Luogo - Chiesa di San Francesco

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

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In Pisa nella Chiesa di san Michele pure del suo Ordine colorì più tavole, e nella Chiesa de’ Romiti di Camaldoli, che nella nostra Città di Firenze era in quella parte di la d’Arno, che dalla stessa Chiesa poi distrutta col Monastero, chiamasi Camaldoli, dipinse un Crocifisso sopra a tavola, ed un san Giovanni, l’una e l’altra delle quali opere in quel secolo riportò il sommo della lode. Finalmente fu di sua mano dipinta nella Chiesa di santa Trinita la tavola, e tutta la Cappella degli Ardinghelli, ove ritrasse al vivo le persone di Dante, e del Petrarca, e molto operò nella Certosa, ed altrove. Fece più allievi nell’arte sua, e fra questi Francesco Fiorentino, il quale dopo la morte del maestro dipinse il bel Tabernacolo, ch’è nella cantonata della piazza nuova di S. Maria Novella in quella parte che svolta in via della Scala. Contasi fra questi ancora un certo pittore Pisano, che dipinse in Patria nella Chiesa di san Francesco nella Cappella di Rutilio Maggiolini una Vergine con più Santi. Ebbe Don Lorenzo Monaco, oltre ad una buona pratica nell’inventare una franchezza, e correzione di disegno si fatta, che al certo superò ogn’altro stato fino al suo tempo; usò per ordinario di disegnare in chiaro scuro, costume assai usato in quell’età.

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1728

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Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, ? Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini, che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III, per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

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1728

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Discepolo di Pietro Perugino, nato 1481, morto 1520. Nell'anno di nostra salute 1484 nacque al mondo questo grande Artefice, che per ispecial privilegio, fu di tutte quelle eccellenze dotato, che appena in molti secoli, e fra molte persone, è solito di compartire il cielo. Il padre suo fu Giovanni de' Santi Urbinese, pur anch'esso pittore, che quantunque non arrivasse nell'arte sua a segno di molta eccellenza, avendo tenuta una maniera alquanto secca, merita contuttociò, che di lui si faccia alcuna memoria, giacché per la sua bontà, per l'ottima educazione, che sappiamo aver data al figliuolo, e per la sollecitudine, colla quale procurò, che il bel genio di lui fosse ajutato nell'acquisto di nobili arti, fu non piccola cagione che potesse il mondo possedere uomo sì degno. A tale effetto ho io procurata notizia di alcune opere, fatte da esso Giovanni nello Stato di Urbino sua patria, le quali, secondo quello, che da persone molto perite di que’ luoghi e dello stesso mestiere è stato riferito, sono le seguenti. Nell'entrare della Chiesa di San Francesco, al terzo Altare da man sinistra, è una tavola a olio, dov'è figurata Maria Vergine sedente in Trono, con alcuni Santi, nella prima e seconda veduta, e di sopra il Padre Eterno. Nella Chiesa del Corpus Domini, è di sua mano la tavola del primo Altare, che pure è a man sinistra, entrando per la porta principale, e vi sono molte figure. Nella Chiesa di San Bastiano è la storia del Martirio del Santo, che tra le opere che fece Giovanni, è fra le migliori annoverata. A Cagli dipinse a fresco nella Chiesa di S. Giovanni una Pietà di assai ragionevole maniera; e nel medesimo luogo, pure a fresco, fece un S. Bastiano ed una Vergine sedente in Trono, con alcuni Angeli e Santi. Non ebbe questo pittore altri figliuoli che Raffaello: e sapendo, quanto ciò importi per ben nutrirgli, e quel che è più, per bene educargli, volle che dalla propria Madre, e non da altra donna, e nella propria casa, fosse allattato. Cresciuto poi in età, vedendolo maravigliosamente inclinato all'arte del Disegno e della Pittura, cominciò egli medesimo ad istruirlo: e in breve tempo a tal segno lo condusse, che così fanciullo, com'era, diedegli grand'aiuto nell'opere che fece per quello Stato; ma come discretissimo ch'egli era, conoscendo i gran progressi del figliuolo venir ritardati pur troppo dalla poca sufficienza sua, tanto si adoperò con Pietro Perugino, eccellentissimo Pittore, che gli venne fatto, che egli sotto la sua disciplina lo ricevesse. Non ebbe appena Pietro scoperta la bravura del fanciullo, che postogli amore non ordinario, cominciò a farlo studiare, con suoi precetti, dalle proprie opere sue; onde non andò molto, che gli studj di Raffaello né punto né poco si distinguevano dagli originali del maestro; anziché aveva egli così bene appresa quella maniera, che fra le opere, che fece egli nel primo tempo, e le migliori del Perugino, non fu chi sapesse conoscere differenza. Tali furono in Perugia una tavola a olio, che fece Raffaello, ancor giovanetto, per Madonna Maddalena degli Oddi, nella Chiesa di San Francesco, dove figurò un'Assunzione al cielo di Maria Vergine, e di sotto gli Apostoli, con alcune storielle di piccole figure nella predella della medesima tavola; un'altra in S. Agostino di Città di Castello; una di un Crocifisso in San Domenico, nella quale egli scrisse il proprio nome; ed una in San Francesco, fatta d'alquanto miglior maniera e gusto, dove rappresentò lo Sposalizio di Maria Vergine; e in questi tempi ancora fece al Pinturicchio più disegni e cartoni, per le opere della Libreria di Siena.

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1728

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Nato 1479, morto 1554. È controversia fra alcuni intorno al luogo, onde questo artefice trasse i suoi natali. Vasari nella vita, ch’egli scrisse di lui, disse, che fu da Vercelli; e in quella, ch’egli scrisse di Mecherino nello stesso tempo, lo chiamò Gio. Antonio da Caravaggio. Isidoro Ugurgieri lo fa figliuolo di Jacopo Razzi, nativo di Vergelle, castelletto dello stato di Siena; e Monsignor Giulio Mancini in un suo Manoscritto lasciò notato, ch’egli fosse di un certo suo immaginato castello, chiamato Rivatero, perché in una denunzia, che si trova aver fatto il Soddoma al Pubblico di Siena l’anno 1531 di tutti i suoi beni, secondo l’ordine, che ne venne allora in quella città, egli scrisse Giovanni Antonio Soddoma di Bucaturo; avendo il detto Mancini, se pur non fu errore di chi copiò il suo manoscritto, letto in cambio di Bucaturo, Rivatero; o pure errò l’Ugurgieri, che notò la denunzia, scrivendo Bucaturo, in luogo di Rivatero: e di questa parola Bucaturo da nessuno è stato inteso il significato: ed io per me la stimo una delle solite leggierezze e buffonerie, che furon sempre inseparabili compagne di questo artefice. La verità però si è, che in Archivio della città di Siena, fra l’antiche scritture, si trova Magnicus eques Dominus Johannes Antonius de Razzis de Verzè Pictor, alias il Soddoma, per Rogo di Ser Baldassar Corte 1534. Sicché pare, che si possa concludere coll’Ugurgieri, che per la parola Verzè sia stato voluto significare il castello di Vergelle: e conseguentemente, che equivocasse il Vasari, il quale veggiamo avere equivocato altresì in farlo nativo di due luoghi, cioè di Vercelli e di Caravaggio, dicendo da Vercelli in luogo di Vergelle. Comunque si sia la cosa, dice lo stesso Vasari, che costui fu introdotto in Siena da certi mercanti, agenti delli Spannocchi; e che egli quivi si affaticò in studiare le opere di Jacopo della Fonte Scultore, altrimenti chiamato Jacopo della Quercia, le quali allora vi erano in gran pregio. Giovanni Antonio adunque fu così bene inclinato all’arte, e vi ebbe così buon gusto e disposizione, che dove e’ volle far bene, pochi poterono far meglio; ma come quegli, che ebbe ancora, e sempre nutrì in sé stesso lo spirito buffonesco, col quale era solito farsi largo con ogni condizion di persone, non seppe anche tenersi a segno nelle cose del mestier suo; onde lavorò bene, spesso senza studio o applicazione: in somma egli fece sempre tanto bene quanto volle, ma non moltissime furon quelle volte, che fu di tale umore. Operò in Roma, Volterra, Pisa, e, più che in altra città, in Siena, dove veggonsi, fra l’altre, alcune sue pitture di singolar bellezza, delle quali noi solamente faremo menzione, lasciando al Lettore il soddisfarsi dell’altre sopra quanto ne scrisse il Vasari. Primieramente per la Chiesa di San Francesco fece una tavola di un Cristo Deposto di Croce, colla Vergine Santissima tramortita: ed evvi un uomo armato, che voltando le spalle, fa vedere l’anterior parte nel lustro di una celata, che è quivi in terra. Per la Compagnia di San Bastiano in Camolia dipinse il bel Gonfalone, che usavan portare processionalmente, dove rappresentò la figura di San Bastiano legato all’albero. In San Domenico, alla Cappella di Santa Caterina da Siena, ove la sua Sacra Testa si conserva, dipinse due istorie, che tengono in mezzo il Tabernacolo, che contiene essa Testa: ed in quelle espresse fatti della medesima Santa, cioè: in una, a man destra, quando avendo ricevuto le stimate, giace tramortita, e questa riuscì di tanta bellezza, che essendo veduta da Baldassar Peruzzi, fecegli dire con grande asserzione, di non aver giammai veduto pittore, che così bene esprimesse l’affetto delle persone svenute e languenti, di quello, che il Soddoma aveva fatto. Siccome, secondo quello, che ci lasciò scritto l’altra volta nominato Mancini, Annibale Caracci, nel veder la tavola di San Francesco, ebbe anch’egli a dire, che il Soddoma, al certo, fra’ Pittori, fu di tanto buon gusto, che pochi de’ suoi pari eran soliti vedersi in quel genere. L’altra storia, dalla parte sinistra, non riuscì di tanta perfezione a gran segno. Lodatissima ancora fu una sua tavola dell’Adorazione de’ Magi, che fece per la Chiesa di Sant’Agostino: sopra una Porta della città, chiamata la Porta di San Viene, in un gran tabernacolo, dipinse a fresco la Natività del Signore, ed in questa istoria, nella persona di un vecchio, con un pennello in mano, ritrasse sé stesso. Sopra la porticella dipinse pure a fresco in un muro. Sopra la porta de’ Mariscotti dipinse un Cristo morto in grembo alla Madre, opera condotta a somma perfezione. Colorì molti quadri per Roma, e per diversi cittadini in Siena: e perché egli molto si dilettò di far ritratti al naturale, assai ne fece, che sarebbe lunga cosa il descrivere. Fu costui un di quelli ambiziosi cervelli, che vivendo capricciosamente, e lontano da’ modi degli altri uomini, ed in ogni cosa singolarizzandosi, pare che cerchino la gloria loro in non altro, che in farsi burlare; onde non è gran fatto, che egli, col governarsi a capriccio, e da persona poco assennata, si conducesse finalmente in tal miseria, che essendo venuto, per così dire, in odio anche a sé stesso, vecchio e povero, si condusse a morire allo Spedale: e ciò fu l’anno settantacinquesimo di sua età, e della nostra salute 1554. Furono discepoli del SoddomaBartolomeo Neroni Senese, detto per soprannome Maestro Riccio, che fu anche marito di una sua figliuola, ed erede di quel poco, che appartenente a quest’arti, rimase alla sua morte. Fu anche suo discepolo Girolamo, detto Giomo del Soddoma, che morì in giovanile età.

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1728

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LAZZARO CALVI, figliuolo di Agostino, nella scuola di Perino del Vaga attese alla pittura, ed in quest'arte fu sotto la protezione di Agostino Doria assai adoperato. Pel medesimo dipinse le facciate del suo Palazzo, con istorie di fatti d’uomini di quella nobilissima casa. Fu anche sua pittura una facciata di una casa vicino alla Piazza Pinelli, con istorie di Ulisse, quando, per non restare ingannato dal canto delle Sirene, fecesi legare all’albero della nave. Al Duca Grimaldi colorì due Salotti nel suo Palazzo, rimpetto alla Chiesa di San Francesco, con favole di Fetonte e di Apollo. Altre istorie dipinse nel Palazzo di Franco Lellaro: e molte opere fece in quello de’ Bandinelli Sauli. Fu chiamato a Monaco, ove nell’anno 1544 molto operò in servizio di quel Principe: e nel 1547 portatosi a Napoli a’ servigj di quel Re, ne riportò l’onore della facoltà di potere aggiungere all’armi di sua casa la testa di Moro bendato, insegna propria di quella Maestà. Giunse costui fino all’estrema vecchiezza, e in età di ottantacinque anni, ancora coloriva a fresco e a olio, in modo non disprezzabile; benché egli, a cagione di disgusti avuti, per essere stato il suo pennello, dal Principe Doria suo gran protettore, posposto a quello del Bergamasco e di Luca Cambiaso, negli ornamenti che disegnavansi di fare nella Chiesa di San Marco, come uomo invidioso ch’egli era molto, pel corso di ben venti anni, si fosse astenuto dal dipignere, e in quella vece avesse atteso all’arte nautica, alla quale, aggiunta ad un genio marziale e fiero, aveva avuta da natura non ordinaria inclinazione.

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