Luogo - Milano

Numero occorrenze: 8

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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1672 BELLORI nel suo bel Libro delle Vite de’ Pittori, Scultori e Architetti moderni, Parte I a 19.Ma perché le cose giù in terra non serbano mai uno stato medesimo; e quelle, che son giunte al sommo, è forza di nuovo tornino a cadere con perpetua vicissitudine, l’Arte che da CIMABUE e da GIOTTO, nel corso ben lungo d’anni 250. erasi a poco a poco avanzata, tosto fu veduta declinare, e di Regina divenire umile e volgare. Lo stesso BELLORI, alludendo a questa verità, da nessuno fin quì, fuor che dal confutato Autore, potiamo dire essere stata controversa, dice così. Fiorenza, che si vanta esser Madre della Pittura, e’l Paese tutto di Toscana, per gli suoi Professori gloriosissimo, taceva già senza laude di pennello, e gli altri della squola Romana, non alzando più gli occhi a tanti esempi etc. 1674 SCARAMUCCIA celebre Pittore della Città di Milano, nel suo bel Finezze de’ Pennelli Italiani a 82.Viddero insieme coll’antichissima Chiesa molte pitture a fresco della mano di CIMABUE Fiorentino, e di GIOTTO suo discepolo; ove ebbero adito i nostri Pellegrini di discorrere di quei tempi andati, ne’ quali ancor bambina avvolta in fasce, se ne stava la Pittura, per dover poscia, doppo il corso di 440. anni in circa, divenir gigantessa ne’ nostri giorni. 1675 Monsignore GIUSEPPE MARIA SUARES Vescovo già di Vasone, onore delle Lettere, nell’Epistola all’Eminentissimo Cardinal Barberino: IOCTUS autem, etc. cognomento Bindonius è Patris Bindonis nomine, Pictor insignis, Franc. Petrarchæ memoratus, picturis suis illustravit Ecclesiam Assisiens. etc.

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1681

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

Vocabolario

1681

Ambra

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Ambra
f. Moltissimi Autori scrissero dell'Ambra, e molto diversamente quanto a ciò che appartiene all'esser suo. Tennero alcuni ch'ella fosse una gomma, altri un bitume, un'escremento della terra, un frutto d'Albero, che nasce nel mare; altri lo sperma della Balena, una ragia d'Albero, o lagrima che dir vogliamo. L'approvata opinione de' più, co' quali il Padre ChircherLib. 3 Artis Magnet. Cap. 3. è ch'ella sia una spezie di bitume. Nel tanto rinomato Museo di Manfredi Settala in Milano, è un pezzo d'ambra di due once, mandatogli di Danzica, nel quale si vede inviluppato un ragno; un'altro con entro due ranocchie; in un'altro v'è un grillo; ed un'altro à un ragno con una formica, un'ape, alcune mosche, una pulce con un ragno, in un'altro pezzo una gocciola d'acqua; ed in altri ancora altri piccoli animaletti di maraviglia a vedersi. È l'ambra del color dell'Oro, trasparente, e lucentissima; à una mirabil virtù di attrarre a sè la paglia; serve a bellisimi lavori ed ornamenti, potendovisi intagliare dentro sin le figure.

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1681

Pagina 51

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Se ne andò a Milano, e quivi pure fece gran prove del suo valore, e volle il Cielo che questa nobilissima Città fusse degna di cogliere gli ultimi frutti di questa nobil pianta, perché non prima se ne fu egli tornato alla Patria, che assalito da non so qual gravissima infermità, con universal dolore de’ suoi Cittadini, e di tutti gli Artefici, fece passaggio da questa all’altra vita l’ottavo giorno di Gennaio del 1336. E con l’onore dovuto alla memoria d’Uomo sì glorioso, fu nella mentovata Chiesa di S. Reparata sepolto, privilegio (che secondo quello scrisse Ferdinando Leopoldo del Migliore, parlando di Giotto nella sua da ogn’uno desideratissima opera della Firenze Illustrata, ch’egli pur’ora va stampando) fu riputato per singolarissimo, perché a nessuno davasi in tal Chiesa sepoltura, che non fusse stato oltremodo benemerito del comune.

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1686

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L’Eccellentiss. Sig. Dott. Pier’ Andrea Forzoni Consult. di questo S. Ofizio contentisi esaminare la presente Opera, e riferisca. Dal S. Ufizio di Firenze questo di 24. Apr. 1686.
F.C. Pallavicini di Milano Min. Conv. Vic. Gen. Del S. Uf.

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1686

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La presente Opera, insieme con ogn’altra stata data fuori fino al presente giorno dall’Autore di essa, e che fosse data in avvenire, appartenente a materie di Disegno, o a Professori di quello, gode il Privilegio di N.S.PP. INNOCENZIO XI. per tutti gli Stati della Chiesa; della M.a del Re Cattolico per quei di Milano; e del Sereniss. G.D. COSIMO III. N. Sig. per tutti i suoi felicissimi Stati, di non poter essere sotto gravi pene ne ristampata, ne venduta senza licenza in scritto dell’Autore medesimo.

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1686

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Dipinse Stefano a fresco la Madonna del Campo santo di Pisa, nella qual’ opera si portò meglio del Maestro. Fece nel Chiostro di Santo Spirito di Firenze tre storie, che oggi più non si vedono, e le arricchì di prospettive, e architetture fatte con tanto gusto, che già si cominciò a scoprire in quelle qualche barlume della buona maniera moderna. Fra queste finse una capricciosa salita di scale, della quale è fama, che poi si servisse il Magnifico Lorenzo de’ Medici per fare le scale di fuora della real Villa del Poggio a Caiano. Fu bizzarro, e nuovo negli scorci, e il primo che uscisse dell’antico modo tenuto nelle figure da’ maestri suoi antecessori, tanto che disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia. Stefano da tutti è nominato scimia della natura; tanto espresse qualunque cosa volle. Dipinse in Pistoia la Cappella di San Iacopo. Operò in Milano, Roma, Ascesi, Perugia, e in altre molte Città d’Italia, oltre a tutto cio, ch’egli fece per le principali Chiese di Firenze sua patria. Seguì la sua morte l’anno del Giubbileo 1350.

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1686

Pagina 58

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Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350. Oltre all’essere stato questo artefice discepolo di Taddeo Gaddi, gli fu anche si confidente, ed amico, che ad esso alla sua morte, che seguì del …. raccomandò Agnolo, e Giovanni suoi figliuoli, accioché egli continuasse ad ammaestrargli in quell’arte, nella quale egli medesimo già avevagli incamminati. Operò costui di maniera Giottesca, e furono sue pitture in Ascesi la Tribuna della Cappella maggiore, dove fece un Crocifisso, la Vergine, e santa Chiara, e nelle facciate, e dalle bande, storie di Maria Vergine. In santa Croce di Firenze, una tavola per l’Altar di san Gherardo da Villa magna; ed in Ognissanti, Convento ove già stavano i Frati Umiliati, una tavola, che allora fu posta all’Altar maggiore. Condottosi poi a Milano sua patria, colorì molte tavole a tempera, e quivi finì il corso di sua vita.

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