantoni d’una sala, talmente fatte, che ingannano la vista di chiunque le mira; e il maraviglioso sfondato della camera tonda. Fece oltre a ciò pel detto Cardinale la pianta e il graziosissimo disegno della facciata della Chiesa del Gesù alla Piazza degli Altieri, che oggi si vede stampata. Egli cominciò a piantare in Piacenza un Palazzo tale e di sì nobil mole, che io, che ho veduto i disegni e l’opera cominciata, posso affermare di non aver veduto mai, in simil genere, cosa di maggiore splendore, per averla in guisa ordinata, che le tre Corti, del Duca, di Madama e del Principe, vi potessero abitare agiatamente con ogni sorte di decoro e d’apparato regio. Lasciò per non so che anni a guida di questa fabbrica Jacinto suo figliuolo, dandogli i disegni talmente compiti con ogni particolare, che potevano bastare per condurre sicuramente l’opera all’ultima perfezione. E questo fece egli per l’amore, ch’e’ portava all’arte, e non perché non conoscesse Jacinto suo figliuolo attissimo a supplire a molte cose da per sé stesso; che egli volle porre in carta, non perdonando a fatica alcuna, in modo, che avanti, che si partisse, non operasse di sua mano tutto quello che era possibile a fare. Aveva poco prima fatto in Perugia una molto degna e ornata cappella nella Chiesa di San Francesco; ed alcuni disegni di altre fabbriche, fatte a Castiglion del Lago, e a Castel della Pieve, ad istanza del Signore Ascanio della Cornia. Veggionsi di sua invenzione in Roma la graziosa Cappella fatta per l’Abate Riccio in Santa Caterina de’ Palafrenieri del Pontefice, in Borgo Pio, i disegni della quale ha messo poi in opera Jacinto. Furono fatti da lui, in diversi luoghi d’Italia, molti palazzetti, molte cappelle, ed altri edificj pubblici e privati: tra li quali sono particolarmente la Chiesa di Marzano, quella di Sant’Oreste, e quella di Santa Maria degli Angeli d’Ascesi, che pure da lui fu ordinata e fondata, la quale poi da Galeazzo Alessi e da Giulio Danti, mentre visse, fu seguitata. Nel Pontificato di Pio IV fece in Bologna il Portico e la facciata de’ Banchi, dove si scorge con quanta grazia egli seppe accordare la parte nuova colla vecchia. Ed essendo poi, per la morte del Buonarroti, eletto Architetto di San Pietro, vi attese con ogni maggiore diligenza, fino all’estremo di sua vita. Frattanto, essendo il Barone Bernardino Martiniano, arrivato alla Corte di Spagna, per alcuni suoi negozj, fu favorito da quel Re, che lo conobbe per uomo intendentissimo nelle Mattematiche e nelle tre parti dell’Architettura, di conferir seco alcuni suoi pensieri in materia di fabbriche, ed in particolare della gran Chiesa e Convento, che faceva fare all’Escuriale in onore di San Lorenzo: dove avendo il Barone avvertito molte cose, e scoperti con molta chiarezza diversi mancamenti; ridusse quel Re a soprasseder così grand’impresa, finch’egli mandato da Sua Maestà per tutta Italia a cercar disegni dai primi architetti, fosse capitato a Roma per portargli nelle mani del Vignola, per cavar poi da lui un disegno compitissimo, del quale potesse appieno soddisfarsi, conforme a quello si prometteva dall’eccellenza di esso, e dalla lealtà e candidezza d’animo che scorgeva in lui: e così tornando poi alla Corte, con mostrare d’avere usata intorno a sì fatto negozio tutta la diligenza, che conveniva. Venuto dunque il Barone in Italia, ebbe in Genova disegni da Galeazzo Alessi, in Milano da Pellegrino Tebaldi, in Venezia dal Palladio, e in Fiorenza un disegno pubblico dall’Accademia del Disegno, ed un particolare di forma ovale, fatto da Vincenzio Danti, per comandamento del Granduca Cosimo; la copia del quale S.A.S. mandò in Spagna nelle proprie mani del Re, tanto le parve bello e capriccioso. N’ebbe anco in diverse città tanti altri, che arrivarono fino al numero di XXII, de’ quali tutti (non altrimenti, che si facesse Zeusi, quando dipinse Elena Crotone nel Tempio di Giunone, traendola dalle più eccellenti parti d’un eletto numero di bellissime Vergini)ne formò una il Vignola di tanta perfezione e tanto conforme alla volontà del Re, che ancorché il Barone fosse di difficile contentatura, e d’ingegno esquisitissimo, se ne sodisfece pienamente, e indusse il Re, che non meno se ne compiacque di lui, a proporli, come fece, onoratissime condizioni, perché andasse a servirlo. Ma egli, che già carico di anni, si sentiva molto stanco delle continue fatiche di quest’arte difficilissima, non volle accettare l’offerte; parendogli anco di non si poter contentare di qualsivoglia gran cosa, allontanandosi da Roma, e dalla magnificentissima fabbrica di San Pietro, dove con tanto amore s’affaticava. Giunto all’anno 1573, essendogli stato comandato da Papa Gregorio XIII che andasse a Città di Castello per vedere una differenza di confini tra il Granduca di Toscana, e la Santa Chiesa; sentendosi indisposto, conobbe manifestamente esser giunto alla fine del viver suo. Ma non restando però d’andare allegramente a far la santa obedienza, s’ammalò, e appena riaute le forze, se ne tornò a Roma: dove essendo stato introdotto da Nostro Signore, fu da sua Beatitudine trattenuto più d’un’ora spasseggiando, per informarsi di quel ch’egli riportava, e per discorrer seco intorno a diverse fabbriche, che aveva in animo di fare, e che ha dipoi fatte a memoria eterna del nome suo. E finalmente licenziatosi per andarsene la mattina a Caprarola, fu la notte sopraggiunto dalla febbre: e perché egli s’era prima predetta la morte, si pose subito nelle mani di Dio: e presi divotamente i Santissimi Sagramenti con molta religione, passò a miglior vita il settimo giorno dal principio del suo male, che fu agli 7 di Luglio 1573, essendo in quello estremo visitato, con molta carità ed affetto continuamente, da molti Religiosi suoi amici, e particolarmente dal Tarugi, che con affettuosissime parole l’inanimì sempre fino all’ultimo sospiro. Ed avendo lasciato molto desiderio di sé e delle sue virtù, contuttocché Jacinto suo figliuolo gli ordinasse esequie modeste e convenevoli al grado suo, passarono contuttociò i termini della mediocrità, per cagione del concorso degli artefici del disegno, che lo accompagnarono alla Rotonda, con onoratissima pompa; quasiché ordinasse Iddio, che siccome egli fu il primo architetto di quel tempo, così fosse sepolto nella più eccellente fabbrica del mondo. Lasciò Jacinto suo figliuolo più erede delle virtù e dell’onoratissimo nome paterno, che delle facultà, che s’avesse avanzate; non avendo mai voluto né saputo conservarsi pure una particella di denari, che gli venivano in buon numero alle mani: anzi era solito di dire, che aveva sempre domandato a Iddio questa grazia, che non gli avesse né da avanzare, né da mancare: e vivere e morire onoratamente, come fece dopo d’aver passato il corso di sua vita travagliatissimo, con molta pazienza e generosità di animo, ajutato a ciò grandemente dalla complessione, e da una certa naturale allegrezza, accompagnata da una sincera bontà, con le quali bellissime parti si legò in amore chi lo conobbe. Fu in lui maravigliosa liberalità, e particolarmente delle fatiche sue, servendo chiunque gli comandava con infinita cortesia, e con tanta sincerità e schiettezza, che per qualsivoglia gran cosa non averebbe mai saputo dire una minima bugia; dimanieraché la verità, di che egli faceva particolarissima professione, risplendeva sempre tra l’altre rare qualità sue, come preziosissima gemma, nel più puro e terso oro legata. Onde resterà sempre nella memoria degli uomini il nome suo; avendo anco lasciato scritto a’ posteri le due opere, non mai abbastanza lodate: quella dell’Architettura, nella quale non fu mai da veruno de’ suoi tempi avanzato; e questa della Prospettiva, colla quale ha trapassato di gran lunga tutti gli altri, che alla memoria de’ nostri tempi siano pervenuti. Fin qui il Danti.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 347

Vedi

Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

Con il contributo di