Luogo - Chiesa di S. Francesco

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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Andatosene a Gaeta nella Chiesa della Nunziata fece alcune storie del Testamento nuovo, col proprio ritratto suo, ed un gran Crocifisso. Ritornato a Roma, dopo d’essersi trattenuto alcuni giorni, se ne passò a Rimini; e a petizione del Sig. Malatesta fece nella Chiesa di S. Francesco moltissime pitture a fresco, le quali a cagione della nuova fabbrica di quella Chiesa furono di poi mandate a terra. Nel Chiostro colorì storie della B. Michelina, che riuscirono le più belle opere ch’e’ facesse mai. Fuori della porta della Chiesa di S. Cataldo, dipinse un S. Tommaso d’Aquino in atto di leggere a’ suoi Frati. Tornossene a Ravenna, dove pure fece altre opere. Poi venuto di nuovo a Firenze per la Chiesa di S. Marco dipinse il gran Crocifisso in campo d’oro sopra’l legno, e l’altro simile per la Chiesa di S. Maria Novella, per la quale fece ancora altri lavori. Venuto l’anno 1327. fece il disegno, e modello per la sepoltura di Guido Tarlati da Pietra Mala, Vescovo, e Signore d’Arezzo.

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1681

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Attesta il Vasari d’aver nel suo libro de’ disegni antichi alcune cose piccole di mano di Cimabue fatte a modo di minio; nelle quali (come che oggi forse paiono anzi goffe, che altrimenti) si vede quanto per sua opera acquistasse di bontà il disegno: così egli. Sappiamo in oltre, che questo primo lume della nuova maniera di dipignere fu condotto da Cimabue fuori di Firenze, e per l’Italia circa il 1260. essendo che siccome abbiamo mostrato nelle notizie della vita di lui, egli avanti al regnare di Papa Clemente IV. fusse chiamato ad Assisi Città d’Umbria a dipignere nella Chiesa di S. Francesco: Sicché poteronsi vedere Cimabue , e Oderigi, sendo Gobbio non lontano gran cosa da Assisi, ma se io dirò che più tosto Oderigi venisse a Firenze per mettersi sotto la disciplina d’un Uomo così celebre, conciossiaché le pitture da lui fatte in Pisa , e in Lucca l’avessero reso chiaro per tutta Italia, non errerei gran fatto; il motivo che ò di tenere anche ciò per fermo è la triplicata amicizia, che passò tra Oderigi, Giotto , e Dante, la quale, come quella che fu di attual presenza, siccome proveremo dipoi, venne necessariamente prodotta dalle medesime cagioni, cioè tempo, studi, e luogo, che dettero loro occasione di conversare insieme.

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1681

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E dice ch’egli partecipa dell’onor di Franco, perch’egli fu suo allievo, come bene ci spiegò il Vellutello nel suo Comento: sendo verissima cosa, che il sapiente figliuolo è la gloria del Padre: e ridonda in onore de’ Genitori, e del Maestro il sapere de’ figliuoli, e de’ discepoli. Io anche ardirei d’affermare, che lo essere il medesimo Franco stato chiamato a Roma a lavorare di minio (se bene riuscì anche buon Pittore) ne’ tempi, che v’era Giotto, fusse per opera di Oderigi suo Maestro, acciò gli fusse in aiuto, come suo discepolo, siccome da Giotto vi era stato chiamato, o condotto Simon Memmi; o pure ch’e’ vi fusse chiamato finir quel lavoro, che per morte non potè tirare avanti Oderigi; cosa che pure successe a Giotto, quando si portò ad Assisi a dar compimento alle Pitture della Chiesa di S. Francesco, tralasciate dal suo Maestro Cimabue, e vediamo a’ giorni nostri frequentemente intervenire in simiglianti casi.

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1681

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Dice il Vasari, che costoro l’anno 1329. scolpirono nella Chiesa di S. Francesco di Bologna una tavola di marmo, e lo stesso anche afferma il Gherardacci; ma Anton Masini dice essersi dipoi trovate scritture autentiche nel Convento di que’ padri, dalle quali apparisce, che quel lavoro fusse fatto non altrimenti da Agostino, e da Agnolo Sanesi, ma da Iacopo, e Pietro Paolo Veneziani; e soggiugne questo Autore, che essi Agostino, e Agnolo fussero Architetti della Fortezza alla Porta di Galliera; nel che ci rimettiamo alla verità.

Con il contributo di