Luogo - facciata

Numero occorrenze: 6

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

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Vedesi ancora nella facciata dello Spedale di santa Maria nuova accanto alla porta della Chiesa dedicata a sant’Egidio, edificata con architettura dello stesso Lorenzo, la bella storia della Sagrazione di quella Chiesa fatta da Papa Martino V, nella quale esso Papa Martino è ritratto al naturale, insieme con alcuni Cardinali di quel tempo. Ancora dipinse varie cose per la Chiesa di Camaldoli, per la Compagnia de’ Martiri, le quali insieme colla Chiesa, e Convento perirono per l’assedio. Colorì tutta una facciata, e il tramezzo della Chiesa del Carmine per la famiglia de’ Salvestrini, alla quale pittura occorse tutto cio, che detto abbiamo di quelle fatte in san Marco. Dipinse in santa Trinita tutta la Cappella de’ Compagni con istorie della vita di san Giovan Gualberto; ed in santa Lucia de’ Magnoli dipinse pure assai per Niccolò da Uzzano. Per tante, e si belle opere acquistò Lorenzo in Firenze tanto credito, che essendo seguita la sagrazione della Cattedrale Fiorentina per mano di Papa Eugenio IV. fu dato a lui il carico di dipignere ne’ pilastri, e per la Chiesa, gli dodici Apostoli colle Croci della medesima sagrazione, e sotto le finestre di ciascheduna Cappella le figure di quei santi, a cui le Cappelle erano dedicate.

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Opera del suo scarpello furono anche i quattro Santi, che nella medesima facciata in un’altra nicchia si veggono, i quali egli condusse con gran diligenza; ma avendogli già del tutto finiti, si accorse, ch’eglino occupavano tanto luogo, che per modo veruno non potevano entrare nella nicchia, la quale appena tre ne capiva. Onde tutto confuso andossene a trovar Donato suo maestro, che ridendosi della sua inavvertenza, gli promesse, che quando egli si fosse contentato di fare una cena ad esso e a tutti i suoi giovani, averebbe egli rimediato di sua mano a quel male. A questa promessa Nanni respirò alquanto: e parendogli avere un buon mercato, subito si obbligò a quanto domandava. Donato allora fattolo partire dal luogo, si pose per alcuni giorni, con tutta la sua gente, attorno a quelle statue, alle quali scantonò mani e braccia: e soprapponendo l’una all’altra figura con bella avvedutezza, fece sì, che l’una all’altra, con una finta compressione nelle parti coperte da’ panni, desse luogo, in modo tale, che non rimanessero intaccate le membra: e perché una ve n’era, che aveva le spalle soverchiamente alte, l’abbassò, lasciando tanto di marmo, quanto fece di bisogno, per fare in esso apparire una mano, che finse che fosse passata sopra la destra spalla di essa figura dall’altra figura, che dietro ad essa rimaneva: e con questa bella maniera avanzò tutto quello spazio, che averebbe occupato il braccio di essa figura, che aveva finto restarle dietro, e del quale non fece vedere altro che essa mano. In ultimo, così ben congiunse l’una all’altra statua, che niuno si accorgerebbe mai, che fossero state scolpite con altra intenzione, che di farle stare in quel modo. Non è possibile a dire, quanto di ciò al suo ritorno godesse il povero Nanni, il quale a Donato ed a’ suoi giovani e garzoni adempì il promesso. Sono di mano di Nanni i mezzi rilievi, che si veggono sotto alla detta nicchia di essi Santi, dove apparisce uno Scultore, in atto d’intagliare un bambino, ed un Muratore con altre figure. Il santo Lò, che in altra facciata pure di Orsanmichele, fece fare l’Arte de’ Manescalchi, co’ mezzi rilievi sotto ad essa figura, tenne opinione il Vasari, che fosse di sua mano, e la maniera nol contradice.

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Io però mi son sempre molto maravigliato, come potesse lo stesso Vasari ingannarsi tanto, in dar giudizio di un’altra opera, forse la più bella, che mai facesse quest’artefice. Questa è l’istoria di mezzo rilievo, che rappresenta l’Assunzione di Maria Vergine, che si vede sopra quella porta laterale del Duomo di Firenze, che guarda verso la Santissima Nunziata. Disse il Vasari esser questa scultura stata fatta per mano di Jacopo della Quercia Scultore Senese, come nella Vita del medesimo Jacopo si legge: e pure egli qui s’ingannò, come ora io sono per mostrare. E prima piacemi lasciar da parte, che la maniera, che si scorge in quell’opera, non tanto a giudizio mio, che poco intendo, quanto de’ primi Maestri di questa Città, co’ quali di proposito ho consultato, non è punto lontana dal modo di operare di esso Nanni d’Antonio di Banco: e dirò solo, che molto diversamente da quello, che il Vasari scrisse, trovo io negli antichi libri dell’Opera di quella Chiesa, dove appariscono negli anni 1418. e 1421. più pagamenti fatti a esso Nanni, per intagliare le figure quivi descritte nelle proprie circostanze, che le qualificano per quelle stesse, senza che se ne possa dubitare: e mentre io scrivo queste cose, ho ritrovato nella tante volte nominata Libreria degli Strozzi, un Manoscritto in un libro minor di foglio, segn. num. 285. a car. 45. fra diverse memorie di Pittori e Scultori ed Architetti di quei tempi, la seguente nota. Nanni d’Antonio di Banco Fiorentino, ebbe lo stato nella città di Firenze per le sue virtù, morì giovane, che veniva valentissimo: fece la figura di S. Filippo di marmo nel pilastro di Orto S. Michele, e i quattro Santi in detto luogo, e sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va alla Nonziata, un’imagine di nostra Donna bellissima. Nella facciata dinanzi di detta Chiesa, allato alla porta di mezzo verso i Legnajoli, uno de’ quattro Evangelisti, ed altri accanto. Sin qui son parole dell’accennata memoria. Io mi persuado poi, che chi soprintese a quella invenzione, per quanto si apparteneva alla storia, dubitasse, che ella non si confacesse così bene coll’antiche tradizioni, mercè dell’essere stato figurato appresso alla Vergine, in quell’atto di salire al Cielo, un solo Apostolo: e però stimasse bene accennarvene almeno alcuni altri, giacché si veggono sotto la mandorla, la quale contiene in sé quella storia. Due sole teste pure di mezzo rilievo, un vecchio e un giovane, quali appunto sogliono figurarsi San Pietro e San Giovanni, io stimo fossero fatti per Apostoli, non ostanteché fosse per errore nella partita, che appresso si noterà, scritto Profeti: e questi hanno un poco di busto, e mani strette al petto, in atto di adorare e riguardare essa Vergine, le quali teste furono fatte da Donatello. Quanto alla causa di essere state aggiunte esse teste, vaglia quanto può valere l’accennata mia opinione: siccome ancora dell’essere Apostoli o Profeti; ma quanto all’essere stati fatti da Donatello, eccone alcune testimonianze senza eccezione, che serviranno anche per prova concludente, che l’opera dell’Assunta fu fatta per mano di Nanni d’Antonio di Banco, e non di Jacopo della Quercia, come scrisse il Vasari, seguitato in tale errore da chiunque dopo di lui ha scritto. In un libro dell’Opera di Santa Maria del Fiore sopraccennato nell’anno 1418. al dì 28. di Giugno leggesi l’appresso Partita: A Gio. Ant. di Banco lastrajolo e intagliatore di marmo Fiorini 20. sopra le figure intagliate per lui per l’Opera da porsi sopra la porta di Santa Maria del Fiore verso la via de’ Servi. In altro luogo si trova: Donato Nicolai Betti Bardi Intagliatori, quos recipere debet pro duobus testis, sive capitibus Prophetarum per eum factis, et sculptis, et positis in historia facta per Joannem Antonii Banchi super janua dictæ Ecclesiæ (parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore) Fiorini 6. E poi in altra carta: Die 21. Aprilis 1421. Joanni Antonii Banchi Intagliatori pro resto solutionis sibi fiendæ de historia marmoris sculpti et intagliati sub figura Beatæ Virginis Mariæ supra januam Annuntiatæ libb. 567. sol. 17. dan. 4. Ma per ultimo considerisi in ciò, che io sono ora per apportare, che il Vasari, in quanto egli scrisse in proposito di questa opera, si governò, non già co’ fondamenti dell’antiche scritture; ma con qualche relazione, che dovette averne poco sicura. E contro a quello, che egli medesimo credeva, e lasciò scritto di sua mano in tal particolare, che è quello appunto, che noi diciamo, che non da Jacopo della Quercia, ma da Nanni di Antonio di Banco fu fatto questo lavoro. Dico dunque, che in un libretto, grande quanto un foglio comune, grosso circa a un dito, chiamato Frammento di Vite di Pittori, che si conserva nella Libreria de’ Gaddi, nobil famiglia, della quale altrove abbiamo parlato, scritto di propria mano, che si dice di Giorgio Vasari, in cui egli incominciò a notare alcune cose appartenenti a’ Pittori, de’ quali poi egli scrisse le Vite, incominciando da Cimabue, si trovan queste parole: Nanni d’Antonio di Banco benefiziato fece la figura di S. Filippo di Marmo nel pilastro di Or S. Michele, e di S. Lò, quattro Santi, l’Assunzione di nostra Donna sopra la porta diS. Maria del Fiore, che va a’ Servi, ed uno de’ quattro Evangelisti nella faccia di detta Chiesa dinanzi verso i Legnajoli. Sin qui il Vasari.

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Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, ? Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini, che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III, per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

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Discepoli di Raffaello da Urbino, fiorivano nel 1525. Non mandò mai la Natura al mondo alcun lume di prima grandezza in qualsifosse arte o scienza, che essa non intendesse, per mezzo di quello, partorire altri splendori, in gran numero, per isgombrare da’ secoli presenti e da’ futuri ancora, le caligini dell’ignoranza, e farli godere della luce, che seco portano le operazioni lodevoli degli uomini virtuosi; onde non è maraviglia, che al risplender che fece in Roma, in tutta Italia e fuori, il valore nell’arte della Pittura del gran Raffaello da Urbino, ben presto si vedessero sorgere tanti e così eccellenti artefici, che ben si potea dire avventurato, non solo quel secolo e questo presente, ma altri ancora, a’ quali, per l’avvenire, la spietata tirannia del tempo, non toglierà così presto l’esser partecipi delle singolarissime opere loro. Uno di questi per certo fu il celebratissimo Pulidoro da Caravaggio di Lombardia , che si può dire, che fino dal ventre della madre portasse col genio l’abilità e, stetti per dire, in quest’arte la maestria medesima. Questi, nato di umilissimi parenti, astretto da povertà, fu necessitato ad esercitare fino all’età di diciotto anni il mestiere del manovale, in quel tempo appunto, che in Roma la sempre gloriosa memoria di Leon X faceva fabbricare le Logge. Nel cominciarsi poi quelle a dipignere da Giovanni da Udine e dagli altri, sotto la scorta di Raffaello, il giovanetto forte portato da natura, non poté contener-si di non dar fuori il gran genio, ch’egli aveva a quell’arte; e fatta amicizia con tutti que’ pittori, e più che ogni altro, con Maturino Fiorentino, tanto s’avanzò nell’intelligenza degli ottimi precetti di quella, che in pochi mesi diede di sé stesso non ordinario stupore, e in disegno e in invenzione avanzò tutti gli altri giovani di quella scuola. Era però il colorito, tanto del Caravaggio, quanto dell’inseparabile suo compagno e imitatore Maturino, non tanto vivace ed allegro, quanto quello degli altri loro condiscepoli: alla qual cosa avendo l’uno e l’altro fatta riflessione, e osservato, che Baldassarri da Siena aveva dipinte alcune facciate di case a chiaroscuro, deliberarono (pigliando strada più corta) lasciar le difficultà del colorito, e attenersi con grande studio a tutte l’altre parti della pittura, col rappresentar sempre l’opere loro solamente in chiaroscuri. Fatta questa deliberazione, fecero questi due una così stretta comunione e di volontà e d’opere e d’avere, che se non fosse stato poi il sacco di Roma, non avrebbe avuto forza per dividerla, altri che la stessa morte. La prima opera che facessero, fu una facciata, in essa città di Roma, a Monte Cavallo, rimpetto a San Silvestro, nella quale furono ajutati da Pellegrin da Modana, che era assai avanzato nella pratica, e diede loro grande animo. Un’altra ne fecero rimpetto alla porta del fianco di San Salvatore in Lauro. Dipinse una storia dalla porta del fianco della Minerva, e una facciata a Ripetta sopra Santo Rocco, dove fecero vedere una quantità di mostri marini, lavorati con grande artificio. Dieronsi poi a studiare l’antichità di Roma, che non restò cosa o sana o rotta ch’essa si fosse, che e’ non disegnassero; donde cavarono l’ottima maniera ed invenzione de’ chiaroscuri, che fecero poi, come può ciascuno riconoscere dall’opere medesime. Fecero sulla Piazza di Capranica una facciata colle Virtù Teologali, e un bel fregio sotto le finestre, con altri vaghi componimenti. In Borgo nuovo dipinsero una facciata a sgraffio: un’altra sul canto della Pace; una nella casa degli Spinoli verso Parione; una del trionfo di Cammillo, con un antico sacrificio vicino a Torre di Nona. Verso Sant’Angelo una bellissima facciata con la storia di Perillo, messo nel Toro di bronzo, da sé inventato; fecero in una casa della strada, che va all’immagine di Ponte; un’altra alla Piazza della Dogana, allato a Santo Eustachio, con bellissime battaglie: e in somma tante e tante ne dipinsero, che troppo lungo sarebbe il descriverle. Lavorarono nel giardino di Stefano del Bufalo, storie del Fonte di Parnaso: ed in altre case di nobili persone, fecero infinite pitture di camere, e fregi a fresco e a tempera; tantoché si può dire, in un certo modo, che non rimanesse in Roma casa, vigna, o giardino, dove questi due gran maestri non facessero opere. Occorse intanto lo strano caso del Sacco di Roma l’anno 1527 onde rifuggitosi ognuno, chi qua e chi là, Maturino ancor egli si fuggì, e poco dopo, a cagione, come si crede, de’ gran disagi patiti in quelle comuni miserie, sopraggiunto da morbo pestilenziale, nella stessa città di Roma finì i giorni suoi, ed in Santo Eustachio fu sepolto. Polidoro si portò a Napoli, dove pel poco gusto, ch’ei trovò in quella gente, delle cose di disegno e di pittura, a principio, poco ne mancò, che non si morisse di fame, essendosi fino condotto a lavorare a giornate con certi pittori: pe’ quali fece di sua mano, in Santa Maria della Grazia, nella Cappella maggiore, un San Pietro; e per un Conte dipinse una volta a tempera, una facciata, un cortile e logge, che tutte riuscirono opere meravigliose. In Sant’Angelo, allato alla Pescheria, fece alcuni quadri ed una tavola a olio. Ma vedendo finalmente non esser egli, e la propria virtù in quella città più che tanto ricevuta e stimata, se n’andò a Messina, dove gli fu dato molto da operare a olio, e fece gli archi trionfali, coll’occasione della passata di Carlo V dall’impresa di Tunis, e molte altre pitture. Desiderava egli vivamente di tornarsene a Roma, ritenuto da tal resoluzione solamente da una donna, che egli troppo teneramente amava. Ma in fine prevalendo in lui l’amor di Roma all’amor dell’amata, rotto ogni laccio, deliberò di colà portarsi; ma non già gli riuscì il veder Roma, perché fu sopraggiunto da una morte miserabile, se crediamo a quanto ne scrisse il Vasari con le seguenti parole: Levò dal Banco una buona quantità di danari, ch’egli aveva, e risoluto al tutto si partì. Aveva Pulidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Pulidoro, che a lui; ma per avergli così sul Banco, non poté mai porvi su le mani, e con essi partirsi; per lo che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici dargli la morte, e poi partire i danari fra loro. E così sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, ajutato da coloro, con una fascia lo strangolò, e poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto: e per mostrar che essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo, che o i parenti o altri, in casa l’avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte di danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso, e quindi fattigli partire, la mattina piangendo, andò a casa un Conte, amico del maestro morto; ma per diligenza, che si facesse in cercar molti dì chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa alla luce. Ma pure, come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’esser per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesse non ci aveva, dire, che impossibile era, che altri, che tal garzone l’avesse assassinato. Per lo che il Conte gli fece porre le mani addosso: e alla tortura messolo, senza che altro martirio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie infocate, per la strada, tormentato, e ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Pulidoro, né alla Pittura si rese quell’ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo; per lo che, se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure, dell’arte, felicità della natura e della virtù, nel formare in un corpo così nobile spirito, e invidia ed odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua: la quale, sebbene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina, e nella Chiesa Cattedrale datogli sepoltura l’anno 1543. Tale dunque fu l’infelice fine di questi due grandi artefici, i quali, per la gran virtù loro, meritano di rimaner per sempre nella memoria degli uomini. Furono Pulidoro e Maturino bravissimi nell’operare, come ben mostrano le loro pitture: e quantunque Maturino non fosse così efficacemente portato dal genio e dalla natura alle cose dell’arte, quanto Pulidoro; contuttociò, e colla pazienza e col lungo studio, e coll’imitazione dell’opere del compagno, si portò sì bene, che l’uno e l’altro insieme, condussero sempre le cose loro, senza che apparisse fra esse differenza alcuna. Furono i primi, che pel grande studio fatto sopra tutto l’antico, arrivassero ad esprimere eccellentemente gli abiti, le fisionomie, i sacrificj, i vasi, l’armi, ed ogni altro strumento sacro o profano, servendosi di essi con sì esatta osservanza degli antichi costumi, che hanno dato gran gusto, ed anche qualche lume agli eruditi. Il tutto poi si vede accompagnato con invenzione, varietà, nobiltà e disegno tanto eccellente, che già quasi in due secoli trascorsi, non si sono vedute pitture in Roma, che sieno state e sieno tuttavia tanto studiate da ogni nazione, quanto quelle di costoro, che veramente hanno mostrato agli amatori dell’arte, il modo di farsi universali in ogni sorte di lavoro: e ne vanno attorno infinite copie in istampa. Questa loro eccellenza però fu intorno a’ chiaroscuri, bronzi e terretta; perché nel colorito valsero tanto poco, che, quel che si vede in Roma di loro mano, che sono alcune poche cose, non punto gli distingue da ogni altro pittore. Ben è vero, che Pulidoro, nel tempo, ch’ei visse in Messina, ebbe tante occasioni di dipignere a olio figure colorite, che nell’ultimo della vita sua, avendovi già acquistata buona pratica, vi fece opere lodevoli: e fra l’altre fu stimata bellissima e di vago colorito, una tavola di un Cristo portante la Croce, con un gran numero di figure, appropriate alla storia, che fu l’ultima opera, che vi facesse; perché poco dopo egli, per giusto e occulto giudizio d’Iddio, fece l’infelice morte, che sopra abbiamo raccontato.

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Discepolo di Andrea Contucci dal M. a Sansovino, fioriva nel 1534. Non manca alcun moderno Autore, che dica, che fino la Santa memoria di Papa Giulio II della Rovere, nutrisse nella sua mente un assai nobil pensiero, il quale fu d’ornare, con regia magnificenza, la Santa Casa di Loreto. Noi sappiamo però, che in vita di quel Pontefice non fu dato a tal pensiero adempimento, forse perché era riservata dal cielo, un’opera sì degna e di tanto onore della gran Madre di Dio, ad un cuore, il più generoso e magnanimo, che abbiano veduto i secoli Cristiani: e questi fu la Santa memoria di Leone X di Casa Medici. Questo gran Pontefice, avendo data forma al nobile concetto, con disegni e modelli di Bramante, Architetto singolarissimo, ordinò a’ Ministri della Santa Casa, il far commissione di bianchi, neri e mischi marmi, d’ogni sorte, a Carrara, Firenze, Orvieto ed altrove.Dirozzate le pietre, furono quelle, che potevan condursi per quella parte, ben presto traghettate in Ancona; e non era ancor passata la metà del Mese di Maggio dell’anno 1514 primo del Pontificato di Leone, che a Loreto n’era stata condotta una gran parte; onde si fece luogo a sua Santità di provvedere a quella gran fabbrica le necessarie maestranze. Di Carrara e di Pisa furon fatti comparire trenta de’ più pratici scarpellini, e fermati più intagliatori: ed il tanto rinomato Andrea Contucci dal Monte a Sansovino ne fu dichiarato Capomaestro e Scultore. Diede egli mano all’opera con gran premura; ma non giunse la vita di Leone, né tampoco quella d’Adriano, che gli successe nella suprema dignità, al tempo, ch’ell’avesse avuto compimento. Morto Adriano, ed asceso al Soglio Clemente VII s’accrebbe grandemente questo nobilissimo lavoro, conciossiacché egli di gran proposito vi si applicò. Già atterrato l’antico muro erettovi da’ Ricanatesi, cavate le fosse e’l terreno per ottocento sessantasei canne Romane, tra fondo e d’attorno alla Santa Casa, avendo prima ben fasciate e ricinte con travate sospese sopra terra, le Sacre mura, erano state ben ferme e stabilite le fondamenta, e già s’eran condotti a fine molti intagli d’architetture e sculture per quell’ornato; quando correndo l’anno 1529 il Contucci venne a morte, dopo aver condotte di sua mano molte nobilissime opere di scultura, ed altre incominciate e non finite. Stettesi questo grande edifizio senz’alcuno o poco avanzamento, fino a dopo l’assedio di Firenze: e finalmente fu da quel Pontefice eletto, in luogo d’Andrea, per primo Scultore, Niccolò de’ Pericoli, detto il Tribolo, Fiorentino, al quale, per mezzo d’Antonio da San Gallo, che sopraintendeva a quella fabbrica, fu ordinato il portarsi a Loreto, per tirar avanti le sculture, che rimanevano a farsi, lasciate imperfette dal Sansovino. Inviossi egli dunque a quella volta con tutta la sua famiglia, e seco condusse molti uomini di valore nell’arte sua. Tali furono Simone di Francesco, detto il Mosca, ottimo intagliatore di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da San Gallo, il giovane, Simone Cioli da Settignano, Ranieri da Pietrasanta, e Francesco del Falda; e con essi, siccome io trovo, vi si condusse ancora un tal Domenico Lamia, detto il Bologna, e finalmente il nostro Girolamo Lombardi, insieme con Frate Aurelio suo fratello. Dopo che il Tribolo vi fu stato per qualche tempo, nel quale aveva con maraviglioso artificio dato fine alla bella storia di marmo dello Sposalizio di Maria sempre Vergine, incominciata da Andrea Contucci; ed aveva anche condotto la bellissima storia della Traslazione della Santa Casa; e fatto più modelli di cera per dar fine a i Profeti, che dovevano aver luogo nelle nicchie; fu dallo stesso Papa Clemente ordinato a lui, e quasi a tutti gli altri maestri, il tornarsene in fretta a Firenze, per quivi, sotto la scorta del gran Michelagnolo Buonarroti, dar fine a tutte quelle figure, che mancavano alla Sagrestia e Libreria di San Lorenzo, per poter poi anche finire, col disegno dello stesso Michelangelo, la facciata; che però fu da Roma rimandato a Firenze il Buonarroti, e Fra Gio. Angiolo, acciocché gli ajutasse a lavorare i marmi, e facesse alcuna statua, secondo l’ordine, che ne avesse avuto da lui; ed allora fu, che esso Fra Gio. Angiolo fece il San Cosimo, che insieme col San Damiano del Montelupo, tiene in mezzo la statua di Maria Vergine col Bambino Gesù, incominciata da Michelagnolo, che oggi vediamo in essa Sagrestia di San Lorenzo; di modo tale, che per questa nuova risoluzione del Papa, rimase l’opera della Santa Casa con poca quantità d’uomini eccellenti; ma non per questo fu, ch’e’ non si continuasse tuttavia ad operare con altri, che vi restarono: e fra questi fu il nostro Girolamo Lombardo, stimato uno de’ migliori artefici, che avesse partorito la scuola del Sansovino. Questi adunque, presa abitazione in Recanati, ed accasatovisi, dalla partenza del Tribolo, fino al 1560 attese a condurre opere per quel Santuario. La prima, ch’e’ egli facesse, fu una figura d’un Profeta di braccia tre e mezzo, in atto di sedere, che essendo riuscita una bella statua, fu collocata in una nicchia verso Ponente, e diedegli tanto credito, che gli furon poi date a fare cinque figure di Profeti, e riuscirono tutte bellissime statue. Finì la bella storia de’ Magi, che dal Contucci suo maestro era stata cominciata, per collocarsi sopra quella del Presepio e de’ Pastori, non ostante ciò che ne dica il Serragli, che l’attribuisce al Montelupo, il quale forse poté essergli stato in ajuto in quest’opera. Fece poi, secondo ciò che afferma lo stesso Serragli, il bel Lampadario, che pende dietro alla Santa Cappella; l’immagine di bronzo di Maria Vergine di Loreto, che si vede nella facciata della Chiesa; e le quattro nobilissime porte della Santa Casa, con figure e misterj del nuovo Testamento. Gettò ancora i due cornucopj, per sostenere le lampane avanti all’Altare del Sagramento, e la tavola o Mensa di marmo, dell’istesso Altare, co’ candellieri di metallo di altezza di circa tre braccia, pel medesimo Altare, i quali adornò di fogliami e figure tonde, con tant’artifizio, che fu stimata cosa di tutta maraviglia. Ebbe questo Artefice un Fratello Religioso, chiamato Frate Aurelio. In compagnia di questo, io trovo, che Girolamo fece di metallo un grandissimo e bellissimo tabernacolo per Papa Paolo III che doveva esser posto nella Cappella del Palazzo Vaticano, detta la Paolina. L’Angelita, nell’Origine di Recanati, dice, ch’e’ lo fece per Papa Pio IV e che quest’opera fu poi mandata nel Duomo di Milano. Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano, fa menzione del gran Tabernacolo di bronzo della Cattedral Chiesa, del quale dice fosse fabbricatore Francesco Brambilla; e soggiugne, che nel seno di esso tabernacolo è una custodia in forma di torre, sostenuta in alto da otto Cherubini inginocchioni, e da otto Angioli grandi quanto il naturale, il tutto di bronzo, che fu avuta in dono da Pio IV Sommo Pontefice. Ed io lascio ora (se pur si tratta dello stesso tabernacolo) il dar giudizio sopra tal diversità di sentenze, a chi sarà di ciò meglio informato di quello che io mi sia. Dice anche lo stesso Angelita, che un simile tabernacolo, benché non tanto grande, facesse Girolamo per la città di Fermo. Che poi fosse di suo modello e getto la statua del Cardinale Gaetano, che si vede nella Chiesa della Santa Casa, fu dal citato Serragli detto con errore; perché tale statua fu fatta da Antonio Calcagni suo discepolo, e non da lui, siccome nelle notizie della vita di esso Antonio abbiamo ad evidenza dimostrato. Ebbe il Lombardi quattro figliuoli, Antonio, Pietro, Paolo, e Jacopo, i quali tutti attesero alla scultura ed al getto; e per quanto scrisse il nominato Serragli, condussero di bronzo la porta di mezzo della Chiesa della Santa Casa, con figure e storie de’ fatti dei nostri primi Padri, con nobile ornato. Corre fino a’ presenti tempi la fama, che Girolamo Lombardo fosse l’unica cagione, che nella città di Ricanati si fondasse un Collegio de’ Padri della Compagnia di Gesù; perché avendo avuta cognizione o forse pratica col Padre Santo Ignazio loro Fondatore, e con molti suoi figliuoli, ne parlava sì altamente, che mosse i Ricanatesi a far tale risoluzione, a benefizio della patria loro.

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