Luogo - Libreria di san Lorenzo

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Or io, per non lasciar a dietro notizia, benché piccola, che mi sia data alle mani d’alcuni di loro, dirò di Bartolo Gioggi Pittore de’ tempi di Buffalmacco, ciò che di lui scrisse Franco Sacchetti nella Novella 170. e perché quest’opera non è fatta comune a tutti, conservandosene però il Manuscritto nella rinomata Libreria di San Lorenzo, mi farò lecito recare in questo luogo colte a verbo le parole proprie dell’Autore; dice egli dunque così: Non fu meno nuovo che Buffalmacco, Bartolo Gioggi Dipintore di Camere, il quale avendo a dipignere una camera a Messer Pino Brunelleschi, essendogli stato detto, che tra gli alberi di sopra dipignessi molti Uccelli, nella fine essendo il detto Messer Pino in contado per ispazio d’un mese, essendo la dipintura quasi compiuta, e Messer Pino veggendo la camera col detto Bartolo, il quale gli domandava denari. Messer Pino avendo considerato ogni cosa, disse: Bartolo tu non m’hai servito bene, ne come io ti dissi, però che tu non hai dipinti tanti Uccelli, quanti io volea; il quale Bartolo subito rispose, Messere io ce ne dipinsi molti piu, ma questa vostra.famiglia ha tenuto le finestre aperte, onde se ne sono usciti, e volati fuori maggior parte. Messer Pino udendo costui, e conoscendolo gran bevitore disse: Io credo bene, che la famiglia mia ha tenuto aperto l’uscio della Volta, e atti dato bere per si fatta forma, che tu m’hai mal servito, e non serai pagato come credi. Bartolo volea denari, e Messer Pino non gli li volea dare, di che essendo presente uno, che haveva nome Pescione, e non vedeva lume, assai criatura del detto Messer Pino, disse Bartolo Gioggi voletela voi rimettere nel Pescione? Messer Pino disse di si, il Pescione comincia a ridere, e dice: Come la volete voi rimettere in me, che non veggio lume? che potrei io veder quest’uccelli, o come? elle furon parole; che la rimessero in lui; il quale essendo studiato, e massimamente da Bartolo Gioggi, volle sapere quanti uccelli Bartolo haveva dipinti, e con certi Dipintori autone consiglio, cenando una sera di verno col detto Messer Pino, il Pescione disse, che sulla questione di Bartolo Gioggi haveva hauto consiglio da piu, e da piu, e veramente di quelli uccelli, che nella camera erano dipinti, Messer Pino se ne potea passare. Messer Pino non dice che ci è dato; subito si volge al Pescione, e dice: Pescione, escimi di Casa. La notte era; il Pescione dicea: perché mi dite voi questo? e quelli dice: io t’intendo bene; escimi di casa, e a un suo famiglio, che haveva nome Giannino, che non aveva se non un occhio, dice: togli il lume Gianni, fagli lume; il Pescione essendo già alla scala dicea: Messer io non ho bisogno di lume, e quelli dicea: io t’intendo bene, vatti con Dio, fagli lume Gianni, io non ho bisogno di lume, e a questo modo il Pescione senza luce, e Giannino con un occhio, e con un lume in mano scesono la scala, e’l Pescione se n’andò a Casa dall’una parte soffiando, e dall’altra ridendo, e poi di questa Novella facendo rider molti, con cui usava, e stette parecchi mesi innanzi che Messer Pino gli rendesse favella, e Bartolo Gioggi a lungo andare fece un buono sconto se volle esser pagato. Io per me non so qual fu più bella Novella di queste due, o’l subito argomento di Bartolo Gioggi, o il lume, che Messer Pino faceva fare al Pescione vocolo; ma tutto credo che procedesse o di non pagare, o dilungare il pagamento. Fin qui il Sacchetti. Parmi di poter affermare, che quest’Artefice avesse un figliuolo, che esercitò ancor’esso l’arte della Pittura, che io credo quegli appunto, che trovasi registrato nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori, e dice Taddeo di Bartolo Giorgi Dipintore, e quella differenza che è tra Gioggi, e Giorgi par che possa attribuirsi o ad errore di scrittura, o a scambiamento di pronunzia.

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Colorì poi, come a suo luogo si dirà, Andrea insieme col nominato Bernardo suo fratello la gran Cappella degli Strozzi nella medesima Chiesa, nella quale (come anche a’ presenti tempi si riconosce) rappresentò da una parte la gloria de’ Beati, e dall’altra figurò l’Inferno, e questo dispose secondo l’invenzione del divino Poeta Dante. Io trovo nell’insigne Libreria de’ manoscritti, e spogli dell’altre volte nominato senatore Carlo Strozzi, al libro segnato let. G a 18. che l’Orchagna ad istanza di Tommaso di Rossello Strozzi dipignesse per detta Cappella anche la tavola, della cui allogagione lo stesso Tommaso fece un ricordo, che quantunque alquanto informe si riconosca, è tale appunto quale a lui bastò per aiuto di sua memoria in ordine alle varie circostanze, e patti di essa allogagione; contuttociò penso che sarà caro al mio lettore, che io lo porti in questo luogo tolto a verbo a verbo, siccome nel citato libro trovasi registrato. Qui aperesso saranno scri parte, et Andrea vocato orchangniaAndrea vocato orchangnia Chio Tommaso di Rossello detto ho dato a dipignere al d. altare la quale è fatta per l’altare de. in Santa Maria novella di lalgezza di braccia v. sol. I. quivi, o intorno dela dipigniere il detto Andreaà colore fine maesteriò, et oro; ariento, et ogni altra veramente de mettere in tutta la tavola ciuori fogl. solamente le colone da lato de’ mettere ariento donella ditta tavola, et quante figure che per me tam. dare compiuta, et dipinta la detta tavola d’ogni suo. ma. tricento cinquanta quattro a venti mesi, et questo di li demo. avenisse che il detto Andrea no ci desse compiuta, et dipinta mi de dare pe ogni settimana che più la penasse a diping: secondo parrà alla descrettione di detti Arbitri scritti qui et suo maesterio, oro, , colori et ogn’altra cosa fior. cc. si et in tal modo, che meno se ne venisse se ne de stare al giudizio et Carlo delli Strozzi, et frate Iacopo di Andrea cose la facesse ne venisse più del sopradetto prezzo dobbiamo stare al giudizio Paolo, Carlo, e frate Iacopo. Fin qui il ricordo di Tommaso di Rossello Strozzi. Col quale anche fassi vedere assai manifesto l’errore preso dal Vasari, e da un moderno, che l’ha seguitato, chiamando quest’Artefice Andrea Orgagna, quando veramente egli dicevasi Andrea Orcagna; ed io n’ho un altro attestato per quanto leggesi nell’antico manoscritto nella Libreria di san Lorenzo, dico delle Novelle di Franco Sacchetti, la dove nella novella 136. si dice E fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto san Michele, qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro che sia stato da Giotto in fuori, ec.

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Ma giacché non so come, mi son trovato in discorso del vero soprannome, o casato di quest’artefice, contentisi il mio lettore, che io, come per ischerzo dica in questo luogo ciò che forse potrebbe affermarsi intorno all’etimologia dello stesso; è dunque da sapersi come la voce cagnare, quantunque rare volte, o non mai si trovi nell’antico, e moderno tempo essere stata usata in Firenze, era però, siccome è ancora al presente assai propria di alcuni popoli d’Italia, e suona lo stesso, che a noi cambiare; ond’è che potrebbe chiamarsi colui che cambia oro, colui che oro cagna, preso poi per soprannome con poca abbreviatura, colui che orcagna, e volendolo nominare per eccellenza senza il proprio nome direbbesi l’Orcagna, cioè colui che fa il cambiatore d’oro: e tanto basti intorno al casato, o soprannome del nostro artefice. Chiamata a Pisa, dipinse nel Campo santo una grande storia del Giudizio universale; ed in un’altra figurò tutti i gradi de’ signori del mondo immersi fra’ diletti di quello; e in altra parte fece vedere i pentiti del peccato in atto di rifuggirsi alle montagne fra gli Anacoreti; da basso espresse la figura di san Maccario, che a tre Coronati fa vedere tre cadaveri di Re defunti non del tutto consumati. Nella stessa Città nella Chiesa dalla coscia del Ponte vecchio fece alcune opere di scultura. Tornato a Firenze, gli fu data a dipignere la facciata destra della Chiesa di santa Croce, dove toltane quella di san Maccario, rappresentò le medesime storie, che nel Campo santo di Pisa fatte avea, le quali poi nel passato secolo per occasione della fabbrica delle nuove Cappelle furon gettate a terra. In quella del final Giudizio dalla parte degli Eletti ritrasse al vivo molti suoi amici; e da quella de’ Presciti effigiò i volti, e le persone di coloro, a’ quali egli voleva poco bene: fra questi ritrasse un tal Guardi Messo del Comune in atto d’essere dal Diavolo strascinato per un uncino allo ‘nferno, e accanto a questo, Cecco d’Ascoli medico, astrologo, ed anche poeta, di cui io leggo nella real Libreria di san Lorenzo alcune rime intitolate L’acerba Vita; ed un trattato di sfera in lingua latina ne va attorno stampato d’antica stampa sotto titolo di Cicci Asculani, insieme con Autolico, e Teodosio, ed altri autori di sfera, e fu quegli che ne’ tempi di quest’artefice era stato in Firenze per erronee opinioni, e astrologiche superstizioni morto, e abbruciato: concetti bizzarri in vero furono questi dell’Orcagna, ma non so quanto lodevoli per la dignità del luogo, e per la terribilità della storia rappresentata; coll’una, e l’altra delle quali cose, male si accordano simili baie.

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E pure anche in oggi si ravvisa esser vero ciò che disse il Nostradama per esaltare il valore del Monaco intorno all’oscurità de’ poemi Provenzali; conciosiacosache con tutta l’intelligenza, che altri si possa avere delle lingue Italiana, Spagnuola e Franzese, che tutte e tre molto ne agevolano la cognizione, riescono difficilissime ad intendersi perfettamente, e con pena se ne diciferano i sentimenti da chi legge nelle loro Canzoni, delle quali nella Libreria di san Lorenzo si fa preziosa conserva, non ostante che alcuni di essi Poeti Provenzali siano della nostra Italia, come Paolo Lanfranchi di Pistoia, Lanfranco Cicala da Genova, Folchetto pure di Genova, se ben fu detto di Marsilia, e Soldello Mantovano. Tornando ora al nostro Monaco, egli dagli stessi volumi di quella nobile libreria, e d’altronde con lungo studio ritrovò tanto, che potè comporre un bel libro de’ fatti, e vittorie de’ Re d’Aragona Conti di Provenza, il quale copiato di sua mano di bellissima lettera, insieme con altro libro dell’Ufizio di Maria Vergine, arricchiti di bellissime miniature, tolte pure dalla sua bella raccolta di disegni donò a Giolanda d’Aragona madre del Re Renato, dalla quale furon tenuti in gran pregio. Per questa, e per altre cagioni, ridondanti dal merito di tale uomo, Lodovico II. Re di Napoli, e Conte di Provenza, e la Regina Giolanda sua consorte lo vollero per lo più tenere appresso di loro, perché veramente, oltre a quanto ei possedeva nelle scienze, e nell’arti, se vogliamo credere a quanto siquanto si legge ne’ frammenti di Don Ilario de’ Martini Religioso del Monastero di san Vittorio di Marsilia nobile Provenzale, questo Monaco dell’Isole d’Oro fu uomo di santissima vita, e molto dedito all’orazione, anzi dice egli, che in un libro scritto di sua mano, nel quale conteneasi il fiore di varie scienze, e dottrine, si trova scritto, e notato in modo di Profezia, che di questa sua casa Cibo sarebbero usciti grandi, ed illustri personaggi, che averebbero governato la Chiesa Cattolica, ed altri pure, che nel temporale sarebbero stati gran Principi, e Signori. Dice ancora lo stesso autore, che questo buon Monaco, prima che entrasse in Religione, compose pure in lingua Provenzale assai rime, le quali dedicò ad Elisa dell’antica, e nobile casa del Bautio Contessa d’Avellino, e che seguì la morte di lui nel sopra nominato Monastero l’anno 1408. nel tempo che la Regina Giolanda partorì il Re Renato.

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Io aveva già tutte queste cose scritte, quando dall’eruditissimo Dottor Antonio Maria Salvini Accademico della Crusca, Lettor pubblico di lettere Greche nello Studio di Firenze, mi fu data notizia, che il libro del Cennino da Colle di Valdelsa , quello stesso, di cui parla il Vasari , che in suo tempo era nelle mani di Giuliano Orefice Sanese , capitato, non si sa quando, alle mani dei Sereniss. si trovasse fra altri antichissimi manoscritti nella Libreria di san Lorenzo , ed in luogo appunto, ove difficilissimo saria stato il rinvenirlo a chi a caso non vi fosse abbattuto, già che egli è legato in un volume, ov’è un’antica traduzione di Boezio, con altre cose, e fra queste alcune delle figure delle Profezie dell’Abate Giovacchino al Banco 78. Codice 24. onde io portatomi in essa Libreria, ravvisai tanto, che soprabbondantemente basta per approvare quanto il Vasari, ed io medesimo scrissi, cioè che la cognizione del nuovo modo di dipignere a olio, venuta ad esso Cennino, fu appunto fra’l 1410. e’l 1440. già che egli la nota come segreto saputo da pochi nel 1437. in cui egli scrisse quel libro, dicendo al Capitolo 89. Innanzi che più oltre vada, ti voglio insegnare a lavorare d’olio in muro, o in tavola, che l’usano molto i Tedeschi (intendendo per Tedeschi anche i Fiamminghi) e conclude, che ciò debba farsi cocendo l’olio della semenza del lino; ed è anche da notarsi, che il Cennino qui non fa menzione se non di muro, e di tavole, con che si conferma ciò che per altro è tanto risaputo, che moderno sia per le pitture a olio l’uso delle semplici tele. Vedesi ancora da esso libro, che il Vasari, o fosse lo Stampatore della sua storia, ove trascrisse le parole Cennino di Drea Cennini da Colle di Valdelsa, dopo quest’ ultima lasciò la parola nato, onde abbiamo che Cennino nascesse veramente a Colle di Valdelsa. Fra l’altre cose, che di passaggio osservai nel far menzione di quella pietra, con cui disegnasi, che noi diciamo matita, egli gli da nome di Lapis Amatito, conforme alla sua vera origine di Lapis Hœmatitos, quasi pietra di color sanguigno; e dove degli acquerelli per disegnare ragiona gli chiama talvolta con nome di acquerelle, che secondo me è il proprio, come che altro non siano gli acquerelli, che acqua naturale alquanto alterata, o tinta con poco colore, onde non lascia perciò d’essere più acqua, che altra cosa.

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Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

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Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. ? 1498. Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole: A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d'argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo. Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

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