Luogo - Chiesa Cattedrale

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di SpagnaAntonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi: Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem, Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

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Discepoli di Raffaello da Urbino, fiorivano nel 1525. Non mandò mai la Natura al mondo alcun lume di prima grandezza in qualsifosse arte o scienza, che essa non intendesse, per mezzo di quello, partorire altri splendori, in gran numero, per isgombrare da’ secoli presenti e da’ futuri ancora, le caligini dell’ignoranza, e farli godere della luce, che seco portano le operazioni lodevoli degli uomini virtuosi; onde non è maraviglia, che al risplender che fece in Roma, in tutta Italia e fuori, il valore nell’arte della Pittura del gran Raffaello da Urbino, ben presto si vedessero sorgere tanti e così eccellenti artefici, che ben si potea dire avventurato, non solo quel secolo e questo presente, ma altri ancora, a’ quali, per l’avvenire, la spietata tirannia del tempo, non toglierà così presto l’esser partecipi delle singolarissime opere loro. Uno di questi per certo fu il celebratissimo Pulidoro da Caravaggio di Lombardia , che si può dire, che fino dal ventre della madre portasse col genio l’abilità e, stetti per dire, in quest’arte la maestria medesima. Questi, nato di umilissimi parenti, astretto da povertà, fu necessitato ad esercitare fino all’età di diciotto anni il mestiere del manovale, in quel tempo appunto, che in Roma la sempre gloriosa memoria di Leon X faceva fabbricare le Logge. Nel cominciarsi poi quelle a dipignere da Giovanni da Udine e dagli altri, sotto la scorta di Raffaello, il giovanetto forte portato da natura, non poté contener-si di non dar fuori il gran genio, ch’egli aveva a quell’arte; e fatta amicizia con tutti que’ pittori, e più che ogni altro, con Maturino Fiorentino, tanto s’avanzò nell’intelligenza degli ottimi precetti di quella, che in pochi mesi diede di sé stesso non ordinario stupore, e in disegno e in invenzione avanzò tutti gli altri giovani di quella scuola. Era però il colorito, tanto del Caravaggio, quanto dell’inseparabile suo compagno e imitatore Maturino, non tanto vivace ed allegro, quanto quello degli altri loro condiscepoli: alla qual cosa avendo l’uno e l’altro fatta riflessione, e osservato, che Baldassarri da Siena aveva dipinte alcune facciate di case a chiaroscuro, deliberarono (pigliando strada più corta) lasciar le difficultà del colorito, e attenersi con grande studio a tutte l’altre parti della pittura, col rappresentar sempre l’opere loro solamente in chiaroscuri. Fatta questa deliberazione, fecero questi due una così stretta comunione e di volontà e d’opere e d’avere, che se non fosse stato poi il sacco di Roma, non avrebbe avuto forza per dividerla, altri che la stessa morte. La prima opera che facessero, fu una facciata, in essa città di Roma, a Monte Cavallo, rimpetto a San Silvestro, nella quale furono ajutati da Pellegrin da Modana, che era assai avanzato nella pratica, e diede loro grande animo. Un’altra ne fecero rimpetto alla porta del fianco di San Salvatore in Lauro. Dipinse una storia dalla porta del fianco della Minerva, e una facciata a Ripetta sopra Santo Rocco, dove fecero vedere una quantità di mostri marini, lavorati con grande artificio. Dieronsi poi a studiare l’antichità di Roma, che non restò cosa o sana o rotta ch’essa si fosse, che e’ non disegnassero; donde cavarono l’ottima maniera ed invenzione de’ chiaroscuri, che fecero poi, come può ciascuno riconoscere dall’opere medesime. Fecero sulla Piazza di Capranica una facciata colle Virtù Teologali, e un bel fregio sotto le finestre, con altri vaghi componimenti. In Borgo nuovo dipinsero una facciata a sgraffio: un’altra sul canto della Pace; una nella casa degli Spinoli verso Parione; una del trionfo di Cammillo, con un antico sacrificio vicino a Torre di Nona. Verso Sant’Angelo una bellissima facciata con la storia di Perillo, messo nel Toro di bronzo, da sé inventato; fecero in una casa della strada, che va all’immagine di Ponte; un’altra alla Piazza della Dogana, allato a Santo Eustachio, con bellissime battaglie: e in somma tante e tante ne dipinsero, che troppo lungo sarebbe il descriverle. Lavorarono nel giardino di Stefano del Bufalo, storie del Fonte di Parnaso: ed in altre case di nobili persone, fecero infinite pitture di camere, e fregi a fresco e a tempera; tantoché si può dire, in un certo modo, che non rimanesse in Roma casa, vigna, o giardino, dove questi due gran maestri non facessero opere. Occorse intanto lo strano caso del Sacco di Roma l’anno 1527 onde rifuggitosi ognuno, chi qua e chi là, Maturino ancor egli si fuggì, e poco dopo, a cagione, come si crede, de’ gran disagi patiti in quelle comuni miserie, sopraggiunto da morbo pestilenziale, nella stessa città di Roma finì i giorni suoi, ed in Santo Eustachio fu sepolto. Polidoro si portò a Napoli, dove pel poco gusto, ch’ei trovò in quella gente, delle cose di disegno e di pittura, a principio, poco ne mancò, che non si morisse di fame, essendosi fino condotto a lavorare a giornate con certi pittori: pe’ quali fece di sua mano, in Santa Maria della Grazia, nella Cappella maggiore, un San Pietro; e per un Conte dipinse una volta a tempera, una facciata, un cortile e logge, che tutte riuscirono opere meravigliose. In Sant’Angelo, allato alla Pescheria, fece alcuni quadri ed una tavola a olio. Ma vedendo finalmente non esser egli, e la propria virtù in quella città più che tanto ricevuta e stimata, se n’andò a Messina, dove gli fu dato molto da operare a olio, e fece gli archi trionfali, coll’occasione della passata di Carlo V dall’impresa di Tunis, e molte altre pitture. Desiderava egli vivamente di tornarsene a Roma, ritenuto da tal resoluzione solamente da una donna, che egli troppo teneramente amava. Ma in fine prevalendo in lui l’amor di Roma all’amor dell’amata, rotto ogni laccio, deliberò di colà portarsi; ma non già gli riuscì il veder Roma, perché fu sopraggiunto da una morte miserabile, se crediamo a quanto ne scrisse il Vasari con le seguenti parole: Levò dal Banco una buona quantità di danari, ch’egli aveva, e risoluto al tutto si partì. Aveva Pulidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Pulidoro, che a lui; ma per avergli così sul Banco, non poté mai porvi su le mani, e con essi partirsi; per lo che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici dargli la morte, e poi partire i danari fra loro. E così sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, ajutato da coloro, con una fascia lo strangolò, e poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto: e per mostrar che essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo, che o i parenti o altri, in casa l’avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte di danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso, e quindi fattigli partire, la mattina piangendo, andò a casa un Conte, amico del maestro morto; ma per diligenza, che si facesse in cercar molti dì chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa alla luce. Ma pure, come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’esser per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesse non ci aveva, dire, che impossibile era, che altri, che tal garzone l’avesse assassinato. Per lo che il Conte gli fece porre le mani addosso: e alla tortura messolo, senza che altro martirio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie infocate, per la strada, tormentato, e ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Pulidoro, né alla Pittura si rese quell’ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo; per lo che, se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure, dell’arte, felicità della natura e della virtù, nel formare in un corpo così nobile spirito, e invidia ed odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua: la quale, sebbene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina, e nella Chiesa Cattedrale datogli sepoltura l’anno 1543. Tale dunque fu l’infelice fine di questi due grandi artefici, i quali, per la gran virtù loro, meritano di rimaner per sempre nella memoria degli uomini. Furono Pulidoro e Maturino bravissimi nell’operare, come ben mostrano le loro pitture: e quantunque Maturino non fosse così efficacemente portato dal genio e dalla natura alle cose dell’arte, quanto Pulidoro; contuttociò, e colla pazienza e col lungo studio, e coll’imitazione dell’opere del compagno, si portò sì bene, che l’uno e l’altro insieme, condussero sempre le cose loro, senza che apparisse fra esse differenza alcuna. Furono i primi, che pel grande studio fatto sopra tutto l’antico, arrivassero ad esprimere eccellentemente gli abiti, le fisionomie, i sacrificj, i vasi, l’armi, ed ogni altro strumento sacro o profano, servendosi di essi con sì esatta osservanza degli antichi costumi, che hanno dato gran gusto, ed anche qualche lume agli eruditi. Il tutto poi si vede accompagnato con invenzione, varietà, nobiltà e disegno tanto eccellente, che già quasi in due secoli trascorsi, non si sono vedute pitture in Roma, che sieno state e sieno tuttavia tanto studiate da ogni nazione, quanto quelle di costoro, che veramente hanno mostrato agli amatori dell’arte, il modo di farsi universali in ogni sorte di lavoro: e ne vanno attorno infinite copie in istampa. Questa loro eccellenza però fu intorno a’ chiaroscuri, bronzi e terretta; perché nel colorito valsero tanto poco, che, quel che si vede in Roma di loro mano, che sono alcune poche cose, non punto gli distingue da ogni altro pittore. Ben è vero, che Pulidoro, nel tempo, ch’ei visse in Messina, ebbe tante occasioni di dipignere a olio figure colorite, che nell’ultimo della vita sua, avendovi già acquistata buona pratica, vi fece opere lodevoli: e fra l’altre fu stimata bellissima e di vago colorito, una tavola di un Cristo portante la Croce, con un gran numero di figure, appropriate alla storia, che fu l’ultima opera, che vi facesse; perché poco dopo egli, per giusto e occulto giudizio d’Iddio, fece l’infelice morte, che sopra abbiamo raccontato.

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