Luogo - Firenze

Numero occorrenze: 134

Vocabolario

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Abeto

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Abeto m.
Albero, il cui legname serve molto alle fabbriche d'edificj e navilj. Questo per la sua gran lunghezza e grossezza, con difficoltà si piega sotto i pesi, e col proprio non aggrava le muraglie; si difende qualche poco dal tarlo, ed è dispostissimo al fuoco; che però usano gli Architetti di situarlo per lo più in luoghi lontani da' pericoli d'incendj. Se ne trovano in gran copia nelle montagne della Falteronanegli Appennini, e in altre montagne di Toscana. I più lontani dalla Città di Firenze son quelli che nascono nel Casentino, e nella Falterona, che ci son dati da' PP. Eremiti di Camaldoli, e dall'Opera di S. Maria del Fiore. Quei di Camaldoli si stimano da' Professori più gentili, e per conseguenza servon bene a far lavoro di legname segato; là dove quei dell'Opera, per nascere in luogo più alpestre, e meno esposto al Sole, riescono più duri; e però usano di valersene per lo più per lavori interi di travi, e simili. Trovasene anche nel monte Senario luogo de' PP. Eremiti dell'Ordine de' Servi, nel Mugello, e ne' monti della Contea di Vernio, tutti di buone grossezze e qualità; ma non essendovi il comodo della vicinanza dell'acqua d'Arno, come negli altri nominati luoghi, anno una grave spesa per condursi alla Città. Leombatista Albertiscrive, che ne' tempi de' suoi Padri, il monte Morello presso a Firenze sei miglia, era coperto di questi Alberi, e che per essere il monte assai ripido, con le dilavazioni dell'acque ne rimase del tutto spogliato; e ne' tempi nostri altro non si vede nella superficie di esso monte se non pietre, e nella cima si scorgono tuttavìa i residui delle buche, donde furono diradicati gli Abeti.

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Erano dunque gli anni di nostra salute al numero pervenuti di mille dugento quaranta, quando nella Città di Firenze , Madre e nudrice di tutte l’Arti e Scienze più riguardevoli, nacque d’assai nobile stirpe il famoso Giovanni de’ Cimabuoi , detto poi comunemente Cimabue: questi in età cresciuto fu dal Padre applicato agli studi di Gramatica sotto la disciplina di ben’esperto Maestro (qualunque o Religioso o Secolare egli si fosse) che nel Convento di S. Maria Novella de’ Frati Predicatori l’insegnava. Ma prima di fare ad altra cosa passaggio, è da sapersi in questo luogo, come ritrovandosi in Bologna il Patriarca S. Domenico , dodici de’ suoi Frati mandò a’ Fiorentini, sotto la cura del B. Giovanni da Salerno, a’ quali essi diedero per abitazione il luogo di Ripoli , fuori di Firenze . Dopo alcun tempo portatisi dentro la Città, stettero in quello di S. Pancrazio ; fin che venuto a Firenze lo stesso S. Domenico , esso luogo in quello di S. Paolo loro mutò: quivi si trattennero facendo gran frutto, finché dal Legato di Onorio III. Sommo Pontefice, a’ 31. Ottobre 1221. della Chiesa di S. Maria Novella , e de’ beni a quella annessi, fu dato loro il possesso. Era allora essa Chiesa alquanto piccola (e se vogliamo credere alla Cronica) risguardando verso Occidente dalla parte che si dice la piazza vecchia, aveva il suo principale ingresso in quel luogo appunto, dove oggi si vede il sepolcro di bronzo, di Maestro Lionardo Dati , cioè nel mezzo della larghezza della navata maggiore, ove il prospetto e faccia di essa Chiesa sorgea, e fra questa e la porta che a’ tempi nostri in essa piazza vecchia risponde, frapponevasi un grande spazio, qualunque o Cimitero o Prato o Cortile egli si fosse, per lo quale mediante un certo vestibulo alla medesima antica Chiesa si perveniva: era angusta altresì l’abitazione, senza Chiostri, o alcun’altro di quei requisiti, che ad un comodo servigio del divin culto, e delle persone degli operarj di quella Religione abbisognavano; e in tale stato si mantenne finché poi del 1279. nel giorno dedicato all’Evangelista S. Luca, con disegno di Fra Sisto e Fra Ristoro Fiorentini Conversi di quell’Ordine, fu per mano del Cardinal Latino Domenicano, in tempo del Pontificato di Niccola III. posta la prima pietra della gran fabbrica che far si doveva per accrescimento di essa fino a quel segno ch’oggi si vede.

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Doveavansi fare alcune Pitture nell’antica Chiesa per entro la Cappella, che stata di diverse famiglie, poi fu ed è della nobil famiglia de’ Gondi detti del Palazzo, la qual Cappella, nell’accrescimento predetto, fu lasciata in piedi, e dedicatovi l’Altare a S. Luca. Quegli che dovevano operare, erano alcuni Maestri Greci, per tal’ effetto a Firenze chiamati; e già s’erano essi posti a tal lavoro, quando il nostro Giovanni , che da natura era a quell’Arte forte inclinato, divertendo da quelli studj a’ quali il Padre obbligato l’aveva, sempre con que’ Maestri trattenendosi, non poteva saziarsi di vedergli dipignere; e fra tanto non frammetteva tempo, nel quale egli alcuna cosa in disegno a loro imitazione non operasse. Di ciò avvedutosi il Padre purtroppo, e conosciuta la costanza del Figliuolo in non voler’ altro fare; fu necessitato sottrarlo allo studio delle Lettere e a quello del Disegno, sotto la scorta di que’ maestri in tutto e per tutto dedicarlo. Avanzavasi a gran passi il giovane negli studi dell’Arte, in cui fece tanto profitto, che in breve tempo quella goffa maniera Greca, in modo migliorò, che si può sicuramente e col consenso di tutti i più pratici di quell’antichità e dell’Arte della Pittura, affermare, che ella per le mani di quest’uomo già cominciasse a dare apertissimi segni di dover ben presto risorgere a nuova vita; il che poi ebbe suo effetto per gli studj del famosissimo Giotto di lui Discepolo. Molte furono l’opere di Cimabue fatte in Firenze , e fra queste la gran tavola di Maria Vergine nostra Signora, con Angeli attorno, che tuttavia oggi si vede nella Cappella de’ Rucellai nella medesima Chiesa di S. Maria Novella . Attesta il Vasari degnissimo Scrittore delle vite de’ Pittori, aver letto in alcuni ricordi di Pittori antichi, che per non essersi in que’ tempi veduta opera di maggior grandezza e bellezza, fosse con gran festa a suon di trombe, e con solennissima processione portata dalla casa alla Chiesa; anzi che nel tempo che Cimabue in un luogo allora fuor delle mura di Firenze , vicino a porta S. Pietro la dipigneva; passando per detta Città il Rè Carlo il Vecchio d’Angiò , i Fiorentini in tal luogo il condussero, e feciongli vedere tale immagine, non ancora da alcuno stata veduta. Afferma ancor’egli che tale fosse il concorso, e così grande la festa che di ciò fece il devoto popolo, che fino da quel tempo ricevette quel luogo, che oggi è compreso dentro alle mura della Città, il nome che fino al presente conserva di Borgallegri ; e ciò seguì nel tempo che il nominato Carlo d’Angiò fratello di S. Luigi, venne in Toscana per favorire il partito de’ Guelfi contro i Ghibellini, dopo d’essere stato da papa Clemente IV. incoronato Rè di Sicilia e di Gerusalemme, e dopo d’aver vinto Manfredi a Benevento .

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Similmente la Città di Roma , Venezia , Siena e Bologna , anzi per quanto pur’io medesimo ò veduto, non dubito punto di affermare, che quasi ogni Città nutrisse i suoi Pittori; ma però senza che mai si scorgesse in quegli alcun meglioramento dal goffo modo che i Greci tenevano; ed è certa cosa che e’non vi fecero allievi che punto valessero; onde a gran ragione l’antica e la moderna età, solo a Cimabue che tanto l’Arte megliorò, comunicandola anche ad altri che poi eccellentemente la professarono, à data la prima lode. Merita contuttociò il nominato Margaritone qualche memoria fra gli uomini, non solo per essersi affaticato in tuttociò che a ciascheduna di queste bell’Arti appartiene, ed aver’ in esse moltissimo operato, benché all’antico barbaro modo; ma per esser’egli stato il primo che cominciasse a rapportar sopra le tavole alcune tele, quelle dipoi ingessando per dipingervi sopra; costume seguitato dopo di lui da’ megliori Maestri antichi, per assicurar le lor pitture dall’aprirsi col tempo e fendersi delle tavole. Fece lo stesso Margaritone con suo modello l’anno 1270. il Palazzo de’ Governatori nella Città d’ Ancona , e nella parte più alta di otto finestre della facciata di esso, intagliò otto Storie di mezzo rilievo del Vecchio Testamento. Fu similmente fatta con suo disegno la Chiesa di S. Ciriaco , e altr’opere fece di Scultura e Architettura della vecchia maniera, che per brevità si tralasciano. Ma tornando ora a Cimabue ; averei io avuto gran piacere, che mi fosse riuscito il dare alcuna notizia più particolare dello stato e persona di lui; ma col fuggire de’ quattro Secoli, sonosi anche dileguate assai delle desiderate memorie: onde a me piace ora il portare in questo luogo, quel poco che si trova in antiche Scritture, che quantunque non abbia un appicco immediato, e per conseguenza indubitato con Cimabue , à però in sé tali circostanze, e di nome, e di luoghi, e di tempi, che a mè pare non potersi affermare senza temerità, che a lui non appartenga. Dico dunque, che siccome egli sortì ne’ suoi per altro infelici tempi, di aver fama del primo Pittore del Mondo, così fu egli perciò sì riputato, e gli furon date a fare tant’opere, e sì magnifiche; ch’egli divenne ricco, e ciò mostra assai chiaro l’essere stati aggravati quegli di sua famiglia, ne’ quali io stimo che pervenissero le sue facoltà, delle più grosse prestanze che allora fossero solite ricercarsi nella Città di Firenze ne’ maggiori bisogni, da qualsifosse benestante e ricco.

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Ben è vero che poi a cagion dell’essere stato diminuito il patrimonio, esse prestanze si ridussero a poco, finché per quanto s’è potuto fino a ora riconoscere, non si faceva più menzione di tal famiglia, o perché ella rimanesse estinta, o perché ella avesse abbandonato la Città: trovasi dunque nella prestanza del Quartiere S. Giovanni dell’anno 1369. in Camera Fiscale, nel Gonfalone delle Chiavi, Via Borgallegri a 55. (che è appunto il luogo dove sappiamo che operò, e forse ebbe per alcun tempo sua abitazione il nostro Artefice) Dominicus Lapi Gualtierij Cimabue flor. 22. 4. 5. e nella prestanza del 1390. Quartiere S. Giovanni , Via di Borgallegri a 85 Gualtieri di Domenico Gualtieri fior. 6.1.8. e in quella del 1397. S. Gio. Via di Borgallegri a 29. Gualtieri di Domenico Gualtieri fol. 19.10. e in quella del 1426. S. Giovanni 35. Gualtieri di Domenico Gualtieri, Gonfalone Chiave, fior. 2.11. Ma per non essere tedioso al Lettore in raccontar ad un per uno gli uomini di questa casa (che in Firenze passò per la maggiore) e anche per dar luogo ad altri di poter rintracciarne la serie continovata fino a’ nostri tempi, se pur’ella vi si sia condotta, il che fin qui a me non è riuscito fare; mostrerò in fine delle presenti notizie, un piccol’Albero delle ritrovate fino a quest’ora. Finalmente ebbe Cimabue oltre al famosissimo Giotto molti Discepoli, che divennero buoni Pittori, Scultori, ed Architetti, come nelle note di ciascheduno si dirà; da’ quali poi, siccome noi in questa nostra operetta c’ingegneremo di mostrare, queste bell’Arti da Maestro a Discepolo trapassando, ed al sommo di lor perfezione a poco a poco ascendendo, sonosi dilatate per tutto il Mondo. Pervenuto finalmente Cimabue al sessantesimo anno di sua età, gloriosamente menata, passò da questa all’altra vita l’anno 1300. e nella Chiesa di Santa Maria del Fiore di Firenze sua Patria, fu onorevolmente sepolto col seguente Epitaffio. CREDIDIT UT CIMABOS
PICTURÆ CASTRA TENERE:
SIC TENUIT.
VERUM NUNC TENET ASTRA POLI.
Ne’ Sepoltuarj di Francesco Segaloni e di Stefano Rosselli, vien fatta menzione d’una Sepoltura ch’ebbono gli uomini di questa Casa, e che tuttavia si riconosce nel Cimitero Vecchio di S. Croce verso tramontana, dove a num. 95. apparisce un arme con una branca di Leone, e sopra un Rastrello con quattro Gigli, e dice così. S. Io. Lombardi, e poi Nota Dominici Lapi Gualtierij et filiorum .

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IV. 1334 Un COMENTATORE di Dante citato dal Vasari nella vita di Cimabue che scrisse nel tempo che Giotto viveva, e dieci o dodici anni doppo la morte di esso Dante, cioè intorno agli anni di Cristo 1334. dice parlando di Cimabue queste proprie parole. Fu Cimabue di Firenze Pintore nel tempo di l’Autore molto nobile di più che uomo sapesse, e con questo fue sì arrogante etc. Il medesimo Comentatore citato dallo stesso Vasari: Fu ed è Giotto fra li Dipintori il più sommo della medesima Città di Firenze, le sue opere il testimoniano a Roma a Napoli a Vignone a Firenze a Padova, e in molte parti del mondo: e soggiunge il Vasari, il qual comento è oggi appresso il Molto Reverendo Don Vincenzio Borghini Priore degl’Innocenti. V. 1340 in circa Il veracissimo Scrittore delle Storie Fiorentine GIOVANNI VILLANILibro XI. 692, parlando del Campanile del Duomo di Firenze, dice così: Provveditore della detta opera di S. Reparata fue fatto per lo comune, Maestro GIOTTO nostro Cittadino, il più sovrano Maestro stato in dipintura, che si trovasse al suo tempo, e quelli che più trasse ogni figura e atti al naturale. VI. 1342 In un RICORDO nell’antichissimo LIBRO de’ benefattori della Vaticana Basilica fog. 87. del quale anche vien fatto menzione nel Libro intitolato anonimoMartirologio esistente nell’Archivio di S. Pietro in Vaticano à fog. 83: citato da più Autori, quale noi pure porteremo intero nella vita di Giotto, si legge fra l’altre cose. Tabulam depictam de manu IOCTI super eius Basilicæ sacrosantum Altare donavit, octingentos auri florenos constitit. In Paradiso eiusdem Basilicæ de opere musaico historiam, qua Christus B. Petrum Apostolum influctibus ambulantem, dextera, ne mergeretur, erexit, per manus eiusdem singularissimi Pictoris fieri fecit, pro quo opere 2200. florenos persoluit etc.

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XIV. 1420 in circa. LIONARDO BRUNI detto l’ARETINO, Secretario della Fiorentina Repubblica, nel libro VI. della sua StoriaPer hoc tempus marmorea turris fundari cœpta est architectata quidem à IOCTO insigni per eam tempestatem pingendi Magistro. XV. 1435 in circa.FRANCO SACCHETTI nelle sue trecento novelle che si veggono manoscritte nella nominata Libreria; nella Novella riportata da don don Vincenzio Borghini nel Trattato delle Arme. Ciascuno può aver già udito chi fu GIOTTO, e quanto fu gran Dipintore sopra ogn’altro; sentendo la fama sua un grossolano Artefice etc. Lo stesso FRANCO SACCHETTI, Novella 136. Nella Città di Firenze, che sempre di nuovi uomini è stata doviziosa, furono già certi Dipintori, et altri Maestri, gli quali essendo a un luogo fuori della Città, che si chiama S. Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorìo, che alla Chiesa si doveva fare; quando ebbono desinato coll’Abate, e ben pasciuti, e bene avvinazzati, cominciarono a questionare; e fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu Capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto S. Michele, qual fu il maggior Maestro di dipignere, che altro che sia stato, da GIOTTO in fuori. Altri dicea che fu CIMABUE, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Bufalmacco, e chi uno, e chi un altro. Taddeo Gaddi, che era nella brigata disse per certo assai valenti Dipintori sono stati etc.

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XVI. 1435. FLAVIO BIONDI da Forlì, in Etruria. Paulo post FlorentiaIOTUM habuit Apelli æquiparandum. XVII. 1440 in circa. PIERO BUONINSEGNI Gentiluomo Fiorentino, nel suo Ritratto delle Istorie Fiorentine, Lib. 2 all’anno 1334. Del Mese di Luglio in detto anno si cominciò a fondare il Campanile di Santa Liperata, e fuvi al mettere della prima pietra il Vescovo di Firenze, col Calonacato e Priori con gran processione; e funne fatto capo Maestro Giotto Cittadino Fiorentino, e Dipintore maraviglioso sopra tutti gli altri etc. XVIII. 1445 in circa. Sant’ANTONINO Arcivescovo di Firenze, nella sua Cronica Parte 3. titolo 21. capitolo 6. §. ultimo, all’anno 1333. Per hoc tempus marmorea turris, quæ est ad Reparatæ templum, fundari cœpta est, architectata quidem à Gottho insigni per eam tempestatem pingendi Magistro ex Mugellano Agro oriundo, cuius similis tunc in Italia in Arte pictoria non fuit; is et fundamentis faciendis præfuit; et formam quam nunc videmus præstanti magnificentia operis designavit.

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XX. 1450 in circa. Fra Domenico di Giovanni Teologo Fiorentino dell’Ordine de’ Predicatori, nel Poema Elegiacum de Virginis laudibus fratris Dominici Ioannis Teologi Florentini Ordinis Prædicatorum ad Petrum Medicem, Manoscritto di Casa Compagni di propria mano di Piero Compagni nobil fiorentino, scritto da lui l’anno 1471. descrivendo nel quarto e ultimo Libro, tutte le Chiese, che in Firenze son dedicate alla Madonna, dove parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore. Quam foris et munit pulcherrima turris et ornat, Ad sacra quæ Populum festa ciere solet: Hanc prius insigni descripsit imagine IOCTUS, Cui data Picturæ Palma suprema fuit, Omnes ille sua superans ætate Magistros. etc.

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Venghiamo adesso a far nota d’alcuni pochi Autori fra’ molti, che sono stati NEL SUO PASSATO E PRESENTE SECOLO, cioè di alcuni di quegli che prima del Vasari, e doppo anno scritto; e veggiamo, se per ragione della propria autorità, e della propria professione, meritino appresso al mondo tanta fede, ch’e’ non si possa più dire che essi CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIANSI LASCIATI PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. XXX. 1503 Fra IACOPO FILIPPO da Bergamo, nel Supplimento alle Croniche , Libro 6. ove parla di Firenze, dice: Florentia autem, cum omnium Italiæ civitatum flos nuncupetur, et præter pulchritudimen et civium urbanitatem, viros quoque in omni genere virtutum præstantionres habuit: in primis quidem theologos, et philosophos, ac poetas, Franciscum Petrarcham, et Dantem, et Accursum Iurisconsultorum principem, qui ius civile primus explanavit, et IOCTUM Pictorem celeberrimum, qui antiquam pingendi Artem nobilissimam reddidit etc. Et libro 13. ad annum Christi 1342. ZOTUS denique Florentinus plæclarissimi in Pictura ingenij vir, qui superioribus diebus antiquam longo tempore pingendi Artem nobilissimam reddidit, hisdem temporibus eam ob rem in precio existens; cum à Benedicto Pontifice in Avenionem, ad pingendum Martyrum historias ingenti precio statutum fuisset, morte præventus, rem omisit. XXXI. 1530 Monsignor GIOVANNI della CASA, nel Galateo. Per la qual cosa si potrebbe per avventura dire, che GIOTTO non meritasse quelle commendazioni ch’alcun crede, per aver’ egli rifiutato d’esser chiamato Maestro, essendo egli non solo Maestro, ma senza alcun dubbio singular Maestro secondo quei tempi. XXXII. 1534 Il TRADUTTORE del Supplemento delle Croniche di F. IACOPO FILIPPO da Bergamo Lib. 6. dove parla di Firenze, e de’ Fiorentini più rinomati GIOTTO Dipintore nobilissimo, e singolare, el quale ritrovò l’Arte antica della Pittura. E Lib. 13. all’anno 1342. ZOTO Fiorentino nella Pittura celeberrimo, e singolare, non solo in questi tempi, ma per molti anni innanti: per la qual cosa, essendo per tutt’el Mondo famoso fu chiamato da Benedetto in questa età Papa, che andasse a Vignone, per dipingere l’Istorie de’ Martiri; e fu condotto con grandissimo prezzo, dove infermandosi, poich’ebbe principiato, morì, e lasciò tal’ opera totalmente imperfetta. XXXII. 1530 MICHELAGNOLO BUONARRUOTI, citato dal Vasari, parlando d’una Tavolina a tempera ch’era nel tramezzo della Chiesa d’Ognissanti, dipinta da Giotto con infinita diligenza (dove era la morte di Maria Vergine cogli Apostoli attorno, e con un Cristo, che in braccio l’anima di lei riceveva) era solito dire, che la proprietà di tale Storia dipinta non poteva esser più simile al vero di quel ch’ell’era. XXXIV. 1535 Messer FRANCESCO ALUNNO da Ferrara , nella Fabbrica del Mondo. Pittori celebrati da’ nostri Poeti, CIMABUE e GIOTTO Fiorentini etc. CIMABUE Fiorentino, che ne’ suoi tempi ottenne l’onore e primo luogo nella Pittura, tanto che GIOTTO venne tale, che’l vinse e superò. GIOTTO Latine Iochtus, ebbe un ingegno di tanta eccellenza, che niuna cosa della Natura, madre di tutte le cose, e operatrice col continuo girar de’ Cieli, fu, che egli, con lo stile, e con la penna, e col pennello, non dipignesse così simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse.

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XXXV. 1540 ALESSANDRO VELLUTELLO Lucchese, Commentatore di Dante. E il poeta, in persona d’Oderisi, ne assegna due esempi, il primo di CIMABUE, il quale fu nello Pittura tenuto eccellentissimo, e nondimeno fu poi vinto da GIOTTO, che molto tempo dopo lui rilusse. XXXVI. 1546 BENEDETTO VARCHI nelle Lezzioni fatte nell’Accademia Fiorentina sopra la maggioranza e nobiltà dell’Arti: Disputa prima. Qual sia più nobile la Scultura, o la Pittura: dice queste parole. Ben’è vero, che nissuna Arte fu trovata e compiuta, o in un medesimo tempo, o da un solo, ma di mano in mano, e da diversi; perché sempre si va o aggiugnendo, o ripulendo, o quello che manca, o quello che è rozzo e imperfetto; e perciò disse Dante, non meno veramente, che con giudizio, nell’undecimo Canto del Purgatorio:Credette CIMABUE nella pittura Tener lo campo, ed ora ha GIOTTO il grido. Sicché la Fama di colui oscura. Fin quì questo gravissimo Autore, il quale (per quanto io veggio) non credette, che Dante avesse ciò detto POETICAMENTE ESAGERANDO CON IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Lo Stesso, alla Disputa seconda, Potremmo addurre infiniti altri esempi, sì di molte altre città, e sì massimamente di Firenze, dove la Pittura già spenta rinacque. XXXXII. 1550 GIORGIO VASARI nella prima edizione della sua Opera, e specialmente nella vita di Cimabue e di Giotto in molti luoghi afferma quanto s’è provato. XXXXII. 1550 FLEANDRO ALBERTI Bolognese, nell’ Etruria Mediterranea. Vi fu GIOTTO Fiorentino, che fu il primo a svegliare i Pittori all’Arte del dipignere, ed in fino ad oggi in più luoghi d’Italia vedesi le pitture di lui fatte con grande artifizio. XXXIX. 1553 Messer MARCO GUAZZO, Cronica. Non solo in questo tempo, ma per molt’anni andati fu Zotto Fiorentino nella Pittura singolare. XL. 1567 L’eruditissimo Messer GIOVAMBATTISTA ADRIANI nella Lettera scritta a Giorgio Vasari, dove a lungo tratta de’ più eccellenti Artefici antichi, di Pittura, Bronzo e Marmo, non solo si sottoscrive a’ detti del Vasari, ma dà loro gran lode. Essa lettera và aggiunta al secondo, ed ultimo Volume della terza parte dell’Opera del GIORGIO VASARI, in data delli 8. di Settembre 1597. ma fu error di Stampa, che doveva dire 1567.

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XLI. 1568 Il Citato VASARI, ne’ Proemj de’ suoi Libri nella seconda edizione; e specialmente in quello delle Vite, Parte I a 85. Ma tempo è di venire oggi mai alla Vita di CIMABUE; il quale, siccome dette principio al nuovo modo di disegnare, e di dipingere, così è giusto e conveniente, che lo dia ancora alle Vite. XLII. 1570 F. ONOFRIO PANVINIO Eremitano, erudito Investigatore dell’antichità Romane, nell’ Opera Latina intitolata: De præcipuis urbis Romæ sanctioribusque Basilicis. IOCHTUS egegius suo tempore Pictore multas in ea picturas miri operis fecit. Lo stesso Autore parlando della Basilica Constantiniana. Inter aulam, quam salam Concilij vocant, et hanc, quam supra descripsi, porticum, est alia porticus oblonga etc. in cuius fine occidentem versus, est pulpitum marmoreum à Bonifacio VIII. factum, totum ferè depictum, emblematibus ornatum; pulpitum extra Concilij aulam porrectum est totum è lateribus è marmore factum, picturæ pro temporum conditione elegantissimæ, existimantur CIMABOVIS egregij Pictoris manu factæ, qui primus Italiæ picturam, post antiquos, restituit. XLIII. 1580 TEODORO ZUINGERO, nell’Opera intitolata: Theatrum Vitæ Humanæ, Basileæ per Sebastianum Enrich Petri. Zotus Florentinus in Pictura satis præclarus fuit. XLIV. 1581 GIOVANNI BARDI, nella sua Cronica universale, Parte 3. a 420, tra’ più segnalati uomini che fiorissero nel Mondo l’anno 1336. mette Giotto Fiorentino Pittore, e per moltissimi anni avanti e doppo non fa menzione d’altri Pittori. XLV. 1583 VINCENZIO BORGHINI ne’ suoi Ragionamenti dell’Armi delle famiglie Fiorentine a 33 dice così: GIOTTO non meno ingegnoso e piacevole nella familiar conversazione, che sommo Maestro in quel tempo nella Pittura. XLVI. 1584 RAFFAELLO BORGHINI nel suo Riposo a 288. Quando come volle Iddio l’anno 1240. nacque in Firenze della nobil famiglia de’ CIMABUOI, per ritornare in luce la Pittura, GIOVANNI cognomato CIMABUE. Il medesimo a 297. parla di GiottoIo ho favellato delle cose di GIOTTO alquanto a lungo perch’egli fu veramente quello, che ritornò in luce la Pittura.

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L. 1593 PAOL MINI Medico e Filosofo, nel suo Discorso della Nobiltà Fiorentina. Era per le molte e lunghe correrìe de’ Barbari la Pittura, una di esse, quasi morta affatto negli umani ingegni, e massime negl’Italiani: quando essendo venuto quel tempo, in cui sì nobil’ Arte, esercitata da’ Fabij, da’ Turpilij, da’ Labeoni, doveva con la vita ripigliare lo antico vigore, nacque nella Città di FirenzeGIOVANNI della famiglia de’ CIMABUOI, che fu l’anno 1240. Costui con il suo continuo studio, a guisa dell’antico Eumaro Ateniese, la risuscitò: GIOTTO, nato lo anno 1276. e suo discepolo, le diede il polso e la lena: Tommaso, soprannominato Giottino, le diede l’unione; Dello la grazia: Fra Giovanni di S. Domenico di Fiesole, la maestà e riverenza: Benozzo Gozzoli l’invenzione. E segue a dire d’altre eccellenze, che diedero alla Pittura i Fiorentini. LI. 1600 Messer FRANCESCO BOCCHI, nelle Bellezze di Firenze. In S. Croce sopra la porta del fianco, che riesce verso il Chiostro è una tavola di mano di CIMABUE, la quale come, che comparata con le pitture moderne, sia oggi di poco pregio, tuttavia per memoria di questo Artefice, onde è nato il colorito maraviglioso, che oggi è in uso, è degna di memoria e di considerazione. Lo stesso FRANCESCO BOCCHI nel citato Libro. GIOTTO tanto celebrato nella Pittura, egli di vero suscitò quella, che era morta, e diede notabili segni, onde appresso a somma perfezione si potesse ridurre. Il Medesimo parlando della Tavola di Cimabue, ch’era nella Chiesa di Santa Trinita. Per cui molto, e bene scorge chi è intendente, obliata la maniera de’ Greci, la quale oltramodo era rozza e goffa, quanto i Pittori moderni a questo antico Pittore siano obbligati. LII. 1600 AGNOLO MONOSINIFlores Italicæ Linguæ Libro 9. pagina 427. IOCTUS fuit Pictor egregius. LIII. 1600 Messer FRANCESCO BALDELLI nella sua traduzione di Messer Ugolino Verini citato dal RIDOLFI nel Priorista di Palazzo Vecchio, che arriva con le memorie fino al 1598 GIOTTO fu quei che ritornò nel Mondo La Pittura………

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L’anno di nostra salute 1240. nacque in FirenzeGIOVANNI CIMABUE di nobili genitori; e quegli fu, che diede principio alla primiera età. Apprese egli quest’Arte col superare i suoi maestri Greci, quantunque sempre in quella poca notizia della buona maniera; ma non per questo gli si può levare l’obbligo e la gratitudine, la quale Aristotile dice doversi a quei, che incominciarono a dar buoni principij alle facultà. Ebbe alcuni discepoli in quella Città, l’uno de’ quali si fu GIOTTO, che doppo di sé lasciò il suo Maestro, come dice Dante nel suo Purgatorio canto 11 in questi versi.Credette CIMABUE ec. Seguita poi nello stesso Idioma Spagnuolo a dire. E dando già, como l’Aurora, alcuna luz a quelle tenebre, uscirono poscia algunos buonos Pintores, cuales fueron, Stefano, Paolo Uccello, et otros muchos dignos de memoria, por lo essere essi los primeros.

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LX. 1643 L’abate FERDINANDO UGHELLI, nell’Italia sacra, alli Vescovi Fiorent.: Francisci tempore IOCTUS Florentinus Picturæ instaurator, et qui turrim extruxit, quæ proxime Templum maximum etc. LXI. 1648 SCIPIONE AMMIRATO il Giovane, nell’Aggiunta alla Storia Fiorentina di Scipione il Vecchio, Parte I. Tomo I. a 393. all’anno 1334. dove parla delle fabbriche de’ Tempi nella Città di Firenze. E non si sapendo esser nel Mondo il più sufficiente, né il più universale di GIOTTO di Bondone, e per ciò stimandosi onorevole, e profittevole, il farlo stare in Firenze, dove molti averebbono in tanto potuto imparar da lui, fu risoluto di provvisionarlo. LXII. GUGLIELMO E GIOVANNI BLAEV, in Theatro Orbis terrarum, sive Atlante novo Parte 3., nella Toscana. Pictores insignes, quorum Princeps fuit IOTHUS Artis reductor, silentio prœtereo.

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LXVI. 1666 FELIBIEN Franzese, ne’ suoi Trattenimenti sopra le vite e opere de’ Pittori. Voilà l’estat où estoit l’Italie aù commencement de l’année 1240 quand CIMABUE vint aù monde, le quel estant né pour restablir la Peinture, que les desordres & le guerres en avoient bannie, prit cependant naissance dans le temps des plus grands desordres dont l’Italie ait esté jamais affligée. Comme c’est le premier de tous les Peintres qui a remis au jour un Art si illustre, c’est avec raison qu’on peut le nommer le Maistre de tous ceux qui ont paru depuis ce temps-là. Il estoit d’une noble famille de Florence. Poi soggiugne: Et déroboit les heures de ses leçons pour voir travailler certains Peintres grossiers & ignorans, que ceux qui gouvernoient dans Florence avoient fait venir de Grece, & qui peignoient la Chapelle de l’illustre famille de Gondi, qui est dans l’Eglise de sancta Maria novella. Pymandre m’interrompant, Est-ce, me dit-il qu’il y avoit encore dans la Grece des successeurs de ces grand Peintres dont vous m’avez parlé? C’estoit bien en effet, luy repartis-je, les successeurs de ces fameux Peintres Grecs, mais il y avoit entre les derniers & les premiers la mesme difference, qui se trouvoit entre l’état déplorable où estoit alors ce païs-là, & l’etat florissant où il avoit esté du temps des Zeuxis & des Appelles. C’est-à-dire que ces derniers Peintres dont je parle, n’estoient que les miserables restes de ces grands hommes. Cependant comme si c’eust esté une fatalité à l’Italie de ne pouvoir posseder la Peinture, que par le moyen des Grecs, ce furent eux qui l’y apporterent pour la seconde fois, & qui dés l’an 1013. firent à Florence & en plusieurs autres lieux des Ouvrages de Mosaïque & de Peinture. Che recato in nostro Idioma vuol dire, Ecco lo stato, nel quale era l’Italia al principio dell’anno 1240. quando CIMABUE venne al Mondo; il quale essendo nato per istabilire la Pittura, la quale i disordini e le guerre ne avevano bandita, ebbe i suoi natali in questo mentre, nel tempo delle più gran turbolenze, dalle quali era stata già mai afflitta l’Italia: siccome questi è il primo fra tutti i Pittori, che à rimesso alla luce un’Arte tanto illustre; così con ragione si può chiamare il Maestro di tutti quei che sono venuti doppo questo tempo. Egli era d’una nobil famiglia di Fiorenza etc. Poi soggiugne: Egli rubava l’ore delle sue lezzioni, per veder lavorare alcuni Pittori grossolani ed ignoranti, che quei che governavano in Fiorenza, avevan fatto venire di Grecia, che dipignevano la Cappella dell’illustre famiglia de’ Gondi, che è nella chiesa di S. Maria Novella. Pimandro interrompendomi; puol’ essere, mi disse egli, che vi fussero ancora nella Grecia successori di questi gran Pittori, de’ quali m’avete parlato? Questi eran ben’ in effetto, io gli risposi, i successori di quei famosi Pittori Greci: ma vi correva, tra gli ultimi ed i primi, la medesima differenza, che si trova tra lo stato deplorabile, mel quale era allora quel Paese, e lo stato florido nel quale era stato a tempo degli Zeusi e degli Apelli. Voglio dire, che questi ultimi Pittori, de’ quali io parlo, non erano, che i miserabili avanzi di quei grand’uomini: fra tanto come se fusse stata una fatalità all’Italia di non poter posseder la Pittura, che per mezzo de’ Greci, furono essi quei che ve la portarono per la seconda volta, e che doppo l’anno 1013. fecero a Firenze, ed in molt’altri luoghi dell’opere di Musaico, e di Pittura. Fin qui il FELIBIEN. E avverta il Lettore in questo luogo, che il moderno autore, già tante volte mentovato, per avvalorar suo sentimento, lasciando di far menzione di ciò che disse il Felibien nel luogo sopra notato, lo cita per sé in un altro luogo, nel quale egli non disse mai ciò che esso Autore vuol ch’ei dica, né contradisse a sé stesso, ma asserì quel che veramente fu vero, che gl’Italiani non sono stati i primi inventori della Pittura, e che innanzi, che Cimabue e Giotto incominciassero a far riviver quest’arte, nel fioritissimo Regno della Francia ella si praticava, non punto inferiormente a quello che si faceva in Italia; perché torno a dire, che verissima cosa è che in ogni parte d’Europa avanti a Cimabue, e Giotto si dipigneva, ma alla Greca e Gotica maniera.

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione. Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

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Era costui in ogni sua opera diligentissimo, e tornato a Firenze sua Patria, si messe, come per riposo, a lavorare di Musaico alcune piccole tavolette colle guscia dell’uova. Fece anco molto in Pittura, e si veddero di sua mano assai tavole per le Chiese di Firenze e dello Stato. Pervenuto finalmente ch’egli fu all’età di 73. anni fece da questa all’altra vita passaggio l’anno 1312. e nella Chiesa di S. Croce, fu onorevolmente sepolto.

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Fra gli altri suoi lavori veggonsi, sino a’ nostri tempi assai ben conservati i Musaici nella Scarsella dopo l’Altar Maggiore nel Tempio di S. Giovanni di Firenze. Essendo stato chiamato a Roma, lavorò alcune cose nella Maggior Cappella di S. Gio. Laterano e in quella di S. Maria Maggiore, quali per la sua sopravvegnente morte rimasero imperfette, e furono finite poi da Gaddo Gaddi.

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Fra gli altri suoi lavori veggonsi, sino a’ nostri tempi assai ben conservati i Musaici nella Scarsella dopo l’Altar Maggiore nel Tempio di S. Giovanni di Firenze. Essendo stato chiamato a Roma, lavorò alcune cose nella Maggior Cappella di S. Gio. Laterano e in quella di S. Maria Maggiore, quali per la sua sopravvegnente morte rimasero imperfette, e furono finite poi da Gaddo Gaddi.

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Nel tempo che in Firenze con sua Architettura si fabbricava in su la piazza del Duomo la piccola Chiesetta della Misericordia, fece egli una Vergine di marmo piccola, che tuttavia si vede nella facciata di fuori di essa Chiesetta, le quali figure poste a confronto di quelle che fece poi Gio. suo figliuolo, imitando l’opere di Giotto, mostrano quanto esso col suo buon disegno, e maniera accrescesse di perfezione all’arte della Scultura.

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Del medesimo Niccola fu ancora invenzione l’accrescimento della fabbrica del Duomo di Siena, e Tempio di S. Giovanni di quella Città, e intagliò ancora il Pergamo dove si canta il Vangelio in essa Chiesa del Duomo: In Firenze poi diede il disegno per la Chiesa di S. Trinita, accrebbe il Duomo di Volterra, intagliò il Pergamo di S. Gio. in Pisa, e per varie Città d’Italia fece altre opere.

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Venuto a Firenze per veder l’opere di Giotto, scolpì la Madonna che in mezzo a due Angeli si vede sopra la seconda porta di S. Maria del Fiore verso la Canonica, e intagliò il Battisterio di S. Gio., ed in Pistoia il Pergamo della Chiesa di S. Niccola: Nella medesima Città fu fatto con suo disegno il Campanile di S. Jacopo che restò finito l’anno 1301.

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Se si considera fra l’opere da quest’Artefice fatte in Firenze la mentovata Immagine di Maria Vergine posta sopra la porta di S. Maria del Fiore si conosce in essa tanto miglioramento dall’altre figure che per avanti fatte avea, e tanto della maniera di Giotto, che non resterà dubbio alcuno, ch’egli è per l’imitazione di quel Maestro, ed anche per i precetti se ne potesse doppo tanti anni d’esercizio nell’arte della Scultura chiamar Discepolo, ne è cosa al tutto incredibile, e nuova che un esercitato Maestro si faccia talvolta discepolo d’un altro tanto maggiore di lui, ogni qualvolta ne abbia ricevuti i migliori insegnamenti, e la totale trasmutazione delle proprie abilità in altre affatto più ragguardevoli. Così Persio non isdegnò di Confessarsi Discepolo di Cornuto [...] dipinto Aristrato tiranno di Sicione sopra il trionfal carro della vittoria.

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Pittore, discep. di Cimabue, nato ? 1349. Studiò quest’Artefice da Cimabue, del quale per una certa sua ostinazione sempre volle tener la maniera, lasciando quella di Giotto, che vidde tanto applaudita ne’ suoi tempi. Dipinse per tutta Italia molte cappelle, e tavole, e in Firenze per l’Altar maggiore di S. Croce, e S. Maria Novella fece due tavole; fu colorita da lui la divota Immagine del pilastro nella loggia alla Piazza d’Orsan Michele in detta Città, per mezzo della quale Immagine poco doppo fece Iddio tanti miracoli, che concorrendovi Popoli infiniti in breve fu quella loggia ripiena di contrassegni di ricevute grazie.

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Discepolo di Cimabue nato 1276. ? 1336. Giotto di Bondone Pittore, Scultore, e Architetto Fiorentino ebbe i suoi natali, siccome io trovo in antiche scritture, in un luogo detto il Colle nel Contado di Vespignano poco distante dalla Città di Firenze. La prima applicazione di lui fu il pascolare gli armenti del Padre suo; ma perché da natura fu maravigliosamente inclinato all’arte del Disegno; nel tempo che le sue pecorelle pascolavano non poteva contenersi dal disegnare o quelle, o altre cose, che se gli presentavano alla vista, o che gli somministrava la fantasia.

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Volle il Cielo, che a gran cose destinato l’avea, che Cimabue, il più celebre Maestro, che per molti secoli avanti avesse usato pennello, passando per suoi affari per quelle parti, in lui s’imbattesse in tempo ch’egli alcuna cosa disegnava; onde maravigliato a gran segno del genio del fanciullo, il ricercò se e’ volesse seco venirsene a Firenze per apprender l’arte; il figliuolo, che costumatissimo era, accettò l’invito, quando che fusse stato di gusto del Padre, al quale chiestolo Cimabue, e ottenutolo, seco a Firenze il condusse.

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Alberese

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Alberese
m. Sorta di pietra di colore che tende al bianco.
Alberese del Ponte a Rignano
, detto altrimenti
Pietra fiorita
. Pietra di grandezza di mezzo braccio in circa, e di color bianco, che à dentro di sè alcune macchie o vene a simiglianza d'Alberi, con piede, rami, e frondi così belli, che paion dipinti; sono di durezza quasi quanto il marmo bianco: vengon portati dal fiume di Rignano nel Valdarno disopra, dieci miglia lontano dalla Città di Firenze.

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Tra le prime opere dunque, che facesse Giotto furono alcune storie nella Cappella maggiore della Badia di Firenze, oggi distrutte per cagion di nuova muraglia, e la tavola medesima, la quale si tenne da que’ Monaci in tanta venerazione, che fino al 1570 non ne fu levata, benché l’Arte in quel tempo fusse giunta all’ultima perfezione, e perciò opere di gran lunga migliori vi si fussero potute collocare. Dipinse poi a fresco la Cappella del Palazzo del Podestà di Firenze, dove ritrasse al naturale il Divino Poeta Dante Alighieri, ser Brunetto Latini di esso Dante Maestro, e M. Corso Donati. Nella Chiesa di S. Croce dipinse quattro Cappelle; nella prima delle tre, che sono tra la sagrestia, e la Cappella maggiore fece per M. Ridolfo de’ Bardi la vita di S. Francesco, e ne’ volti d’alcuni Frati, che quivi rappresentò in atto di piagnere, espresse sì vivamente il dolore della morte del Patriarca, che fu tenuta cosa di maraviglia.

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Finito le 32 storie della Chiesa di sopra, si portò Giotto a dipignere in quella di sotto, dove nelle facciate dalle bande dell’altar maggiore nella superior parte dipinse diverse non meno pellegrine, che divote invenzioni, per simboleggiare le molte, e rare virtù del Santo, siccome ancora gli quattro angoli della volta di sopra; né io mi estendo in descrivere tali cose, essendo ciò da altri Vasari stato fatto, dirò solo che in una di esse fece il ritratto di sé stesso molto al vivo. Sopra la porta di sagrestia colorì un’Immagine di S. Francesco, la quale poi da’ periti è stata sempre molto stimata. Partitosi d’Ascesi, fece ritorno a Firenze dove per la Città di Pisa dipinse la figura dello stesso Santo stimatizzato, che riuscì maravigliosa in ogni sua parte, ma singolarmente per averlo figurato nel Monte della Vernia in un paese pieno d’alberi, e massi simigliantissimi al vero, cose tutte che giunsero in quell’età interamente nuove in Pittura.

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Erasi appunto in quella Città finita di alzare la bella fabbrica del Campo Santo, onde a Giotto, come a sovranissimo Maestro furono allogate per dipignerle alcune delle gran facciate di dentro, ed egli vi dipinse a fresco sei storie di Giob. Quest’opere che riuscirono maravigliose gli procacciarono tanta fama, che Papa Bonifazio VIII, e non Papa Benedetto IX da Treviso (come erroneamente afferma il Vasari, seguìto dal Malvasia, e da altri) volendo far dipignere alcune cose in S. Pietro, mandò a posta in Firenze un suo Gentiluomo per riconoscer Giotto, e l’opere sue, ed allora mostrò egli con quel circolo tirato perfettamente con mano quella spiritosa avvedutezza, onde nacque poi il proverbio: Tu sei più tondo di quel di Giotto.

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Alla Badia di S. Fiore colorì un gran Crocifisso in legno, e poi fu di ritorno in Firenze. In questa sua Patria nel Monastero delle Donne di Faenza (che era dove è oggi la Fortezza da basso, e poi fu trasportata quell’osservanza fuori della porta alla Croce, e oggi si chiama il Monastero di S. Salvi) dipinse molte cose a tempera, ed a fresco. Venuto l’anno 1321. si portò a Lucca; quivi ad istanza di Castruccio dipinse per la Chiesa di S. Martino una tavola, dove figurò un Cristo in aria, e quattro Santi Protetori di quella Città.

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E fu opinione fino nel passato secolo ch’egli ancora vi facesse il disegno del Castello, e Fortezza della Giusta. Tornossene poi a Firenze, donde per opera di Carlo Rè di Calavria fu fatto andare a Napoli al servizio del Rè Ruberto suo Padre, e quivi dipinse nel real Chiesa di S. Chiara alcune Cappelle con istorie del vecchio, e nuovo Testamento, e dell’Apocalisse; ed è fama che ciò facesse con invenzione e concetto statogli mandato dallo stesso Dante Alighieri. Dipinse in Castel dell’Uovo la Cappella, e in una sala, che poi fu rovinata per fare il Castello, siccome ancora nell’Incoronata fece molte opere, e ritratti di famosi Uomini, e con essi il suo proprio.

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Andatosene a Gaeta nella Chiesa della Nunziata fece alcune storie del Testamento nuovo, col proprio ritratto suo, ed un gran Crocifisso. Ritornato a Roma, dopo d’essersi trattenuto alcuni giorni, se ne passò a Rimini; e a petizione del Sig. Malatesta fece nella Chiesa di S. Francesco moltissime pitture a fresco, le quali a cagione della nuova fabbrica di quella Chiesa furono di poi mandate a terra. Nel Chiostro colorì storie della B. Michelina, che riuscirono le più belle opere ch’e’ facesse mai. Fuori della porta della Chiesa di S. Cataldo, dipinse un S. Tommaso d’Aquino in atto di leggere a’ suoi Frati. Tornossene a Ravenna, dove pure fece altre opere. Poi venuto di nuovo a Firenze per la Chiesa di S. Marco dipinse il gran Crocifisso in campo d’oro sopra’l legno, e l’altro simile per la Chiesa di S. Maria Novella, per la quale fece ancora altri lavori. Venuto l’anno 1327. fece il disegno, e modello per la sepoltura di Guido Tarlati da Pietra Mala, Vescovo, e Signore d’Arezzo.

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Nella Chiesa d’Ognissanti di Firenze, che fu già de’ Frati Umiliati, era dipinta di mano di Giotto una Cappella, e quattro tavole, fra le quali una ve n’era dov’egli aveva rappresentato la Morte di Maria Vergine con gli Apostoli intorno, e Cristo suo Figliuolo in atto di ricever l’anima di lei, opera, che non solo era da tutti gli Artefici molto lodata, ma fino lo stesso Michelagnolo Buonarroti affermava la proprietà di questa storia dipinta non poter essere più simile al vero di quel ch’ella era.

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Ma sopra ogni altra opera, che veder si possa di mano di questo Artefice, è degno di memoria un quadro che ancora, ne’ presenti tempi, cioè dopo il corso di 350 anni, ottimamente conservato si vede in Casa gli Eredi di Alessandro del Nero, nobil Fiorentino e Barone Romano; cioè quello stesso quadro del quale fa menzione M. Francesco Bocchinel suo libro delle bellezze di Firenze. Vedesi in esso fatta di molto buona maniera una mezza figura di proporzione grande quanto il naturale, che rappresenta una bella femmina, ed un’altra d’un vecchio, che pare con una certa avidità, e gelosia insieme la stia guardando; e questo è fatto tanto al vivo, che è veramente uno stupore, ed io ho riconosciuto nell’effigie, attitudine, e vestimento di questo vecchio quella appunto di Corso Donati chiarissimo Cittadino di questa mia Patria, coetaneo dello stesso Giotto: dico quella stessa effigie che da Cristofano dell’altissimo Pittor Fiorentino per lo Serenissimo Gran Duca Cosimo I. fu dipinta pel vero ritratto di Corso nel museo della Real Galleria. Né io ho voluto lasciare di notare questa particolarità, per avvivar la notizia stata grande tempo sepolta, ignota ancora agli stessi padroni del quadro, di chi fusse il soggetto rappresentato da Giotto in quel meraviglioso ritratto.

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Non si fermò la virtù di questo grand’Uomo ne’ soli termini della Pittura, perché fu ancora eccellentissimo Architetto, e Scultore; né di ciò alcuno si maravigli, perché procedendo tutte queste belle arti da un solo principio, che è il disegno, è forza, che chi ha ottimo gusto nel primo, lo abbia ancora in ognuna di quelle cose che ad esso appartengono. Molte furono l’opere d’Architettura che si fecero con disegno di Giotto; ma vaglia per tutto il maraviglioso Campanile di Firenze, il quale con suo modello ebbe cominciamento l’anno 1334. Anzi che essendo in questa sua Patria tenuta costante opinione, come dicono molti Autori antichi, e moderni, ch’egli fusse il primo che in simil facultà avesse allora il mondo, come tale non solo fu aggregato alla Cittadinanza Fiorentina, ma ancora fu con molto onorato stipendio fermato in Firenze per soprastare, e intendere alle fabbriche, mura, e fortificazioni della Città, e del comune, e particolarmente a quella della Chiesa di S. Reparata che si nomina il Duomo.

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Taccio, per non allungarmi l’ingegnosa burla del Palvese fatta da Giotto a quel Grossolano; ma non voglio lasciar di dire ciò che racconta Franco Sacchetti nelle sue 300 novelle manoscritte nella Libreria di S. Lorenzo, valendomi delle parole proprie dell’Autore, che sono le seguenti. Come sa chi è uso a Firenze, sa che ogni prima Domenica del mese si va a S. Gallo, e Uomini, e Donne in compagnia vanno lassù a diletto più che a perdonanza. Mossesi Giotto una di queste Domeniche con sua brigata per andare, ed essendo nella via del Cocomero alquanto ritirato, dicendo una certa novella, passando certi porci, e uno di quelli correndo furiosamente diede tra le gambe a Giotto in sì fatta maniera, che Giotto cadde in terra, il quale aiutatosi e da sé, e da’ compagni, levatosi, e scuotendosi, né biastemmò i porci, né disse verso loro alcuna parola; ma voltatosi a’ compagni, mezzo sorridendo disse loro: Oh non anno ei ragione, che ò guadagnato a’ miei dì colle setole loro migliaia di lire, e mai non diedi loro una scodella di broda. Gli compagni udendo questo cominciarono a ridere; dicendo, che rilieva a dire: Giotto è Maestro d’ogni cosa, mai non dipignesti tanto bene alcuna storia, quanto tu ai dipinto bene il caso di questi porci, &c. Fin qui il Sacchetti.

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Questa vivacità di spirito ritenne egli fino all’ultima età, ed era già vecchio, come notò il mentovato Giovanni Boccaccio, quando con quel bello e arguto motto, che è noto, si difese dalle beffe di M. Forese da Rabatta, ritorcendole contro il beffatore medesimo; e tanto mi basta aver detto intorno a ciò. Di più è da sapersi, che il Vasari nella vita che scrisse di questo grande Artefice mostrò di non avere avuta notizia di molte altre essenziali cose intorno alla persona di lui, e particolarmente ch’egli avesse moglie, e figliuoli, e altri particolari più minuti; e perché io fui sempre di parere che ogni picciolissima appartenenza a memorie degli Uomini celebratissimi, debba aversi in gran pregio, e massimamente nel molto antico; perciò stimo che non dispiacerà, che io quì faccia nota d’alcune cose, che per le degne fatiche del Capit. Cosimo del già Orazio della nobil famiglia della Rena eccellentissimo Antiquario sono state ultimamente ritrovate, e delle quali esso medesimo mi à data cognizione, e d’altre ancora, ch’io stesso o ritrovato simili a queste. Nell’Archivio Generale di S. A. S. in un Protocollo di ser Filippo Contuccini di Maestro Buono da Pupigliano, si trova fatta menzione d’una tale M. Ciuta di Lapo, di Pela del Popolo di S. Reparata di Firenze, moglie del già Maestro Giotto di Bondone Pittore, e similmente di Francesco suo, e di detto Giotto Pittore figliuolo, e d’un Bondone chiamato Donato altro lor figliuolo, di Chiara, Caterina, e Lucia figliuole del medesimo Giotto, e d’essere stata maritata essa Caterina ad un tal Ricco di Lapo Pittore nel Popolo di S. Michele Visdomini.

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Il detto Francesco è quel Francesco del Maestro Giotto, che il Vasari parte I. a 131. disse d’aver trovato descritto, siccome ancora io l’ò trovato nell’antico libro degli Uomini della Compagnia de’ Pittori, e disse essere stato discepolo di esso Giotto, ma non saperne altro ragionare, come quello che non ebbe notizia, che Giotto avesse figliuoli, e fra essi un Francesco; e quelle parole del Maestro Giotto, per quel ch’io m’avviso, sono espressive di figliuolanza, anzi che di disciplina. Il mentovato Ricco ebbe due figliuoli, l’uno, e l’altro Pittori, uno fu Bartolo, e l’altro Stefano; e di questi pure si trova fatta menzione in un libro di livelli, e d’affitti de’ RR. Monaci di Cestello di Firenze dell’anno 1333. al contratto num. 51; ed è molto probabile, che questo Stefano sia quello Stefano Fiorentino, del quale a suo luogo si parlerà tra’ Discepoli di Giotto, che dipinse la Madonna del Campo Santo di Pisa, e morì poi l’anno 1350., e che meglio operò del Maestro suo.

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Sarà bene ora per ultimo il dire alcuna cosa sopra l’etimologia del nome del nostro Giotto. È dunque da sapere, come nella Città di Firenze, e forse altrove, era molto praticato in que’ tempi il dividere, accrescere, o mozzare, o in altro modo variare, e corrompere quasi ogni nome proprio delle persone, o fusse vizio popolare, o lo facessero per vezzi, o per abbreviatura del dire, egli è certo, che infiniti nomi si trovano o corrotti, o in tutto e per tutto mutati; dico di que’ medesimi, de’ quali per mille indubitate testimonianze si fanno i nomi interi: e perché quest’uso, o abuso che e’ si fusse non ha lasciato di portare alla posterità molta confusione, il nominato Gentiluomo, dico il Capit. Cosimo della Rena, doppo aver veduto ogni Archivio pubblico, e privato, e stetti per dire quanto poteva in questa Patria vedersi, si è applicato a compilare un’operetta, con la quale sciogliendo questo fastidiosissimo enigma, arrecherà chiarezza, e facilità maggiore a chi per l’avvenire ricercherà per l’antiche memorie; e per condurci al proposito nostro, eccone un saggio. Il nome di Ciuta significava Ricevuta, Chiello era detto per Rustichello, Bindo per Aldobrandino, Bese per Borghese, Buto per Bonaiuto, Bonsi per Bonsignore, Duti per Dietaiuti, Drada per Gualdrada, Minuccio tre volte corrotto, prima Iacopo ch’era il vero nome, poi Iacomo, in poi Iacomuccio, finalmente Minuccio. Per Cuccio s’intendeva Francesco, per CoccoNiccolò, per GhigoFederigo, per GhirigoroGregorio, per ChimentiClemente, per CeceCesare, e Ciriaco, ed il nome di Angelo si diceva con duplicata corruttela Angiolotto, e poi Giotto, e questo fu il nome del nostro Artefice, che non per Giotto, né per Angiolotto, ma per Angelo fu nominato; e fu quello, che per quanto permessero que’ tempi, si potè veramente chiamare un vero Angelo della Pittura.

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Quando poi migliorò il disegno per le mani di lui, e di quei della sua Scuola ubbidienti all’intelletto, già risvegliato a più nobile idea di quella, che i Maestri suoi coetanei, e dell’età superiore avevano tenuta, migliorò altresì l’Architettura, la Scoltura, e la Pittura, come s’è detto, e megliorò in conseguenza la Miniatura: perché poteron i Maestri del disegno, i quali per l’Italia si ritrovavano, sollevarsi verso la perfezione, mentre il miglioramento dell’Arte, da riconoscersi nell’operato, non era più ristretto dentro alle mura di Firenze, ma già s’era sparso coll’opere di Cimabue per tutta l’Italia.

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Pagina 57

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Attesta il Vasari d’aver nel suo libro de’ disegni antichi alcune cose piccole di mano di Cimabue fatte a modo di minio; nelle quali (come che oggi forse paiono anzi goffe, che altrimenti) si vede quanto per sua opera acquistasse di bontà il disegno: così egli. Sappiamo in oltre, che questo primo lume della nuova maniera di dipignere fu condotto da Cimabue fuori di Firenze, e per l’Italia circa il 1260. essendo che siccome abbiamo mostrato nelle notizie della vita di lui, egli avanti al regnare di Papa Clemente IV. fusse chiamato ad Assisi Città d’Umbria a dipignere nella Chiesa di S. Francesco: Sicché poteronsi vedere Cimabue , e Oderigi, sendo Gobbio non lontano gran cosa da Assisi, ma se io dirò che più tosto Oderigi venisse a Firenze per mettersi sotto la disciplina d’un Uomo così celebre, conciossiaché le pitture da lui fatte in Pisa , e in Lucca l’avessero reso chiaro per tutta Italia, non errerei gran fatto; il motivo che ò di tenere anche ciò per fermo è la triplicata amicizia, che passò tra Oderigi, Giotto , e Dante, la quale, come quella che fu di attual presenza, siccome proveremo dipoi, venne necessariamente prodotta dalle medesime cagioni, cioè tempo, studi, e luogo, che dettero loro occasione di conversare insieme.

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Quanto alla terza, furono tutti e’ tre nella Bottega di Cimabue , perché tutti e’ tre appresero l’arte dal medesimo Maestro. E di vero, per quanto a Giotto appartiene, la cosa è spianata. Di Dante, e da chi altri diremo noi, ch’egli apprendesse l’egregio suo disegnare se non da Cimabue , unico allora in Firenze per l’eccellenza del dipignere? D’Oderigi poi mi si rende quasi per indubitato, per la seguente ragione, quella maggiormente aggiugnendo alle congruenze fin qui addotte, ed a quelle, che io dipoi addurrò.

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Aggiugne per ultimo, che Dante obbligato dall’arte ad imitare necessariamente il costume delle Persone introdotte a parlare nel suo divino Poema nell’invettiva contro l’umana gloria posta in bocca di Oderigi, non averebbe esemplificato in fatti di Persone Fiorentine allor viventi, se Oderigi non fusse dimorato a Firenze, o almeno non avrebbe espressi quelli esempi con termini tali, che facessero apparire (siccome fanno veramente) che Oderigi medesimo molto bene le conoscesse, e l’avesse quivi praticate. Eccovi l’invettiva. Oh vanagloria dell’umane posse
Con poco verde in su la cima dura
Se non è giunta dall’etadi grosse.
Credette Cimabue nella Pittura
Tener lo campo, et or’ à Giotto ‘l grido,
Sicché la fama di colui oscura.
Così à tolto l’uno all’altro Guido
La Gloria della Lingua: e forse è noto
Chi l’uno, e l’altro caccierà di Nido.
E più sotto nove versi. Colui che del cammin sì poco piglia
Dinanzi a me Toscana sonò tutta,
Ed ora a pena in Siena sen bisbiglia.
Ond’era Sire quando fu distrutta
La rabbia Fiorentina, che superba
Fu a quel tempo siccom’ora è Putta.

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Di questo Pittore adunque, del quale per abbellire le sue novelle fece, come aviamo accennato, sì frequente menzione il nostro Giovanni Boccaccio, non sarebbe appresso di me la notizia del vero nome, se non ne avesse aiutato la varia lettura d’antichissime scritture pubbliche di que’ tempi. Trovasi nell’Archivio Fiorentino in un Rogito di Ser Grimaldo di Ser Compagno da Pesciuola del 1301. Nozzus vocatus Calandrinus Pictor quondam Perini Populi Sancti Laurentii testis, e non si può dubitare che non sia questi colui, del quale ora si ragiona, trovandosi oltre al nome tutte le qualità contenute in tali parole verificate nella persona di lui; il soprannome di Calandrino, la Professione di Pittore, ed il luogo di sua abitazione, che fu nel Popolo di S. Lorenzo, dicendo il nominato Autore nella giornata ottava novella terza: Calandrino senza arrestarsi venne a Casa sua, la quale era vicina al canto alla Macina (il che non puole avverarsi se non di luogo contenuto nel Popolo di S. Lorenzo) il quale è così chiamato da una grande, e grossa Macine, che fino al presente tempo si vede in uno delli Angoli degli edifizi delle due contrade, che son da ponente, e mezzo giorno; volendosi ora sapere ciò che significasse il nome di Nozzo, e di Perino, l’uno e l’altro tronco e corrotto, vedasi quanto aviamo detto verso il fine delle notizie di Giotto intorno all’antica usanza, che fu nella Città di Firenze di mozzare, e corrompere fino ad una, dua, e tre volte i nomi propri delle persone, e così trovasi il nome di Giovanni (che fu il proprio di Calandrino) esser detto Giannozzo, e poi con duplicata corrottela Nozzo, e quel di Piero si diceva Pero, pronunziato con l’E largo, e Pierino, che poi si diceva Perino. Circa al tempo, nel quale e’ visse, e operò nell’arte sua, già aviam mostrato che del 1301. egli era Pittore; e vien confermato dal detto dello stesso Boccaccio nella citata Novella, alle parole: Fu ancora non e gran tempo un Dipintore chiamato Calandrino. La parola, non è gran tempo, deve referirsi al tempo, nel quale fingonsi raccontate le Novelle, che fu per la peste del 1348., il che fa anche credere, ch’e’ vivesse fino a pochi anni avanti il 1348., e così ch’egli avesse lunga vita; perché nella giornata nona Novella quinta è fatto di dire a lui stesso quando era innamorato, io non son vecchio com’io vi paio; e nella stessa in altro luogo fa dire il Boccaccio alla stessa Donna di lui arrabbiata per gelosia: Vecchio impazzato, etc. ecco bello innamorato; or non ti conosci tu tristo? non ti conosci tu dolente? che premendoti tutto non uscirebbe tanto sugo, che bastasse ad una salsa.

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Pagina 65

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quanto a’ lavori di Calandrino, il citato Autore non fa menzione, che d’un solo, e fu quello che ora diremo. Era in que’ tempi in Firenze un ricco Cittadino chiamato Niccolò Cornacchini, che fra l’altre sue possessioni una ne avea in Camerata, Villaggio poco lontano dalle mura dalla parte di tramontana. Sopra questa fece egli fare un orrevole e bel casamento, e volendo poi far dipignere molte stanze del medesimo, a due Pittori Bruno, e Buffalmacco ne diede la cura, i quali perciò, perché il lavoro era molto, seco aggiunsero e Nello, e’l nostro Calandrino. Questo, secondo che si può dedurre dal racconto della Novella, dovette in quel luogo per assai tempo esercitar l’arte sua, né si ha notizia d’altri suoi lavori; e ciò non tanto perché il tempo, ch’è scorso da ch’egli operava, fino a questa nostra età, che sono poco meno di 400. anni, può da per sé stesso quelli aver distrutto, ma perch’egli eran di quella goffa maniera, che si usava in quell’infelice secolo dagl’imitatori de’ Greci, come era stato il Tafi, e doppo di lui Buffalmacco, mi fo a credere, che le stesse Pitture non abbian data grande occasione a coloro, che son venuti dipoi di molto averle in rispetto; onde sia toccato loro l’esser le prime a cedere il luogo all’altre più moderne.

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Non men grossa fu quella, che gli fece credere, che quando le macini fatte di macigno di Settignano , e di Montisci si fussero portate al gran Soldano d’Egitto legate in anella prima di forarle, se ne saria cavato gran tesoro, perché in quel paese erano assai più stimate, che gli Smeraldi, de’ quali là avevan montagne più alte, che Montemorello . Gli persuase, che in Mugnone torrente contiguo alla Città si trovasse una pietra nericcia di colore chiamata Elitropia, che rende invisibile chi la tiene addosso; onde egli invaghitosi di questa pietra, per adempire con l’aiuto di quella un cattivo pensiero suggeritogli dalla sua avarizia, d’andare invisibile a pigliar danaro alle tavole de’ Cambiatori, che moltissimi ne erano allora in Firenze , ne volle far consapevoli alcuni Pittori poveri Uomini come lui suoi amici, cioè i già nominati Bruno , e Buffalmacco , i quali come che fossero invitati al lor giuoco, seppero così bene reggere il lazzo, che vi seguirono cose troppe belle, finché avendogli coloro dato ad intendere, ch’e’ l’aveva trovata, e che già s’era fatto loro invisibile, egli se ne tornò a casa, dove fu scoperto dalla moglie; ma egli fondato sopra quella vana opinione del volgo, che le femmine ad ogni cosa faccian perdere la sua virtù, arrivò anche a credere ch’ella l’avesse fatta perdere all’ Elitropia , ch’e’ si credeva d’aver addosso.

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Un’altra volta questi suoi buoni compagni l’andarono a trovare in una sua Villuccia (in tempo, ch’e’ v’era solo) non molto lontana da Firenze, ch’egli aveva auta in dote dalla Tessa sua moglie, con animo di restarsi a cena da lui, e anche passarsi con esso, e alla sue spese qualche giornata. Al loro arrivo per mostrarsi un buon massaio, o come noi oggi diremmo un buono Economo, fecegli Calandrino di subito vedere un porco, ch’egli aveva morto in sul suo podere; ma per quel che toccò alla cena, per la sua solita taccagneria invitogli così alla trista, ch’e’ non vi vollero stare, e in quel cambio pensarono al modo di rubargli il porco, il che venne loro ben fatto. E dipoi con un bizzarro strattagemma seppero così ben fare, che diedero ad intendere a lui d’esser’ egli stesso stato quello che a sé medesimo l’avesse rubato; e di più riuscì loro con due paia de’ suoi capponi farsi pagare l’invenzione. Era seguita la morte d’una Zia di Calandrino, che gli aveva lasciato dugento lire di piccioli contanti, quando egli impazzando dietro a que’ danari diedesi a far disegni per quelli impiegare in beni stabili, e da li innanzi non si scopriva vendita di beni, alla quale egli non s’affacciasse, e come s’egli avesse avuto da spendere dieci mila scudi, non lasciava aver quiete a’ Sensali, perché gli aiutassero a conseguir l’intento, tenevane poi mercato, il quale sempre si guastava quando al prezzo del Podere si perveniva; ma Bruno, e Buffalmacco con gli altri suoi compagni avrebbon pur voluto, che que’ danari ad altro uopo servissero che a comprar terreno, e tuttavia il rimproveravano per lo pensiero, ch’e’ si prendeva di far co’ suoi procaccio di terra, quasi che avesse a far pallottole, e frattanto pensavano ogni modo di cavargliene qualcuno da dosso.

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A
Adorazione de’ simolacri proibita al popolo di Isdraele a car. 2.
Antermo antico Scultore 3.
Apollodoro antico Pittore 3.
Apelle antico Pittore 3.
Albero della casa di Cimabue 7.
Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.
Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.
Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.
Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.
Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.
Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.
Aidulfo Re de’ Longobardi 33.
Adualdo Re de’ Longobardi 33.
Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.
Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.
Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

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Vedi

C
Cimabue. vedi Gio: de Cimabuoi.
Chiesa di S. Maria Novella 3. Descrizione del Tempio antico 4. Si pone la prima pietra della nuova fabbrica 4.
Cappella de’ Gondi detti del palazzo in S. M. Novella lasciata in piedi nella rovina della Chiesa vecchia 4.
Cardinal Latino Domenicano pone la prima pietra della nuova Chiesa di S. M. Novella 4.
Chiesa di S. Ciriaco d’Ancona 5.
Cimabue, e Giotto Fiorentini, i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al disegno e alla pittura 8.
Comento di Dante di Piero nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. G.D. 10.
Altro Comento del 1334. 11.
Altro Comento con gli argomenti delle due Cantiche fatti da M. Gio. Boccaccio in essa Libreria 12 Chiose latina sopra il Purgatorio, e’l Paradiso di Dante in d. Libr. 12 Dell’Imolese 12. Di Francesco di Bartolo da Buti 13 Del Landino 15. Altro Comento manoscritto d’Antonio Altoviti in detta Libreria a 15.
Cennino Cennini da Colle di Valdelsa Pittore, discepolo d’Agnol Gaddi 12.
Cimabue, e Giotto come possano dirsi meglio ritrovatori che ristauratori della Pittura 28.
Cristiana Religione non mai fu senza immagini da venerarsi su gli altari 28.
Culto dell’immagini quando ebbe principio 28.
Chiese si dedicano a Dio in onore de’ Santi 32. Uso di dedicarle 32.
Chiesa di S. Gio. era già la Cattedrale, o Chiesa maggiore, o Vescovale di Firenze 32.
Chiesa di S. Lorenzo Basilica Ambrosiana 32.
Chiesa di S. Pietro in Ciel d’oro antichissima in Firenze 34.
Campanile di S. Marco di Venezia quando cominciato a edificare 35.
Chiesa di S. Andrea di Pistoia 35.
Chiesa di S. Maria Maggiore in Firenze 35.
Campanile del Duomo di Pisa quando fondato, e da chi 35.
Chiesa di S. Salvadore del Vescovado 36.
Chiesa di S. Michele Bertelli detto degli Antinori 36.
Campanile di Badia quando edificato 36.
Chiesa di S. Croce in Firenze, e i primi Chiostri quando edificati 36.
Castelli di Scarperia in Mugello, di Castelfranco, e S. Gio: quando edificati 36.
Chiesa di S. Maria del Fiore in Firenze 37.
Casa delli Uberti, e altri ribelli disfatte 37.
Campo santo di Pisa quando cominciato a edificare, e da chi 42.
Cappella dove si conserva la sacra Cintola in Prato, da chi inventata, con altre fabbriche di quella Chiesa 42.
Capocchio da Siena 59.
Casella professore di musica 59.
Carlo Martello Re d’Ungheria 60.
Clemente V. condusse Giotto in Avignone 49.
Carlo di Re di Calavria fece andar Giotto a Napoli in servizio del Re Ruberto suo Padre 49.
Casa de’ Cerchi posta a piè del Ponte vecchio, e sua erudizione 50.
Calandrino, e sue notizie 64.
Il Cardinal di Gaeta Legato del Papa in Siena 68.

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D
Dibeno antico Scultore 2.
Demofilo antico Pittore 3.
S. Domenico Patriarca 3. a Firenze 4.
Detto di moderno Autore contro un’opera d’Andrea Tafi, confutato 31.
Darsena, e Mandrocchio di Genova da chi, e quando edificati 43.
Dante Poeta Fiorentino, de’ Priori 45. suo esilio 45. ricevuto da Giotto in casa sua nella Città di Padova 49. dipinto da Giotto 46.

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E
Enos figliuolo di Set fece alcune immagini 2.
Epitaffio sopra il sepolcro di Cimabue 6.
Esenzioni concesse in Firenze ad Arnolfo Architetto 36.
Etimologia del nome di Giotto 54.

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F
Fidia antico Scultore 3.
S. Francesco Patriarca, sua immagine al vivo di mano di Cimabue in S. Croce di Firenze.
Fede necessaria anche nelle cose mondane 16.
Figura del Cristo fatto dal Tafi nella volta di S. Gio: ed errore preso da moderno Autore in condannarla 31.
Figura del falso Dio Marte già nell’antico Tempio che oggi è il Tempio di S. Gio: 32.
Fuccio Fiorent. Architetto, fabbrica in Firenze la Chiesa di S. Maria sopr’arno 35. altre sue opere 41.
Franco Bolognese discepolo d’Oderigi 62.
Filippo da Bergamo, e suo errore nel Supplimento alle Cronache circa alla morte di Giotto, con prove, ed erudizione 51.

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G
Gige Lidio Pittore antico in Egitto 3.
Gio: de’ Cimabue detto Cimabue Pittore, nasce nel 1240. 3 Notizie di sua vita 3 sue opere 45. muore l’anno 1300. 6.
B. Gio: da Salerno dodici de’ suoi frati abita in Ripoli fuor di Firenze 3. Nella Città di Firenze in S. Pancrazio 4 in S. Paolo 4.
Greci Pittori in Firenze 4.
Giotto discepolo di Cimabue 4.
Giorgio Vasari scrittore delle vite de’ Pittori a 8.
Guido Guinicelli 10.
Guido Cavalcanti 10.
Gaddo Gaddi in aiuto del Tafi nell’opere della volta di S. Giovanni 31.
Guglielmo dicesi Tedesco Architetto 35.
F. Gio: da Campi dell’ordine de Predic. Archit. 38.
Gaddo Gaddi Pittor Fiorent, sua vita 39.
Gaddi nobil famiglia Fiorent, suo principio, fine, e quasi risorgimento nella nobil famiglia de’ Pitti 48.
Gio: Pisano Scultore, e Archit. sua vita 41.
Giotto di Bondone Pittore, Scultore, e Architetto Fiorentino, sua vita 44.

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I
Idoli di Labam rubati dalla bella Racchele 2.
Inventore d’alcune cose quale, e come possa dirsi 27.
F. Iacopo da Turrita dell’ord. di S. Franc. Pittore a musaico 34 sua vita 41.
F. Iacopo Passavanti celebre scrittore dell’ordine de Predicat. 38.
Immagine di Maria Verg. nel pilastro della loggia alla piazza a’ Orsanmichele da chi dipinta 43.
Iacopo Stefaneschi Cardinale 45.
Il primo lume di dipingere fu condotto da Cimabue fuor di Firenze e per l’Italia circa il 1260 57.
Istoria della Beata Umiliana de’ Cerchi 50.
Il Campanile di Firenze ebbe cominciamento col modello di Giotto l’anno 1334, e sua erudizione 51.

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Vedi

L
S. Luca Vangelista nel giorno della sua festa si pone la prima pietra della Chiesa di S. Maria Novella 4.
S. Luca. Altare a lui dedicato nella Capp. de Gondi dipinta da Greci maestri di Cimabue 4.
S. Luca con alcune immagini di Cristo e di Maria da sé dipinte converte l’anime a Dio 29.
Lapo Antonio Architetto dicesi Tedesco 36.
Lastricare le strade in Firenze quando ebbe principio e da chi 36.
Loggia, e Piazza de’ Priori quando edificata 36.
Lorenzo de’ Medici nella Chiesa di S. Reparata fece scolpire in memoria di Giotto la sua effigie per mano di Benedetto da Maiano, con i versi composti del Poliziano 51. e 52.

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Vedi

M
Moltiplicità di pareri offusca la chiarezza delle scienze 2.
Michelagnolo Buonarroti, suo parere sopra la pittura, e scultura 2.
Mela, e Micciade antichi Scultori 3.
Margaritone Pittore, Scultore e Archit. Aretino 5. il primo che incominci a coprire le tavole di tela per dipingervi sopra 5. sue opere 5.
Marino Boccanera Architetto Genovese sua vita, e opere 43.
Molo antico di Genova da chi, e quando edificato 43.
Monastero delle Donne di Faenza era dove oggi è la fortezza da basso 49.
Monaco dell’isole d’oro dell’antichissima, e nobilissima famiglia Cibo, sue opere 49.
Morte di Giotto in Firenze l’anno 1336. 51.
Moglie e figliuoli di Giotto a 53. e 54.
Maso del Saggio, e sua piacevole istoria circa Calandrino 66.

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N
Nino Re degli Assiri fa scolpire un’immagine di Belo suo Padre 2.
Nesea amico pittore 3.
Nella primitiva Chiesa s’intitolava la Cattedrale in S. Salvadore 32.
Niccola Pisano sue opere 42.
Navicella di Giotto dipinta a musaico in S. Pietro di Roma 48. quello che sia seguito in tempo di questa opera 48.
Nozzo di Perino detto Calandrino, e sue recondite notizie 64.
Nino Visconte Pisano Giudice di Gallura in Sard. 59.
Notizie d’Oderigi d’Agobbio 55.
Niccolò Cornacchini ricco Cittadino in Firenze 65.
Notizie d’Agostino e Agnolo Sanesi discepoli di Gio di Niccola Pisano 68.

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P
Proemio dell’Opera 1.
Pittura, e Scultura sono una cosa stessa 2. lor divisione da che proceda 2. Procedono dallo stesso principio che è il disegno 2. Dall’Egitto in Italia, e poi in Grecia 3. periscono 3. risorgono in Toscana 3.
Plastica del primo Uomo 2.
Prassitele antico Scultore 3.
Pirro antico pittore in Grecia 3.
Polignoto Ateniese antico Pittore in Corinto 3.
Parrasio antico pittore 3.
Protogene antico pittore 3.
Pitture de’ Greci in S. Maria Novella 4.
Palazzo de’ Governatori d’Ancona 5.
Provvisione ottenuta nel Consiglio della Città di Firenze a favor di Giotto 10.
Platone ebbe lode d’essere stato il primo, che riducesse il Dialogo a perfezione 28.
Palazzo de’ Sig. in Arezzo, e Torre della Campana 35.
Ponte alla Carraia quando fondato, e da chi 35.
Palazzo delli Anziani in Firenze e da chi edificato 36. servì poi pel Podestà, oggi pel Bargello 36.
ser Petraccolo dell’Ancisa padre del Petrarca 36.
Ponte alla spugna sopra il fiume dell’Elsa quando edificato, e da chi 38.
Persio si fa chiamare discepolo di Cornuto 42.
Paradiso si piglia per atrio, e portico di Chiesa, avvertimento dell’Autore intorno a ciò 48.
Pietro Berrettini da Cortona 58.
Papa Benedetto IX da Treviso 60 e 63.
Papa Bonifazio VIII. 60.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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R
Re Carlo il vecchio d’Angiò fratello di S. Luigi, a Firenze 4. Ricordo nell’antichissimo libro de’ Benedattori della Vaticana Basilica 11. Redoardo Re de’ Longobardi 33. F. Ristoro e F. Sisto conversi Domenicani, antichi Architetti loro opere, e morte 38. Rogito di ser Grimaldo di ser Compagno da Pescivola circa il vero nome di Calandrino 64. Rogito di Lando d’Ubaldino da Pescivola, esprime qual fusse la moglie di Calandrino 65.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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T
Timante antico Pittore 3. Toscana, della quale è fatta menzione in molte parti di quest’Opera. Tempio di S. Giovanni 31 e 32. Ragioni dell’Autore per le quali si possa dire, che esso Tempio fusse avanti al 600 intitolato in S. Salvatore, contro il detto di gravi Autori 32. Teodolinda Regina de’ Longobardi 33. Fabbrica una Basilica in onore di S. Gio: Battista. Terzo, e ultimo cerchio delle mura di Firenze, quando edificato 36. Torre de’ Foraboschi, oggi il Campanile di Piazza 37. Turrita Terra di Valdichiana 41. Taddeo Gaddi discepolo di Giotto 49.

Vocabolario

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Commesso

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Commesso
add. Da commettere, congiunto, incastrato.
Commesso
m.
Lavoro di commesso
, e
lavorar di commesso
, dicesi di quella sorte di pittura, o vogliamo dire di
Musaico di pietre
, che chiamasi ancora
chiaroscuro di commesso
.
¶ Propriamente è quel bellissimo lavoro, che si fa commettendo insieme, con industrioso artificio, pietre durissime e gioie, per fare apparire figure, animali, frutti, fiori, ed ogni altra cosa, in tavole, in stipetti, e in simiglianti opere. La perfezzione di tal lavoro ebbe suo principio nel passato Secolo, sotto la protezzione de' Serenissimi di Toscana, nella loro real Gallerìa, dove del continovo si fanno di tale artificio, opere maravigliose, e di prezzo impareggiabile.¶ Dicesi ancora lavoro di commesso, una certa sorta di Pittura, che circa il 1470. fu da Sandro Filipepi, detto il Botticello, ritrovata, e da altri Pittori messa in uso in Firenze, per fare stendardi, e bandiere, commettendo insieme pezzi di drappi di varj colori, e formando con quei pezzi figure, o altro, facendo apparire il color del drappo dall'una, e l'altra parte.

Vocabolario

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Dorare

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Dorare
Indorare
Distendere, e appiccare l'oro in sù la superficie di che che sia.
Dorare a bolo
. Mettere a oro, adoperando per attaccarlo il bolo; e ciò si fa col coprir prima di gesso da oro la cosa da dorarsi, aggiugnendovi sopra il bolo macinato, e temperato con chiara d'uovo; il quale doppo ch'è secco si bagna leggiermente con acqua, e così bagnato vi si posa sopra la foglia dell'oro, la quale tenacemente appiccandosi ad esso, facilmente si brunisce, e lustra, dopo che sia lasciata bene asciugare. Questo modo di dorare, usasi comunemente sul legno.
Dorare a fuoco
. Mettere l'oro sopra la superficie delle figure, o altro lavoro di metallo ben lustro, e grattabugiato, il che fanno a forza di fuoco, e argento vivo in questa maniera. Pigliano il metallo, o sia argento, o rame, o bronzo, o ottone, e in un calderotto di rame lo fanno bollire, con acqua, sal comune, e gruma di botte, per quanto faccia di bisogno, secondo la qualità e grandezza del lavoro; qual bollitura con tali ingredienti à forza di levargli quella pelle di sudiciume, ch'e' potesse avere attorno; e questo lo chiaman bianchire. Lavanlo poi in una catinella con acqua chiara, servendosi d'un mazzetto, o sia pennello di setole di porco; poi con la grattabugia lo vanno stropicciando, e rilavando in acqua chiara, ed asciugandolo con panni bianchi, finchè si riduca ben lustro. Ciò fatto, pigliano acqua forte da partire, e con lo strumento detto avvivatoio, pigliano a vicenda gentilmente di essa acqua forte, e dell'argento vivo, e lo posano sopra il lavoro, spargendovelo con le setole; e questo dicono
avvivare il lavoro
, che è una disposizione necessaria, acciocch'e' pigli l'oro, che per altro non vi si attaccherebbe: e l'acqua forte, in questo caso serve, per far che l'argento vivo, con cui s'avviva, si distenda ed appicchi. Piglian poi oro fine, e battuto a gran sottigliezza, e fattone minutissimi pezzi, l'inquocono dentro una ferraccia: piglian poi un coreggiuolo di terra, e lo fanno rosso di fuoco, in esso infondon l'oro con argento vivo (per ogni danaro d'oro otto danari d'argento vivo) e lascianvelo stare finchè si liquefaccia; allora lo gettano in acqua fresca, in cui viene a fare un certo corpo, simile ad un'unguento: poi con le setole lo distendono in sul lavoro avvivato, finchè sia ben coperto per tutto, ponendolo a otta a otta sopra 'l fuoco, e stropicciandolo con le setole tante volte, quante bisognano, finchè l'argento vivo si consumi, ed il lavoro rimanga giallo. Usano in questa maestranza uno strumento che'e' chiamano
taffería
, che è un piatto di legno di più grandezze (e talvolta una cassetta che à lo stesso nome, e serve per lavori grandi) per posarvi il dorato, avendola prima coperta in fondo con frustagno o canavaccio, perchè il legno toccando esso dorato caldo lo macchia; e serve ancora tale strumento, per ricever quelle polveri d'oro che cadono nel setolare.
Volendo poi fare, che l'oro dato sopra 'l metallo, pigli un profondo colore, fanno in questo modo. Pigliano cera gialla, matita rossa, fior di pietra, salgemma, e verderame, ne fanno al fuoco un composto, poi scaldato bene il lavoro, con un pennello di setole, velo distendon sopra; e doppo quattro o cinqu'ore, l'ardono al fuoco, e lo spengono in orina di maschio, o aceto, o vino, lo grattabugiano pulitamente, lo risciacquano in acqua fresca, l'asciugano e col fuoco e con panni caldi; e questo dicono il primo colore. Gli danno poi il secondo colore, pigliando verderame, salnitro, sale armoniaco, e fior di pietra; distendono questo secondo composto in sul dorato, l'ardono finchè questa materia cominci un poco a bollire, e diventi ben nera, lo spengon'in orina, e altro che sopra, e l'asciugano nel modo detto. Gli danno anche il terzo ed ultimo colore in questo modo: infondono in un calderotto di rame tant'acqua, quanta abbisogni, perchè il dorato rimanga coperto, con un terzo d'orina di maschio, sal comune, gruma di botte, e zolfo nuovo, e fannolo bollire finchè pigli il colore, lo cavano, e mettono in acqua fresca ben pulita, setolandolo bene, l'asciugano al fuoco, lo stropicciano con bianchi panni; e resta finito il lavoro, che rimane d'un color d'oro bellissimo ed acceso. Quest'operazioni, per lo maneggiar che ricercano dell'argento vivo, e per i fumi e male evaporazioni che' manda fuori, son dannosissime alla sanità degli Artefici; che però usano in lavorando tener guanti di frustagno foderati di canavaccio, e una sorte di berretta chiamata buffa, con cui resta loro coperto tutto il capo, il collo, la gola, il mento, le gote, e le narici, restando solo una certa apertura quanto fa lor di bisogno per l'uso degli occhi. Singulare in questa maestranza fu, nel Secolo passato, un certo Martino di Matteo Scjvente d'Augusta, che serviva il Sereniss. Granduca nella real Gallería di Firenze. Essendo poi l'Anno 1600. a' 27. di Gennaio alle 4. ore di notte, caduti, come si disse allora, quattro fulmini in un tempo stesso, sopra la gran Cupola di S. Marìa del Fiore, e fattane cadere, con quasi la metà della pergamena, la bella palla di metallo, la quale stiacciata come se fusse stata di cera, cadde nella pubblica via, rimpetto alla porta del fianco dalla parte de' Servi: ed essendo, dopo tale accidente, stata essa palla ridotta a ben'essere, a Martino fu dato l'ordine di dorarla. Questi avendo un Fratello alla Patria chiamato Tobbìa, anch'egli valoroso in simili materie, il chiamò a Firenze; e insieme con esso, dorò la gran palla: e ciò seguì dentro a quel serraglio appunto, che ancor'oggi si vede dietro alla Chiesa, al fianco della medesima, dirimpetto alla piazza delle pallottole e case de' Guadagni. Questo Tobbìa si fermò anch'esso in Firenze al servizio de' Serenissimi in Gallería, nella quale fu sempre impiegato ne' più degni lavori. Lasciò un Figliuolo chiamato Iona Scjvente, che oggi vive, nello stesso impiego, uomo che alla bontà della vita, ed esemplarità de' costumi, à congiunto in modo straordinario il talento in simil facoltà. Questi agli anni a dietro dorò il gran Vaso di metallo, alto circa sei braccia, che fu posto sopra il Campanile della Chiesa de' Padri Benedettini nella Città d'Arezzo.
Dorare a mordente
. Mettere a oro sopra mordente: e si fa a quel lavoro, che non si può, o non si vuol brunire, o lustrare, coprendo la cosa da dorarsi con mordente, in vece di bolo; il qual mordente, per esser di sua natura untuoso e viscoso, senza interposizione d'altra materia, riceve e tiene stabilmente la foglia d'oro. Questa doratura à un certo splendore grasso (e non acceso, come quella brunita) simile alla lucentezza del puro getto del metallo.
Dorare a orminiaco
. Mettere a oro cosa, che non s'abbia a brunire, sopra materia detta orminiaco. V. Orminiaco.

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Granito di Corsica

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Granito di Corsica
; pietra molto dura picchiettata di minute macchie bianche e nere di color nero profondo; serve per Colonne, e per ogni lavoro di quadro. Di questa pietra nella Città di Firenze sopra la Piazza di Santa Trinita una gran Colonna di grossezza per diametro braccia tre, per altezza braccia. E della stessa pietra è fatto il Cornicione del primo ordine sopra i pilastri della real Cappella. Viene dall'Isola di Corsica.

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Lastricato

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Lastricato
add. Da lastricare, coperto di lastre. Lat. Lapidibus stratus.
Lastricato
e
Lastrico
m. Una incrostatura, o vogliamo dire copertura di pietre dette lastre, poste a piano del terreno per comodità del camminare. Usasi nelle pubbliche vie, sopra i ponti, ne' cortili, e abitazioni sotterranee, ed altri luoghi. Gli antichi si servirono molto per fare i lastrichi delle selci o selici, volgarmente detteciottoli; benchè molte sieno le pietre, che posson servire a tal lavoro, pur che sien dure, grosse, e piane. Quest'usanza di coprir le strade con selci o ciottoli, che noi diciamo
acciottolare
, e
insiniciare
(quasi
inseliciare
) tennesi nella Città di Firenze fino al 1260. in circa; nel qual tempo, Arnolfo di Lapo, celebre Architetto di que' tempi, introdusse il bel costume di coprirle di lastre di non ordinaria larghezza, lunghezza, e grossezza; il che dura fino al presente tempo: onde la nostra patria pregiasi fra ogn'altra Città d'Europa di godere in ogni stagione una singular nettezza.

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Marmo

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Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

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Marmo

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Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

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Marmo

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Marmo
m. Pietra fine, e dura; di diverse spezie, e colori.
Marmo bianco del Monte a S. Giuliano
, montagna del territorio di Pisa in Toscana. Una qualità di marmo, che tiene al quanto dell'Alberese. Di questo è incrostato per di fuori il Duomo e il Campanile di quella Città.
Marmo bianco di Parigi
. Una Pietra descritta da Benvenuto Cellini: ed è di color bianco alquanto torbidiccio, e tanto dolce e gentile, che quando si cava si può lavorare co' ferri da legno; ma in processo di tempo piglia una durezza, particolarmente nella superficie, simile a quella degli altri marmi: e dicono ancora trovarsene in Inghilterra.
Marmo bianco di Seravezza e di Campiglia in Toscana
. Una qualità di marmo, buono per lavoro di quadro e qualche poco per figure.
Marmo bianco senza vene
. Un marmo di finissima grana, e grandissimo di mole, il quale si cava nella Grecia. Questa è quella sorta di pietra, della quale gli antichi fecero le grandissime statue tanto note, fra le quali si ammirano in Roma, il Gigante di Monte Cavallo, ed il Nilo di Belvedere. Lavorasi questo marmo con gran facilità.
Marmo bianco
; sue qualità in universale. Anno i marmi bianchi un tale sdegno verso ogni cosa, la qual bianca non sia, che tocchi da calcina, perdono la loro bianchezza, e si tingono di macchie sanguinolenti; da olio, diventano pallidi; da vino rosso, si fanno paonazzi, e se a sorte son bagnati dall'umido, che esce dal castagno, diventano neri fino al di dentro; e non vi è forza di scarpello, che basti a tor via quella bruttura.
Marmo nero
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo rosso, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto l'edifizio del Tempio maggiore di Firenze, detto il Duomo. Vas.Introd.
Marmo nero di Carrara
di più sorte; alcuna, che tira al bigio; altra mischiata di rosso; ed altra con vene bige, le quali si veggono sopra la superficie de' marmi bianchi: pigliano quel colore, quando sono offesi dall'aria e dall'acqua.
Marmo rosso
. Una sorta di marmo, che si cava in Toscana, con la quale, insieme con marmo nero, e marmo bianco, è incrostato per di fuori tutto il Tempio del Duomo di Firenze. Vas.Introd.
Marmo trasparente
. Una sorta di pietra che si cava nella Grecia, e in tutte le parti Orientali: di color bianco gialliccio; e fu adoperato dagli Antichi, per edifizi di bagni, e stufe, e per que' luoghi, dove avessero potuto gli abitatori essere offesi dal vento. Veggonsene nella Tribuna di S. Miniato a Monte, vicino a Firenze, soppannate le finestre di essa, per il qual soppanno traspare la luce, particularmente quando sono battute dal Sole; trovasene ancora in opera in altri luoghi di Toscana.

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Mezzana

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Mezzana
f. Una sorta di mattone con la quale s'ammattona i pavimenti, ed è di grossezza fra il mattone, e la pianella, onde à preso il nome di mezzana. Ma di larghezza, è simile alla pianella, e per conseguenza più larga del mattone. Una sorta di mezzane, che è la migliore, si fabbricano a Campi (luogo discosto a Firenze per la parte occidentale da cinque miglia) onde anno preso il nome di
campigiane
; della medesima qualità ancora se ne fanno a Signa, e ritengono il nome di campigiane, perchè sono in tutto simiglianti a quelle nella bontà, e nella misura. Queste campigiane sono ottime per archi, e volte, e per far pavimenti, ma per quest'ultimo lavoro vanno arrotate.

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Mischio di Pietrasanta

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Mischio di Pietrasanta
. Una sorta di pietra ritrovata dal Granduca Cosimo I. l'anno 1563. vicino ad una Villa detta Stazzema ne' Monti vicini a Pietrasanta, luogo dello Stato di Pisa in Toscana, dove sorge una Montagna altissima di due miglia di circuito, la superficie della quale è d'un finissimo marmo bianco, atto a fare statue; sotto a questo si trova un mischio rosso e gialliccio, il quale à sotto, a guisa di fondamento, un'altro mischio verde nero rosso e giallo, con mescolanza d'altri colori, che son quegli de' quali si parla, tutti durissimi: se ne cavan pezzi per colonne di quindici, e venti braccia per ciascuna. L'essersi trovata questa cava di pietra, fu cagione che lo stesso Granduca Cosimo I. facesse levare le colonne di marmo, che erano attorno al Coro del Duomo di Firenze, facendovi riporre in quella vece altre di mischio: e quelle di marmo furon mandate al Monasterio nuovo delle Monache Cavaliere di Pisa in via della scala di Firenze, e quivi messe in opera.

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Ordine d'Architettura

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Ordine d'Architettura
. Quella proporzionata disposizione, che dà l'Artefice alle parti dell'edificio, mediante la quale ciascheduna ritiene il suo sito in quella grandezza, che si ricerca, conforme al fine, che si prescrive il medesimo Artefice. Dicesi anche simetría, che è quanto dire disposizione a misura: e benchè sotto questo termine Ordine, s'intendano le disposizoni delle particulari stanze, che alla natura di qualsivoglia abitazione si convengono; contuttociò pare, che in pratica, per non sò qual proprietà o eccellenza, solo agli ornamenti di essi edifizi s'appropri questa voce: ed in questo modo presa pare si possa dire, che l'Ordine d'Architettura è un concerto o componimento di varie parti proporzionate fra di loro; le quali annesse, a guisa di membra, formano un corpo intero, in cui si vede leggiadría e bellezza, atta a soddisfare l'occhio di chi le mira. Gli Ordini adunque (così presi) dell'Architettura son diversi, e la loro differenza consiste nella diversità delle proporzioni, che possono con ottima regola trovarsi nelle loro parti principali, e nel numero, e diversità delle medesime parti. De' molti Ordini d'Architettura, che dagli antichi furono ritrovati, e posti in uso, solo cinque sono dagli ottimi Artefici stati approvati, cioè il Toscano, il Dorico, lo Ionico, il Corinto, e 'l Composito, de' quali a suo luogo; avvertendo, che anno preso tali denominazioni da' popoli, che o ne furono gli inventori, o ne frequentarono l'uso. Usano in valersi gli Architetti di questi Ordini nella struttura degli edifizij (come dice un moderno Autore) secondo la qualità di ciascuno, nel modo, che tiene la Natura nella produzione degli alberi, la quale gli fa rozzi, e grossi nel piede, nelle parti più alte più sottili, e nella sommità più ornati; che però servonsi prima del Toscano, o del Dorico, come più massicci e robusti degli altri, sopra questi alzano lo Ionico, e finalmente il Corinto, o 'l Composito, che sono i più delicati, ed ornati di tutti gli altri.
Ordine Attico
, altrimenti dicesi
Ordine Bastardo
, che non segue la proporzione degli altri Ordini: usasi per lo più nelle parti superiori degli edifizi.
Ordine Bastardo
. V. Ordine Attico.
Ordine Composito
o
Ordine Composto
, detto da alcuni ancora
Ordine Italico
, o
Ordine Latino
. Uno de' cinque ordini dell'Architettura, del quale Vitruvio non fece particolar menzione: è un composto degli altri quattr'Ordini, cioè Dorico, Ionico, Corinto, e Toscano; onde sortisce il nome di composito, o composto. Fu alcuna volta usato dagli antichi, e si adopera molto fra' moderni: è, siccome il Corinto, al quanto più gracile degli altri tre. La sua colonna, con la base e capitello, è per dieci volte la sua grossezza.
Ordine Composto
. V. Ordine Composito.
Ordine Corinto
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura, che fu molto in pregio appresso i Romani, essendosene valuti per lasciar nelle fabbriche alcuna memoria di loro stessi, come mostrano l'arco di Pola, le spoglie del Tempio della Pace, e 'l Panteon. Questo, conforme ancora si è detto del Composito, è alquanto più gracile degli altri tre: ed è la sua colonna, con la base e capitello, per dieci volte la sua grossezza.
Ordine Dorico
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura il più massiccio e più forte, che avessero i Greci, e meglio collegato degli altri Ordini; e se ne servirono i Romani ne' Templi de' loro falsi Dei, con più o meno intaglio o lavoro, secondo la qualità del Dio a cui era dedicato. Con quest'Ordine fecesi in Firenze la fabbrica de' Magistrati, detta degli Uffizij con architravi spianati sopra le colonne. In quest'Ordine la lunghezza della colonna è otto volte la sua grossezza: ed usasi ancora alcuna volta insieme col Corinto, e Composito, in uno stesso edificio.
Ordine Gottico
. Dicesi quel modo di lavorare tenuto nel tempo de' Goti, di maniera Tedesca, di proporzione in niuna cosa simile a' cinque buoni Ordini d'Architettura antichi; ma di fazzione in tutto barbara, con sottilissime colonne, e smisuratamente lunghe, avvolte, e in più modi snervate, e poste l'una sopra l'altra, con un'infinità di piccoli tabernacoli, e piramidi, risalti, rotture, mensoline, fogliami, animali, e viticci, ponendo sempre cosa sopra cosa, senza alcuna regola, ordine, e misura, che vedersi possa con gusto.
Ordine Ionico
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura, alquanto più svelto del Dorico, fatto dagli antichi ad imitazione degli uomini, che son fra 'l tenero e 'l robusto, però messonlo in opera in fabbriche dedicate ad Apolline, a Diana, e a Bacco, e talora a quelle di Venere. È Ordine leggiadrissimo, come mostrano le fabbriche fatte con esso dagli antichi, e da' moderni. Questo, insieme col Dorico, è alquanto più robusto del Corinto, e del Composito, ma non quanto il Toscano. La lunghezza della sua colonna, con la base e capitello, per nove volte la sua grossezza.
Ordine Rustico
Ordine Toscano
. Uno de' cinque Ordini d'Architettura, più nano, e di maggior grossezza degli altri Ordini, e più semplice nelle modanature, ne' capitelli, e nelle base, e altri suoi membri. Chiamasi Toscano, perchè mentre dalla Grecia s'introdusse l'Architettura in Italia (come dice Daniel BarbaroLib. 4. cap. 70.) ebbe il suo primo stato nell'Etruria, da i Rè della quale fu usato nelle loro fabbriche. Se ne valsero ancora i nostri antichi, per far porte, finestre, ponti, castelli, e torri da Città, e da campagna, porti di Mare, fortezze: e perchè il più robusto, anche fra tutti gli altri il più durevole. In quest'Ordine la lunghezza della colonna, con la base e suo capitello, è per sette volte la sua grossezza, misurata nel vivo dell'imoscapo, o ratta da piede.

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Paesi

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Paesi
. Appresso i Pittori sono quella sorta di pittura, che rappresentano campagne aperte, con alberi, fiumi, monti, e piani, ed altre cose da campagna, e villaggio.
Paesi
. Nome proprio d'alcune pietre, che si cavano nella campagna nostra, sopra la villa di Rimaggio, vicino a Firenze a tre miglia. Sono di durezza quanto il paragone; e mostrano naturalmente nelle macchie loro, aria, nuvoli, onde, casamenti, campanili, torri, ed altri edifizj, così belli, che alcuna volta paiono dipinti. Fannosene quadretti di grandezza fino ad un braccio in circa; se ne adornano stipetti, aggiugnendovi talvolta qualche figura d'uomini, d'animali, d'alberi, o d'altra simil cosa appropriata alla macchia naturale: il primo che incominciasse a dipignere sì fatte pietre con altre più preziose fu Francesco Bianchi Buonavita Cittadin Fiorentino, che stava al servizio del Serenissimo Granduca nella sua real Gallería, e ciò fu dopo il 1620. con volontà della Serenissima Arciduchessa Mariemaddalena, dalla quale riconobbe quel tempo il godimento di sì bella invenzione, e fin d'allora dalla nostra Città di Firenze, se ne cominciarono a mandare così fatti lavori per tutto il Mondo, e mandansene tuttavía.

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Pietica

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Pietica
, o
Pietiche
f. Strumento di legname composto di due piane o travette, che da una testa sono unite insieme a foggia di seste, per potersi allargare e stringere, con alcuni buchi da imo a sommo. Queste (con l'aiuto d'una altra piana o travetta, nominata il
canteo
, la quale si posa loro sopra a traverso, retta da certi pivuoli fitti ne' nominati buchi) servono per tener ferme e salde le travi o panconi, mentre si segano.
¶ Da queste, che per esser faticose a muoversi, anno per lor'uficio lo star sempre ferme, e a gambe larghe, nacque in Firenze quel rimprovero, che fassi a chi, nel camminare, soverchiamente lento, e poco grazioso, chiamandolo pietica.

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Pietra

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Pietra
f. Terra indurita per l'evaporazioni dell'umido, e per costrignimento di esso; e trovasene di varie e diverse spezie, secondo la disposizione della loro materia, quando elle si generano.
Pietra bigia
. Pietra attissima agli edificj, che si cava ne' poggi di Fiesole e Maiano; serve per fare statue, e colonne; vuolle esser però cavata nel
torlo
, altrimenti detto
cerro del masso
, che è la parte più a dentro; poichè se non fosse di quella parte sarebbe di poca durata, si fenderebbe, e sfalderebbe. Ed a questo proposito è da sapere, che nelle cave de' nominati luoghi, trovasi primieramente la pietra bigia di poco buona qualità, che sempre va migliorando quanto più si va a dentro: dopo il masso della bigia, si trova il sereno, che pure è sempre migliore, quanto più va a dentro. Terminato il sereno cioè nella fine, si trova altra pietra bigia, e poi altro sereno. Di questa pietra bigia è fatto l'ornato esteriore della casa de Giacomini da S. Michelino dagli Antinori, la facciata del palazzo di Giovan Batista Strozzi da S. Trinita, e quella di Pier Capponi in via larga, ed altre molte.
Pietra carnagione
. Una pietra di durezza simile al Giallo orientale, della quale fannosi figure, che debbon parere del color della carne. Non è a notizia degli Artefici il luogo donde si cavi. Nelle stanze contigue alla real Cappella di S. Lorenzo, trovasi fatta di questa pietra una testa per tre volte il naturale, ritratto del Granduca Cosimo I. lavorata con mirabile artifizio.
Pietra del fossato
. Una pietra di bellissimo colore azzurrigno, di maggior durata della pietra serena; si cava presso a Firenze: riceve un maraviglioso pulimento. Di questa fece Michelagnolo la Librería, e Sagrestia di S. Lorenzo, e di poi fecionsi le colonne di Mercato nuovo con l'ornato di quella loggia, e la fabbrica de' Magistrati, detta comunemente gli Uffizj, e le cappelle di S. Croce; regge mirabilmente all'acqua, e al diaccio, ed è dura quanto il marmo.
Pietra d'Istria
. Una pietra bianca livida, che tira all'alberese, che agevolmente si schianta; onde lavorasi per lo più con certe martelline, andando secondo la falda della pietra. È stata usata molto per tutta la Romagna, e nella Città di Venezia e commettendovisi Porfido, ed altro Mischio, fa bellissimo vedere.
Pietra forte
. Pietra, che si cava da diversi luoghi, e resiste ad ogni ingiuria del tempo. Fu adoperata da' Goti, e poi da' moderni nelle più belle fabbriche, che si veggano in Toscana: di questa pietra è fra l'altre il ripieno di due archi, che fanno le porte principali dell'Oratorio d'Orsammichele, il palazzo del Granduca, la loggia de' Lanzi, il palazzo vecchio, e quello degli Strozzi; e parte della Fortezza da basso con l'armi, e statue, che vi si veggono. È questa pietra di color pendente in giallo, con alcune sottilissime vene bianche; serve ancora per lavorare statue, che debbano stare intorno ad acque, e fontane; e per far lastrichi, e bozzi. Nel valersene per gli edifizi, si deve aver'avvertenza di posarla sopra la muraglia per lo piano naturale della falda; altrimenti col tempo si sfalda e fende, siccome vediamo esser seguito nell'incrostatura del palazzo degli Antinori su la piazza di S. Michelino, dove dagli Artefici per risparmio di doppia fatica a lavorarla, fu posata per ritto.
Pietra morta
. Una pietra che pende in giallo molto tenera, che serve solamente per forni e fuocolari, e con essa fanno i Gettatori di metallo il primo fondo delle fornaci, nelle quali esso metallo, deve fondersi. È ella di pochissima durata; cavasi ne' monti di Fiesole, in superficie delle cave della pietra bigia, ed in diversi altri luoghi.
Pietra serena prima sorta
. Una pietra, che pende in azzurrigno o bigio. Cavasi in Arezzo, Cortona, Volterra, e ne' monti di Fiesole, e per tutti gli Appennini. Trovasene in grandissimi pezzi. Di questa sono i bellissimi edifizj delle Chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, ed altri molti, nella Città di Firenze. Stando al coperto è di eterna durata, ma esposta all'acque, si consuma, e si sfalda.
Pietra serena d'altra sorta
. Una pietra più rubida, più dura, e men colorita dell'altra, che tiene della specie de' nodi della pietra; fannosene figure, ed altri intagli, perchè è molto forte, e resiste all'acqua, e diaccio. Di questa pietra che si cava presso a Firenze, è fatta la statua della dovizia di mano di Donatello, che è sopra la colonna di Mercato vecchio.
Pietra serpentina
. Una pietra diversa da quella, che chiamano Serpentino. Questa pietra è detta ancora
Ofite
, e si trova di più spezie. Alcune se ne veggono nere, altre di color di cenere, macchiate con certi punti; altre divise con alcune linee bianche, e non sono molto dure. Servono per far piccole colonne, e altri ornamenti.
Pietra smiri
. V. Smeriglio.
Pietre quadre
. Pietre lavorate in forma quadrangolare, con cui gli antichi fecero bellissime fabbriche: collegando gli ordini delle pietre minori con altri ordini di pietre maggiori: sene vedono in Roma, ove è la piazza e 'l Tempio d'Augusto e nella Città di Firenze, e altrove.

Vocabolario

1681

Pietra

Vedi
Pietra
f. Terra indurita per l'evaporazioni dell'umido, e per costrignimento di esso; e trovasene di varie e diverse spezie, secondo la disposizione della loro materia, quando elle si generano.
Pietra bigia
. Pietra attissima agli edificj, che si cava ne' poggi di Fiesole e Maiano; serve per fare statue, e colonne; vuolle esser però cavata nel
torlo
, altrimenti detto
cerro del masso
, che è la parte più a dentro; poichè se non fosse di quella parte sarebbe di poca durata, si fenderebbe, e sfalderebbe. Ed a questo proposito è da sapere, che nelle cave de' nominati luoghi, trovasi primieramente la pietra bigia di poco buona qualità, che sempre va migliorando quanto più si va a dentro: dopo il masso della bigia, si trova il sereno, che pure è sempre migliore, quanto più va a dentro. Terminato il sereno cioè nella fine, si trova altra pietra bigia, e poi altro sereno. Di questa pietra bigia è fatto l'ornato esteriore della casa de Giacomini da S. Michelino dagli Antinori, la facciata del palazzo di Giovan Batista Strozzi da S. Trinita, e quella di Pier Capponi in via larga, ed altre molte.
Pietra carnagione
. Una pietra di durezza simile al Giallo orientale, della quale fannosi figure, che debbon parere del color della carne. Non è a notizia degli Artefici il luogo donde si cavi. Nelle stanze contigue alla real Cappella di S. Lorenzo, trovasi fatta di questa pietra una testa per tre volte il naturale, ritratto del Granduca Cosimo I. lavorata con mirabile artifizio.
Pietra del fossato
. Una pietra di bellissimo colore azzurrigno, di maggior durata della pietra serena; si cava presso a Firenze: riceve un maraviglioso pulimento. Di questa fece Michelagnolo la Librería, e Sagrestia di S. Lorenzo, e di poi fecionsi le colonne di Mercato nuovo con l'ornato di quella loggia, e la fabbrica de' Magistrati, detta comunemente gli Uffizj, e le cappelle di S. Croce; regge mirabilmente all'acqua, e al diaccio, ed è dura quanto il marmo.
Pietra d'Istria
. Una pietra bianca livida, che tira all'alberese, che agevolmente si schianta; onde lavorasi per lo più con certe martelline, andando secondo la falda della pietra. È stata usata molto per tutta la Romagna, e nella Città di Venezia e commettendovisi Porfido, ed altro Mischio, fa bellissimo vedere.
Pietra forte
. Pietra, che si cava da diversi luoghi, e resiste ad ogni ingiuria del tempo. Fu adoperata da' Goti, e poi da' moderni nelle più belle fabbriche, che si veggano in Toscana: di questa pietra è fra l'altre il ripieno di due archi, che fanno le porte principali dell'Oratorio d'Orsammichele, il palazzo del Granduca, la loggia de' Lanzi, il palazzo vecchio, e quello degli Strozzi; e parte della Fortezza da basso con l'armi, e statue, che vi si veggono. È questa pietra di color pendente in giallo, con alcune sottilissime vene bianche; serve ancora per lavorare statue, che debbano stare intorno ad acque, e fontane; e per far lastrichi, e bozzi. Nel valersene per gli edifizi, si deve aver'avvertenza di posarla sopra la muraglia per lo piano naturale della falda; altrimenti col tempo si sfalda e fende, siccome vediamo esser seguito nell'incrostatura del palazzo degli Antinori su la piazza di S. Michelino, dove dagli Artefici per risparmio di doppia fatica a lavorarla, fu posata per ritto.
Pietra morta
. Una pietra che pende in giallo molto tenera, che serve solamente per forni e fuocolari, e con essa fanno i Gettatori di metallo il primo fondo delle fornaci, nelle quali esso metallo, deve fondersi. È ella di pochissima durata; cavasi ne' monti di Fiesole, in superficie delle cave della pietra bigia, ed in diversi altri luoghi.
Pietra serena prima sorta
. Una pietra, che pende in azzurrigno o bigio. Cavasi in Arezzo, Cortona, Volterra, e ne' monti di Fiesole, e per tutti gli Appennini. Trovasene in grandissimi pezzi. Di questa sono i bellissimi edifizj delle Chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, ed altri molti, nella Città di Firenze. Stando al coperto è di eterna durata, ma esposta all'acque, si consuma, e si sfalda.
Pietra serena d'altra sorta
. Una pietra più rubida, più dura, e men colorita dell'altra, che tiene della specie de' nodi della pietra; fannosene figure, ed altri intagli, perchè è molto forte, e resiste all'acqua, e diaccio. Di questa pietra che si cava presso a Firenze, è fatta la statua della dovizia di mano di Donatello, che è sopra la colonna di Mercato vecchio.
Pietra serpentina
. Una pietra diversa da quella, che chiamano Serpentino. Questa pietra è detta ancora
Ofite
, e si trova di più spezie. Alcune se ne veggono nere, altre di color di cenere, macchiate con certi punti; altre divise con alcune linee bianche, e non sono molto dure. Servono per far piccole colonne, e altri ornamenti.
Pietra smiri
. V. Smeriglio.
Pietre quadre
. Pietre lavorate in forma quadrangolare, con cui gli antichi fecero bellissime fabbriche: collegando gli ordini delle pietre minori con altri ordini di pietre maggiori: sene vedono in Roma, ove è la piazza e 'l Tempio d'Augusto e nella Città di Firenze, e altrove.

Vocabolario

1681

Pietra

Vedi
Pietra
f. Terra indurita per l'evaporazioni dell'umido, e per costrignimento di esso; e trovasene di varie e diverse spezie, secondo la disposizione della loro materia, quando elle si generano.
Pietra bigia
. Pietra attissima agli edificj, che si cava ne' poggi di Fiesole e Maiano; serve per fare statue, e colonne; vuolle esser però cavata nel
torlo
, altrimenti detto
cerro del masso
, che è la parte più a dentro; poichè se non fosse di quella parte sarebbe di poca durata, si fenderebbe, e sfalderebbe. Ed a questo proposito è da sapere, che nelle cave de' nominati luoghi, trovasi primieramente la pietra bigia di poco buona qualità, che sempre va migliorando quanto più si va a dentro: dopo il masso della bigia, si trova il sereno, che pure è sempre migliore, quanto più va a dentro. Terminato il sereno cioè nella fine, si trova altra pietra bigia, e poi altro sereno. Di questa pietra bigia è fatto l'ornato esteriore della casa de Giacomini da S. Michelino dagli Antinori, la facciata del palazzo di Giovan Batista Strozzi da S. Trinita, e quella di Pier Capponi in via larga, ed altre molte.
Pietra carnagione
. Una pietra di durezza simile al Giallo orientale, della quale fannosi figure, che debbon parere del color della carne. Non è a notizia degli Artefici il luogo donde si cavi. Nelle stanze contigue alla real Cappella di S. Lorenzo, trovasi fatta di questa pietra una testa per tre volte il naturale, ritratto del Granduca Cosimo I. lavorata con mirabile artifizio.
Pietra del fossato
. Una pietra di bellissimo colore azzurrigno, di maggior durata della pietra serena; si cava presso a Firenze: riceve un maraviglioso pulimento. Di questa fece Michelagnolo la Librería, e Sagrestia di S. Lorenzo, e di poi fecionsi le colonne di Mercato nuovo con l'ornato di quella loggia, e la fabbrica de' Magistrati, detta comunemente gli Uffizj, e le cappelle di S. Croce; regge mirabilmente all'acqua, e al diaccio, ed è dura quanto il marmo.
Pietra d'Istria
. Una pietra bianca livida, che tira all'alberese, che agevolmente si schianta; onde lavorasi per lo più con certe martelline, andando secondo la falda della pietra. È stata usata molto per tutta la Romagna, e nella Città di Venezia e commettendovisi Porfido, ed altro Mischio, fa bellissimo vedere.
Pietra forte
. Pietra, che si cava da diversi luoghi, e resiste ad ogni ingiuria del tempo. Fu adoperata da' Goti, e poi da' moderni nelle più belle fabbriche, che si veggano in Toscana: di questa pietra è fra l'altre il ripieno di due archi, che fanno le porte principali dell'Oratorio d'Orsammichele, il palazzo del Granduca, la loggia de' Lanzi, il palazzo vecchio, e quello degli Strozzi; e parte della Fortezza da basso con l'armi, e statue, che vi si veggono. È questa pietra di color pendente in giallo, con alcune sottilissime vene bianche; serve ancora per lavorare statue, che debbano stare intorno ad acque, e fontane; e per far lastrichi, e bozzi. Nel valersene per gli edifizi, si deve aver'avvertenza di posarla sopra la muraglia per lo piano naturale della falda; altrimenti col tempo si sfalda e fende, siccome vediamo esser seguito nell'incrostatura del palazzo degli Antinori su la piazza di S. Michelino, dove dagli Artefici per risparmio di doppia fatica a lavorarla, fu posata per ritto.
Pietra morta
. Una pietra che pende in giallo molto tenera, che serve solamente per forni e fuocolari, e con essa fanno i Gettatori di metallo il primo fondo delle fornaci, nelle quali esso metallo, deve fondersi. È ella di pochissima durata; cavasi ne' monti di Fiesole, in superficie delle cave della pietra bigia, ed in diversi altri luoghi.
Pietra serena prima sorta
. Una pietra, che pende in azzurrigno o bigio. Cavasi in Arezzo, Cortona, Volterra, e ne' monti di Fiesole, e per tutti gli Appennini. Trovasene in grandissimi pezzi. Di questa sono i bellissimi edifizj delle Chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, ed altri molti, nella Città di Firenze. Stando al coperto è di eterna durata, ma esposta all'acque, si consuma, e si sfalda.
Pietra serena d'altra sorta
. Una pietra più rubida, più dura, e men colorita dell'altra, che tiene della specie de' nodi della pietra; fannosene figure, ed altri intagli, perchè è molto forte, e resiste all'acqua, e diaccio. Di questa pietra che si cava presso a Firenze, è fatta la statua della dovizia di mano di Donatello, che è sopra la colonna di Mercato vecchio.
Pietra serpentina
. Una pietra diversa da quella, che chiamano Serpentino. Questa pietra è detta ancora
Ofite
, e si trova di più spezie. Alcune se ne veggono nere, altre di color di cenere, macchiate con certi punti; altre divise con alcune linee bianche, e non sono molto dure. Servono per far piccole colonne, e altri ornamenti.
Pietra smiri
. V. Smeriglio.
Pietre quadre
. Pietre lavorate in forma quadrangolare, con cui gli antichi fecero bellissime fabbriche: collegando gli ordini delle pietre minori con altri ordini di pietre maggiori: sene vedono in Roma, ove è la piazza e 'l Tempio d'Augusto e nella Città di Firenze, e altrove.

Vocabolario

1681

Pietra

Vedi
Pietra
f. Terra indurita per l'evaporazioni dell'umido, e per costrignimento di esso; e trovasene di varie e diverse spezie, secondo la disposizione della loro materia, quando elle si generano.
Pietra bigia
. Pietra attissima agli edificj, che si cava ne' poggi di Fiesole e Maiano; serve per fare statue, e colonne; vuolle esser però cavata nel
torlo
, altrimenti detto
cerro del masso
, che è la parte più a dentro; poichè se non fosse di quella parte sarebbe di poca durata, si fenderebbe, e sfalderebbe. Ed a questo proposito è da sapere, che nelle cave de' nominati luoghi, trovasi primieramente la pietra bigia di poco buona qualità, che sempre va migliorando quanto più si va a dentro: dopo il masso della bigia, si trova il sereno, che pure è sempre migliore, quanto più va a dentro. Terminato il sereno cioè nella fine, si trova altra pietra bigia, e poi altro sereno. Di questa pietra bigia è fatto l'ornato esteriore della casa de Giacomini da S. Michelino dagli Antinori, la facciata del palazzo di Giovan Batista Strozzi da S. Trinita, e quella di Pier Capponi in via larga, ed altre molte.
Pietra carnagione
. Una pietra di durezza simile al Giallo orientale, della quale fannosi figure, che debbon parere del color della carne. Non è a notizia degli Artefici il luogo donde si cavi. Nelle stanze contigue alla real Cappella di S. Lorenzo, trovasi fatta di questa pietra una testa per tre volte il naturale, ritratto del Granduca Cosimo I. lavorata con mirabile artifizio.
Pietra del fossato
. Una pietra di bellissimo colore azzurrigno, di maggior durata della pietra serena; si cava presso a Firenze: riceve un maraviglioso pulimento. Di questa fece Michelagnolo la Librería, e Sagrestia di S. Lorenzo, e di poi fecionsi le colonne di Mercato nuovo con l'ornato di quella loggia, e la fabbrica de' Magistrati, detta comunemente gli Uffizj, e le cappelle di S. Croce; regge mirabilmente all'acqua, e al diaccio, ed è dura quanto il marmo.
Pietra d'Istria
. Una pietra bianca livida, che tira all'alberese, che agevolmente si schianta; onde lavorasi per lo più con certe martelline, andando secondo la falda della pietra. È stata usata molto per tutta la Romagna, e nella Città di Venezia e commettendovisi Porfido, ed altro Mischio, fa bellissimo vedere.
Pietra forte
. Pietra, che si cava da diversi luoghi, e resiste ad ogni ingiuria del tempo. Fu adoperata da' Goti, e poi da' moderni nelle più belle fabbriche, che si veggano in Toscana: di questa pietra è fra l'altre il ripieno di due archi, che fanno le porte principali dell'Oratorio d'Orsammichele, il palazzo del Granduca, la loggia de' Lanzi, il palazzo vecchio, e quello degli Strozzi; e parte della Fortezza da basso con l'armi, e statue, che vi si veggono. È questa pietra di color pendente in giallo, con alcune sottilissime vene bianche; serve ancora per lavorare statue, che debbano stare intorno ad acque, e fontane; e per far lastrichi, e bozzi. Nel valersene per gli edifizi, si deve aver'avvertenza di posarla sopra la muraglia per lo piano naturale della falda; altrimenti col tempo si sfalda e fende, siccome vediamo esser seguito nell'incrostatura del palazzo degli Antinori su la piazza di S. Michelino, dove dagli Artefici per risparmio di doppia fatica a lavorarla, fu posata per ritto.
Pietra morta
. Una pietra che pende in giallo molto tenera, che serve solamente per forni e fuocolari, e con essa fanno i Gettatori di metallo il primo fondo delle fornaci, nelle quali esso metallo, deve fondersi. È ella di pochissima durata; cavasi ne' monti di Fiesole, in superficie delle cave della pietra bigia, ed in diversi altri luoghi.
Pietra serena prima sorta
. Una pietra, che pende in azzurrigno o bigio. Cavasi in Arezzo, Cortona, Volterra, e ne' monti di Fiesole, e per tutti gli Appennini. Trovasene in grandissimi pezzi. Di questa sono i bellissimi edifizj delle Chiese di S. Lorenzo e di S. Spirito, ed altri molti, nella Città di Firenze. Stando al coperto è di eterna durata, ma esposta all'acque, si consuma, e si sfalda.
Pietra serena d'altra sorta
. Una pietra più rubida, più dura, e men colorita dell'altra, che tiene della specie de' nodi della pietra; fannosene figure, ed altri intagli, perchè è molto forte, e resiste all'acqua, e diaccio. Di questa pietra che si cava presso a Firenze, è fatta la statua della dovizia di mano di Donatello, che è sopra la colonna di Mercato vecchio.
Pietra serpentina
. Una pietra diversa da quella, che chiamano Serpentino. Questa pietra è detta ancora
Ofite
, e si trova di più spezie. Alcune se ne veggono nere, altre di color di cenere, macchiate con certi punti; altre divise con alcune linee bianche, e non sono molto dure. Servono per far piccole colonne, e altri ornamenti.
Pietra smiri
. V. Smeriglio.
Pietre quadre
. Pietre lavorate in forma quadrangolare, con cui gli antichi fecero bellissime fabbriche: collegando gli ordini delle pietre minori con altri ordini di pietre maggiori: sene vedono in Roma, ove è la piazza e 'l Tempio d'Augusto e nella Città di Firenze, e altrove.

Vocabolario

1681

Porfido

Vedi
Porfido
m. Una sorta di pietra rossa con minutissimi schizzi bianchi, già dall'Egitto condotta in Italia: vien dalla voce Greca porphyrites, dalla Porpora, che dicono Porphyra. Comunemente si crede, che questa, siccome altre pietre, nel cavarla sia più tenera, di quando ella è stata fuori della cava, alla pioggia, al diaccio, al Sole; perchè tutte queste cose la fanno più dura e più difficile a lavorarsi. Anno osservato alcuni, che questa pietra non solo non si quoce col fuoco, ma stando nella fornace non lascia mai quocer bene i sassi, che le sono attorno. È di tanta durezza, che dagli antichi tempi fino all'anno 1555 nessuno si trovò, che potesse quella maneggiare, per non esservi il modo di temperare scarpelli ed altri strumenti, da poterla lavorare; e in questo tempo al Serenissimo Granduca di Toscana Cosimo I. fu dato un segreto d'un'acqua, con la quale si temperavano i ferri durissimamente: con questo Francesco del Tadda Intagliatore da Fiesole lavorò la bella tazza della bella fonte de' Pitti e suo piede; il Ritratto di esso Granduca, e della Sig. Leonora di Toledo sua Moglie, ed una testa di Giesù Cristo. Dopo il Tadda, venne il segreto inRaffaello Curradi Fiorentino, il quale di essa pietra condusse più opere in Firenze, e fra esse la testa del Granduca Cosimo II. che è nella real Gallería. Questo Raffaello vestì l'abito di Frate Cappuccino, lasciando il segreto a Cosimo Salvestrini, pure Scultor Fiorentino, il quale fra l'altre cose intagliò il gran colosso del Moisè, che è nella grotta del palazzo del Serenissimo Granduca, e sonosi poi fatte altre cose, e fannosi tuttavía.

Vocabolario

1681

Rastrello

Vedi
Rastrello
m. Rastione, strumento de' Gettatori di metallo. V. Rastione.¶ Rastrello strumento dentato, sì di ferro come di legno, col quale si sceverano i sassi dalla terra, e la paglia dalle biade, ed è proprio degli Agricoltori.¶ E rastrello si dice a quello strumento di legno dentato, dove i calzolai appiccano le scarpe.¶ E rastrello nelle armi o imprese, vale la figura del rastrello, o sia dentato da una parte, come quello delli Agricoltori; il che è proprio contrassegno de' Cadetti, o Minori della real Casa di Francia; o sia dentato da ambedue a guisa di quello de' Calzolai, come portano le nobilissime Famiglie de' Salviati, degli Uguccioni, degli Aldobrandini, degli Asini, ed altre della Città di Firenze.¶ E rastrello dicesi a quei legni con mensole a viticcio, dove si posano l'armi in aste; il quale strumento dicesi anche
rastrelliera
.
¶ E
rastrello
dicesi anche quello steccato, che si fa dinanzi alle porte delle Fortezze, o d'altri luoghi, che stieno guardati, ed all'uscio di esse porte fatto di stecconi. Lat. Cataracta.

Vocabolario

1681

Sbullettare

Vedi
Sbullettare
Gettar fuor le bullette; e dicesi propriamente ad un certo gettar che fanno gl'intonachi di calcina (dopo esser ben secchi anche dopo molto tempo) d'una porzioncella di lor superficie per lo più di figura tonda, simile alla testa o cappello di una bulletta, lasciando un buco, simile a quello che fa la bulletta o chiodo nella muraglia nel cavarnelo fuori, con che si guasta ogni bellezza di bianco, o pittura, che sia sopra essa superficie. Questo male deriva da alcuni minuti pezzi di calcina non bene spenti, che sono particelle di alcuni sassi, che nella fornace son venuti eccessivamente cotti (che i fornaciai dicono
sassi sferruzzati
) i quali sassi per tale loro troppa cottura, rilevano, cioè si formentano, o vogliamo dire si spengono assai più tardi che gli altri, e sempre ve ne resta qualche parte de' non spenti. Devesi però avvertire da chi vorrà fare intonachi, di elegger calcina dolce, e molto stagionata, e rena ben lavorata, e di non pigliar la calcina che cade sotto la cola, ma quella che scorre per lo rimanente del trogolo, ove essa calcina si cola; perchè quei pezzetti cadendo a piombo, non essendo ben liquidi non si muovon di luogo, là dove la calcina liquida si porta e si sparge, libera da quell'imperfezzione, nelle parti più lontane. Ottima per tale effetto proviamo noi la calcina di Settimello, villa poco lontana da Firenze, che si fa d'un alberese, che non portato da fiumi, ma d'una cava dello stesso luogo, che nel calcinarsi si fa delicata, e morbida, e fa gran presa.

Vocabolario

1681

Scene

Vedi
Scene
f. Propriamente capanne di frasche, fatte per fare ombra; dalla qual voce furono dette
scenopegia
quelle Feste fatte dalli Ebrei, nelle quali sotto simili capanne di fronde rinnovano la memoria di quel tempo nel quale furono liberati dalla servitù delli Egizj. Più largamente intendosi le scene (secondo Labeone citato da Ulpiano in leg: 2 §.Ait Prætor. ff. de his qui not. infam.) per un luogo fatto apposta per ispettacoli in pubblico, o in privato. Furono le scene prima in Atene appresso i Greci, e in Roma appresso i Latini. Varie furono negli antichi tempi; alcune si chiamavano
scene tragiche
, quali ornavano d'altissime colonne, palazzi reali, fabbriche, ed apparati; altre dicevano
scene comiche
, che facevan vedere con edificj privati, e apparati di mediocre ornamento e magnificenza; altre poi che
scene satiriche
appellavano, non d'altro si componevano, che d'alberi, monti, e spelonche. Erano le scene mobili, che in un subito con artificiose macchine si voltavano, e mutavano in altre; alcune col levarsi di certe tavole facevan rimanere alla vista de' circostanti nuove apparenze. E quelli che sopra tali scene operavano eran chiamati
Istrioni
, e
Buffoni
. Ancora ne' tempi nostri, come è notissimo usansi le scene di maraviglioso artificio; e molti sono stati gli Architetti in Toscana eccellentissimi nell'inventarle. Uno di questi fù il celebre Bernardo Buontalenti Fiorentino, che morì l'anno 1608. Il quale in occasione di feste, apparati, commedie, ed altre pubbliche allegrezze, fattesi da' Senerissimi, fece cose di tanto stupore, che più non si può dire, aprendo la strada agli altri Maestri, che anno poi operato per l'Italia, di fare le maravigliose invenzioni, che à veduto il presente secolo, in Firenze, Roma, Venezia, ed altre Città.

Vocabolario

1681

Scheletro

Vedi
Scheletro
m. Tutta la compagine degli ossi connessi insieme si chiama da' Greci Sceletos, cioè Scheletro. Si divide questo comunemente in capo, tronco, ed articoli: da Ipocrate (al Lib. de Ossium natura) in capo, collo, spina, lombi, mani, e piedi: da Galenode Ossibus, in capo, spina, torace, mani, e piedi.
Capo
Il Capo è quella parte, che è posta sopra il collo, domicilio del cervello; si divide in craneo, e faccia, la qual comprende le due mascelle.
Craneo
Il Craneo è una cavità inegualmente ritonda, composta d'otto ossa, uno
osso della fronte
, due
ossa del sincipite
, uno
osso dell'occipite
, due
ossi petrosi
uno
osso sfenoide
, l'ultimo
osso etmoide
, insieme congiunti per mezzo di varie suture; cioè,
sutura coronale
,
sutura sagittale
,
sutura lamdoide
,
sutura squammosa
,
sutura sfenoidea
,
sutura etmoidea
.
Faccia
La faccia è 'altra parte del capo, composta delle due mascelle, ovvero mandibule (così dette a mandendo) superiore, ed inferiore.
Mandibula superiore
. La mandibula superiore è composta d'undici ossa, cinque per parte, ed uno nel mezzo senza pari; cioè,
ossi zigomatici
,
ossi lacrimali
,
ossi massimi
,
ossi proprj, e comuni del naso
, e l'undecimo interposto al palato, sotto delle narici, chiamato
vomere
.
Mandibula inferiore
La mandibula inferiore costa di due ossa, che negli adulti s'uniscono, e però viene comunemente costituita d'un solo, il mezzo della quale si chiama
mento
.
Denti
I denti, così detti quasi edentes, sono ossi particolari impiantati nelle mascelle a guisa di chiodi per isminuire il cibo, e formar la voce. Si distinguono in tre ordini,
incisorj
,
canini
, e
molari
ovvero
mascellari
, i quali sebbene non anno determinato tempo della loro nascita (in riguardo delle qualità individuali del feto e nutrice) nulla di meno sogliono ordinariamente nascere verso il settimo mese; essendo rarissimo quello che si racconta di Cneo Papirio, e Marco Curzio, che nacquero dentati. Tra' molari l'ultimo, perchè per lo più nasce da' 25. a' 30. anni, viene da Ipocrate chiamato
dente della sapienza
. Non mancarono però di quelli a' quali spuntò il medesimo dente solo nell'età decrepita.
Orbita
L'orbita nella mandibula superiore, è quella cavità che contiene l'occhio, chiamata orbita dalla figura orbiculare, composta di sei ossa, cinque comuni dal concorso degli ossi del craneo e faccia, e uno proprio che è il lacrimale soprannominato.
Occhio
L'occhio è l'organo della vista, composto di membrane, umori, vasi, e muscoli. Le membrane sono, secondo i più, l'
adnata
o
congiuntiva
dal
pericraneo
, l'
innominata
dalla membrana de' muscoli, la
nervea
o
albuginea
o
sclerote
dalla
dura madre
, la
cornea
, l'
uvea
dalla
pia madre
, la
retina
o
retiforme
dalla sustanza midollare del nervo ottico, a' quali s'aggiungono comunemente la
vitrea
, e
cristallina
. Gli umori sono tre;
umore aqueo
,
umore vitreo
, e
umore cristallino
, ovvero
pupilla
, sede della facultà visiva, legato a guisa di pietra anulare dall'estremità della
tunica uvea
, che oltre l'
iride
costituisce il
legamento ciliare
. Sono i vasi vene copiose dalle iugulari esterne, e interne, arterie dalle
carotidi
, nervi dalla prima e seconda coniugazione, de' quali i primi si chiamano
nervi ottici
, che, ostrutti, producono la
gotta serena
. I muscoli sono sei;
muscolo superbo
,
muscolo umile
,
muscolo indignatorio
,
muscolo bibitorio
, e due
muscoli amatorij
; a' quali, negli animali bruti, s'aggiugne il settimo,
muscolo suspensorio
.
Orecchio
L'orecchio è l'organo delle discipline, senza il quale è impossibile diventare uomo erudito. Si divide in
orecchio esterno
, ed
orecchio interno
; riceve quello le specie audibili, ovvero il suono, e questo le giudica.
Naso
Il naso è l'instrumento dell'odorato, e acquitrino delle superfluità escrementizie del cervello. Riceve la parte esterna le specie odorabili; l'interna le giudica.
Collo
Il collo è la parte che unisce il capo col torace, anteriormente si chiama
gola
, posteriormente
cervice
. La gola largamente così detta (perchè propriamente è l'
esofago
) viene composta da varie cartilagini, oltre i muscoli (de' quali al suo proprio luogo si è detto) che insieme coll'osso ioide, colla varietà de' lor moti, dependenti dagli accennati muscoli, servono alla varia formazione della voce. Sono queste cinque, cioè
tiroide
,
cricoide
, due
aritnoidi
, ed
epiglottide
; delle quali, particularmente l'aritnoidi, che costituiscono la
rimula
, da' Greci chiamata Glottis, colla loro varia dilatazione, e restrizione, fanno la varietà delle voci.
Tronco
Il tronco comprende la spina, il torace, e l'ossa, al medesimo aderenti.
Spina
La spina è il canale osseo, recettacolo della
spinale midolla
, esteso dal capo al coccige. È composta di 24.
vertebre
, e osso sacro, in tal modo articolati, che s'accomodano quasi ad ogni varietà di moto. Si divide in
cervice
,
dorso
,
lombi
, e
osso sacro
. La cervice costa di sette vertebre superiori, il dorso di dodici, i lombi di cinque, l'osso sacro negli adulti è unico, e trifido, ne' bambini si divide in cinque e sei parti; al quale nell'estremità si congiugne il
coccige
, osso cartilaginoso per lo più trifido, rare volte quadrifido.
Torace
Il torace è l'ambito ovvero ricettacolo delle parti vitali, formato anteriormente dallo
sterno
, e
mucronata cartilagine
; lateralmente da dodici
coste
per banda, sette
legittime superiori
, e cinque
spurie inferiori
; e posteriormente da dodici
vertebre
: stabilito superiormente dalle
clavicole
, e difeso posteriormente dalle
scapule
, ancorchè queste realmente appartengano al braccio.
Mano
La mano, o per meglio dire, la
gran mano
, è l'organo apprensorio; e si divide in omero, cubito, e mano estrema.
Omero
L'omero è un solo osso grande e robusto, articolato alla scapula, e cubito.
Cubito
Il cubito costa di due ossi,
radio
ed
ulna
.
Mano estrema
La mano estrema si divide in
carpo
,
metacarpo
, e
falange
delle dita. Il carpo costa di otto ossa piccole, connesse fra di loro per armoniam, e col metacarpo per sinartrosim. Il metacarpo di quattro; perchè il quinto appartiene al dito pollice, e col medesimo manifestamente si muove. Le
dita
, cioè
pollice
,
indice
,
medio
,
anulare
, e
auriculare
, sono composte di tre ossa articolate per ginglimon, che costituiscono, primo, secondo, e terzo internodio
.
Piede
Il piede, o' per meglio dire, il
gran piede
, è l'organo ambulatorio; si divide, come la mano, in tre parti, femore, gamba, e piede estremo.
Femore
Il femore, osso grandissimo fra tutti quei del corpo, congiunto con l'ischio per diartrosim, e colla tibia per ginglimon. À superiormente due estruberanze, necessarie all'inserzione de' muscoli rotatorij, chiamate
trochanter maior
, ed
trochanter minor
.
Ginocchio
Il ginocchio è la parte anteriore dell'articolazione del femore colla tibia, e poplite parte posteriore di detta articolazione.
Rotella
, o
patella
La rotella o patella, è un'osso rotondo, che stabilisce l'articolazione del femore colla tibia.
Gamba
La gamba è composta di due ossi,
tibia
, e
fibula
, che costituiscono nella parte inferiore due estuberanze o
malleoli
, l'uno interno corrispondente alla tibia, l'altro esterno alla fibula.
Piede estremo
Il piede estremo si divide in tarso, metatarso, e falange delle dita. Il
tarso
costa di sette ossa,
talo
,
calcagno
,
scafoide
,
cubiforme
, e tre
innominati
.
Metatarso
Il metatarso è composto di cinque ossa: non corrisponde al metacarpo della mano; perchè il quinto non appartiene al pollice.
Dita
Le dita son composte di tre ossa, come quelle della mano; eccetto il pollice, il quale è composto di due solamente.
Ristretto di tutto lo Scheletro
L'ossa, che realmente concorrono alla costituzione perfetta dello Scheletro umano (ancorchè diversissimo sia, con la varietà dell'opinioni, il numero) si riducono per la più sicura, seguendo anche io in ciò il parere dell'eruditissimo Dottor Medico, e singolare Anatomista, nella Città di Firenze, Giuseppe Zamboni, dal quale io sono assistito nell'esposizione delle materie Anatomiche appartenenti a questo Trattato; si riducono dico, al numero di dugento cinquanta sette, tra' quali, per procedere ordinatamente; sono i primi; 8 del Craneo. 11 della Mandibula superiore. 2 della Mandibula inferiore. 3 dell'Osso Ioide. 32 Denti. 24 della Spina. 3 dell'Osso sacro. 3 del Coccige. 2 Clavicole. 24 Coste. 3 dello Sterno. 2 Scapule. 2 Omeri. 2 Radij. 2 Ulne. 16 del Carpo, 8. per parte. 8 del Metacarpo, 4. per parte. 30 delle Dita della mano, 15. per parte 2 Ilij. 2 Ischij. 2 della Pube. 2 Femori. 2 Tibie. 2 Fibule. 2 Rotelle. 14 del Tarso, 7. per parte. 10 del Metatarso, 5. per parte. 28 delle Dita, 14. per parte. 8 Sesamoidei de' pollici del piede, 4. per parte, 6 Negli orecchi, 3. per parte. ------------ num. 257. in tutto.

Vocabolario

1681

Sottonsù

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Sottonsù; m.
Si dice a pittura che è figurata stare in alto, e che sia veduta allo 'nsù, e non per linea orizontale e piana, e che per vederla è necessario alzar la testa, della quale, scorgendosi prima le piante de' piedi, le parti più alte scortano, e sfuggono allo 'nsù. Queste quando sono ben fatte anno tanta forza, che pare, che sfondino i piani delle soffitte, e i concavi delle volte. Fra gli Artefici, che gli anno singularmente fatti, è stato ne' tempi nostri il celebre Pittore Pietro da Cortona, come mostrano l'opere sue fatte in Roma, e nelle regie camere del Serenis. Granduca in Firenze; e fra quelli: che pure ne anno fatti eccellentemente, e fannogli tuttavía, deesi degno luogo a Baldassarre Franceschini Volterrano, di che non lasciano dubitare le bellissime volte e cupole, da lui dipinte a fresco nella Città di Firenze. Tali sono la volta della Cappella degli Orlandini, e altre ne' Servi, e la maravigliosa cupola della Cappella de Niccolini in Santa Croce; oltre a quanto à già incominciato a vedere il Mondo negli ottimi studi e principio della cupola della Santissima Nunziata: e quello, che è più degno d'ammirazione, è l'avere egli in simil veduta, fatta tanta pratica, che quello che a' Maestri costa per ordinario molto studio dal naturale o modelli situati a posta in luogo alto, si rende a lui tanto facile, che fa disegni di figure e storie di tutta invenzione, che potrebbono servire a lui, siccome servono ad altri, a' quali egli talvolta le da, per mettere in opera.

Vocabolario

1681

Spedale

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Spedale
m. Abitazione o ricetto di poveri, detto dalla virtù dell'ospitalità, che vi si esercita. Sono di più sorte; di fanciulli esposti, com'è lo spedale nominatissimo di Firenze, detto degli Innocenti, e dicesi in latino con voce Greca Brephotophium: de' pellegrini o romei, come sono in Firenze lo spedale della Congregazione di S. Tommaso d'Aquino; e dicesi questo Grecamente Xenodochium: degli infermi, com'è a Firenze il famosissimo spedale di santa Marianuova; e dicesi Nosocomium: degli abbandonati, ovvero orfani, com'è quello di S. Caterina, lungo le mura della Città di Firenze: de' poveri mendicanti, de' quali molti sono in essa Città: de' Sacerdoti, tenuto dalla Congrega Maggiore; ed è antichissimo, e fu fondato in Firenze per divina revelazione: de' vecchi e inabili, come quello della Trinità di ponte Sisto a Roma, fondato da Sisto V. Nel nominatissimo spedale della scala di Siena, tre opere di carita si esercitano; si curano gli infermi, s'alloggiano i pellegrini, e si allevano i fanciulli esposti.

Vocabolario

1681

Sporti

Vedi
Sporti
, o
Piombatoi
m. Alcuni aggetti di muraglia, usati farsi dagli Antichi, alla parte più alta delle mura delle Città, fortezze, o torri, facendogli uscire fuori della dirittura, e piombo delle muraglie; e ciò non solo per dilatare la testa delle medesime, per potervi più comodamente camminar la soldatesca; ma anche per potere, per alcune buche, che lasciavano nelle volticciuole de' medesimi, piombar sassi, e impedir le scalate de' nemici. Servono questi sporti, per dilatare ancora le abitazioni, nelle case private, oltre i recinti, e fondamenti delle medesime. Eranne in Firenze in grandissima copia, che furon fatti levare dal Granduca Cosimo I. e fu questo un de' più singulari e utili abbellimenti, ch'e' fece a questa Città perchè rendevano le contrade uggiose: e con quell'occasione si fecero bellissime facciate di sgraffi e di pitture alle medesime case.

Vocabolario

1681

Statua

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Statua
f. Figura di rilievo, o sia scolpita o di getto. Fannosi statue di diverse materie, cioè d'avorio, legno, terra, gesso, pietra, e metallo; e coloro che le fanno possono dirsi tutti
Statuarj
, quantunque i Greci ai fabbricatori di statue di ciascheduna delle dette materie assegnassero nomi particolari, quali nomi nota Pomponio Gaulico Napoletano in Dialog.Anche noi Toscani aviamo usata una certa distinzione di nomi fra i fabbricatori di esse statue; come a dire,
Scultori
a quelli che fanno statue di pietra, che rappresentan figure d'uomini o animali: e Intagliatori a chi lavora altre cose; siccome anche Intagliatori a color che fanno figure di legname:
Gettatori
a quei che le conducon di metallo:
Formatori
a coloro che le fanno di gesso, o cartapesta, o d'altra materia, che si metta nelle forme spezzate:
Modellatori
a que' che lavoran di terra e cera:
Stuccatori
a quelli che le lavoran di stucco. Et eran nel secolo del 1400. in Firenze alcuni buonissimi Maestri di figure, che chiamansi Ceraiuoli, perchè facevan le statue di cera, che si esponevano nelle Chiese presso alle sacre imagini in segno di ricevute grazie, quelle figure che noi diciamo boti: dove è da sapere, che avanti a quei tempi s'era usato offerire alcune piccole immaginette di cera;
avendo poi Andrea del Verrocchio, Pittore Scultore e Architetto Fiorentino, trovato o ritrovato, e incominciato a praticare la invenzione di far ritratti de' defunti, formando i loro volti di gesso, fu nuovamente incominciato ad usarsi il far di cera o di stucchi e altre materie, figure al naturale grandi quanto il vivo, per esporsi in voto nelle Chiese; ed il primo che offerse simili voti grandi fù il Mag. Lorenzo de' Medici, che uno alla Santissima Nonziata di Firenze, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via S. Gallo, ed uno alla Chiesa di S. Marìa degli Angeli ne mandò in testimonio d'una segnalata grazia ottenuta, e tutte rappresentanti la propria persona sua: e si dilatò per modo quest'uso che se ne empirono le Chiese, e vi furono molti Maestri che non si esercitavano in altro; e questi si dicevano Ceraiuoli. La grandezza delle statue dal citato Pomponio Gaulico si distingue in quattro proporzioni, cioè quanto il naturale, grandi, maggiori, e grandissime; le prime son degli uomini savj; le seconde si dicono auguste, e sono degli Imperadori, e Rè; le maggiori si danno agli Eroi; e le grandissime, che son tre volte il doppio del corpo umano, chiamansi Colossi, quali usarono gli Antichi a' loro falsi Dei.

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1681

Terra

Vedi
Terra
f. Elemento di qualità fredda, e secca.
Terra da formare le statue
. Una terra di certa rena di tufo, che si trova nel mezzo della Senna in Parigi in luogo detto l'Isola, altrimenti la Santa Cappella: Cellin.Lib. primo. È rena sottilissima, ed à una proprietà in tutto diversa dall'altre; imperciocchè, come scrive lo stesso Autore, adoprandola a tal'uso, come l'altre terre, non occorre rasciugarla, quando si è con essa formato, ma vi si posson gettare oro, argento, e altri metalli.
Terra di cava
, o
Terretta
La terra con che si fanno vasi di credenza, che mescolata con carbone macinato, serve a' Pittori per fare i campi, e per dipignere i chiari scuri, e anche per far mestiche, e per darla temperata con colla, sopra le tele, ove devonsi dipignere archi trionfali, prospettive, e simili. È mirabile, per modellare, sopra ogn'altra terra o mota, che s'adoperi a tal lavoro; perchè à tutte le sue parti egualissime, e minutissime; onde non solamente si posson far con essa i lavori puliti fino all'ultimo segno, ma si posson lavorare cose minutissime. Cavasene in Roma vicino a S. Pietro; e noi l'abbiamo in gran copia da' colli di Monte Spertoli, 13. miglia lontano da Firenze, dove si cava a suoli o falde, che vogliamo dire, a simiglianza della pietra.
Terra di matton bianchi
. Una terra che a noi è portata diverso Pisa, la qual terra mescolata con cimatura, serve a' Gettatori di metalli, per intonacare la parte interiore della fornace, che contiene il metallo; e vale, acciocchè, per la veemenza del fuoco, i mattoni con che è fatta la fornace non colino.
Terra d'ombra
. Un color naturale capellino scuro, che serve per dipignere, e per metter nelle mestiche, e imprimiture delle tele e tavole. Questo però è stimato da' più pratici Pittori un color maligno; à tanto in sè del diseccante, che nelle mestiche non fa buon lavoro, e nell'a olio, per altre sue triste qualità, fa variare i coloriti; onde à ingannato molti, che l'anno usato nelle lor tele, anche uomini di gran valore nel colorire.
Terra gialla.
V. Giallo di terra.
Terra nera.
V. Nero di terra.
Terra verde.
V. Verde di terra.

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1681

Turchina

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Turchina
f. Gemma di color turchino o cilestro non trasparente. Trovasi nella Scizia, o Tartaría, nella Media, in Cipro, ed in Egitto. È posta da Plinio nel numero de' Diaspri col nome di
Caino
, così per lo colore cilestro che à in sè. Chiamasi dagli Autori anche
Turchese
. Di questa gioia vogliono alcuni, come dice l'Arias Montano, sopra l'Esodo Cap. 18. che nella sacra Scrittura si parli nell'ottavo luogo delle pietre poste nel pettorale del Sacerdote; perchè la parola Sabò presa da' Greci e Latini per Acate, da' Caldei detta
Turxala
, che propriamente significa Turchina, o Turchese
. La distinguono in maschio, e femmina; e quantunque alcuno, che à modernamente scritto di questa gemma, dica non esser'ella atta all'intaglio, noi però veggiamo il contrario; perchè nella stanza della real Gallería chiamata la tribuna, si à una testa d'un Giulio Cesare intagliata in una Turchina di grandezza quasi quanto l'uovo dell'oca con mirabile artificio, della quale anche fa menzione il Bocchi nelle sue Bellezze di Firenze.

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1681

Venire

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Venire
. Contrario di
andare
, vale muoversi, e dicesi propriamente di persona, che partendosi d'altro luogo, s'appressi alquanto al luogo ove noi siamo. Per esempio, Pietro è venuto a casa mia o da mè, ovvero diciamo noi in Firenze, Pietro è venuto da Roma a Siena, e non diciamo Pietro è andato da Roma a Siena; siccome diremmo, Pietro è andato da Roma a Napoli etc. Si applica ancora a cose inanimate, come per esempio il cattivo tempo è venuto di verso la Marina, la grandine è venuta da Tramontana etc.
Fra' nostri Artefici questa voce è usatissima e non vale altrimenti moto progressivo da luogo a luogo, ma è quanto a dire essere alcuna pittura, scultura, o disegno etc. ricavata, o in altro modo condotta, da pittura, scultura, o disegno di altro Maestro; e così diciamo la tal pittura vien da Tiziano, cioè è copiata dall'opere di Tiziano, o da disegno di Tiziano; in somma, che non è invenzione del Maestro che l'à dipinta, ma d'altri, che fece un'opera simile avanti a lui, dalla quale, o da altra copia o disegno della quale, egli l'à ricopiata.

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1681

Verde antico

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Verde antico
. Una pietra di durezza poco più del Paragone; à un verde più vago di quello di Corsica, e serve per lavorare a sega e a scarpello per ogni lavoro; ce lo portano di quel di Roma in colonne e altri pezzi d'ornamenti, trovati fra le rovine degli antichi edificj.
Verde dell'Impruneta
. Pietra dura non più del marmo, di color verde sbiadato, che più tosto biancheggia. Trovasi nelle montagne dell'Impruneta, vicino a Firenze sette miglia, può servire per far pavimenti; riceve buon pulimento, e se ne trova d'ogni grandezza.
Verde di Boemia.
V. Diaspro di Boemia detto Verde di Boemia.
Verde di Corsica.
V. Diaspro di Corsica
Verde di Genova
. Una pietra dura quanto il Paragone, di color verde acerbo con macchie nere, e bianche; vien di Porto Venere, e trovasene di qualsivoglia macchia più chiara, e più scura, e d'ogni grandezza, e grossezza; e si lavora facilmente con sega e scarpello.
Verde di Prato
. Pietra più tenera del marmo bianco, che piglia bel pulimento; è di color verde, acerbo mescolato di piccole macchie verdi scure; trovasene d'ogni grandezza nelle montage della Città di Prato in Toscana; e serve per pavimenti, e ornamenti di quadro.
Verde di Pratolino
. Una pietra dura quanto l'alberese, di color verde sudicio, o color di palma; trovasi presso alla real villa del Sereniss. Granduca detta Pratolino, in certi luoghi fra essa villa, e l'eremo di Montesenario; e per lo più cade con certe smotte cagionate dall'acque di alcuni fossati, da' quali è traportato in pezzi, il maggiore di tre quarti di braccio in circa, ed i più minuti pezzi porta anche il fiume di Mugnone. Lavorasi con sega ruota e spianatoio, e ammette pochissimo scarpello. Di questa pietra fannosi i gambi di alcuni gigli, che adornano la parte interiore del luogo, ove deve riposare il corpo di S. María Maddalena de' Pazzi Fiorentina, nella nuova Cappella, che le si fabbrica al presente, nella Chiesa di S. María degli Angeli in pinti.

Vocabolario

1681

Sorgozzone

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Sorgozzone
m. Pezzo di legno, in forma di travicello o piana, che posando dalla parte inferiore sopra mensola o beccatello, o in buca fatta in muro, e con la superiore sportando in fuori, serve a reggere travi, che faccian ponte, o sporto, terrazzo, ballatoio, o altra qualisisia simil cosa, ch'esca col suo aggetto, fuori del piombo della muraglia: questo tale pezzo di legno quando si posasse per ritto a piombo direbbesi, puntello. Il VasariRagionamenti 3. parlando dell'antiche torri, che si facevano in Toscana, Lombardía, ed altre parti d'Italia, dice: Perchè allora le buche (vuol dir delle torri) eran piene di legnami grossi, ch'eran travi di quercia e castagno, le quali sostenute da certi sorgozzoni di legname fitti nelle medesime buche, facevan puntello per reggerle (come è rimasto questo modo ancora negli sporti, che noi veggiamo al presente in Firenze) quali circondando in torno a dette travi per ispazio di braccia quattro, facevan palchi di legnami, di che era copioso il paese, alcuni balconi, o terrazzi, o ballatoi, che gli vogliam chiamare, da' quali egli giudicavano poter difendere l'entrate principali delle torri; e combattendo con sassi, per l'altezza di quelle facevano caditoie fuori e dentro nelle volte, che col fuoco non potevano esser'arse: i quali luoghi per virtù di queste difese si difendevano ogni dì dalle scorrere de' popoli della Città; e dall'altezza di quelle vedevano di fuori chi veniva ad offendergli, e sapevano tutto quello si faceva per la Città, per contrassegni che da quelle altezze, con fuochi ed altri cenni, mostravano. Fin quì il Vasari. Questa parola sorgozzone è detta forse per similitudine di quello che noi diciamo,
dar'altrui un sorgozzone
, che è quell'atto che noi facciamo, quando col pugno serrato spignendo per lo diritto il braccio all'insù fuori di piombo, fortemente il percotiamo sotto il gozzo, o sotto il mento, a differenza d'altri moti che fannosi nel percuoter con mano aperta, o pugno.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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DELLE NOTIZIE DE’ PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA. SECOLO II. DAL MCCC. AL MCCCC. DISTINTO IN DECENNALI OPERA DI FILIPPO BALDINUCCI FIORENTINO ACCADEMICO DELLA CRUSCA. AL SERENISS. COSIMO III GRANDUCA DI TOSCANA. IN FIRENZE, MDCLXXXVI. Per Piero Matini, all’Insegna del Lion d’Oro, Con Lic. de’ Sup.

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Ho letta attentamente la presente Opera, ed in essa non solo si riconosce la squisita erudizione in simili materie dell’Autore, ma ancora la sua molta pietà, essendo da per tutto ripiena di sentimenti di vero, e ben morigerato Cristiano: e tanto attesto a V. S. Illustriss. alla quale fo reverenza.
Firenze 16. Marzo 1685. Ab Incarn.
Luigi Strozzi

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L’Eccellentiss. Sig. Dott. Pier’ Andrea Forzoni Consult. di questo S. Ofizio contentisi esaminare la presente Opera, e riferisca. Dal S. Ufizio di Firenze questo di 24. Apr. 1686.
F.C. Pallavicini di Milano Min. Conv. Vic. Gen. Del S. Uf.

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Reverendissimo Padre.
Avendo l’ordine di V.P. Reverendiss. veduta la presente Opera, con attenzione non meno che con sommo diletto per la sua amena, ed erudita lettura (pregio consueto di tutte l’altre Opere dell’Autore) non ho trovata in essa cosa veruna contraria alla nostra S. Fede, ne a’ buoni costumi: ma pellegrine notizie, circa la materia che tratta, con singulare studio e perizia dell’arte; e sensi di Religione: onde per ogni titolo la giudico degna della Stampa. Questo di 7. Maggio 1686.
Pier Andrea Forzoni
Stampisi, attesa la prefata relazione. Questo di 8. Maggio 1686.
F.C. Pallavicini di Mil. dell’Ord. Min. Conv. Vic. Gen. del S. Uf. Di Firenze. Ruberto Pandolfini Senat. e Audit. di S.A.S.

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Venendo ora a quel che fa al proposito nostro, che sono le sue pitture, dico, che operò egli molto di maniera assai simile a quella del suo maestro, in Firenze nel Munistero delle Donne di Porta a Faenza, luogo dove oggi è la Fortezza da basso; dipinse per lo Contado della stessa Città, e in Arezzo. Fu chiamato a Pisa, dove fece molt’opere in S. Maria a Ripa d’Arno, e vi ebbe in aiuto il nominato Bruno. Gli furon poi date a dipignere più facciate del Campo Santo, nelle quali fece Storie a fresco dal principio del mondo fino alla fabbrica dell’Arca di Noè, e attorno a esse effigiò il proprio Ritratto al naturale in una quadratura d’un fregio, figurando sé stesso in persona d’un Vecchio raso, con un Cappuccio accercinato, dal quale pende un panno, che gli copre il Collo. Ebbe costui, come scrisse Messer Gio: Boccaccio, sua abitazione in Firenze nella via del Cocomero, nella quale non sono ancora venti Anni passati, che si scoperse (a mio credere, e il dico per la molta osservazione, che ho fatta sopra le sue pitture) un’opera di sua mano, e andò il fatto in questa maniera.

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Dipinse in oltre Buffalmacco nella Chiesa di S. Petronio di Bologna le storie de’ Voltoni nella Cappella de’ Bolognini l’Anno 1329. le quali per quello, che era stato veduto in pittura fino a quel tempo in essa Città, furono avute in tanto pregio, che furono loro fatti ripari, e defensivi per quelle sottrarre a’ pericoli, e danni delle pioggie, come attesta Cherubino Gherardacci Eremitano nella sua storia di Bologna. Resta tuttavia di sua mano assai ben conservata una Imagine di Maria Vergine col Bambino, ed un S. Gio: Batista, e S. Antonio in un Andito fra la Chiesa, e la Casa della Parrocchiale di S. Stefano a Calcinaia, luogo sei miglia presso di Firenze di sopra alla strada Pisana, ed è quella pittura stessa, nella quale il Pittore volendo mostrare la bizzaria, o pazzia, che vogliamo dire del suo cervello fece quanto racconta il Vasari nella Vita di lui, ed io taccio per meglio.

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Discepolo d’Andrea Tafi, fiorivano nel 1310. Quando egli adiviene che alla vista degli uomini, si scuopra alcun nuovo cervello, il quale o per industria, o per naturale bizzarria, o per altra qualsisia bella qualità, abbia del singulare, s’accendono non poco gli animi curiosi ad investigarne ogni fatto, ogni detto, ogni pensiero; ma se talvolta egli accade che, alla conversazion di questo tale s’aggiungano altri del medesimo umore, si vedono ,e si sentono cose tanto belle, quanto veramente dir si possa. Occorse ciò in Firenze (per quello che è a nostra notizia più che in altro tempo) nel secolo del 300. allora che Buonamico Buffalmacco, uomo per certo ingegnoso, e di belle invenzioni, lontano da ogni malinconia, e tutto dedito al godere, si dette al frequentare la Bottega d’un certo giovane Sensale di Professione, chiamato Maso del Saggio, la quale era un ridotto di Cittadini, e di quanti piacevoli uomini aveva la nostra Città, e con tale occasione fece, o pure accrebbe amicizia, e pratica con Bruno, e Nello l’uno, e l’altro Pittori, ed in tutto simili a lui e di genio, e d’umore; onde avvenne che non solo ne sollazzò quell’età, ma da i loro altrettanto ridicolosi, quanto strani ritrovamenti prese materia il nostro celebre favoleggiatore Boccaccio d’arricchire il suo Decamerone, impiegando la sua penna in dar notizia di loro anche ai posteri.

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Tornandosene poi Bruno con Buffalmacco a Firenze, dipinse nella Chiesa di Santa Maria Novella ad istanza di Guido Campese, allora Contestabile de’ Fiorentini, una Storia di san Maurizio, e suoi Compagni martirizzati per la Fede di Giesù Cristo, la quale Storia fece in una facciata larga quanto è lo spazio fra le due colonne; in questa ritrasse esso Guido tutto armato, e dietro a lui molt’uomini d’arme pure armati al modo antico, mentre Guido sta genuflesso in atto d’adorazione d’una Imagine di Maria Vergine, e appresso a lui San Domenico, e Sant’Agnese. Condusse egli tutta quest’opera di sua mano, ma però con disegno, ed invenzione di Buonamico; da questa attesta il Vasari d’aver cavato molte invenzioni d’armadure, che usavano in quei tempi, e servitosene nella Sala di Palazzo Vecchio.

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Altre opere di Bruno non sono a mia notizia, salvo che quel poco di più, che si ha nel Decamerone, che accennerò brevemente appresso; ma prima è da sapersi, come era in quei tempi in Firenze, ed abitava nella via del Cocomero vicino alla Casa di Buffalmacco, e di Bruno, un certo Medico Bolognese chiamato Maestro Simon da Villa, uomo di cervello si grosso, e dozzinale, che più non sì può dire, e avria creduto ch’e’ sapessero volare gli asini come gli uccelli. Costui per sua svenevolezza avendo dato alle mani di Bruno, e per opera dello stesso anche di Buffalmacco fu da essi così ben pelato, quanto mai altro tale, che venisse loro fra l’ugna, ed oltre a ciò feciongli quel tanto risaputo scherzo di dargli a credere di volergli fare aver per moglie una gran Dama da loro immaginata, alla quale avevan dato nome la Contessa da Civillari, e dopo essersi con varie beffe, che gli fecero, presi gran gusto di lui, finalmente col farlo nel più scuro della notte cadere in una gran fossa di brutture fu dato fine al trattato.

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Dopo che Cimabue, e poco presso il famoso Giotto, avendo a quel segno, che è noto, restaurata la bell’arte della Pittura, cominciarono ad essere universalmente adoperati in quelle grand’opere, a cagion delle quali gloriosi, e ricchi divennero; furon tanti, e tanti i giovani, che in Firenze, siccome ancora in altre Città di Toscana si diedero a quello studio, che non è possibile a dirsi. Testimonio ne fanno le memorie, che si anno per gli antichi Scritti dell’infinite Pitture state fatte in quei tempi, che in gran parte oggi più non si vedono, delle quali in breve giro di lustri subito si vedde pieno ogni grandissimo Tempio, ogni Cappella, ogni Casa, o luogo pubblico, o privato, mettendosi in uso il dipingere da terra a tetto le lunghe, e grandi facciate dalla parte di dentro delle Chiese. Ciò che particolarmente vedevasi fine nel passato secolo nella gran chiesa di Santa Croce, Santa Maria Novella, ed in altre molte, e talvolta usavansi dipingere anche i prospetti delle medesime, e questo anche facevasi in quelle de’ Contadi, delle quali si dipignevano fino i Portici. Si dipignevano le Sale pubbliche, i Conventi, le Camere, e gli Spedali; senza la gran copia d’Imagini sacre, e Tabernacoli, che stetti per dire ad ogni passo si esponevano all’adorazione nelle pubbliche vie, de’ quali sono ancor vivi indubitati segni; la dove per avanti pochissime Pitture si vedevano, cioè qualche divota Imagine fatta da Maestri Greci, e loro imitatori; le quali tutte cose da per sé stesse evidentemente dimostrano, che i Professori, che insorsero in quel secolo, furono per così dire innumerabili. Di coloro solamente, de’ quali io non ho notizia, se non del tempo, del nome, professione, e sepoltura nel ricercare per l’antiche Scritture, dico di quelli del secolo del 300. arriva il numero nella Città di Firenze presso ad un centinaio, senza quelli che da diversi professori d’antichità di nostra Patria sono stati trovati, e spogliati ne’ loro scritti, e senza quelli ancora, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori si vedon tuttavia notati. Ma forse perché rara è vera gloria, pochi per avventura furon quelli che talmente si segnalassero nell’Arte, che riuscisse loro il procacciarsi gran nome fra gli uomini, o perché per negligenza de’ nostri antecessori non ne sia stata fatta memoria, di pochi si puote oggi ragionare a lungo.

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In Firenze dipinse molte cose, ché il tempo ha distrutte. Nel Campo Santo di Pisa, nella facciata accanto alla Porta principale dipinse d’assai buona maniera molte Storie delle vite de’ Santi Padri; e nella Pieve d’Arezzo nella maggior Cappella colorì dodici Storie della vita di Maria Vergine. Questo Pittore, quando non mai in altro, in questo solo fu segnalato, per essere stato il primo artefice, che cominciasse ad ingrandire la maniera, avendo fatte le figure della volta della nominata Cappella alte quattro braccia, senza punto scostarsi dalla buona proporzione, e dal bello arieggiar di teste, ciò che fino al suo tempo non era stato praticato. Lavorò finalmente assai in San Pietro di Roma, ma il tutto per cagione della nuova fabbrica fu demolito. Dipinse ancora in molte altre Città, e luoghi d’Italia, che per brevità non se ne dice il particolare. Se vogliamo credere a quanto in un suo Manoscritto lasciò notato Giulio Mancini, convien dire, che ne’ tempi di quest’Artefice vivesse quel Paolo da Siena, che ritrasse Papa Benedetto X. e per ordine di lui rifece i Tetti della Chiesa di San Pietro di Roma.

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Della scuola di Giotto. Con quello che si è detto nelle Notizie sopra Arnolfo, Giovanni Pisano, ed altri Scultori antichi, si crede essersi bastantemente dimostrato quanto questi tali Maestri megliorassero la maniera loro per lo buon disegno appreso da Cimabue, e tanto più da Giotto. Quegli però, che dopo aver qualche tempo operato col solo aiuto della naturale inclinazione colla scorta dell’opere fatte in Pisa dal medesimo Giotto, e poi colla di lui direzione, e mediante la sua amicizia si segnalò oltremodo nell’arte della Scultura, fu Andrea Pisano, il quale chiamato a Firenze fece secondo il disegno pure di Giotto molte statue d’Apostoli, e d’altri Santi per la facciata dinanzi della Chiesa di Santa Maria del Fiore, nelle quali diede a conoscere, di quanto egli avesse superati gli altri Scultori, che avevano operato avanti a lui. Che però gli fu data a fare la statua di Maria Vergine co’ due Angeli, che la tengono in mezzo, che fino ad oggi si vede sopra l’Altare della Chiesetta, o Compagnia della Misericordia nella Piazza di San Giovanni, e l’altra Imagine di Maria Vergine col Figliuolo in braccio meza figura, ch’è nella parte esteriore di essa Chiesetta contigua al luogo detto il Bigallo.

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Non fu meno valoroso nel gettare di bronzo; onde avendo Giotto fatto un bellissimo disegno d’una delle Porte di San Giovanni con istorie della vita del Santo: fu ordinato a lui il farla di bronzo. Ciò fu sotto il Governo del Gonfaloniere Peruzzi l’Anno 1331. contro a ciò che pare abbia creduto il Vasari, e diedela finita del 1339. Fu allora quest’opera, come cosa in quella età creduta d’impareggiabile bellezza, posta alla porta del mezzo di quel Tempio, finché da Lorenzo Ghiberti furon fatte l’altre, e quella levata, e posta alla porta, che è rimpetto al Bigallo, dove è fino al presente. Operò parimente molto d’Architettura, particolarmente dopo la morte d’Arnolfo, e di Giotto. Fu fatto con suo disegno il Castello di Scarperia in Mugello per timore, che si aveva allora in Firenze della venuta dell’Esercito Imperiale.

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In quella parte delle mura, che è fra San Gallo, e la Porta al Prato fece egli alzare otto braccia di muro a calcina, ed in altri luoghi più bastioni, ed altri ripari. Con sua Architettura fu edificato il Tempio di San Giovanni di Pistoia fondato l’Anno 1337. ed è cosa notabile, che nel cavarsi de’ fondamenti fu ritrovato il Corpo di Sant’Atto Vescovo di quella Città stato in quello stesso luogo sepolto cento trentasette anni. Scolpì egli il Sepolcro di marmo con molte piccole figure per messer Cino Legista, e gran Poeta di quell’età, posto nel nominato Tempio. Si eressero con suo disegno molte Torri intorno alle mura di Firenze, e quella particolarmente della Porta a san Friano, e si fecero gli antiporti a tutte l’altre. Di questo Artefice si servì assai il Duca d’Atene Tiranno de’ Fiorentini nell’allargar della Piazza, e per le fortificazioni del Palazzo, per disegni, e modelli d’altre sue immaginate fabbriche, e forticazioni, le quali poi mediante la sua cacciata di Firenze seguita del 1334, non potè mandare ad effetto, ec.

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Dipinse Stefano a fresco la Madonna del Campo santo di Pisa, nella qual’ opera si portò meglio del Maestro. Fece nel Chiostro di Santo Spirito di Firenze tre storie, che oggi più non si vedono, e le arricchì di prospettive, e architetture fatte con tanto gusto, che già si cominciò a scoprire in quelle qualche barlume della buona maniera moderna. Fra queste finse una capricciosa salita di scale, della quale è fama, che poi si servisse il Magnifico Lorenzo de’ Medici per fare le scale di fuora della real Villa del Poggio a Caiano. Fu bizzarro, e nuovo negli scorci, e il primo che uscisse dell’antico modo tenuto nelle figure da’ maestri suoi antecessori, tanto che disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia. Stefano da tutti è nominato scimia della natura; tanto espresse qualunque cosa volle. Dipinse in Pistoia la Cappella di San Iacopo. Operò in Milano, Roma, Ascesi, Perugia, e in altre molte Città d’Italia, oltre a tutto cio, ch’egli fece per le principali Chiese di Firenze sua patria. Seguì la sua morte l’anno del Giubbileo 1350.

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Discepolo di Simon Memmi, fioriva del 1325. Questo pittore, che dal VasariLe Vite fu detto fratello di Simon Memmi, aiutò lo stesso Simone a dipignere il Capitolo di Santa Maria Novella di Firenze, e in altre opere. Dipinse a fresco nella Chiesa di Santa Croce. Fece una tavola a tempera, che allora fu posta all’Altare maggiore della Chiesa di santa Caterina di Pisa; e in san Paolo a Ripa d’Arno fuori della stessa Città colorì molte cose, e fra queste una tavola per l’Altar maggiore, ove figurò Maria Vergine, san Piero, e san Paolo, e altri Santi; e una simile ne mandò a san Gimignano terra di Toscana. Nel chiostro di san Domenico di Siena dipinse a fresco una Vergine in trono col Figliuolo in braccio, e due Angeli, che gli presentano fiori, san Pietro, e san Paolo, e san Paolo, e san Domenico; e sotto a quest’opera scrisse uno di quei versi lionini, dietro a’ quali tanto si dierono da far gl’ingegni di quei secoli. Lippus me pinxit Memmi, rem gratia tinxit. Un moderno autore asserisce, ch’egli finisse la gran pittura della coronazione di Maria Vergine stata incominciata da Simon Memmi sopra la porta di Camolia e da lui lasciata imperfetta, siccome ancora dice non aversi per vero dagli antiquari di quella Città, ch’egli fosse fratello di Simone, trovandosi quello figliuolo di Martino, e questo figliuolo di Memmo, e non della famiglia de’ Memmi. Oltre a quanto si è notato di sopra, fece quest’artefice molte opere in diverse Città, e luoghi, e particularmente nel Vescovado d’Arezzo, e in san Francesco di Pistoia, e usò scrivere in esse il nome suo con questo grosso latino; Opus Memmi de Senis me fecit, tacendo il suo nome, come attesta il VasariLe Vite.

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Discepolo di Giotto, nato 1300., e secondo il Vasari ? 1350. Ebbe Taddeo i principj nell’arte della pittura da Gaddo Gaddi suo padre, dipoi postosi sotto la disciplina di Giotto, dal quale era stato tenuto al battesimo: stette con lui ventiquattro anni, e dopo la morte di esso Giotto restò fra’ più eccellenti maestri. Nella Cappella della Sagrestia di santa Croce in Firenze fece alcune storie di Santa Maria Maddalena, e nelle Cappelle di essa Chiesa, e nel Convento. In altre Chiese della Città operò assai, tenendo sempre la maniera del suo maestro Giotto con alquanto di meglioramento nel colorito; ma fra le più belle opere, che a’ nostri tempi si vedono di sua mano in pittura sono le storie a fresco nel Capitolo di santa Maria Novella fatte rincontro a quelle di Simon Memmi stato suo condiscepolo sotto Giotto, e suo amicissimo; perché essendo stato allogato quel gran lavoro a esso Taddeo, egli contento della facciata sinistra, e di tutta la volta, lasciò l’altre tre facciate a Simone. Taddeo dunque spartì la volta in quattro spazzi, secondo gli andari di essa; nel primo fece la Resurrezione del Signore; nel secondo lo stesso Signore, che libera san Pietro dal naufragio; nel terzo figurò l’Ascensione di Cristo; e nell’ultimo la Venuta dello Spirito santo. In quest’opera fece vedere in belle attitudini alcuni Giudei, i quali pare che anelino di entrare in quel Santuario. Nella facciata poi dipinse le sette scienze, ovvero arti liberali co’ nomi di ciascuna e sotto, alcune figure a quelle appropriate; cioè sotto alla Grammatica Donato scrittore di essa; sotto la Rettorica una figura, che ha due mani a’ libri, e una terza mano si trae di sotto il mantello, e se la tiene appresso alla bocca, quasi in atto di far silenzio, costume antichissimo de’ dicitori prima di principiare l’orazione, e l’abbiamo anche in Iuditta al Capit. 13; e sotto la Logica Zenone Eleate; sotto l’Arimmetica è Abramo, il quale antichissimo tra Caldei si dice, siccome dell’Astronomia ritrovatore; la Musica ha Tubalcaino, che batte con due martelli sopra l’ancudine; la Geometria ha Euclide, che ne diede gli stromenti; l’Astrologia, Atlante, che per essere valentissimo Astrologo fu da’ Poeti favoleggiato, ch’egli cogli omeri suoi il Cielo sostentasse. Sono dall’altra parte sette virtudi, tre teologiche, e quattro che si dicono cardinali, ciascheduna ha sotto le sue figure; e nella figura d’un Pontefice è ritratto al naturale Papa Clemente V. vedevisi san Tommaso d’Aquino, che in tutte quelle virtù fu singolare, che ha sotto alcuni Eretici, ed appresso sono Mosè, Paolo, Gio: Evangelista, e altre figure, opera veramente, per quei tempi stupenda; onde non senza ragione disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia, che va innanzi al suo comento sopra Dante: Grandissima arte appare in Taddeo Gaddi.

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Fu ancora Eccellente architetto, e molto si adoperò nella fabbrica d’Or San Michele, e rifondò i pilastri di quella loggia. Ne’ tempi di quest’artefice occorse caso in Firenze, con cui se gli aperse largo campo di far conoscere il suo valore, ed eternare il nome in tal professione, e fu questo: L’anno 1333. nel giorno I. di Novembre cominciò così gran pioggia in Firenze, e suo territorio, nell’Alpi, ed altrove, che continuando per quattro giorni, e notti dirottamente a piovere con tuoni, lampi, e fulmini senza intermissione alcuna, in breve alzò l’acqua a gran segno; onde altro non faceva l’impaurita gente, che gridare a Dio pietà, e misericordia, facendo ponti da casa a casa, e da tetto a tetto per lo timore di restar sommersa: Crebbe il fiume d’Arno inondando gran parte dei piani del Casentino, d’Arezzo, e Valdarno di sopra, e messisi innanzi mulini, ed ogni sorte di edificj, in cui s’imbatteva, d’alberi, e persone affogate in gran numero, si congiunse colla Sieve, di cui non inferiore era la piena, la quale avea già coperto tutto il Mugello. Arrivato impetuosamente il giorno de’ quattro alla Città di Firenze coperta la vicina pianura in più luoghi, fino a braccia sei, otto, e dieci; ruppe le porte della Croce, e del Renaio, e gli antiporti delle medesime; entrò in Firenze in altezza di braccia sei, e piu; atterrò il muro del Comune sopra il Corso de’ Tintori per braccia 130, di spazio, onde subito si dilatò l’acqua con grand’impeto per la Città; disfece parte del Convento di santa Croce, con molte case; alzò nel Tempio di san Giovanni fino al piano di sopra dell’altar maggiore, e in santa Reparata fino agli archi delle volte vecchie di sotto al Coro; abbattè la colonna di san Zanobi, ch’è nella piazza di esso Tempio di san Giovanni; ruppe la pescaia d’Ognissanti, ed il muro del Comune da san Friano per braccia 500. in uno stesso tempo rovinò il Ponte alla Carraia, salve solo le due pile del mezzo, ed il Ponte a santa Trinita, salva una pila, ed un arco verso la Chiesa; il Ponte Vecchio, che rimase chiuso di travi, alberi, ed altre rapide prede del fiume, tramandò l’acqua di sopra gli archi, e di subito rovinò con molte case, che sopra quello erano edificate, restando tutte le due pile del mezzo; passò l’acqua sopra il Ponte Rubaconte, ruppe le sponde in più luoghi; e infinite case, e palazzi de’ Cittadini demolì, con morte di molte centinaia di persone, e gran quantità d’animali. Volendo dunque i Fiorentini restaurare in parte i gravi danni fatti da tale inondazione, fu al Gaddi data l’incumbenza di molte fabbriche principalissime, e particularmente de’ ponti. Rifece egli dunque con suo modello il Ponte Vecchio di tutte pietre riquadrate con iscarpello con ispesa di fiorini 60. mila d’oro; similmente fondò il Ponte a santa Trinita, che restò finito del 1346. con ispesa di fiorini 200. mila d’oro, che di nuovo rovinò l’anno 1557. come a suo luogo si dirà. Con sua architettura fecionsi le mulina di san Gregorio. Seguitò, e diede compimento alla maravigliosa fabbrica del Campanile di Santa Maria del Fiore, colla scorta del disegno di Giotto.

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Molte furon l’opere di questo gran maestro fatte per l’Italia in pittura, le quali per brevità si tralasciano. Errò il Vasari in dire, che Taddeo morisse del 1350. essendosi riconosciuto da un Libro segnato E 4. a 66. esistente nella Gabella de’ Contratti di Firenze, che esso Taddeo Gaddi pittore fu Arbitro nel 1352. in alcune differenze. Trovasi di più in un Protocollo di ser Giovanni di Gino da Prato nell’Archivio Fiorentino l’anno 1383. fatta menzione d’una tale Madonna Francesca figliuola del già Albizzo Ormanni, moglie del già Taddeo Gaddi del popolo di S. Pier maggiore. Dirò ancora, per aggiugner notizia della Casa di Taddeo Gaddi, aver ritrovato come un figliuolo di Taddeo, per nome Zanobi, che abitò a Venezia, sotto dì 27. Giugno 1400. per rogito di ser Dionigi, detto Nigi di ser Giovanni Tucci da san Donato in poggio, fece suo Testamento, nel quale si fa menzione di Caterina del già ser Donato del Ricco Aldighiori sua moglie, di Francesca, e Filippa figliuole d’Agnolo Gaddi sue nipote, e di Giovanni, e Niccolò suoi nipoti, e s’instituiscono eredi universali con fidecommisso TaddeoLorenzo, e Agnolo suoi figliuoli con più sostituzioni.

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Della Scuola di Pietro Laurati. Il Vasari, che alcune poche cose scrisse d’Ambrogio Lorenzetti Pittor Sanese, non diede notizia di chi egli fosse stato maestro nell’arte della pittura; ne io ho mai potuto ritrovarlo; ben è vero, che se si considera la maniera, che tenne questo artefice, non si può dubitare, ch’ella non sia quella stessa, che praticò, e insegnò il famosissimo Giotto; ed è da sapersi, che quantunque non sia a nostra notizia, che Ambrogio per un corso di molti anni venisse mai a Firenze, dove potesse ricevere da Giotto i precetti dell’arte, ne tampoco ch’egli lo seguitasse in altre Città; con tutto ciò sappiamo, che subito che Pietro Laurati degnissimo discepolo dello stesso Giotto, che non solo fu suo grande imitatore, ma anche in alcune cose lo superò, subito dico che Pietro cominciò a dar saggio di suo operare nella Città di Siena sua patria, si svegliarono talmente gl’ingegni, che molti maestri in brevi partorì quella nobil Città a queste arti, i quali discostandosi dall’antica maniera de’ Greci, e di Cimabue, e avanzandosi ancora sopra quella dello stesso Giotto, furon poi impiegati in opere chiarissime, e singulari. Uno di costoro, credo io, ne penso ingannarmi, cioè uno di quegli, che uscirono dalla Scuola di Pietro, e ne appresero la maniera, fu Ambrogio Lorenzetti, il quale fattosi pratico nell’arte, dipinse nel chiostro de’ Frati Minori di sua patria molte cose, che furono in quel tempo tenute in gran pregio; siccome anche nello Spedaletto detto di Monna Agnesa alcune tavole.

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Discepolo di Taddeo suo Padre, nato … ? 1387. Fra le molte opere, che fece Agnolo Gaddi, vedesi oggi in Firenze nell’Oratorio Or San Michele una storia a fresco, ove è Cristo fanciullo disputante co’ Dottori, e questa è sotto l’organo dalla parte di Sagrestia. In san Pancrazio dipinse la tavola della Cappella maggiore, nella quale figurò Maria Vergine, san Gio: Batista, san Gio: Evangelista, e i santi Nereo, e Achilleo, ed in santa Maria maggiore quella pure dell’Altar grande, dove fece la Coronazione della Madrea d’Iddio. Dipinse a fresco per la famiglia de’ Soderini la Cappella maggiore del Carmine, e quella di santa Croce per la famiglia degli Alberti; nella prima figurò istorie della vita di Maria Vergine; e nella seconda del ritrovamento della Croce: L’una e l’altra delle quali colorì molto bene, tutto che mancasse alquanto nel buon disegno. In Prato Città di Toscana dipinse a fresco la Cappella della sacra Cintola della Vergine con istorie della vita della medesima. Io trovo nell’antico Libro di ricordanze del Provveditore dell’Opera di santa Maria del FioreStieri di Francesco degli Albizzi dell’anno 1367 essere stati pagati a Agnolo di Taddeo pittore, ch’è quegli, del quale si parla, fiorini dua, e dissero di sua mercede per l’esemplare che va facendo delle figure da porsi alla loggia della Piazza de’ Signori Priori; da che si deduce, che Iacopo di Piero, e altri che le intagliarono, il facessero con disegno di lui, e non contraddice molto a questo pensiero il vedersi in altri libri di deliberazioni degli stessi Operai, particolarmente del 1384. esser’ essi stati soliti di valersi di Agnolo in fare i disegni delle cose, che alla giornata loro abbisognavano.

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Essendo state ne’ tempi di questo artefice rovinate molte case in Firenze per allargare la piazza del Palazzo de’ Signori, e con quelle la Chiesa di santo Romolo, il medesimo Agnolo la rifece con suo disegno. Operò anche di musaico; che però gli furon fatti risarcire i musaici fatti già da Andrea Tafi nella Tribuna del Tempio di san Giovanni, in parte guasti per causa d’essersi i marmi, che coprivano essa Tribuna in più luoghi aperti; ed aver dato adito par entro quelle aperture all’acque, e a’ ghiacci. Risarciti i musaici, fece coprire la stessa Tribuna di nuovi marmi, con intaccare dall’uno, e l’altro de’ lati delle commettiture fino a mezzo il marmo, e rapportare con istucchi composti di mastice, e cera alcuni pezzi in quelle intaccature. Con tale invenzione assicurò per molto tempo quei lavori da ogni accidente. In oltre fece rifare con suo disegno la cornice di marmo sotto il tetto di quella Tribuna, conciosiacosache fosse per avanti assai minore, e men bella. Molto, e molto operò Agnolo, benché con minore applicazione di quel che per altro avrebbe potuto fare, e meno si avanzò nell’arte di quello che presagirono i suoi principj, e la cagione di ciò, fu l’affetto che egli ebbe sempre alla mercatura, alla quale finalmente più si diede, che ad altra cosa.

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Io trovo in un antico, ed autentico Strumento, che oggi è appresso l’altre volte nominato Dottore Giovanni Renzi pratichissimo di nostre antichità, che Agnolo ebbe per moglie Giovanna figliuola di Landozzo Loli, famiglia che l’anno 1351. godè il Prioraro nella persona d’Andrea Loli, e altre volte dipoi, e le parole dello Strumento sono le seguenti. 1404. Dom. Iohanna filia Landozzi Loli populi sancti Petri Maioris, uxor Dom. Angeli Taddei Gaddi pictoris. Rogò ser Tommaso di Fronte di Gio: di Firenze 27. Ottobre 1404. che poi agli 6. Dicembre rogò il Testamento di Bartolomea moglie già di Niccolò Rinaldi, e figliuola di Bartolo di Cione del popolo di san Simone, che fece un legato a favore di detta Giovanna di una casa nel popolo di S. Simone in luogo detto la via della Stufa. Applicarono anche i figliuoli d’Agnolo alla mercatura, con questi tenne egli casa aperta a Venezia, e lavorò tuttavia alcuna cosa di pittura più per suo passatempo, che per altro fine. Morì in Firenze l’anno 1387. lasciando il valore di 50. mila fiorini d’oro. Crebbe poi questa famiglia de’ Gaddi in ricchezze, ed onori, fino ad essere illustrata di due Cardinali di santa Chiesa, Vescovi, ed altri nobilissimi uomini, ‘e finalmente rimase estinta, come nella nota a Gaddo Gaddi pittore discepolo di Cimabue, e avolo di esso Agnolo si è narrato nelle Notizie del primo secolo dal 1260. al 1300.

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Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350. Questo Iacopo, che fu cognominato Iacopo di Casentino, ebbe per sua patria Prato vecchio Castello di quel tenitorio, il quale potea dirsi celebre in quei tempi per quel Donato eccellente grammatico, a quale sono indirizzate più lettere del Petrarca, intitolandolo egli Apenninigena, e poi nel suo PetrarcaTestamento de Prato Veteri, ma molto più celebre ne’ tempi susseguenti, anzi felicissimo per esserne uscita la casa del dottissimo uomo Cristofano Landini, il di cui corpo conservasi al Borgo alla Collina, non molto lungi da esso Castello, per lo spazio ormai di circa 300. anni incorrotto, e mostrasi per maraviglia. Della famiglia di esso Landino, dice il Vasari, che fusse questo Iacopo da Prato vecchio, detto di Casentino, del quale ora siamo per parlare. Costui adunque fece in Firenze la pittura a fresco del Tabernacolo de’ Tintori da Sant’Onofrio sul canto delle mura dell’orto loro, rincontro a San Giuseppe, e di quello della Madonna di Mercato vecchio, colla tavola dell’Altare ivi eretto.

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Essendosi a tempo di questo pittore ridotte a termine le volte della loggia d’Or San Michele, fece in esse in campo azzurro oltramarino sedici figure, che rappresentano alcuni Patriarchi, e Profeti, ed i primi delle Tribù; e nelle faccie di sotto, e ne’ pilastri, molti miracoli di Maria Vergine. Operò in Prato vecchio sua patria, nel Castello di Poppi, ed in molte Chiese d’Arezzo. L’anno 1354. ricondusse con suo disegno sotto le mura d’Arezzo l’acqua, che viene dalle radici del poggio di Pori, braccia 300. vicino alla Città, che al tempo de’ Romani fu condotta al Teatro, che fu chiamata allora Fonte Guizzianelli, di poi per corrottela di nome Fonte Veneziana. Dice il Vasari, ed io medesimo ho riconosciuto, che a tempo di questo Iacopo, cioè l’anno 1349. ebbe principio in Firenze la Compagnia, e Fraternita de’ Pittori, perché i maestri, che allora vivevano, così della vecchia maniera Greca, come della nuova di Cimabue, ritrovandosi in gran numero, e considerando che le arti del disegno avevano in Toscana, anzi in Firenze propria avuto il loro rinascimento, crearono la detta Compagnia sotto il nome, e protezione di santo Luca Evangelista, si per render nell’Oratorio di quella lodi e grazie a Dio, si anche per trovarsi alcuna volta insieme, e sovvenire così nelle cose dell’anima, come del corpo, chi secondo i tempi ne avesse avuto dibisogno; la qual cosa è anche per molte arti in uso in Firenze.

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Il primo Oratorio di questi artefici fu la Cappella maggiore dello Spedale di santa Maria nuova, stata loro concessa dalla famiglia de’ Portinari. Fin qui il Vasari; e trovasi nell’antico libro di detta Compagnia, che Iacopo di Casentino fu uno de’ primi due Consiglieri di quella: Siccome ancora trovasi notato per uno de’ fratelli nel 1373. Matteo Iacopi di Casentino dipintore, che io stimerei fosse stato figliuolo del nostro Iacopo; è però da avvertire, che la parola dipintore si vede ivi d’altra mano. Dando fine adunque alla notizia di Iacopo, dico come a questi, ed a Giovanni da Milano suo condiscepolo nella scuola di Gaddo Gaddi, esso Gaddo nel suo morire raccomandò Giovanni, e Agnolo suoi figliuoli a fine che essi seguitassero a fargli camminare secondo i precetti dell’arte, che esso aveva loro insegnata. Venne in pensiero, già che il Vasari nel dar notizia dell’accennata fondazione in Firenze della Compagnia de’ Pittori se la passò alquanto strettamente, di dirne alcuna cosa di più in questo luogo: Ma già che noi troviamo, ch’ell’ebbe suo principio nel 1349. abbiamo stimato miglior consiglio il lasciar per ora tale assunto, per farne poi nel Decennale ove cade esso anno 1349. una diffusa narrazione.

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Discepolo di Buonamico Buffalmacco, nato 1307. ? 1365. Attese costui non meno all’arte della pittura nella scuola di Buonamico Buffalmacco, che a quella di prendersi tutti i sollazzi, staatre propria del maestro suo; onde non fu gran fatto, che siccome Buonamico avendo menato sua vita accompagnata da povertà, e finalmente nel pubblico Spedale si morì; questo suo discepolo ancora, che in ogni cosa volle essere imitatore del maestro, non avendo mai riportato alcun profitto, né da’ guadagni del suo mestiero, ne dalle eredità, che gli pervennero di taluno ch’egli mai non pensò, nella fine sua si trovasse si povero, che appena fusse stato bastante il suo avere per dare al suo corpo sepoltura. Diede costui i primi saggi di suo parere nella terra d’Empoli, quindici miglia distante dalla Città di Firenze, dove nella Pieve dipinse a fresco con istraordinaria diligenza la Cappella di san Lorenzo con istorie della vita di esso santo. In san Francesco d’Arezzo colorì l’anno 1344. l’Assunzione di Maria Vergine, e nella Pieve la Cappella di sant’Onofrio, e quella di sant’Antonio; e fece in santa Giustina, e in san Matteo alcune pitture, che poi colle medesime Chiese perirono nell’occasione di farsi, per ordine del Granduca Cosimo I. in quella Città alcune nuove fortificazioni.

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Tornato a Firenze, dipinse una Cappella dedicata a san Michele Archangelo sopra il vecchio Ponte a santa Trinita, che poi rovinò per la piena del 1557. Ed è fama, che da tal pittura egli traesse il cognome di Giovanni da Ponte. L’anno 1355. dipinse in san Paolo a Ripa d’Arno di Pisa nella Cappella maggiore; e poi in Firenze in santa Trinita la Cappella degli Scali, e quella ch’è allato ad essa, ed una eziandio con istorie di san Paolo accanto alla Cappella maggiore, ove è il sepolcro di Maestro Paolo Strolago; ed in altre Chiese, e luoghi fece più opere. Finalmente in età pervenuto di 59. anni, nel 1365. finì il corso di sua vita, e nella Chiesa di santo Stefano al Ponte vecchio, ov’egli aveva fatte più opere di sua mano, fu poverissimamente sepolto.

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Discepolo di Giotto, nato … ? … Fra i buoni discepoli di Giotto meritò d’aver luogo ancora Puccio Capanna Fiorentino, il quale nella Chiesa di s. Francesco d’Ascesi, ed in quella della Madonna degli Angeli dipinse assai dopo la morte del maestro, del quale tenne sempre la maniera. In Rimini nella Chiesa di san Cataldo de’ Frati Predicatori colorì a fresco una nave in atto d’affondarsi nel mare per forza della tempesta; e fra quelle di molti marinari figurati in essa, ritrasse al vivo la sua propria persona. In Firenze dipinse in santa Trinita per la nobilissima famiglia degli Strozzi la lor Cappella che è la prima entrando in Chiesa per la porta sinistra verso il fiume d’Arno; la qual Cappella fu poi ridotta al moderno, e sopra modo abbellita con pitture nella volta di Bernardino Poccetti; e con altre a olio dai lati d’altri buoni maestri. Dipinse pure in Firenze nella Badia la Cappella di san Giovanni Evangelista per la famiglia de’ Covoni; ma tal pittura, pur’oggi più non si vede, a cagione di diverse mutazioni state fatte in quella Chiesa a’ dì nostri, delle quali in altro luogo parleremo. Operò in Pistoia, in Bologna, ed altrove, tenendo sempre la maniera di Giotto suo maestro; e tanto bastaci aver detto di quest’artefice.

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NARRAZIONE Della fondazione della Compagnia di S. LUCA EVANGELISTA, stata instituita, e fondata per la prima volta, nella Città di Firenze da’ Pittori di essa Città l’anno 1349.

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Giache il seguitare a dar notizia dell’opere de’ Professori del disegno stati in Firenze nel secolo del 1300. ne ha portato all’anno 1349. in cui non solo un pittore, ma quasi tutti i pittori insieme più rinomati di nostra Città, stata nuova madre, e maestra di loro bell’arte, fecero la più ragguardevole opera, che da uomini assennati, e Cristiani far si potesse, che fu la fondazione della Compagnia di santo Luca Evangelista, con che vollero si bella facoltà appoggiare, o per dir meglio fermamente stabilire sopra il saldissimo fondamento del Divino timore, della protezione di Dio, e de’ suoi santi; e già che essi medesimi in ciò fare guadagnarono alla nostra patria la gloria d’aver dato al mondo il bello esemplo, che poi in ogni tempo, ed in ogni parte, ove vera Religione si professi, con gran frutto dell’arte, e degli artefici è stato abbracciato; è ben ragione, che in questo luogo io divertisca alquanto dal ragionare di ciascheduno di loro in particolare, per dire alcuna cosa di si lodevole azione, che la più parte, come io dissi, se non tutti insieme si posero ad effettuare, mentre ioancora mi fo a credere, che tale mio nuovo pensiero, all’onore della patria, e di quei saggi uomini, ed alla comune utilitade sia per contribuire non poco. È dunque da sapersi, come presso agli anni 1350. l’arte della Pittura, che prima da Cimabue, e poi da Giotto nell’antecedente secolo era stata richiamata a nuova vita, trovavasi tanto megliorata nella nostra Città di Firenze, che non pure ella medesima, e molte Città vicine avean sortito d’essere di suoi magistero fatte più belle da’ Fiorentini pittori, ma già per opera de’ medesimi sparsisi quasi per l’Europa tutta erane con universale applauso stato fatto godere il bel pregio; onde da per tutto molti, e molti furon coloro, che abbandonate le goffezze dell’antico modo al nuovo, ed allora da ognuno stimato bellissimo si appigliarono. Quando che i nostri pittori, considerando esser pazzo colui, che le proprie azioni a niun fine incammina, ed all’incontro a quegli, che a più alto scopo le indirizza, deesi la vera lode dell’opera, e riflettendo altresi quello doversi avere in conto di miglior fine fra gli uomini, che puote servire di mezzo, che all’ultimo fine dell’uomo conduca, che è appunto l’onore di Dio, e l’eterna salvezza nostra, e considerando ancora quanto bene si accomodi col nostro ultimo fine la bell’arte della pittura, di cui è proprio, e principale attributo il rappresentarci le imagini, e l’egregie, e sante operazioni di Dio e de’ Santi suoi, con che al culto, ed all’imitazione insieme, per quanto è nostra possa, c’inanimisce, anzi ci sprona; risolsero, per così dire di spiritualizzare l’arte medesima colla fondazione d’una Compagnia sotto l’invocazione dell’Evangelista san Luca, in cui potessero esser descritti tutti coloro che non solo alla pittura, ma anche a cose, che in qualsivoglia modo a disegno appartenessero, non escludendo dalla medesima qualunque si fosse, anche artefice di metallo, o legname, nella cui opera o molto, o poco avesse luogo il disegno; e perché egli è proprio della cristiana carita il comunicar se medesima senza eccettuazione di persona, vollero che potessero esservi ascritte anche le femmine stesse, le quali però o perché fossero in libro particolare notate, o perché tale loro volontà poi non avesse effetto, io non trovo, che alcuna ne fosse descritta nell’antico libro, del quale pur’ora sono per far menzione.

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Considerarono ancora quei prudenti uomini quanto sia difficile il potersi a lungo andare ben reggere, e governare una comunità, tutto che al divino culto, e sante operazioni destinata, senz’alcun ordine, o regola, e però formarono un libro di Carta Pergamena in quella proporzione, che noi diciamo oggi Imperiale, in cui a principio descrissero loro incominciamento, ordine, e regole, tempo per tempo, fino all’anno 1404. nel quale esse regole restarono approvate, e soscritte dall’Ordinario, e lasciarono il rimanente per le note da farsi per ordine d’alfabeto de’ fratelli, che erano a principio, e che dipoi fossero per descriversi in essa Compagnia: Ma perché questo unico libro, dopo il corso di sopra 300. anni si vede in molte parti lacerato, e guasto, onde gran fatto essere non potra, che in processo di tempo possa ancora lacerarsi piu, e forse perdersi del tutto; a fine che anche a’ secoli futuri più sicuramente si trasmetta l’intera notizia di si nobile azione in ogni sua minuta circostanza, ho voluto in questo luogo tutte le ordinazioni, ch’egli contiene, che poche sono in numero a parola a parola trascrivere, e sono le seguenti. Al Nome di Dio Omnipotente, et della Beata Vergine Maria, et di Messere Santo Giovanni Batista et di Messer Santo Zenobio Confessore et di Madonna Santa Reparata Vergine et del glorioso Messer Santo Lucha Evangelista Padre et principio et fondamento di questa Compagnia et Fraternitade et di tutti Santi et Sante di Paradiso. et ad onore et a riverentia della Santa Madre Ecclesia. Et di Messere lo Papa et di suoi fratri Cardinali; Et di Messere lo Veschovo di Firenze et del suo Chericato et a fructo et consolatione dellanime di tucti coloro che sono et saranno di questa Compagnia et Fraternita. Questi Chapitoli et ordinamenti della Compagnia del glorioso Messere Santo Luca Evangelista che fanno et ordinano quelli dell larte de Dipintori di Firenze a sua laude et a sua reverenzia et a consolazione dell’anime nostre. Et fu trovata et cominciata nelli Anni Domini … xxxviiij a di xvij dottobre la vigilia del glorioso nostro advocato Messer Santo Luca Evangelista. Questi Capituli et ordinamenti furono trovati et fatti da buoni et discreti huomini dell Arte de Dipintori di Firenze al tempo di Lapo Gucci Dipintore Vanni Cinuzzi Dipintore Chapitani della Corsino Bonaiuti Dipintore detta Chompagnia Pasquino Cenni Dipintore Segna darignano Dipintore Bernardo Daddi Dipintore Chonsiglieri della Jacopo di Chasentino Dipintore detta Compagnia Chonsiglio Gherardi Dipintore Domenico Pucci Dipintore Kamerlinghi della Piero Giovannini Dipintore d. Compagnia. Conciò sia cosa che nostro intendimento sia, mentre che semo in questo peregrinaggio pericoloso da argomentare d avere lo Beato Messere Santo Luca Evangelista per nostro spetiale advocato dinanzi alla Maiestà Divina et dinanzi alla gloriosa Vergine Maria che sono specchio di purita si convengono servigiali puri et netti di pecchato. Ordiniamo ke tutti quelli ke venghono o verranno a scriversi a questa Compagnia huomini o Donne sieno chontriti et chonfessi de loro peccati o almeno chon intendimento di confessarsi il più tosto che potra acconciamente. Et ke i Capitani o i Kamerlinghi chelli scriveranno si annuntino loro ciò e beni ke questa Compagnia fa. Et qualunque fia ricevuto a questa Compagnia sia tenuto di dire ogni di cinque pater nostri cum emque ave Maria. Et se per dimenticanza o vero per alcuna altra sollicitudine non li dicesse ogni di possali dire il di sequente o quando sene raccordera. Et accio ke dovutamente si possa conservare al servigio del Beato Messere Santo Lucha Evangelista sisi debbia spessamente confessare et chomunichare almeno una volta l’Anno se puote fare licitamente E sia manifesto a tucti ke nostro intendimento si è ke questi Capituli non leghino niuna persona a colpa macciascuno adoperi quello Buono ke puote o sa secondo ke Dio ella sua Madre el Beato Messere Santo Luca gliele concede per grazia Ordiniamo ke questa Compagnia abbia quattro Capitani et quatro Consiglieri et due Kamerlinghi come scripto e di sopra i quali Chapitani et Chamerlinghi sieno et esser debbiano sempre dell Arte de Dipintori Buoni diritti et Leali. E Consiglieri possano essere dell Arte et fuori della detta Arte come a loro piacesse e ke i Capitani vecchi colloro Consiglio innumero di xvj. si debbiano raunare nella Chiesa di Santa Maria Nuova la prima Domenicha dottobre et la prima Domenicha daprile et ordinatamente debbano eleggere et nominare octo huomini dellarte et i quattro ke più boci anno di loro rimanghano e debbano essere Capitani. Et i detti Chapitani ivi chiamati debano eleggere quactro Consiglieri ciaschuno il suo siccome alloro parra o piacera et due Kamerlinghi et debano intrare innoficio in Kal. dinovembre e bastino sei mesi innoficio et in Kal. di Maggio. et abbiano divieto che da ivi a uno Anno non possano ne debiano avere niuno officio nella detta Compagnia. Et ke i detti Kamerlinghi vecchi debbiano et siano tenuti di rendere ragione a Chapitani nuovi chenterranno de sei mesi channo tenuto il Conto dell Entrata et dell Uscita et se avesseno fatte spese non licite et dovute ke i detti Chapitani gli debano fare rimettere di suo nella detta Compagnia. Et senogli rimettesse chel debbiano radere dellibro della detta Compagnia et più non vi sia. Ordiniamo ke ongni prima Domenicha del Mese vi debbiano essere i Capitani e Chamerlinghi et que della Compagnia e porre il Desco fuori e scrivere quelli ke vorranno entrare alla detta Compagnia e fare paghare soldi tre per Anno agl huomini et soldi due alle Donne e raccordare chi ae a pagare che paghi Anchora ordiniamo accio chella nostra Compagnia sia ben sollecitata di buoni et discreti huomini che dove l Vfficio de Capitani Consiglieri e Chamarlinghi duravano semesi e posirecharono aun anno che sopra detti Vfici si chavino di quattro Mesi in quattro Mesi che viene la tratta tre volte La prima tratta si faccia addi diciotto dottobre la Mattina e lanno della festa del glorioso mess. Sancto Luca nostro avocato e cominci di primo di Novembre La seconda tracta si faccia la prima Domenica di Febraio e comincino luficio di primo di Marzo La terza tratta si faccia la prima Domenica di giungno et comincino luficio di primo di Lulglio i quali Capitani Consiglieri e Camarlinghi dalla finita dalloro uficio a un anno non possano ne debbano nella Compagnia avere alcuno uficio. Fu questo Capitolo fatto et ordinato neglianni di Christo MCCCLXXXVI di diciotto d Ottobre il di della festa del glorioso Appostolo Mess. Sancto Luca Vangelista nostro protectore per venticinque Savi e discreti huomini dellarte de dipintori della detta Compagnia A honore e riverenza di Dio e della sua pretiosa Madre Vergine Maria e del Beato Messer Sancto Lucha Evangelista nostro protectore dinanzi a Dio, e capo di questa Compagnia. I Capitani che furono nel Mille tre cento novanta cinque nella fine del loro ufficio del Mese d’Ottobre colloro consiglio e altri huomini della Compagnia di numero di xxiiij. ordinarono che ongni anno il di di Sancta Maria Magdalena che a di xxij. di Luglio si faccia uno rinovale nella Cappella di Messer Sancto Lucha e che i Capitani che sieno pe tempi debbano pagare e far pagare a ognuno chi puo ovuole soldi due per uno e che de questi danari sidebbano dare a Preti e pagare la cera ch al detto rinovale siponesse come parra a detti Capitani che alotta saranno e che tutti quegli che al detto rinovale se ritrovaranno stieano divotamente con silenzio a pregare i Dio per tutti i Morti fedeli Cristiani passati di questa vita e massimamente per quegli di questa Compagnia iquali fussono in purgatorio che i Dio gli conduca a beni di Vita eterna. Amen. In Christi nomine amen Anno incarnationis eiusdem Millesimo quadringentesimo quarto indictione tertia decima die tertio decimo Mensis Februarij actum Florentie in Episcopali Curia Florentina presentibus Ser Anthonio lacobi et Ser Petro Francisci Tieri Notarijs Episcopalis Curie Florentine Testibus ad infrascripta habitis vocatis et rogatis: Venerabilis Vir Dominus lacobus de Caniplo Arincus utriusque Iuris Doctor reverendi in Christo Patris et Dom. Dom. Iacobi Dei et Apostolicæ Sedis gratia Episcopi Florentini Vicarius generalis. Visis suprascriptis Capitulis et eorum quolibet et eis particulariter examinatis et lectis et demum repertis iuxtis ydoneis et congruis ad predicta Capitula ordinamenta et statuta dicte Sotietatis Ser Luce approbavit et adfirmavit ac mandavit per se et suos inofficio successores contradicta ordinamenta et quodlibet eorum non venire debere sed pro approbatis et confirmatis autoritate qua fungitur haberi voluit et madavit et dictam sotietatem ydoneam bonam et sufficientem similiter comprobavit Ego Laurentius olim Ser Angeli Bandini de Florentia Notarius publicus atque Imperiali auctoritate Iudex ordinarius et nunc Notarius Episcopalis curie Fiorentine predictis dum agebuntur interfui et ea rogatus scripsi etc. Dipoi seguono i nomi de’ Descritti per ordine alfabetico.

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Fra le lodi, che dagl’intendenti si danno a quest’artefice una fu, che lavorò con tanta diligenza l’opere sue a fresco, che non punto ebbe bisogno di ritoccarle a secco; onde ha mostrato il corso di tre secoli essersi quelle per cagione di tal sua accuratezza così ben conservate, che fino a’ tempi nostri si son vedute molto fresche, la dove quelle degli altri anno in gran parte ceduto al tempo. Tornato poi a Firenze , dipinse per Giovanni degli Agli a Nuovoli sua villa fuor della Porta al Prato in un tabernacolo un Cristo morto con molte figure, la storia de’ Magi, ed il Giudizio universale; e per gli Monaci di Certosa fece la tavola dell’Altar maggiore; e perché fu intendentissimo di Botanica, e dell’arte Chimica, datosi per ultimo tutto all’esercizio della medicina, della quale sempre si dilettò, è fama che nella medesima Città di Firenze , medicando gl’infermi nella pestilenza del 1383. di cui fa menzione il nostro Rondinelli , e nella sua età di circa anni 74. finisse il corso sua vita.

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Discepolo di Iacopo di Casentino. Da un Luca Spinelli , che nella cacciata de’ Ghibellini partì di Firenze , andandosene ad abitare in Arezzo , nacque Spinello , perciò detto Aretino. Questi fino dalla fanciullezza col solo aiuto della natura, e dell’inclinazione al disegno, fecesi quasi ragionevol pittore. Occorse intanto che Iacopo di Casentino ad Arezzo si portasse, e che alcune cose quivi dipignesse; onde a quello accostatosi Spinello , fece co’ suoi precetti tanto profitto, che in breve l’avanzò di gran lunga, ed acquistossi gran nome: che perciò avvenne ch’egli fosse chiamato a Firenze , e fussegli dato molto da operare nell’arte sua. Dipinse per le Chiese di Santa Maria Novella , del Carmine , e di Santa Trinita . In santa Maria Maggiore colorì la Cappella principale con istorie della Madonna, e di sant’Antonio Abate; ed ancora dipinse la storia della sacrazione di detta Chiesa fatta da Papa Pelagio; che così si legge nella inscrizione, ch’è nel muro a man destra del Coro all’entrare, e non da Papa Pasquale, come scrisse il Vasari .

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Discepolo di Taddeo Gaddi, fioriva del 1350. Oltre all’essere stato questo artefice discepolo di Taddeo Gaddi, gli fu anche si confidente, ed amico, che ad esso alla sua morte, che seguì del …. raccomandò Agnolo, e Giovanni suoi figliuoli, accioché egli continuasse ad ammaestrargli in quell’arte, nella quale egli medesimo già avevagli incamminati. Operò costui di maniera Giottesca, e furono sue pitture in Ascesi la Tribuna della Cappella maggiore, dove fece un Crocifisso, la Vergine, e santa Chiara, e nelle facciate, e dalle bande, storie di Maria Vergine. In santa Croce di Firenze, una tavola per l’Altar di san Gherardo da Villa magna; ed in Ognissanti, Convento ove già stavano i Frati Umiliati, una tavola, che allora fu posta all’Altar maggiore. Condottosi poi a Milano sua patria, colorì molte tavole a tempera, e quivi finì il corso di sua vita.

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Discepolo di … . nato … . NON mancarono alla Città di Siena in questi tempi suoi pittori, uno de’ quali fu Duccio, che molto operò a chiaro scuro. Fece per il Duomo di quella Città una tavola, che fu messa all’Altar maggiore, e poi dovendosi porre il Tabernacolo, fu levata, ed in altro luogo di quella Cattedrale appesa. Una sua tavola ci fu mandata a Firenze per la Chiesa di santa Trinita, nella quale è dipinta Maria Vergine; e questa non lascia dubitare dell’essere costui uscito della scuola di Giotto, o de’ suoi discepoli. L’anno della crudele mortalità del 1348. dipinse la Cappella della Piazza di quella sua patria. Operò finalmente per la Città di Pisa, e furono anche portate sue opere a Pistoia, e a Lucca.

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Discepolo di Stefano Fiorentino suo Padre, nato 1324, ? 1356. Questo Tommaso imparò l’arte da Stefano Fiorentino suo padre; poi datosi a studiare l’opere di Giotto, ne riuscì così grande imitatore, che ne fu chiamato per soprannome Giottino; anzi giunse a tale, che dicevasi in Firenze per ischerzo, che in lui non operava il proprio spirito, ma quello dello stesso Giotto, tanto che furongli date a fare molte opere a fresco per le Chiese di Firenze, che io non mi estendo in raccontare, già che oggi più non si vedono per essere state consumate dal tempo, o levate, per dar luogo a pitture moderne, o rovinate insieme con gli edificj, sopra i quali furono dipinte. Vedesi però in San Romeo una sua, allora tenuta bellissima, tavola d’un Cristo pianto dalle Marie, che veramente pare di propria mano di Giotto. Operò anche di scultura, e fece di sua mano una delle statue di santa Maria del Fiore , alta braccia quattro, che fu posta da quella parte verso dove poi furono i Pupilli. Dipinse in Roma, ed in molte altre Città d’Italia.

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L’anno 1343. che di Firenze fu cacciato, dopo un anno di tirannico governo, Gualtieri Franzese, e Conte di Brenna, detto il Duca d’Atene, dopo essergli nel Gonfalonierato di Paolo Bordoni posta taglia di diecimila fiorini d’oro con promessa di gran privilegj a chi l’avesse ucciso, o avesselo dato vivo nelle forze de’ Fiorentini; fu fatto dipingere a Tommaso il ritratto di lui a fresco nella Torre del Palagio del Potestà, oggi del Bargello, ed insieme quegli di tutti i suoi ministri, con mettere sopra la testa, ed a piedi l’arme delle famiglie loro. Ciò furono Cerrettieri Visdomini, Rinieri di Giotto da san Gimignano, Guglielmo d’Assisi, Gabbriello suo figliuolo, Meliadusso d’Ascoli, e Fra Giotto fratello di Rinieri, non ostante che Guglielmo, e’l figliuolo fossero stati morti a furore di popolo, ed a perpetua loro infamia fecero scrivere nelle mitere di ciascuno alcuni mal composti versi, i quali oggi per l’antichità, non che leggere si possano, ne meno si veggono: ma avendogli io in alcune antichissime memorie ritrovati, quegli appunto che furono allora composti; non ho stimato che sia per essere del tutto spiacevole lo scrivergli in questo luogo. Il Duca d’Atene a’ traditori dipinti allato a lui miterati. Avaro traditore e poi crudele Lussurioso ingiusto, e spergiuro Giammai non tenne suo suo stato sicuro.M. Cerrettieri Visdomini mantenitore di libertà al Duca. Come potevi tu durar signore Essendo innanzi in peccato involto E me per tuo consiglio avermi tolto?M. Rinieri Giotti da san Gimignano Capitano de’ fanti del Palagio al Duca. Deh come degnamente mi potevi Far Cavalier, che tu, ed io avari Siamo, e sempre fummo più che Mida Tradendo sempre l’uomo, che ti fida?M. Guglielmo d’Ascesi allora Capitano del Popolo al Duca Tu mi facesti più ch’altr’uom crudele Però mi grava più la tua partita, Che in quel furore, ch’io mi perderei la vita.Gabbriello figliuolo di esso M. Guglielmo Aver Padre crudel m’era diletto Poi vidi gli occhi suoi in palestra insegna, E quello avviene a chi mal c’insegna.M. Meliadusso d’ Ascoli allora Potestà di Firenze Io porto sotto la lima, e la fraude E di te m’ingegnai farti Signore Or ne se fuor per tuo poco valore.Frate Giotto da San Gimignano fratello del Capitano de’ Fanti con un libro in mano Vie più m’incresce di me e mio fratello Veder l’un traditore, e l’altro ingrato, Che veder te di signoria cacciato.

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DON SILVESTRO MONACO CAMALDOLESE del Monastero degli Angeli di Firenze MINIATORE

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Vuole ogni dovere che fra coloro, de’ quali abbiamo fatta menzione, che ad esempio del famosissimo Giotto s’applicarono in questi primi secoli del risorgimento della pittura, all’arte del miniare, io faccia alcuna ricordanza di Don Silvestro Monaco Camaldolese del Monastero degli Angeli di Firenze, come quegli, che condusse opere si belle e per diligenza, e per disegno, per quanto quei tempi comportar poterono, che meritarono non pure gli applausi de’ gran Monarchi, ma eziandio degli stessi professori del secol buono. Ma prima è da sapersi, come circa gli anni del Signore 1340. venne nel nominato Monastero un Monaco di santi costumi, chiamato Don Iacopo Fiorentino, il quale molto stimando ogni piccolo avanzo di quel tempo, che non occupavano le sue osservanze (virtù propria solamente di Religiosi molto perfetti per desiderio di ben servire a Dio, ed alla Chiesa sua) erasi con grande studio guadagnata una maniera di scrivere in quella sorta di carattere grosso, che si ricerca pe’ libri da coro, che per lo più scrivevansi sopra carta Pergamena, che con molta ragione gli vien dato nome fra gli scrittori del più eccellente in tale facoltà, di quanti fossero stati avanti a lui, ed anche per più secoli poi.Questi non solamente scrisse per lo Monastero suo fino a venti pezzi di libri da Coro, i maggiori, che avesse veduta l’Italia tutta fino al suo tempo, ma eziandio moltissimi per Roma, Venezia, e Murano, per lo Monastero di san Mattia della stessa Religione; per lo che ne fu celebrato in vita da ognuno, che conobbe sua gran virtù (e particolarmente dall’eruditissimo D. Paolo Orlandini monaco del suo Ordine, che in sua lode compose molto in verso latino) ma dopo sua morte vollero i suoi Religiosi in memoria di lui conservare in una degna custodia quella sua mano, che si eccellentemente, e religiosamente tanto operò in servizio del sacro canto.

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Trattò finalmente de’ musaici, del macinare i colori a olio per far campi rossi, azzurri, verdi, e d’altre maniere, e de’ mordenti per mettere d’oro, non già per figure. Oltre l’opere, che costui lavorò in Fiorenza col suo maestro, è di sua mano sotto la loggia dello Spedale di Bonifazio Lupi una Nostra Donna con certi Santi di maniera si colorita, ch’ella si è infino a oggi molto bene conservata. Questo Cennino da Colle di Valdelsa nel primo capitolo di detto suo libro, parlando di sé stesso, dice queste proprie parole. Cennino da Colle di Valdelsa fui informato in nella detta arte dodici anni da Agnolo Gaddi da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre, el quale fu battezzato da Giotto , e fu suo discepolo anni ventiquattro, el quale Giotto rimutò l’arte del dipignere di Greco in Latino, e ridusse al moderno, e l’ebbe certo più compiuta, che avesse mai nessuno. E seguita a dire il Vasari Queste sono le proprie parole di Cennino da Colle di Valdelsa , al quale parve, siccome fanno grandissimo benefizio quegli, che di Greco traducono in Latino alcuna cosa, a coloro che il Greco non intendono, che così facesse Giotto in riducendo l’arte della pittura, d’una maniera non intesa, ne conosciuta da nessuno (se non, se forse per goffissima, a bella, facile, e piacevolissima maniera intesa, e conosciuta per buona da chi ha giudizio, e punto del ragionevole) quali tutti discepoli d’ Agnolo Gaddi , gli fecero onore grandissimo. Fin qui il Vasari .

Con il contributo di