Luogo - Galleria

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo d’Andrea dal Castagno, fioriva circa il 1450. Stette Francesco nella scuola d’Andrea dal Castagno fino all’età di trent’anni: e fra gli ottimi insegnamenti del maestro, e il grande studio ch’e’ fece intorno alla maniera di Fra Filippo Lippi, molto si approfittò nell’arte della pittura. Delle prime opere, ch’e’ mettesse in pubblico, fu una tavola a tempera per la Signoria di Firenze, in cui rappresentò la Visita de’ tre Magi al nato Messia, che fu collocata a mezza scala del Palazzo. Per la Cappella de’ Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, dipinse una predella, con figure piccole di storie di San Niccolò. In processo di tempo, questa predella d’Altare si era di mala maniera scommessa; onde un Sagrestano di quella Chiesa ebbe per bene il farla rifare di nuovo in forma di grado di Altare: ed a quello, che fece la spesa, che fu Michelagnolo di Lodovico Buonarroti, pronipote del gran Michelagnolo Buonarroti, donò la tavola, dove erano dette storiette rappresentate, che da quel Gentiluomo, singolarissimo amatore, e non ordinariamente pratico di queste arti, fu adornata con ornamento d’oro, e posta nella sua bella Galleria, dove al presente si vede.

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Altrove poi dice, così parlando del Re. Egli ritornò a Parigi, e l’altro giorno, senza che io l’andassi a incitare, da per sé venne a casa mia, dove fattomegli incontro, lo menai per diverse stanze, dove erano diverse sorte d’opere: e cominciando dalle cose più basse, gli mostrai molte quantità d’opere di bronzo: dipoi lo menai a vedere il Gioved’argento, e gliene mostrai come finito, con tutti i suoi ornamenti. Dipoi lo menai a vedere altre opere d’argento e d’oro, e altri modelli per inventare opere nuove. Dipoi alla sua partita, nel mio prato del castello, scopersi quel gran Gigante. E più appresso: Intanto con gran sollecitudine, io finii il Gioved’argento, colla sua base dorata, la quale io avevo posta sopra un zocco di legno: e in detto zocco di legno avevo commesso quattro pallottole pure di legno, le quali stavano più che mezze nascose nelle loro casse, in foggia di noce di balestra. Erano queste cose tanto gentilmente ordinate, che un piccolo fanciullo, facilmente per tutti i versi, senza fatica al mondo, mandava innanzi e indietro, e volgeva la detta statua. Avendola assettata a mio modo, andai con essa a Fontanablò, dove era il Re. In questo tempo il sopraddetto Bologna aveva portato di Roma le sopraddette statue, e l’aveva con gran sollecitudine fatte gettar di bronzo. Io che non sapevo nulla di questo, sì perché egli aveva fatta questa faccenda segretamente; e perché Fontanablò è discosto da Parigi quaranta miglia, però non avevo potuto saper niente. Facendo intendere al Re, dove e’ voleva ch’io ponessi il Giove; essendo alla presenza Madama di Tampes, disse al Re, che non vi era luogo più a proposito per metterlo, che nella sua bella Galleria. Questa si era, come noi diremmo in Toscana, una loggia, o sì vero androne: più presto androne si potria chiamare, perché loggie noi chiamiamo quelle stanze, che sono aperte da una parte. Era questa stanza lunga molto più di cento passi andanti, ed era ornata e ricchissima di pitture di mano di quel mirabile Rosso nostro Fiorentino: e fra le pitture erano accomodate moltissime parti di scultura, alcune tonde, altre di bassorilievo. Era di larghezza, di passi andanti, dodici in circa. Il sopraddetto Bologna aveva condotto in questa Galleria tutte le sopraddette opere antiche fatte di bronzo, e benissimo condotte: e l’aveva poste con bellissimo ordine elevate in sulle loro base; siccome di sopra ho detto. Queste erano le più belle cose tratte da quelle antiche di Roma. In questa detta stanza io condussi il mio Giove: e quando io vidi quel grande apparecchio, tutto fatto a arte, in da per me dissi: Questo si è come passare infra le picche: ora Iddio m’ajuti. Messolo al suo luogo, e quanto io potetti, benissimo acconcio, aspettai quel gran Re che venisse. Aveva il detto Giove, nella sua mano destra, accomodato il suo fulgore, in attitudine di volerlo tirare, e nella sinistra gli avevo accomodato il mondo. Infra le fiamme avevo con molta destrezza commesso un pezzo d’una torcia bianca. E perché Madama di Tampes aveva trattenuto il Re fino a notte per fare uno de’ due mali, o che egli non venisse, o sì veramente, che l’opera mia, o causa della notte si mostrasse manco bella: e come Iddio promette a quelle creature, che hanno fede in lui, ne avvenne tutto il contrario; perché fattosi notte, io accesi la detta torcia, che era in mano al Giove, e per essere alquanto elevata sopra la testa di detto Giove, cadevano i lumi di sopra, e facevano molto più bel vedere, che di dì non avrian fatto. Comparve il detto Re colla sua Madama di Tampes, colla Delfina sua figliuola, e col Delfino, oggi Re, col Re di Navarra suo Cognato, con Madama Margherita sua figliuola, e parecchi altri gran Signori, i quali erano istrutti apposta da Madama di Tampes, per dir contro di me. E veduto entrare il Re, feci spingere innanzi da quel mio garzone Ascanio, già detto, incontro al Re il detto Giove; e perché ancora era ciò fatto con un poco d’arte, quel poco di moto, che si dava a detta figura, la faceva parer viva: e lasciatomi alquanto dette figure antiche indietro, detti prima gran piacere agli occhi dell’opera mia. Subito disse il Re, questa è molto più bella cosa, che mai per nessun uomo si sia veduta: ed io, che pure me ne diletto e intendo, non avrei immaginato la centesima parte. Que’ Signori, che avevano a dire contra di me, pareva che e’ non si potesser saziare di lodare la detta opera. Madama di Tampes disse arditamente: Non vedete voi quante belle figure di bronzo antiche son poste più là, nelle quali consiste la vera virtù di quest’arte, e non in queste bajate moderne? Allora il Re si mosse, e gli altri seco, e data un’occhiata alle dette figure, e quelle per esser lor posto il lume inferiore, non si mostravano molto bene. A questo il Re disse: chi ha voluto disfavorir quest’uomo, gli ha fatto un gran favore.

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Ancora colorì ritratti d’uomini e donne illustri di quella città. Per la Compagnia, o vogliam dire Arte de’ Cerusici, dipinse un bel quadro, in cui figurò il Superiore di quell’adunanza, in atto di ricevere i Privilegj del Re. Vedevasi Enrico VIII in figura maggiore del naturale, assiso in trono: e da’ lati stavano coloro, pe’ quali si davano i privilegj, in atto reverente e genuflessi, mentre il Re quelli loro porgeva; ben’è vero, che fu opinione, che questo quadro, alla morte dell’Hoolbeen rimaso imperfetto, fosse stato finito da altro pittore, ma però della stessa maniera appunto. In più case di cittadini si vedevano ne’ medesimi tempi maravigliosi ritratti, e in tanto numero, che pareva impossibile, che un solo uomo, in così breve corso di vita, avesse potuto operar tanto: massimamente, perché egli ebbe una maniera finita al possibile, e con imitazione del naturale, essendo stato solito di condurre le sue figure con carnagioni tanto vere e con tal rilievo e spirito, che i suoi ritratti pajono vivi, benché nel panneggiare fosse alquanto secco, e tenesse assai della maniera d’Alberto Duro. Inoltre, perché Giovanni aveva abilità in ogni cosa dell’arte, fece molti disegni per altri pittori, intagliatori in rame e in legno, e per gli orefici. Colorì a guazzo, e fece anche molte miniature, e tanto in queste, quanto nelle pitture e ne’ disegni, fece sempre spiccare una maravigliosa diligenza. Aveva egli imparata l’arte del miniare, in Londra, da un certo Luca, maestro molto nominato, che stava appresso al Re: il qual Luca era però in disegno assai inferiore all’Hoolbeen. Dipinse ancora due gran quadri a guazzo, che pure del 1604 si conservavano in Londra, in una casa, chiamata dell’Oriente. Nel primo figurò il trionfo delle Ricchezze, e nell’altro lo stato della Povertà. La Ricchezza figurata a somiglianza di Plutone, in forma d’uomo vecchio calvo, maestosamente sedente sopra un carro trionfale, ricco di varj ornamenti, e tutto coperto d’oro: il Vecchio piegando il dorso, pigliava con una mano monete d’oro e d’argento da uno scrigno, e coll’altra mano mostrava gettarne in gran copia. Dall’uno e l’altro lato di sua persona ha la Fortuna e la Fama, e gran sacchi di moneta, ingombrano gli spazj del carro, dietro al quale corrono molte persone, che azzuffandosi confusamente insieme, cercano di far preda del gettato denaro. Dall’una e dall’altra parte del carro, stanno Mida e Creso, ed altri ricchissimi Re dell’antichità: ed è tirato da quattro bianchi cavalli, guidati da quattro femmine ignude, significanti quattro Deità, appropriate all’invenzione. I panni delle figure son tutti arricchiti conoro. Nell’altro quadro della Povertà si vede la medesima, in figura d’una femmina estenuata e macilente, in atto di sedere sopra un monte di paglia, elevato sopra un carro vecchio e sdrucito. Fa ombra a questa figura una capannuccia, pure di paglia, antica, e in più luoghi logora e traforata. Siede la Povertà malinconica e pensosa, con veste sdrucita e rappezzata: e tirano il suo carro un cavallo magro ed un giumento, a’ quali camminano avanti un uomo ed una donna, anch’essi pallidi e smunti, e con facce meste stringon forte le mani, come chi, deplorando le proprie necessità, chiede misericordia e soccorso. L’uomo ha una verga ed un martello, per significare i gravi e varj colpi con che il mendico è percosso dalla povertà. Davanti al carro siede la Speranza, la quale con affetto divoto fissa gli occhi nel cielo: ed in quest’opera fece altre belle invenzioni, molto espressive del concetto, e ben colorite; tantoché trovandosi in Inghilterra circa l’anno 1574, Federico Zuccheri, disegnò l’uno e l’altro quadro con penna ed acquerelli, lodandogli a gran segno: e poi essendo lo stesso Federico in Roma a conversare col Goltzio nella propria casa di lui, parlando delle cose dell’arte, e di questo pittore, ebbe a dire, che le pitture di quest’uomo non invidiavano quelle dello stesso Raffaello: e se ciò non vogliamo credere per quello, che ne lasciò scritto il Vanmander nel suo idioma Fiammingo, possiamo valerci del testimonio di molte pitture, che si trovano per l’Italia di sua mano; ma particolarmente del meraviglioso ritratto, che si conserva nella Real Galleria del Serenissimo Granduca, nella stanza chiamata la Tribuna, dove, in un quadro di circa un braccio, è una figura in tavola, che rappresenta un uomo con barba rasa, con una berretta nera in capo, in fronte alla quale è una borchia d’oro, con una gemma o cammeo, il tutto in campo verde; la figura guarda verso la parte sinistra. Ha tra la gola e la guancia destra due margini, che par di persona, che abbia patito di scrofole; è vestita di veste nera alla nobile, con maniche di raso nero: e le mani poste sopra l’una l’altra, posano sopra checchessia, o tavola o altro; ha in un dito un anello, e al collo una catena d’oro. Nel mezzo al verde campo, di qua e di là dalla testa, si leggono le seguenti parole: X. IVLII ANNO ETATIS SUÆ H VIII. XXVIII. ANN. XXXIII. L’ornamento è intagliato e dorato, e dalle bande sono due cartelline d’argento sodo; nella prima, a man destra, sono intagliate queste parole: Effigies Domini Ricardi Southvvelli equitis aurati Consiliarii privati Henrici VIII Regis Angliæ. Nella seconda a man sinistra: Opus celeberrimi artificis Johannis Holbieni Pictoris Regis Henrici VIII. Nella parte di sopra è l’arme del Granduca Cosimo II pure d’argento sodo, con iscrizione Cosmus II Magn. Dux Etruriæ IIII ed in quella di sotto un’altra arme coronata, che è quella del Regno, che ha d’intorno, secondo il costume, le seguenti parole (Motto Franzese dell’Ordine della Legaccia, ovvero Giartiera) Honi soit qui mal y pense 1621. Nella stessa Galleria (a) è un ritratto di mezza figura, di grandezza di più che mezzo naturale, che rappresenta un uomo grasso, con barba rasa, e berretta nera in capo, vestito di nero, con mani soprapposte, e nella mano di sotto tiene un foglio avvolto. Questo pure, per quanto ne mostra la maniera, si riconosce per opera dell’Hoolbeen. Vide ancora lo Zuccheri, con sua molta ammirazione, in Londra, un ritratto grande quanto il naturale, d’una Contessa (e questo era in casa di Milord Penbroicth) del quale disse, per testimonio del Vanmander, non aver veduto altrettanto in Roma. Era in que’ tempi in Londra un certo uomo, chiamato Andrea, il quale comprò tante dell’opere di Giovanni, quante mai ne poté avere: e fra’ molti ritratti, uno ne aveva quanto il naturale, fatto al vivo dalla persona di un tal maestro Niccolò Tedesco, che per trent’anni era stato in Inghilterra Astronomo del Re, appresso al qual ritratto aveva l’Hoolbeen rappresentati tutti gli strumenti d’Astronomia. Questo Niccolò, come si racconta, fu uomo piacevole; onde era sovente ammesso a discorso familiare collo stesso Re: e una volta interrogato dal medesimo, per qual cagione essendo stato trent’anni in Inghilterra, non avesse ancora appena imparato i principj della lingua, rispose: E quanto mai pare a Vostra Maestà, che si possa imparare in trent’anni in una lingua di questa sorta? A Lei par forse poco, a me par pure assai. Era anche fra gli altri ritratti appresso Andrea di Loo, quello del vecchio Milord Crawel, di grandezza d’un piede e mezzo, quello d’Erasmo di Roterdam, e quello del Vescovo di Conturberì: una gran tela a guazzo, dove in bella ordinanza eran ritratti, in atto di sedere, e grandi quanto il naturale, il famosissimo Tommaso Moro colla moglie e figliuoli, che fu la prima opera, ch’e’ facesse in Inghilterra, per metter sé stesso in reputazione, e quella soleva egli chiamare il suo pezzo d’onore, cosa, per certo, degnissima da vedersi, perché l’Hoolbeen in questo quadro dimostrò l’ultimo del valor suo. Pervenne poi questa bell’opera, dopo la morte di Andrea di Loo, in mano di un Cavaliere, nipote dello stesso Tommaso Moro. Un altro stupendo ritratto di Tommaso Moro aveva fatto Giovanni Hoolbeen, a cui era già stato dato luogo nella Galleria di Enrigo VIII, nella stanza, ove si conservavano i ritratti de’ più celebri uomini antichi e moderni. Questa stupenda pittura, adocchiata dalla scellerata Anna Bolena, lo stesso dì, che era seguita la morte di Tommaso, la fece prorompere in sì fatte parole: Oimè, che pare che ancor viva costui su quella tavola. Quindi fattala toglier di luogo, colle proprie mani la gettò dalle alte finestre del Palazzo: e fu attribuita ad opera della Divina Provvidenza, che quella degna immagine, tuttoché alquanto maltrattata dal colpo impetuoso, si conservasse, finché portata a Roma, ebbe luogo nel Palazzo de’ Crescenzj, ove fino al presente tempo si conserva. Il ritratto del Vescovo di Conturberì, il più bello, al parere degli artefici, che mai facesse Giovanni, ebbe lo un Gentiluomo, chiamato maestro Coop, che abitava fuori di Londra. In Amsterdam era l’anno 1604 un ritratto d’una Regina d’Inghilterra, con un bel panno d’argento. Aveva anche Giovanni colorito due ritratti di sé stesso con acquerello in piccoli tondi, i quali aveva finiti maravigliosamente: il primo aveva un tale Jacopo Razzet; il secondo un certo Bartolommeo Ferreris. Va attorno di questo maestro una bella stampa di venti figure, rappresentatovi il Ballo della Morte, come sopra abbiam detto, dove fanno un bellissimo vedere le persone di diversi Pontefici, Cardinali e altri gran personaggi, nel cadere che fanno finalmente in potere di lei. E’ anche un libretto di stampe in legno, con istorie della Sacra Bibbia, d’assai buona invenzione. Avendo finalmente Giovanni ornato colla sua bell’arte quelle provincie e’l mondo; arrivato all’età di cinquantasei anni, tocco da male contagioso, se ne morì l’anno 1554. Fu l’Hoolbeen pratichissimo nel disegno, grande imitatore delle cose naturali, e come altra volta si è detto, colorì le sue figure a meraviglia; ma quello che si rende più considerabile si è, ch’egli era mancino, e a far le opere sue non mai si servì, se non della sinistra mano: cosa, che dopo gli antichissimi tempi, qualchedun’altra volta, ma ben di rado, si è veduta.

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Attribuisce il Baldinucci a questo Brueghel, dagli Scrittori detto il Vecchio, e che fu padre, come l’Autore scrive, dell’altro Pietro, e di Giovanni; quasi tutto ciò che si vede di questi tre Professori, a’ quali, gl’Intendenti più moderni, assegnano caratteri diversi, e pregi non inferiori a quelli del padre, vedendosi chiaramente ne i tre Brueghel tre diverse maniere sì nel disegno, sì nel colorito; quindi è che al padre vien dato il nome di Pittore delle Processioni e Feste contadinesche: all’uno de’ figliuoli quello del Pittore delle Streghe, e da taluno della casa del diavolo, perché in tutti i suoi quadri vi si trova un diavolino; e all’altro del Paesista. Al Vecchio appartiene certamente il quadro della Processione al Monte Calvario, descritto con esattezza dal nostro Autore, per della Galleria Medicea, in cui della stessa maniera se ne conserva un altro piccolo composto di moltissime figure, quali intere, quali mezze, e quali colla sola testa, che tutte insieme rappresentano una festa contadinesca. Un altro quadro di singolar curiosità può ancora vedersi in questa Galleria, preso dal Brueghel, di cui parliamo, sopra un disegno in chiaroscuro di Alberto Duro, rappresentante la Passione di Nostro Signor Gesù Cristo, e colorito da lui con la solita diligenza e amore. Il disegno è alto e circa un braccio, e tanto è il quadro colorito, e in ciascheduno vi è la cifra del nome loro, né si può concepire, senza vederli la vastità del pensiero di Alberto, e la fedeltà di Brueghel, rendendosi molto facile una tale osservazione, per essere ambedue le opere congeniate con sì fatta maestria, che formano un sol quadro. Del Brueghel delle Stregherie, o casa del Diavolo, in detta Galleria si vede un graziosissimo quadro con Orfeo tasteggiante la sua lira davanti a Plutone, e a Proserpina coronati di raggi di fuoco, e assisi sopra trono infernale, sostenuto da orrendi mostri, e nel rimanente del quadro non saprebbero ridirsi le fantastiche immaginazioni rappresentatevi, sì nelle figure diavolesche, come di mostri ove pur senza sbaglio potrebbero contarsi; questo bensì, che la maniera è totalmente differente dall’altra, e i viaggiatori o curiosi, o dilettanti o intendenti, dicono di averne veduti molti in Germania, e ne’ Paesi Bassi, e tutti d’accordo lo chiamano Brueghel della Casa del Diavolo. Del Paesista poi, per distinguerlo dal padre, basta osservare il paese della Processione al Monte Calvario, e poi guardare alcuni paesi di varia proporzione, che di presente stanno nella medesima stanza, e subito si viene in cognizione, anche da occhi meno raffinati, che non sono dello stesso pittore; ma d’altro Brueghel famosissimo in questa sorte di pittura, siccome le figurine, che per entro vi sono disposte, mostrano una molto migliore avvenenza, e un altro gusto d’operare. Arnoldo Houbraken Olandese, che ha scritto le Vite e le Notizie de’ Pittori del suo paese, stampate in Amsterdam l’anno 1718, assegna a Giovanni Brueghel il carattere di Pittore Paesista e Fiorista, e dice che ne’ suoi quadri vi adattava figure piccole e in sommo graziose. E questo si accorda con quanto scrive il Baldinucci.

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Figlio di Paolo Caliari, nato... morto 1596. Questo virtuosissimo giovane operò assai insieme con Benedetto Caliari suo zio, e fratello di Paolo, e con Gabriello Caliari suo proprio fratello: e tutti e tre furono allo stesso Paolo d’ajuto in molte opere: e diedero fine ad alcune delle sue pitture, restate imperfette per la morte di esso, che seguì l’anno 1598 e particolarmente al bel quadro della Manna, che è in Venezia nella Cappella del Sagramento nella Chiesa de’ Santi Apostoli. Fra le prime opere, che facesse Carlo, essendo ancora in età di diciassette anni, fu un Adone morto, e Venere in atto di piangerlo: e similmente un’Angelica e Medoro, che ne’ tronchi degli alberi imprimono i nomi loro: e questa fu poi intagliata in rame da Raffael Sadeler. È però da sapersi, che avendo Paol Veronese insegnata l’arte a questo giovanetto, per la grande stima che e’ faceva del Bassano vecchio, per quanto alla forza ed al rilievo appartiene, volle, ch’egli stesse alcun tempo appresso del medesimo, affinché egli quella bella maniera apprendesse. Dipoi dipinse insieme con Gabriello suo fratello, la gran tavola pel Refettorio del Convento di S. Jacopo della Giudecca, dove figurò Cristo nostro Signore sedente alla mensa, con Levì banchiere, con molti degli Scribi e Farisei: e nella Sala del maggior Consiglio due storie d’Alessandro III. In quella degli Antipregadi fece storie d’Ambascerie de’ Persiani alla Repubblica. In San Niccolò de’ Frari, e in altre Chiese e Conventi fece co’ medesimi altre opere. Per la Chiesa di Santa Giustina di Padova, dipinse pure insieme con esso alcune istorie de’ fatti di San Paolo e San Matteo Apostoli. Veggionsi lor pitture in Venezia per molte case di private persone, in Trevigi, in Vicenza e in Brescia. Visse Carlo, insieme con Gabrielle suo fratello, in continua pace e senz’alcuna emulazione: e dipigneva l’uno sopra l’opere dell’altro, con che accrescevano a sé stessi tuttavia maggiore onore e ricchezza; ma perché non è capace l’umana condizione di goder molto a lungo vera felicità, appena fu Carlo all’età pervenuto d’anni ventisei, che soverchiamente affaticato negli studj dell’arte, sopraggiunto da etica febbre, se ne morì, lasciando di sé fama immortale. Di questo valente giovane, nella Galleria si vede un quadro da Altare alto cinque braccia in circa, rappresentante il miracolo di San Fridiano Vescovo di Lucca, quando raffrena il fiume Serchio, che avea inondate le campagne circonvicine, e lo fa tornare nel suo letto: V’è il Santo Vescovo in abiti Pontificali con in mano il Rastrello da muover terra, col quale va riunendo le rotture degli argini per cui sgorgavano impetuosamente l’acque: e dietro a lui una mezza figura, che tiene il Pastorale, le quali due figure potrebbero dirsi di Paolo medesimo, se il nome di Carlo figliuolo di Paolo Caliari, non si leggesse in un angolo del quadro. La Madonna pure graziosamente vestita col suo vaso di balsamo a’ piedi, e posta nel mezzo della tavola, sembra totalmente di Paolo, potendosi ragionevolmente credere essersi introdotta nel quadro, questa gran santa, per devozione di chi ne fece la spesa. Nella parte superiore v’è la gran Vergine Madre sostenuta da nuvole e Angeli, quasi dir si voglia, che per la di lei intercessione seguisse il miracolo. Questo bel quadro, a cui, per la sua mole può darsi il nome di singolare, stette lungo tempo come nascoso nella Terra di Castelfranco di sotto, lontano venti miglia in circa da Firenze, di dove, per attenzione del Serenissimo Gran Principe Ferdinando di gloriosa memoria, trasportato nell’appartamento da esso abitato, e adornato da numerosa e famosissima Quadreria, com’è noto, oggi nella Galleria della Real Casa si conserva.

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G Galeazzo Campi 230. Galeazzo Pisenti, detto il Sabionetta 330. Galeazzo Rivello, detto Barba 198. Gaudenzio Pittore 194. Geertgen di Sant’Jans, cioè Giorgio di San Giovanni Pittore 154. Gentile da Fabriano pittore 104. Giacomo Pampurino 200. Gio. Anton Beltraffo Pittore 213. Giovacchino Patener pittore 222. Gio. Antonio Razzi. Sua patria incerta 228. Fu trascurato e negligente nella sua professione. Sue opere. Morì allo spedale mendico 229. Gio. Battista Mantovano 333. Gio. Francesco Caroti pittore 184. Gio. Francesco Penni, detto il Fattore 240. Gio. Francesco Rustici 140. Fu uomo senza interesse e limosiniere, né teneva alcun conto del danaro 140. Atto, generoso fatto a favore d’un povero 141. Gio. Maria Chiodarolo 280. Gio. Van Calcker, detto Gio. Fiammingo 334. Giovanni Bellini Pittore, sue opere 124. Giovanni Cambioso 263. Giovanni Caroti 186. Giovanni Holbeen pittore 313. Fu mandato da Erasmo Roterodamo in Inghilterra appresso a Tommaso Moro. Sue molte opere e ritratti 314. Gran disgrazia seguitagli nella città di Londra. Fu grande amico e confidente del Re Enrico VIII, e fece il suo ritratto 315. Quadri di sua mano nella Tribuna dellaGalleria del Granduca di Toscana, bellissimi, e sua descrizione 317. Altre opere e ritratti in varj luoghi 319. Ritratto suo, e di sua mano vedesi nella stanza de’ Ritratti de’ Pittori nella detta Galleria 318. Giovanni Nani da Udine 278. Gio. Niccola 237. Giovanni Spagnuolo, detto lo Spagna 278. B. Fra Giovanni da Fiesole, detto Fra Giovanni Angelico dell’Ordine de’ Predicatori, e sue notizie 42. Capitolo di San Marco dipinto dal medesimo, e molte altre immagini sacre 44. Fu Miniatore eccellente. Semplicità del medesimo. Dipinse sempre immagini sacre 46. Rifiutò l’Arcivescovado di Firenze, e propose in luogo suo S. Antonino 47. Morte di esso, e suo Epitaffio. Ebbe un fratello della medesima Religione, uomo di santa vita, e gran Miniatore. Dalla scuola del P. Gio. venne poi quella di Tiziano 47. Giovanni di Paolo da Siena pittore 98. Giovanni della Robbia 131. Giovanni de’ Santi, padre di Raffaello da Urbino, Pittore, e sue opere 171. Giovanni, detto l’Olandese 312. Giovanni e Uberto Eyck fratelli 24. Dipignevano con colla e chiara d’uovo in vece d’olio, di cui ancora non era ritrovata l’invenzione. Inventò il colorire a olio 26. Non volle più esser veduto dipingere 27. Fu Consigliere segreto del Conte di Borgogna. Fece molte opere per l’Italia. Morte d’ambedue 28. Fecero molti allievi. Pittori, che fiorirono nella Germania alta, e nei Paesi Bassi dopo la mancanza di Giovanni e Uberto 29. Girolamo da Codignola 280. Girolamo Genga pittore 214. Girolamo Lombardo 291. Sue opere 293. Giulio Campi e sue opere 296. Giulio Caporali 289. Giulio Raibolini 190. Giulio Romano e sue opere 238. Grecia inventrice delle favole e falsi avvenimenti 71.

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T Tabernacolo d’Andrea del Sarto dallo sdrucciolo d'Orsanmichele 203. Tabernacolo d’Andrea fuori della porta a Pinti 205. Tabernacolo della Pietà nella Cappella degli Albizzi allato alla Chiesa di San Pier Maggiore 125. Tabernacolo in testa di via dell’Ariento, di Luca della Robbia 66. Tamburazione solita farsi anticamente, che cosa sia, e come si facesse. Tavola di Maria Vergine dell’Udienza de’ Consoli dell’Arte de’ Linajuoli, di che sia 43. Tavola di San Bastiano nella Cappella de’ Pucci della Santiss. Annunziata 117. Tavola nella Cappella de’ Capponi nella Chiesa di Santo Spirito 127. Tavola della Sala del Consiglio di Palazzo Vecchio 136. Tavola delle Monache di Luco in Mugello 205. Tavole del Convento distrutto fuori della Porta a San Gallo, venute in potere de’ Serenissimi di Toscana, e poste in Galleria, d’Andrea del Sarto 202. Tavole della Chiesa di Santa Chiara 125. Tempio di San Giovanni, e suo principio 36. e 37. Teodoro Direck Pittore d’Haerlem 123. Testa del Salvatore dell’Altare della Santissima Nunziata 204. Timoteo della Vite Pittore 151. Timoteo di S. Antonino della famiglia de’ Bottigli dell’Ord. de’ Predicatori 45.

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