Luogo - Coro

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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Or questo Don Silvestro, di cui ora siamo per parlare, che fu singolarissimo nel lavorar di minio, avendo avute in sorte di vivere ne’ tempi, e nello stesso Monastero di Don Iacopo, fu quegli, che con si maraviglioso artifizio, e diligenza abbellì con sue figure tutti i notati libri, che vedute, come dicemmo, da ottimi professori de’ buoni secoli, furono estremamente lodate; e sappiamo, che venendo alla nostra Città di Firenze la Santità di Papa Leone X egli volle vedere, e ben considerare ad uno per uno, confessando avergli molte volte sentiti lodare dal Magnifico Lorenzo de’ Medici suo padre; e dicono, che dopo avergli tutti ben veduti, ed ammirati, mentre stavansi aperti sopra le prospere del Coro, proroppe in queste, o simile parole: Se questi fossero secondo l’uso della Chiesa Romana, e non come sono, secondo l’ordine Monastico, e uso di Camaldoli, ne vorremmo alcuni pezzi per la Basilica di san Pietro, ove già se ne conservavano due altri, che tenevansi per di mano de’ medesimi Monaci, con dare a’ Monaci per essi un’adequata ricompensa. Giunse a tanto il concetto, che s’ebbe per ognuno della virtù di questo uomo, ma particolarmente da tutti i Monaci, che essendo venuto a morte, vollero che fosse a lui fatto lo stesso onore che fatto avevano a detto Iacopo; che fosse la mano sua destra stata operatrice di lavoro tanto insigne conservata in degna custodia ad eterna memoria.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 232

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FRA SIMONE DA CORNOLO, Religioso dell’Ordine Serafico nel Convento di Santa Maria degli Angioli, poco distante da Voltri, anch’esso Genovese, aggiunse al suo dipignere di figure, buona vaghezza di prospettiva, come mostrano le opere sue nella nominata Chiesa di Santa Maria degli Angeli: e particolarmente due tavole, che una nel Coro, e rappresentano un Sant’Antonio di Padova, e la Cena del Signore.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva circa al 1530. Nel tempo, che Raffaello Sanzio da Urbino, coll’opere maravigliose del suo pennello, spargeva in Roma e per tutto il mondo fama di sé, come di artefice rarissimo, o per dir meglio, unico nell’arte della pittura, venivan da tutte le parti richieste sue pitture: e quelli, a’ quali non toccava in sorte di ottenere originali di sua mano, si affaticavano per averne le copie, delle quali oggi molte si veggiono in ogni luogo; onde era necessario, che alcuni giovani della sua scuola, mentre studiavano dalle pitture di lui, in un tempo stesso soddisfacessero a coloro, che tali opere addimandavano. Uno di questi fu Jacomone della città di Faenza, il quale, mentre visse Raffaello, molte ne fece, e forse anche dopo, e con tale studio talmente si approfittò, che poté esser di non poco giovamento nell’arte a Taddeo Zuccheri, il quale, dopo che stracco dalle noje e dagli strapazzi, ricevuti da giovanotto nella casa di Gio. Piero Cabrese, stato in Roma suo primo maestro, con esso Giacomone si accomodò. Molte ancora furono le opere inventate da Giacomone, e particolarmente a Faenza, dove alcune se ne veggono fino dell’anno 1570 ed io le porterò in questo luogo, secondo la notizia avuta dal Conte Fabrizio Laderchi di quella città, Cavaliere di religiosi costumi, esperto nelle buone arti, e dotato di tutte quelle rare qualità, che posson desiderarsi in un suo pari: il quale, mentre io scrivo, dopo alcuni anni di servizio di Gentiluomo della Camera della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana, che molto amava la sua virtù, è nella stessa carica passato a servire il Serenissimo Principe Francesco. Nella Chiesa dunque de’ Padri Domenicani sono di sua mano la Vergine Annunziata, due Profeti, ed alcune storie del Testamento Vecchio: e nel Refettorio de’ medesimi eran dipinti molti Santi di quell’Ordine, i quali, a cagione dell’umidità di quel luogo, sono andati male. Nella Chiesa di San Giovanni Evangelista de’ Padri Agostiniani, dentro al Coro, è dipinto lo stesso Santo; e all’Altare maggiore una Santa Maria Maddalena, che dagli Angeli è portata in Cielo: e vi è San Girolamo e’l Beato Giovanni Colombino. All’Altare maggiore della Chiesa del Paradiso una Madonna, con Gesù, San Giovambatista e San Francesco; e in San Pietro Celestino, pure all’Altare maggiore, è di sua mano un San Giovambatista, che mostra il Cielo ad un Monaco che gli sta vicino inginocchioni, con San Giovanni Evangelista, San Matteo, San Pietro Celestino, e San Benedetto. Nella Chiesa di San Giovanni è la Creazione di Adamo ed Eva, e la cacciata loro dal Paradiso Terrestre; in Santa Chiara una Madonna col Bambino Gesù, San Gregorio, ed un altro Santo; nella Confraternita di Santo Rocco la Deposizione di Cristo dalla Croce: in quella della Madonna degli Angeli la Vergine Assunta: e nella Confraternita della Nunziata, all’Altare maggiore, una Madonna con Gesù Bambino, con appresso due Santi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

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