Luogo - Europa

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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LXVI. 1666 FELIBIEN Franzese, ne’ suoi Trattenimenti sopra le vite e opere de’ Pittori. Voilà l’estat où estoit l’Italie aù commencement de l’année 1240 quand CIMABUE vint aù monde, le quel estant né pour restablir la Peinture, que les desordres & le guerres en avoient bannie, prit cependant naissance dans le temps des plus grands desordres dont l’Italie ait esté jamais affligée. Comme c’est le premier de tous les Peintres qui a remis au jour un Art si illustre, c’est avec raison qu’on peut le nommer le Maistre de tous ceux qui ont paru depuis ce temps-là. Il estoit d’une noble famille de Florence. Poi soggiugne: Et déroboit les heures de ses leçons pour voir travailler certains Peintres grossiers & ignorans, que ceux qui gouvernoient dans Florence avoient fait venir de Grece, & qui peignoient la Chapelle de l’illustre famille de Gondi, qui est dans l’Eglise de sancta Maria novella. Pymandre m’interrompant, Est-ce, me dit-il qu’il y avoit encore dans la Grece des successeurs de ces grand Peintres dont vous m’avez parlé? C’estoit bien en effet, luy repartis-je, les successeurs de ces fameux Peintres Grecs, mais il y avoit entre les derniers & les premiers la mesme difference, qui se trouvoit entre l’état déplorable où estoit alors ce païs-là, & l’etat florissant où il avoit esté du temps des Zeuxis & des Appelles. C’est-à-dire que ces derniers Peintres dont je parle, n’estoient que les miserables restes de ces grands hommes. Cependant comme si c’eust esté une fatalité à l’Italie de ne pouvoir posseder la Peinture, que par le moyen des Grecs, ce furent eux qui l’y apporterent pour la seconde fois, & qui dés l’an 1013. firent à Florence & en plusieurs autres lieux des Ouvrages de Mosaïque & de Peinture. Che recato in nostro Idioma vuol dire, Ecco lo stato, nel quale era l’Italia al principio dell’anno 1240. quando CIMABUE venne al Mondo; il quale essendo nato per istabilire la Pittura, la quale i disordini e le guerre ne avevano bandita, ebbe i suoi natali in questo mentre, nel tempo delle più gran turbolenze, dalle quali era stata già mai afflitta l’Italia: siccome questi è il primo fra tutti i Pittori, che à rimesso alla luce un’Arte tanto illustre; così con ragione si può chiamare il Maestro di tutti quei che sono venuti doppo questo tempo. Egli era d’una nobil famiglia di Fiorenza etc. Poi soggiugne: Egli rubava l’ore delle sue lezzioni, per veder lavorare alcuni Pittori grossolani ed ignoranti, che quei che governavano in Fiorenza, avevan fatto venire di Grecia, che dipignevano la Cappella dell’illustre famiglia de’ Gondi, che è nella chiesa di S. Maria Novella. Pimandro interrompendomi; puol’ essere, mi disse egli, che vi fussero ancora nella Grecia successori di questi gran Pittori, de’ quali m’avete parlato? Questi eran ben’ in effetto, io gli risposi, i successori di quei famosi Pittori Greci: ma vi correva, tra gli ultimi ed i primi, la medesima differenza, che si trova tra lo stato deplorabile, mel quale era allora quel Paese, e lo stato florido nel quale era stato a tempo degli Zeusi e degli Apelli. Voglio dire, che questi ultimi Pittori, de’ quali io parlo, non erano, che i miserabili avanzi di quei grand’uomini: fra tanto come se fusse stata una fatalità all’Italia di non poter posseder la Pittura, che per mezzo de’ Greci, furono essi quei che ve la portarono per la seconda volta, e che doppo l’anno 1013. fecero a Firenze, ed in molt’altri luoghi dell’opere di Musaico, e di Pittura. Fin qui il FELIBIEN. E avverta il Lettore in questo luogo, che il moderno autore, già tante volte mentovato, per avvalorar suo sentimento, lasciando di far menzione di ciò che disse il Felibien nel luogo sopra notato, lo cita per sé in un altro luogo, nel quale egli non disse mai ciò che esso Autore vuol ch’ei dica, né contradisse a sé stesso, ma asserì quel che veramente fu vero, che gl’Italiani non sono stati i primi inventori della Pittura, e che innanzi, che Cimabue e Giotto incominciassero a far riviver quest’arte, nel fioritissimo Regno della Francia ella si praticava, non punto inferiormente a quello che si faceva in Italia; perché torno a dire, che verissima cosa è che in ogni parte d’Europa avanti a Cimabue, e Giotto si dipigneva, ma alla Greca e Gotica maniera.

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Ora per tornar laonde partimmo; chi chiamasse, o Cimabue o Gioto molto meglio, ritrovatori della Pittura, non errerebbe gran fatto, anzi per lui giudicherei che fosse reso al merito il suo dovere; ritrovatori intendendo non assolutamente e nel primiero significato, che è il mostrar cosa che più non sia vista il primo; ma nel secondo, perciocché essi furono i primi a dar lume e crescer perfezzione all’Arte, che poi di mano in mano in così alto pregio salì, e cotanto chiara ed onorata divenne: né è vero che’l Vasari tenesse già mai, che al tempo di questi due, e innanzi ancora, stesse il Mondo senza pitture e Pittori, come in moltissimi luoghi dell’Opera di lui si riconosce: né la Cristiana Religione mai fu senza l’immagini da venerarsi su gli Altari, e nelle Chiese, il culto delle quali ebbe il cominciamento suo, fino da’ tempi Apostolici; poiché si à da Nicero Callisto citato dal Baronio al primo Tomo degli Annali, che S. Luca oltre all’altre immagini, un Salvadore, e una nostra Donna dipinse, con cui eccitava i popoli alla devozione, e gli convertiva a Dio miracolosamente. E non mi si fa credibile che quest’uso cotanto utile e necessario, sia mancato mai del tutto per alcun tempo; ma dico bene ch’ei corse la medesima fortuna dell’altre liberali e belle Arti; le quali, se bene patirono alcun naufrafio, e furon vicine al sommergersi, non si spensero affatto, e per bontà di Dio anche nelle cieche età si trovarono ingegni, che tennero vivi per quanto fu in loro i miseri avanzi della poco meno che morte professioni. E così, innanzi che Cimabue e Giotto fossero al Mondo, si dipigneva nel Mondo: ma Cimabue scoperse, e Giotto finì di trovare una così nuova, e bella, e non più dagli uomini d’allora veduta maniera, che le pitture usate fino a quel dì parvero ch’ogni altra cosa fossero che pitture. Laonde non deve a chi che sia apportar maraviglia, quando udisse o leggesse darsi questo titolo a Giotto d’inventore della Pittura; perché la migliorò di tanto, e tanto vi aggiunse con la sua dotta ed agil mano, che si può dire che di quest’Arte perfezzionata da esso mirabilmente, non solo egli fosse Maestro, ma Padre; giacché tutta sua fattura si vede esser’ ella: e questo anche dimostra chiaro l’essere egli come s’è detto stato quasi per tutta l’Europa chiamato, ed in lavori sì nobili adoperato; la sua maniera come nuova e graziosa, abbracciata studiosamente da tutti gli intendenti Artefici per lungo tempo; il pubblico grido ch’egli ebbe dal Mondo tutto, in vita e doppo, che potè tanto che scura ne divenne la fama di Cimabue, e solo egli fu nominato e celebrato; e finalmente il vivo testimonio dell’opere sue fra tutte l’altre di que’ tempi maravigliose, conferma tutto ciò, le quali infinite essendo, e per tanti luoghi sparse non à tutte potuto lacerare il tempo talmente che non resti luogo di vedere, che il giudizio degli uomini di quell’età, e delle susseguenti ancora non fu vano, come l’Autor vuole nato da affezzione, o da IPERBOLICO INGRANDIMENTO. Plus licuit nulli pingere, nec melius, non potè dir meglio né più veramente d’un gran Pittore qual fu Giotto, un grande altresì e giudicioso Litterato come ognun sà essere stato il Poliziano.

Vocabolario

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Arme

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Arme
f. Tutto quello del quale armasi chi che sia tanto a difesa, che ad offesa. ¶ Per impresa o insegna di Città, Comunità, e Famiglie, detta così perchè si delineava nelle armi difensive, come scudi, targhe, palvesi, e simili. Non tengono l'
armi
fra le cose difficili in materia d'Architettura ne' nostri tempi l'ultimo luogo; non tanto per se medesime, quanto per essersene fin quì fatte tante e tante, che si rende quasi impossibile il far cosa, in tutto e per tutto bella e nuova. Le parti dell'arme per lo più son tre: cioè lo
scudo
, l'
ornamento
, e il
segno d'onore
,
segno di nobiltà
,
segno di dignità
, o simili
. Lo scudo, che è lo spazio del mezzo, parte principalissima, è quello dove si figurano l'imprese, dette da Giovan Villani
Intrasegne
: l'ornamento intorno ad esso fassi dall'Artefice secondo il suo buon gusto; ed è quello nel quale consiste il concetto ed invenzione del medesimo Artefice; perchè negli antichi tempi, ed oggi ancora in molte parti d'Europa, si veggono senza ornamento. I segni di Nobiltà, Cavallería, Dignità, o simili; cioè nell'Ecclesiastico i Regni Pontificj, i Cappelli Cardinalizj, le Mitre e' Pastorali; nel Secolare l'Imperiali o Reali Corone, gli Elmi, i Bastoni, o altri, debbon farsi a simiglianza del vero, ne più nè meno. Circa all'origine dell'armi, pare ch'e' si possa affermare, col Cassaneode Gloria Mundi, che avendo gli Antichi in tre qualità distinte le condizioni degli uomini, cioè rispetto all'Agnazione, Gentilità, e Stirpe; a quella della Famiglia attribuivano solamente la Nobiltà. Questa era di coloro, come anche afferma Cicerone, che potevan mostrare l'immagine degli Antenati loro, a distinzione di quelli che ciò non potevan fare, i quali eran chiamati figliuoli della terra, e al tutto ignobili, e bassi: e fu costume appresso i Romani antichi, il portar ne' funerali esse immagini per testimonio di Nobiltà, come dice lo stesso Cicerone nel suo Oratore: onde è che l'immagini bene spesso soglion pigliarsi per segno di Nobiltà. Da queste immagini incominciarono poi secondo il Budeo, quei contrassegni di Nobiltà, che noi chiamiamo Armi, le quali si davano agli Eroi in premio delle loro virtuose azzioni. Nè ciò è punto inverisimile, perchè sappiamo che volendo Alessandro eternar le glorie degli Atleti, e de' gran Soldati, per rendergli più animosi alle conquiste, deliberò col consiglio d'Aristippo di far sì, che fossero tanto nell'onore, quanto nel guadagno ricompensati. Onde usò donar loro l'insegne, i vessilli, e altre simili spoglie. Queste arme dunque sono di due sorte, una di singular dignità, della quale si servono i Principi e' Signori, e l'altra de' Privati Nobili, o Popolari; nè possono questi appropriarsi l'armi de' propri Principi, senza delitto di lesa Maestà, nè lecitamente usurpare quelle d'altri Privati.

Vocabolario

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Lastricato

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Lastricato
add. Da lastricare, coperto di lastre. Lat. Lapidibus stratus.
Lastricato
e
Lastrico
m. Una incrostatura, o vogliamo dire copertura di pietre dette lastre, poste a piano del terreno per comodità del camminare. Usasi nelle pubbliche vie, sopra i ponti, ne' cortili, e abitazioni sotterranee, ed altri luoghi. Gli antichi si servirono molto per fare i lastrichi delle selci o selici, volgarmente detteciottoli; benchè molte sieno le pietre, che posson servire a tal lavoro, pur che sien dure, grosse, e piane. Quest'usanza di coprir le strade con selci o ciottoli, che noi diciamo
acciottolare
, e
insiniciare
(quasi
inseliciare
) tennesi nella Città di Firenze fino al 1260. in circa; nel qual tempo, Arnolfo di Lapo, celebre Architetto di que' tempi, introdusse il bel costume di coprirle di lastre di non ordinaria larghezza, lunghezza, e grossezza; il che dura fino al presente tempo: onde la nostra patria pregiasi fra ogn'altra Città d'Europa di godere in ogni stagione una singular nettezza.

Vocabolario

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Tempo

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Tempo
m. Misura del moto. Stimerassi forse cosa impropria, ch'io mi ponga quì a dichiarar questa voce, la quale par che poco si confaccia col mio assunto, che fu principalmente di esplicar parole e termini, che più frequentemente occorrono nel parlare o legger materie appartenenti a disegno. Ma sebbene si porrà mente, si troverà essere anche stato mio fine, l'erudire, per quanto mi sia possibile, la mente di chiunque voglia applicarsi a quest'Arte, acciocchè meglio quelle possa professare; e perchè le varie cognizioni che si posson portare sotto questa parola Tempo, possono non poco giovare a colui, che vorrà inventare in Pittura, particolarmente, dove si parlerà dell'Età del Mondo e dell'uomo: io non voglio lasciare di metterle in questo luogo. Le parti dunque del tempo, sono, l'ore, i giorni, le settimane, i mesi, e gli anni: dell'ore si compone il giorno, di giorni la settimana, di settimane i mesi, di mesi l'anno, di anni si compongono diversi periodi, fra' quali si numerano principalmente, i Lustri, l'Eta, i Secoli.
Secolo
, e
Lustro
Il Secolo è un periodo decorso di cent'anni, il lustro di cinque.
Età dell'Uomo
L'Età non à periodo fermo, o si abbia riguardo all'età del Mondo, o all'età dell'uomo; perchè nell'uomo
Infanzia
L'infanzia, che è la prima età, è lo spazio della nascita del fantolino, fino a ch'ei non comincia a parlare, onde è detto con voce Latina infante, cioè non parlante.
Puerizia
Segue la puerizia o fanciullezza, che dura fin che non apparisce l'uso della ragione, atto a distinguere il bene dal male, che suol'essere fra 'l primo e 'l secondo settenio.
Adolescenza
Dipoi ne viene l'adolescenza, detta così dal crescere ed impor vita notabilmente, che si estende intorno al ventiduesimo anno.
Gioventù
A questa succede la gioventù, che dura fino al trentacinquesimo in circa.
Virilità
Dipoi la virilità, che arriva fino al cinquantesimo.
Vecchiaia
, e
Decrepitezza
Dopo la vecchiaia, e dal settantesimo in là succede la decrepitezza: e tutti questi periodi dell'umana età si pigliano non istrettamente, ma con qualche latitudine, di più e di meno, secondo la robustezza o debolezza delle complessioni.
Età del Mondo
L'Età del Mondo sono altresì sette. La prima ebbe suo cominciamento dalla creazione del Mondo, e durò fino al diluvio universale. La seconda principiò dalla fine del diluvio, e pervenne al termine dell'uscita degli Ebrei dall'Egitto, per andare alla terra promessa. La terza dalla detta uscita d'Egitto fino alla fondazione del Tempio di Salomone. La quarta dalla fondazione di esso Tempio, fino alla di lui distruzione fatta dagli Assirj, o come altri vogliono a tutta la cattività Babilonese. La quinta dal fine di detta cattività de' Giudei, che fu nel principio della Monarchía Persiana, per infino alla venuta del Messía Figliuolo di Dio, incarnatosi di María sempre Vergine. La sesta cominciò dall'Incarnazione del Figliuol di Dio, o vogliamo dire prima venuta o avvento del Messía, per ricomprare il genere umano; e durerà fin'alla seconda venuta, ovvero avvento del medesimo, a giudicare il Mondo nell'estremo ed universal giudizio. La settima comincerà terminato il giudizio universale, finito il Mondo, per durare per tutta l'eternità.
Olimpiade
, e
Bisesto
Erano appresso gli Antichi in pregio altri diversi periodi d'anni, e spezialmente appresso i Greci furon famose le
Tetraeteridi
, cioè i periodi di quattro, co' quali segnavano le celebratissime loro Olimpiadi, dette dal luogo dove si celebravano i corsi de' cavalli in onore di Giove, che aveva suo Tempio in Olimpia posta nella region Pisana in Grecia. A noi però sono in pregio per lo bisesto, inventore Giulio Cesare, per il quale ogni quattr'anni si cresce un giorno di più; cioè dopo lo scorso di tre anni di 365. giorni l'uno, viene il quarto che ne à 366. e ciò si fa per uguagliare all'anno il corso del Sole, che è qual cosa più di 365. periodi o revoluzioni: dicesi bisesto, perchè il giorno 24. di Febbraio, che in Latino si dice Sexto Kal. Martias, si replicava ancora il dì 25. dove s'inseriva il giorno aggiunto: dal dirsi dunque nell'
anno bisestile
o
anno intercalare
, due volte Sexto Kal. n'è avvenuto il dirsi l'
anno intercalare bisesto
.
Aureo numero
, ed
Epatta
Avevano ancora la Ennea decaeteride, cioè il decorso di 19. anni solari, del quale si serve ancora la santa Chiesa Romana, e chiamalo il
ciclo decennovennale della luna
, ovvero il
ciclo dell'aureo numero
, e serve per trovare il principio dell'epatta, la quale è quel numero di giorni, del quale l'anno ordinario di 365. giorni eccede l'anno lunare o della luna, di 354. giorni; sicchè essendo questo svario, fra li detti due anni, di giorni undici, l'epatta cammina di undici in undici anni moltiplicati, con questo che ogni volta ch'e' si tocca del trentesimo, devesi ritenere il numero che avanza sopra il 30. che va gettato via; perchè allora l'anno è di tredici lune, e fassi l'
embolismo
, cioè l'intercalare d'un mese: e ciò si proseguisce fino all'anno diciannovesimo dell'aureo numero; perchè allora l'epatta deve costare non più d'undici, ma di dodici giorni; acciocchè nel principio del ciclo dell'aureo numero, che succede, ritorni l'epatta ad essere allo stesso numero, che fu a principio dello stesso aureo numero: e ciò si fa perchè le lunazioni, ed i novilunij, o vogliamo dire il principio delle lune nuove, non iscorrano verso la fine de' mesi; ma tornino agli stessi giorni, ne' quali furono in prima.
Anno Sabatico
, e
Giubbileo
Appresso gli Ebrei due erano i più notabili periodi annuali, uno che si chiamava
settimana annuale
, ed era un decorso di sett'anni, l'ultimo de' quali chiamavasi anno sabatico, nel quale la terra dovea riposare, sendo loro da Dio comandato, che per quell'anno ella non si lavorasse: l'altro era detto giubbileo, ed era un periodo di 50. anni, l'ultimo de' quali era del giubbileo; nel quale, non solo si doveva far riposar la terra dalle culture, ma di più si dovevano scancellare le partite a' debitori, condonandogliele, e dar la libertà a' servi: l'uno e l'altro periodo cominciava all'entrare dell'Autunno. Da quest'anno del giubbileo à preso il nome il nostro giubbileo, nella visita de' luoghi santi di Roma, per acquistar le sacre e plenarie Indulgenze delle commesse colpe. Osservavasi prima in esso il decorso del Secolo, dipoi fu ridotto al periodo di 50. anni, e finalmente alla revoluzione d'ogni venticinquesimo anno, com'è al presente.
Anno
L'Anno è la revoluzione di dodici Mesi, e dividesi in lunare e solare; l'
anno lunare
è quello spazio di tempo, che mette la Luna, nel far dodici volte il corso del Cielo, o vogliamo dire nel congiugnersi essa dodici volte col Sole, consumandovi giorni 354. L'
anno solare
, detto anche
anno tropico
, cioè di revoluzione, è quello spazio di tempo, che il Sole consuma, nello scorrere tutto il zodiaco del Cielo, consumandovi giorni 365. et una quarta parte scarsa. Consta l'anno di quattro punti più notabili, due detti
equinozzj
, e due
soltizzj
, con quest'ordine; l'
equinozzio vernale
, il
solstizzio estivo
, l'
equinozzio autunnale
, il
solstizzio iemale
o
solstizzio vernereccio
; dalli quali punti incominciano le stagioni dell'anno, primavera, state, autunno, e verno: di questo non c'è differenza niuna; solo nel principiar dell'anno, che secondo le diverse nazioni, diverso prendesi il principio di esso, come si pratica al presente (per non dir degli antichi) che gli Ecclesiastici seguendo l'uso degli antichi Romani lo cominciano alle Calende di Gennaio; i Toscani a' 25. di Marzo, quello dicesi a nativitate, questo a conceptione; ma i Pisani principiato, noi Fiorentini terminato lo computiamo.
Mese
Il Mese è la duodecima parte dell'anno, e sono i mesi lunari e solari; il mese lunare è quello spazio di tempo, che è tra un novilunio e l'altro, e consta di giorni 29. poco più o poco meno. Il mese solare è quello spazio di tempo impiegato dal Sole, nello scorrere ciascheduno de' dodici segni del zodiaco. Erano appresso gli antichi, molto usati i mesi lunari; noi presentemente ci serviamo de' solari: e perchè il Sole scorre alcuni segni più presto, altri più tardi; per questo i mesi sono ineguali, alcuni di giorni trenta, altri di giorni trentuno, ed uno di giorni ventotto; quali sieno gli uni e quali gli altri, l'indica questo tetrastico, o quadernario. Trenta dì è Novembre, Aprile, Giugno, e Settembre; Di ventotto cen'è uno; Tutti gli altri son trentuno. I nomi de' mesi sono, Gennaio 31. Febbraio 28. Marzo 31. Aprile 30. Maggio 31. Giugno 30. Luglio 31. Agosto 31. Settembre30. Ottobre 31. Novembre 30. Dicembre 31. Appresso i Romani antichi dividevasi il mese in kalende, none, e idi; ed i giorni intermedij con la denominazione di primo, secondo, terzo etc. avanti alle none, o agli idi, o alle calende, si nominava.
Settimana
La Settimana, detta Grecamente
eddomada
, è un decorso di sette giorni, che perpetuamente ricorre in giro. I suoi giorni appresso i Gentili si denominavano da' sette pianeti così, giorno del Sole, della Luna, di Marte, di Mercurio, di Giove, di Venere, e di Saturno. Dagli Ebrei col nome di Sabato, aggiuntovi primo, secondo, terzo etc. siccome anche tutta la settimana chiamavano sabato. S. Silvestro Papa, per levare l'uso de' Gentili, fu quelli che ordinò si domandassero i giorni della settimana col nome di
ferie
, coll'aggiunto di prima, seconda terza etc ma la prima feria, come giorno dedicato a Dio N. S. dies Dominicus, ovvero dies Dominica, e volgarmente Domenica, fu appellato; e l'ultima feria con quello di Sabato; e quest'uso si ritiene dagli Ecclesiastici: noi però gli chiamamo così, Domenica, Lunedì, Martedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, e Sabato.
Giorno
Il Giorno è la settima parte della settimana; e dividesi in
giorno naturale
ed in
giorno civile
, ovvero
giorno astronomico
: il giorno civile è dalla levata del Sole sopra del nostro orizonte o piano, fino al tramontar di esso sotto 'l medesimo piano: il cui opposto tempo dicesi notte, che è lo spazio dal tramontar del Sole, alla di lui levata o nascita. Il giorno civile è quello che risulta da un'intera revoluzione del Cielo, per il quale si comprende un giorno naturale, insieme con la sua notte: i giorni civili sono per tutto il Mondo eguali, e costano di ventiquattr'ore; i naturali sono ineguali, or maggiori, cioè nella state, or minori, come nel verno; e più e meno và di differenza, secondo che più e meno il paese s'accosta verso l'equatore, o linea equinoziale, sotto 'l quale i giorni naturali e le notti sono eguali. I giorni naturali a tutti cominciano col nascer del Sole, terminano col di lui occaso, o tramontare; non così i civili, perchè gli Ebrei gli principiavano dal tramontar del Sole, e furono in ciò seguitati dagli Ateniesi, e da altre nazioni, siccome dagli Italiani, che in tal foggia principiano il giorno, sebbene noi Fiorentini lo principiamo mezz'ora doppo l'occaso: per lo contrario i Babilonesi lo principiavano dalla levata del Sole, gli antichi Umbri dal mezzo giorno, gli antichi Romani dalla mezza notte, seguitati in ciò dagli Astrologi, e dalla maggior parte di Europa.
Ora
L'ora è la ventiquattresima parte del giorno civile, la prima delle quali, come sopra s'è detto, diversamente si prende, secondo la diversità delle nazioni. Gli Italiani moderni la prima ora dopo l'occaso del Sole, e nello stesso occaso la ventiquattresima, benchè noi Fiorentini indugiamo mez'ora dopo, e diconsi quest'ore Italiane. Gli Spagnuoli, i Franzesi, e' Tedeschi, con gli Astrologi, dividon l'ore in due parti, cominciando da mezza notte a mezzo giorno, e da mezzo giorno a mezza notte. I Babilonij dalla prima ora dopo la nascita del Sole, fino all'altro oriente: per l'opposito degli Italiani. E da queste tre diverse maniere di principiare a numerar l'ore, ne nascono le tre diverse sorte d'oriuoli solari, cioè Italiani, Astronomici, e Babilonij. L'ora finalmente dividesi in quattro parti, detti
quarti
, ovvero in 60. minuti, 15. per quarto.

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Giache il seguitare a dar notizia dell’opere de’ Professori del disegno stati in Firenze nel secolo del 1300. ne ha portato all’anno 1349. in cui non solo un pittore, ma quasi tutti i pittori insieme più rinomati di nostra Città, stata nuova madre, e maestra di loro bell’arte, fecero la più ragguardevole opera, che da uomini assennati, e Cristiani far si potesse, che fu la fondazione della Compagnia di santo Luca Evangelista, con che vollero si bella facoltà appoggiare, o per dir meglio fermamente stabilire sopra il saldissimo fondamento del Divino timore, della protezione di Dio, e de’ suoi santi; e già che essi medesimi in ciò fare guadagnarono alla nostra patria la gloria d’aver dato al mondo il bello esemplo, che poi in ogni tempo, ed in ogni parte, ove vera Religione si professi, con gran frutto dell’arte, e degli artefici è stato abbracciato; è ben ragione, che in questo luogo io divertisca alquanto dal ragionare di ciascheduno di loro in particolare, per dire alcuna cosa di si lodevole azione, che la più parte, come io dissi, se non tutti insieme si posero ad effettuare, mentre ioancora mi fo a credere, che tale mio nuovo pensiero, all’onore della patria, e di quei saggi uomini, ed alla comune utilitade sia per contribuire non poco. È dunque da sapersi, come presso agli anni 1350. l’arte della Pittura, che prima da Cimabue, e poi da Giotto nell’antecedente secolo era stata richiamata a nuova vita, trovavasi tanto megliorata nella nostra Città di Firenze, che non pure ella medesima, e molte Città vicine avean sortito d’essere di suoi magistero fatte più belle da’ Fiorentini pittori, ma già per opera de’ medesimi sparsisi quasi per l’Europa tutta erane con universale applauso stato fatto godere il bel pregio; onde da per tutto molti, e molti furon coloro, che abbandonate le goffezze dell’antico modo al nuovo, ed allora da ognuno stimato bellissimo si appigliarono. Quando che i nostri pittori, considerando esser pazzo colui, che le proprie azioni a niun fine incammina, ed all’incontro a quegli, che a più alto scopo le indirizza, deesi la vera lode dell’opera, e riflettendo altresi quello doversi avere in conto di miglior fine fra gli uomini, che puote servire di mezzo, che all’ultimo fine dell’uomo conduca, che è appunto l’onore di Dio, e l’eterna salvezza nostra, e considerando ancora quanto bene si accomodi col nostro ultimo fine la bell’arte della pittura, di cui è proprio, e principale attributo il rappresentarci le imagini, e l’egregie, e sante operazioni di Dio e de’ Santi suoi, con che al culto, ed all’imitazione insieme, per quanto è nostra possa, c’inanimisce, anzi ci sprona; risolsero, per così dire di spiritualizzare l’arte medesima colla fondazione d’una Compagnia sotto l’invocazione dell’Evangelista san Luca, in cui potessero esser descritti tutti coloro che non solo alla pittura, ma anche a cose, che in qualsivoglia modo a disegno appartenessero, non escludendo dalla medesima qualunque si fosse, anche artefice di metallo, o legname, nella cui opera o molto, o poco avesse luogo il disegno; e perché egli è proprio della cristiana carita il comunicar se medesima senza eccettuazione di persona, vollero che potessero esservi ascritte anche le femmine stesse, le quali però o perché fossero in libro particolare notate, o perché tale loro volontà poi non avesse effetto, io non trovo, che alcuna ne fosse descritta nell’antico libro, del quale pur’ora sono per far menzione.

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Discepolo d’Agnolo Gaddi, Nato 1310 ? 1348. Questo pittore, secondo che io trovo nell’antiche Vite de’ Pittori manuscritte nell’altre volte mentovata Libreria de’ manuscritti originali, e spogli de’ signori Strozzi, era veramente Fiorentino, e non Veneziano, come credette il Vasari , ed anco fu cognominato Antonio da Siena, e per alcun tempo ancora Antonio da Venezia ; ciò fu a cagione dell’essersi egli molto trattenuto in quella Città. Fu buon pittore, e perché in quei suoi tempi, ne’ quali era già la maniera di Giotto tanto stimata per tutta Europa , egli bene l’aveva appresa da Agnolo di Taddeo Gaddi , che aveva operato nella Città di Venezia ; fu nella stessa Città chiamato, e molto adoperato in opere a fresco, e a tempera. Finalmente da quella Signoria gli fu dato a dipignere una delle facciate della Sala del Consiglio, ma a cagione d’invidia, e di mali uffizj di quei professori gli convenne quindi partire, e tornare alla sua Patria Fiorenza . In essa dunque fece alcune pitture a fresco nel chiostro di Santo Spirito , e in santo Stefano . Operò nel Campo santo di Pisa dipignendo storie del Beato Ranieri, incominciate già da Simon Sanese ; e fra esse quella della morte, e sepoltura di quel Beato, nelle quali rappresentò alcuni ciechi, e indemoniati con altri infermi, e fra questi un idropico, tutti in atto d’essere miracolosamente sanati per li meriti di quel santo; le quali figure espresse così al vivo, e con tanta invenzione, che furono in quel secolo avute in istima non ordinaria; ne fu meno lodata una nave fluttuante fra le tempeste del mare, nella quale con pensieri appropriati al vero figurò lo sbigottimento de’ naviganti, e le molte, e varie azioni fatte da marinari per sottrarsi dall’imminente pericolo del naufragio.

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