Luogo - Fiandra

Numero occorrenze: 10

Vocabolario

1681

Arazzo

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Arazzo
m. Panno tessuto a figure, da parare stanze, detto così dal farsi particolarmente nella Città d'Araz in Fiandra.

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1681

Dipignere

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Dipignere
. Rappresentare per via di colori, la forma, o figura d'alcuna cosa. Lat. Pingere, depingere.
Dipignere a fresco
. Dicesi del fare le pitture sopra muro, stuoia, o altro, dove sia stata la superficie coperta da calcina, la qual copertura chiamasi intonaco; e però si dice a fresco, perchè per far buon lavoro, e perchè la pittura non venga macchiata, e per fuggire altri disordini, è necessario, che si faccia in tempo, che il detto intonaco sia fresco. Per ordinario non vi si adoperano altri colori, che di terre, stemperati con acqua pura; perchè i colori alterati, massimamente quelli, che posti al fuoco, fanno mutazione, desiderano cose asciuttissime, ed anno in odio la calcina, la Luna, e i venti australi, e così non servono. Il color bianco, che vi si adopera, è di travertino cotto; ed è modo di dipignere molto usato.
Dipignere a olio
. Invenzione trovata da Giovanni da Bruggia Pittor Fiammingo, son già due Secoli; e si fa mescolando i colori coll'olio, che si cava dalle noci, o dal seme di lino, i quali presto seccano. E questo modo di stemperare i colori con detti olj, si chiama
macinare i colori
, e l'Artefice il
Macinatore
. Il colorire a olio accende più i colori, e fa il colorito più morbido, e più dolce, e gli stessi colori nel lavorare s'uniscono, mescolano, e confondono fra di loro più facilmente, dal che ne nasce la sopraddetta morbidezza. Si dà anche alle pitture grazia maggiore, e maggior forza e rilievo, che nel colorire a fresco, o a tempera.
Dipignere a tempera
, o
dipignere a guazzo
. Un modo di stemperare i colori con colla di limbellucci, o gomma arabica, o altre simili cose viscose e tenaci. Usavasi ne' tempi di Cimabue, e de' Greci, che in quell'età dipignevano, un'altro modo di temperare essi colori, che dall'Italia fu portato oltre i monti, e particolarmente in Fiandra (come attesta Carlo Vanmander Pittor Fiammingo nel Libro delle Vite de' Pittori, ch'egli scrisse in quella Idioma) e si continuò fin tanto che non venne in uso comune il dipignere a olio, invenzione trovata da Giovanni da Bruggia; e fu il rosso dell'uovo battuto, al quale poi fu aggiunto il lattificcio del fico, pigliando un rametto tenero di quel frutto, e tagliandolo in più pezzi, per fargli mandar fuori quell'umore, il quale aggiunto all'uovo, fa una molto buona tempera per dipigner sopra tela o tavola, e anche sopra muro asciutto. A dipignere a tempera, usasi ogni colore, tanto di terre, quanto di miniera.

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1681

Embrici

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Embrici
m. Lastre di terra cotta, colle quali si cuoprono gli edifizi. Ànno da' lati una piccola sponda, la quale appunto su la commettitura dell'uno coll'altro, si copre con altre lastre pure di terra cotta torte a doccia, che i Toscani i chiamanotegoli, e tegolini. Sono gli Embrici da una testa un poco più stretti, e dall'altra un poco più larghi, il che serve per poter sottoporre l'uno all'altro (il che si chiama imboccare) nel fare i filari, perchè scolino l'acqua piovana senza che possa penetrare per la copertura. E quelli Embrici, che si pongono nel fine del filare dalla parte più bassa, sono nelle teste eguali, per non aver bisogno di essere imboccati in altri, e questi così fatti diconsi Gronde per istare su 'l grondaio dello stesso tetto. Ed è questa antica e notissima invenzione di fare i tetti, stimata dagli Autori per la più utile di quante mai se ne sieno adoperate, e se n'adoprino in tutte le parti del Mondo: attesochè il piombo al Sol cocente si liquefà; il rame grosso è di spesa intollerabile, sottile è alterato da' Venti e dalla ruggine; gli smalti si fendono; l'assicelle in Alemagna, la pietra bianca, che per tale effetto segano in Fiandra e nella Piccardía, le lastre di pietre scagliose de' Genovesi e d'alcuni luoghi della Toscana, non arrivano a gran segno a tutto il bisognevole, per l'effetto di fare un'ottima, e sana coperta.

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1681

Giallo

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Giallo
m. Color simile al Sole e all'oro, e n'è di più sorte.
Giallo
detto
Arzica
. Una sorta di color giallo, che serve per i Miniatori.
Giallo
detto
Orpimento
. Giallo fatto di miniera di zolfo; serve per dipignere a tempera, per far giallo, e color d'oro. Il migliore è il crostoso, che risplende di colore d'oro, e sia puro, e non mescolato con altre materie e che sfaldi facilmente; e questo fa nella Misia d'Elesponto, dove anche ne fa di quello che è di color pallido, e a forma di grillanda.
Giallo d'Orpimento arso
. Lo stesso orpimento abbruciato, che fa un giallo acceso pendente in rosso, altrimenti detto,
rancio
,
giallo aurino
, ò vero
dorè
.
Giallo di Spincervino
. Una sorta di colore giallo, che si cava dalle coccole dello spincervino tenendole in molle; serve per dipignere in carta.
Giallo di terra
; una terra che fa il color giallo altrimenti detta
Ocria
; serve a' Pittori per dipignere a olio, a fresco o a tempera. Trovasi ne le miniere del piombo da' vapori delle quali dicono, ch'ella riceva il colore.
Giallo di terra abbruciata
; Una sorta di color giallo che pende in giuggiolino, e serve a' Pittori per ombrar i gialli chiari.
Giallo di vetro
; Una sorta di color giallo, che si fa a forza di fuoco, che serve per a fresco.
Giallo di zafferano
. Una sorta di color giallo chiaro, si cava dallo zafferano, tenendolo in molle, serve per dipignere in carta.
Giallorino
m. Una sorta di colore giallo, che serve per a olio, e lo portano di Fiandra. ¶ Evvi un'altra sorta di giallorino, che viene di Venezia, composto del giallorino di Fiandra, e del giallo di vetro; e serve ancora esso allo stesso effetto.
Giallosanto
. Una sorta di color giallo artificiosamente fatto d'una certa erba. Serve per colorire a olio.

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1681

Marezzo

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Marezzo
m. Lavoro fatto a onde, a similitudine del Mare, o sia naturalmente o artificiosamente fatto. Fatto dalla natura si vede in alcune sorte di legnami, pieni di simili onde, sebbene tutte d'un medesimo colore; dall'Arte vengono tinti, quei fogli ripieni d'onde di varj colori, che perciò si dicono comunemente
fogli marezzati
; ed a noi vengono di Francia, e di Fiandra.

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1681

Nero di Carrara

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Nero di Carrara
m. Sorta di pietra di color nero, come il Paragon di Fiandra, ma più tenero di esso in circa a un quarto; serve ad ogni lavoro di sega o scarpello, e trovansene d'ogni grandezza nelle montagne di Carrara in Toscana.

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1681

Paonazzo

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Paonazzo
m. Sorta di colore tra azzurro e nero, detto dal colore delle penne del Paone. Lat. Color violaceus, ianthinus.
Paonazzo di sale
. Sorta di colore paonazzo, che serve a fresco, e a tempera.
Paonazzo di Fiandra
. Pietra di mediocre durezza di colore paonazzo, ondata di bianche vene al quanto rade, che viene de' contorni di Liege. Serve per ornamenti, palle, o colonne, ed anche per qualche rilievo. È molto vaga e riceve bellissimo pulimento.

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1681

Paragone

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Paragone
m. Sorta di pietra nera, che si cava nell'Egitto, e in alcuni luoghi della Grecia. Serve per saggiar l'oro e l'argento sfregandovisi sopra. Trovasene d'una qualità al quanto meno nera, che serviva agli antichi per istatue, come mostra la figura dell'Ermafrodito in Roma. È pietra durissima, e piglia un bellissimo lustro. Trovasene in Toscana e nelle montagne di Carrara, e ne' monti vicino alla Città di Prato.
Paragone di Fiandra
. Una pietra dura per il doppio del marmo, che riceve bellissimo pulimento. È di color nero affatto: lavorasi con sega, e scarpello facilmente; trovasene di grandezza fino a sei e sette braccia, e d'ogni grossezza. Affermano i pratici, trovarsi il migliore nella Fiandra, e ne' contorni di Liege.
Paragone di Verona
. Una sorta di pietra Paragone assai inferiore dell'altro, che si trova ne' contorni della Città di Verona.

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1681

Vetro

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Vetro
m. Materia lucida, e trasparente composta di rena splendida, e d'alcune sorte d'erbe, per forza di fuoco.
Vetro macinato
. Il vetro ridotto in polvere sottilissima, che mescolata con quei colori, che per lor natura difficilmente seccano, gli fa seccare prestamente. V. Olio cotto.
Vetri colorati
. Sono vetri mescolati con colori cotti a fuoco, e servono per vetriate di finestre; e migliori, e più lucidi son quelli di Francia, Fiandra, ed Inghilterra, benchè ne vengano ancora di Venezia, ma questi son molto carichi di colore, onde assai impediscono la trasparenza, e conseguentemente diminuiscon la luce.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 175

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Molto potrebbesi dire contro a tali sentimenti, e massime in quella parte, nella quale, dopo aver conceduto, che fosse Raffaello molto ajutato nell’arte dal nostro Fra Bartolommeo di San Marco, di che pure non resta la fede, se non appresso gli autori ed alle tradizioni; poi per non so qual privato affetto nega esser lo stesso potuto seguire per l’osservazione dell’opere del Divino Michelagnolo; il che non solo si ha per attestazione di antichi Autori, e per le più ricevute tradizioni, ma è patente al senso per l’immediata mutazione, che dopo aver vedute le opere di tant’uomo, come s’è detto, in Raffaello si riconobbe; né io saprei mai intendere da qual fantastica immaginazione si muovano alcuna volta quegli uomini, che non possono indursi a credere, che un nobilissimo ingegno non sia capace nell’eccellenza di un’arte di dipendere da altri, che da sé stesso. Dunque di un solo Omero, che io sappia, e forse piuttosto poeticamente, che altrimenti scrisse Vellejo, non aver’egli prima di sé avuto chi imitare, né dopo di sé, chi imitato l’avesso. Io per me ammiro in Raffaello, per così dire, un altr’uomo, di gran lunga maggiore di sé medesimo, ogni qualvolta ch’io considero, come potesse mai egli far sì, che la mano tanto più all’intelletto obbedisse, quanto più sublimi erano l’idee, che di tempo in tempo, col vedere le belle opere altrui, a quello si rappresentavano. Appena vidde egli la maniera del Perugino, che lasciata quella del Padre, in essa in tutto e per tutto la sua trasmutò. Veduto il modo di colorire del Frate, in un subito crebbe in lui tanto di perfezione nel colorito, quanto ognun sa; e finalmente coll’osservare la gran maniera, e i maravigliosi ignudi di Michelagnolo, il disfare e rifare in tutto sé medesimo, fu in lui una cosa stessa. Questo, pare a me, un modo di proceder coll’ingegno, per così dire, in infinito; e operar più che da uomo, proprio non d’altra mente, che di quella di Raffaello. E questo è quello, che io diceva, che attese le gran difficultadi, che prova ognuno, che abbia principio d’arte, in lasciar l’abito antico e la vecchia consuetudine, ed appigliarsi ad altra, tuttoché migliore, mi fa parer più grande Raffaello, che se egli fosse stato di sé stesso in tutte le cose e discepolo e maestro. E tanto basti aver detto contra tale asserzione, e per gloria maggiore di questo sublimissimo artefice. La prima opera ch’egli facesse, o per meglio dire, rifacesse di quella grande maniera, fu la mirabile figura dell’Isaia Profeta nella Chiesa di S. Agostino, sopra la Santa Anna, la qual opera aveva egli di prima d’altra maniera dipinta. Colorì dipoi per Agostino Chigi Sanese, al quale per avanti nella loggia del suo palazzo in Trastevere, aveva egli dipinta la famosa Galatea, una Cappella in Santa Maria della Pace, della nuova maniera, che forse riuscì opera delle migliori, che e’ facesse giammai. Dipoi seguitò il lavoro delle camere di Palazzo, dove rappresentò il miracolo del Sagramento del Corporale di Bolsena, la prigionia di San Pietro, con altre storie; e fece diverse tavole e quadri pel Re di Francia, per più Cardinali, e per altri Principi e Signori. Dipinse poi la tavola del Cristo portante la Croce, di che più avanti si parlerà; e lo stupendo quadro, col ritratto di Leon X e de’ Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, che oggi si trova nella stanza, nominata la Tribuna, nella Real Galleria del Serenissimo di Toscana. Appresso dipinse la camera di Torre Borgia, e la tanto nominata Loggia di Agostino Chigi, dove sono molte figure di tutta sua mano, siccome furono tutti i disegni e cartoni fatti per la medesima. Cominciò per Leon X la Sala grande di sopra, dove sono le Vittorie di Costantino: e per lo stesso fece tutti i cartoni pe’ panni di Arazzo, che con ispesa di settantamila scudi furon poi in Fiandra lavorati.

Con il contributo di