Luogo - Chiesa

Numero occorrenze: 56

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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1672 BELLORI nel suo bel Libro delle Vite de’ Pittori, Scultori e Architetti moderni, Parte I a 19.Ma perché le cose giù in terra non serbano mai uno stato medesimo; e quelle, che son giunte al sommo, è forza di nuovo tornino a cadere con perpetua vicissitudine, l’Arte che da CIMABUE e da GIOTTO, nel corso ben lungo d’anni 250. erasi a poco a poco avanzata, tosto fu veduta declinare, e di Regina divenire umile e volgare. Lo stesso BELLORI, alludendo a questa verità, da nessuno fin quì, fuor che dal confutato Autore, potiamo dire essere stata controversa, dice così. Fiorenza, che si vanta esser Madre della Pittura, e’l Paese tutto di Toscana, per gli suoi Professori gloriosissimo, taceva già senza laude di pennello, e gli altri della squola Romana, non alzando più gli occhi a tanti esempi etc. 1674 SCARAMUCCIA celebre Pittore della Città di Milano, nel suo bel Finezze de’ Pennelli Italiani a 82.Viddero insieme coll’antichissima Chiesa molte pitture a fresco della mano di CIMABUE Fiorentino, e di GIOTTO suo discepolo; ove ebbero adito i nostri Pellegrini di discorrere di quei tempi andati, ne’ quali ancor bambina avvolta in fasce, se ne stava la Pittura, per dover poscia, doppo il corso di 440. anni in circa, divenir gigantessa ne’ nostri giorni. 1675 Monsignore GIUSEPPE MARIA SUARES Vescovo già di Vasone, onore delle Lettere, nell’Epistola all’Eminentissimo Cardinal Barberino: IOCTUS autem, etc. cognomento Bindonius è Patris Bindonis nomine, Pictor insignis, Franc. Petrarchæ memoratus, picturis suis illustravit Ecclesiam Assisiens. etc.

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Dice il Vasari che l’anno doppo l’incendio della Chiesa e Palazzi di Laterano, cioè del 1308, egli fu chiamato a Roma da Clemente V, dove nella nominata Chiesa gli furon date a finire alcune opere cominciate da Fra Jacopo da Turrita, coll’altre cose che si diranno appresso. È però da avvertire che in ciò erra il Vasari, supponendo il detto incendio seguìto l’anno 1307, mentre la verità è, ch’e’ seguì ne’ tempi di Niccola IV.

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Comunque fosse la cosa, oltre avere egli dato fine in Roma ai mentovati lavori, operò nella Cappella Maggiore di S. Pietro, e per la Chiesa ancora; e aiutò a finire alcune Storie della facciata di S. Maria Maggiore. Portatosi in Arezzo, lavorò per i Signori di Pietra Mala; dipoi chiamato a Pisa fece nel Duomo, sopra la Cappella dell’Incoronata, un’Assunzione di Maria Vergine, con la figura di Giesù Cristo.

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Fu sua invenzione la Cappella dove si conserva la Sacra Cintola della gran Madre di Dio nella Città di Prato in Toscana, l’accrescimento di quella Chiesa, ed il Campanile: e vedonsi anche di sua mano altre opere di Scultura, e d’Architettura per l’Italia. Morì finalmente in età decrepita nella Città di Pisa l’anno 1320. e nel Campo Santo gli fu data Sepoltura.

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Giunto in Ascesi nella Chiesa di sopra sotto il Corridore che attraversa le finestre dai due lati della medesima Chiesa dipinse trentadue storie della vita e fatti del patriarca S. Francesco, sedici per parte. Qui mi convien replicare che Giotto in queste opere mostrò più che in ogni altra fatta fino allora con quanta verità egli potesse dirsi vero restauratore dell’Arte della Pittura, attesoche per pittura non s’intende come l’altre volte citato moderno Autore, del quale aviamo parlato nell’Apologia nell’avvilire il merito di questo grand’Uomo, e di Cimabue suo maestro à mostrato di credere; cioè qualsivoglia cosa dipinta o in tela, o in muro; ma si bene il mestiere, o vogliam dire Arte della Pittura, le qualità della quale sono il disegno, il colorito, l’invenzione, l’espressione degli affetti, con altre simili, ed in somma l’imitazione di tutte le cose naturali, ed artificiali; queste son quelle qualità che a questa bell’Arte danno l’essere, e la vita, e senza le quali ella sarebbe non altro che un’ombra dell’Arte, e non l’Arte stessa.

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Veggonsi dall’una all’altra parte di essa fra le nubi i quattro Vangelisti; ed ella illustrata da alti splendori mostra, che nel continuo urtar dell’onde, se bene alcuna volta sembra di titubare, e vacillare, non mai però si sommerge. Figurò un Pescatore sopra uno scoglio in atto di pescare, che poi fu guasto dal tempo. Miravasi questa opera già nel Paradiso, o Atrio di quella Basilica, come abbiamo detto. Quando da Paolo V. fu trasportata nel muro sopra le scale, e ciò fu a’ 24. d’Agosto 1617. con assistenza di Marcello Provenzale da Cento, che in oltre rifece di sua mano la figura del Pescatore, con altre in aria, e restaurolla in alcuni luoghi; il nome del Maestro in essa si leggeva coll’iscrizione di quel Pontefice; ma perché esposta in tal luogo all’inclemenza dell’aria s’andava consumando, Urbano VIII. fecela trasportare dentro la Chiesa, sopra la porta maggiore, e ciò fu a’ 12. di Giugno 1639 con altra iscrizione del nome del Maestro, che la dipinse, e del Pontefice, che la trasportò.

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C
Cimabue. vedi Gio: de Cimabuoi.
Chiesa di S. Maria Novella 3. Descrizione del Tempio antico 4. Si pone la prima pietra della nuova fabbrica 4.
Cappella de’ Gondi detti del palazzo in S. M. Novella lasciata in piedi nella rovina della Chiesa vecchia 4.
Cardinal Latino Domenicano pone la prima pietra della nuova Chiesa di S. M. Novella 4.
Chiesa di S. Ciriaco d’Ancona 5.
Cimabue, e Giotto Fiorentini, i primi che doppo i moderni Greci dessero miglioramento al disegno e alla pittura 8.
Comento di Dante di Piero nella Libreria di S. Lorenzo del Sereniss. G.D. 10.
Altro Comento del 1334. 11.
Altro Comento con gli argomenti delle due Cantiche fatti da M. Gio. Boccaccio in essa Libreria 12 Chiose latina sopra il Purgatorio, e’l Paradiso di Dante in d. Libr. 12 Dell’Imolese 12. Di Francesco di Bartolo da Buti 13 Del Landino 15. Altro Comento manoscritto d’Antonio Altoviti in detta Libreria a 15.
Cennino Cennini da Colle di Valdelsa Pittore, discepolo d’Agnol Gaddi 12.
Cimabue, e Giotto come possano dirsi meglio ritrovatori che ristauratori della Pittura 28.
Cristiana Religione non mai fu senza immagini da venerarsi su gli altari 28.
Culto dell’immagini quando ebbe principio 28.
Chiese si dedicano a Dio in onore de’ Santi 32. Uso di dedicarle 32.
Chiesa di S. Gio. era già la Cattedrale, o Chiesa maggiore, o Vescovale di Firenze 32.
Chiesa di S. Lorenzo Basilica Ambrosiana 32.
Chiesa di S. Pietro in Ciel d’oro antichissima in Firenze 34.
Campanile di S. Marco di Venezia quando cominciato a edificare 35.
Chiesa di S. Andrea di Pistoia 35.
Chiesa di S. Maria Maggiore in Firenze 35.
Campanile del Duomo di Pisa quando fondato, e da chi 35.
Chiesa di S. Salvadore del Vescovado 36.
Chiesa di S. Michele Bertelli detto degli Antinori 36.
Campanile di Badia quando edificato 36.
Chiesa di S. Croce in Firenze, e i primi Chiostri quando edificati 36.
Castelli di Scarperia in Mugello, di Castelfranco, e S. Gio: quando edificati 36.
Chiesa di S. Maria del Fiore in Firenze 37.
Casa delli Uberti, e altri ribelli disfatte 37.
Campo santo di Pisa quando cominciato a edificare, e da chi 42.
Cappella dove si conserva la sacra Cintola in Prato, da chi inventata, con altre fabbriche di quella Chiesa 42.
Capocchio da Siena 59.
Casella professore di musica 59.
Carlo Martello Re d’Ungheria 60.
Clemente V. condusse Giotto in Avignone 49.
Carlo di Re di Calavria fece andar Giotto a Napoli in servizio del Re Ruberto suo Padre 49.
Casa de’ Cerchi posta a piè del Ponte vecchio, e sua erudizione 50.
Calandrino, e sue notizie 64.
Il Cardinal di Gaeta Legato del Papa in Siena 68.

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Discepolo d’Andrea Pisano, nato 1320, ? 1389. Attese Andrea Orgagna ne’ suoi principj, come ci lasciò scritto il Vasari, all’arte della scultura, dipoi datosi con grande applicazione al disegno colla scorta di Agnol Gaddi, e di Bernardo suo fratello divenne pittore; ed io trovo ch’egli si matricolò per pittore non prima che l’anno 1358. sicché non pare che errasse punto il Vasari in farcelo per qualche tempo scultore, poi pittore: egli è però vero ch’egli trovasi descritto al libro della Compagnia de’ Pittori sotto nome d’Andrea di Cione, o Cioni del popolo di san Michele Bisdomini fino del 1350. al qual numero vedesi essere stato aggiunto di diverso carattere il numero di 19. Aiutò Bernardo l’anno 1350. a dipignere la Cappella maggiore di santa Maria Novella della nobil famiglia de’ Ricci richiestone dal Padre Fra Iacopo Passavanti Religioso di quell’Ordine de’ Predicatori, uomo di gran bontà, e dottrina, che allora viveva in quel Convento, assistendo alla gran fabbrica della nuova Chiesa. Occorse poi a’ 20. d’Aprile del 1358. che in uno strano temporale cadde un fulmine sopra il campanile di essa Chiesa, il quale, oltre all’avere spezzata in più parti una figura d’un Angelo di ferro di braccia quattro, il quale con un braccio steso girando attorno un gran palo pure di ferro, dimostrava i venti, a guisa d’una simile figura, che si vede in Vitruvio, e fatto del palo un arco, corse di repente in essa Cappella maggiore, e talmente abbronzò, percosse, e guastò quelle pitture, che elle rimasero in istato di non potersi più godere, e passato un intero secolo è statasi la Cappella sempre così; finalmente ad istanza di Giovanni Tornabuoni fu di nuovo dipinta dal celebre pittore Domenico del Grillandaio.

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Colorì poi, come a suo luogo si dirà, Andrea insieme col nominato Bernardo suo fratello la gran Cappella degli Strozzi nella medesima Chiesa, nella quale (come anche a’ presenti tempi si riconosce) rappresentò da una parte la gloria de’ Beati, e dall’altra figurò l’Inferno, e questo dispose secondo l’invenzione del divino Poeta Dante. Io trovo nell’insigne Libreria de’ manoscritti, e spogli dell’altre volte nominato senatore Carlo Strozzi, al libro segnato let. G a 18. che l’Orchagna ad istanza di Tommaso di Rossello Strozzi dipignesse per detta Cappella anche la tavola, della cui allogagione lo stesso Tommaso fece un ricordo, che quantunque alquanto informe si riconosca, è tale appunto quale a lui bastò per aiuto di sua memoria in ordine alle varie circostanze, e patti di essa allogagione; contuttociò penso che sarà caro al mio lettore, che io lo porti in questo luogo tolto a verbo a verbo, siccome nel citato libro trovasi registrato. Qui aperesso saranno scri parte, et Andrea vocato orchangniaAndrea vocato orchangnia Chio Tommaso di Rossello detto ho dato a dipignere al d. altare la quale è fatta per l’altare de. in Santa Maria novella di lalgezza di braccia v. sol. I. quivi, o intorno dela dipigniere il detto Andreaà colore fine maesteriò, et oro; ariento, et ogni altra veramente de mettere in tutta la tavola ciuori fogl. solamente le colone da lato de’ mettere ariento donella ditta tavola, et quante figure che per me tam. dare compiuta, et dipinta la detta tavola d’ogni suo. ma. tricento cinquanta quattro a venti mesi, et questo di li demo. avenisse che il detto Andrea no ci desse compiuta, et dipinta mi de dare pe ogni settimana che più la penasse a diping: secondo parrà alla descrettione di detti Arbitri scritti qui et suo maesterio, oro, , colori et ogn’altra cosa fior. cc. si et in tal modo, che meno se ne venisse se ne de stare al giudizio et Carlo delli Strozzi, et frate Iacopo di Andrea cose la facesse ne venisse più del sopradetto prezzo dobbiamo stare al giudizio Paolo, Carlo, e frate Iacopo. Fin qui il ricordo di Tommaso di Rossello Strozzi. Col quale anche fassi vedere assai manifesto l’errore preso dal Vasari, e da un moderno, che l’ha seguitato, chiamando quest’Artefice Andrea Orgagna, quando veramente egli dicevasi Andrea Orcagna; ed io n’ho un altro attestato per quanto leggesi nell’antico manoscritto nella Libreria di san Lorenzo, dico delle Novelle di Franco Sacchetti, la dove nella novella 136. si dice E fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto san Michele, qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro che sia stato da Giotto in fuori, ec.

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Soggiugneremo per ultimo, che lo scrittor moderno, di cui parlammo pur dianzi, ha creduto equivoco del l’aver affermato, che la sacra imagine di Maria Vergine ornata da questo tabernacolo fosse fatta per mano d’Ugolino Sanese, dandone per ragione solamente, che essendo Ugolino morto del 1349. ed essendo l’imagine stata dipinta del 1284. non gli pareva verisimile che in quel tempo, cioè del 1284. Ugolino avesse potuto essere ben instrutto in pittura, che potesse avere una tal opera dipinta; e che la maniera s’avvicinava più alla Greca, che a quella che allora usavasi in Firenze; e finalmente, che l’immagine è sopra legno, e’l dice fosse fatta da Ugolino nel pilastro. Ma sebbene si considera, non averà più luogo il dubbio del soprannominato autore, prima, perché il Vasari nella sua prima edizione dice, che Ugolino morì non già nel 1349. ma nel 1339. e tanto nella prima, che nella seconda edizione afferma, che Ugolino morisse in eta decrepita; sicché fatto bene il conto, egli nel 1284. potè essere in età di 30. o 35. anni almeno, e conseguentemente nel più bello del suo operare, e così potè aver fatta quella, ed altre megliori opere. Secondariamente dice il Vasari nella prima edizione, e nella seconda ancora a lettere apertissime, che Ugolino operò di maniera greca, anzi che tale antica maniera greca volle egli sempre ostinatamente tenere, non ostante che da molti pittori del suo tempo, e dallo stesso Giotto s’operasse d’assai miglior maniera: sicché per questo stesso dobbiamo dire, che la pittura è mano d’Ugolino. Che poi ella sia sopra legno, o sopra muro non l’abbiamo noi voluto riscontrare, bastandoci che sia la vera sustanza, che è, che la pittura è della maniera d’Ugolino Sanese, e non d’altri, poco importando ch’ella sia sopra legno, o sopra muro, e forse potè essere che lo Stampatore dell’opera del Vasari in luogo di dire, fece l’imagine di Nostra Donna per un pilastro della loggia, ec. dicesse, in un pilastro; e quando anche avesse così detto il Vasari, troviamo ancora, che il medesimo, e con lui molti di coloro, che hanno scritte Vite di Pittori, anno usato dire, fece una tavola nella tal Chiesa, e non per questo s’intende che la tavola fosse fatta in quella Chiesa, ma per quella Chiesa, non nella tal Cappella, ma per quella Cappella, cioè, che doveva andare in quella Chiesa, o Cappella; così l’aver detto il Vasari, Ugolino fece la Nostra Donna nel pilastro, non ci toglie il poter credere ch’egli volesse dire, che Ugolino avesse sopra tavola fatta l’imagine, per rapportarsi, e situarsi poi nel pilastro: onde il dubbio, par che si riduca ad una mera cavillazione.

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Fu questo Pittore uno de’ discepoli di Spinello Aretino, ed io trovo esser egli stato descritto nell’antico libro della Compagnia de’ Pittori di Firenze l’anno 1355. Dipinse in Santa Croce la Cappella di San Lorenzo, e di Santo Stefano de’ Pulci, e Berardi; e altr’opere fece in essa Chiesa, sopra le porte di Firenze dalla parte di dentro dipinse alcune devote imagini, parte delle quali guaste dal tempo furon del tutto gettate a terra per farvene altre, che a suo luogo, e tempo diremo. Altro fin qui non è venuto a mia notizia di quest’artefice, se non ch’egli morì l’anno 1380.

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Dipinse costui in Firenze in San Michele Visdomini un Paradiso, che oggi più non si vede, e nella stessa Chiesa, per un altare, la tavola della santissima Nunziata; nella medesima, un’altra tavola presso alla porta per Madonna Cecilia de’ Boscoli, le quali furon levate per dar luogo alle moderne, che vi sono oggi, alcune delle quali sono di mano d’eccellenti artefici del passato, e del presente secolo.

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Discepolo di … . Nato … . ? … . In questi tempi fu uno scultore, ed insieme architetto, nativo della Città di Siena, il quale fin da giovanetto condusse nella Chiesa di San Domenico d’Arezzo, dico l’anno 1356. una sepoltura per uno de’ Cerchi, la quale sepoltura volle che facesse ufizio di ornare, ed insieme di sostenere l’organo di quella Chiesa. L’anno 1369. ad instanza de’ Tarlati stati signori di Pietramala, cioè per gli Eredi di Pietro Saccone de’ Tarlati in esecuzione dell’ordine dato dal medesimo avanti sua morte, seguita in Bibbiena terra del Casentino; diede fine nella Città d’Arezzo alla Chiesa, e Convento di sant’Agostino, nella quale per entro le navate minori, più Cittadini di quella patria fecero edificare diverse Cappelle, e sepolture per loro famiglie; fabbrica, la quale egli fece senza volte, caricando il tetto sopra gli archi delle colonne, non senza pericolo di rovina della medesima, e conseguentemente non senza qualche biasimo de’ professori dell’arte, che in ciò fare il conobbero troppo animoso, per non dire troppo ardito; venutosene poi a Firenze, dove per la Cattedrale facevansi dagli Operai cose grandi; servì per sottarchitetto di quelle fabbriche, e più cose per le medesime intagliò di marmo, e vi fu architetto della Chiesa, e Convento di sant’Antonio, che avanti all’assedio era alla Porta a Faenza, dove ora abbiamo la Fortezza da Basso, o la Cittadella, che chiamare la vogliamo. Costui, che fu assai buon maestro, operò molto per tutta la Toscana, e fuori ancora; ed in >Ancona fece di sua mano la porta di sant’Agostino con assai figure, ed ornamenti, e v’intagliò la sepoltura di fra Zenone Vigilanti Vescovo, e Generale degli Agostiniani nella lor Chiesa, e la Loggia de’ mercanti ridotta poi in assai miglior apparenza di quella, in che fu fatta negli antichi tempi. Costui, stando in Firenze, ebbe per suo discepolo Niccolò Aretino, il quale molto operò nella scultura, ma di questo parleremo a suo luogo.

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In Pisa nella Chiesa di san Michele pure del suo Ordine colorì più tavole, e nella Chiesa de’ Romiti di Camaldoli, che nella nostra Città di Firenze era in quella parte di la d’Arno, che dalla stessa Chiesa poi distrutta col Monastero, chiamasi Camaldoli, dipinse un Crocifisso sopra a tavola, ed un san Giovanni, l’una e l’altra delle quali opere in quel secolo riportò il sommo della lode. Finalmente fu di sua mano dipinta nella Chiesa di santa Trinita la tavola, e tutta la Cappella degli Ardinghelli, ove ritrasse al vivo le persone di Dante, e del Petrarca, e molto operò nella Certosa, ed altrove. Fece più allievi nell’arte sua, e fra questi Francesco Fiorentino, il quale dopo la morte del maestro dipinse il bel Tabernacolo, ch’è nella cantonata della piazza nuova di S. Maria Novella in quella parte che svolta in via della Scala. Contasi fra questi ancora un certo pittore Pisano, che dipinse in Patria nella Chiesa di san Francesco nella Cappella di Rutilio Maggiolini una Vergine con più Santi. Ebbe Don Lorenzo Monaco, oltre ad una buona pratica nell’inventare una franchezza, e correzione di disegno si fatta, che al certo superò ogn’altro stato fino al suo tempo; usò per ordinario di disegnare in chiaro scuro, costume assai usato in quell’età.

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Discepolo di … . nato …. ? …. Fra gli altri pittori di nome, che ebbe la città di Siena nel secolo del 300. uno fu il Berna, ch’è un nome tronco da Bernardo, o da Bernaba, siccome Francia puote essere da Francese; e se a costui il Cielo avesse voluto conceder lunga vita, siccome la trista sorte, sua presto volle che fosse reciso il filo de’ suoi giorni averebbe egli lasciato di sé stesso gran fama; ma non è però ch’egli nel picciol corso degli anni suoi non operasse tanto, che bastasse per farlo conoscere, per quanto concedeva quella età, per valent’uomo. Dipinse in Siena sua patria nella Chiesa di Sant’Agostino a fresco due Cappelle; ed in una facciata una grandissima storia, in cui fece vedere un giovane condotto alla morte dalla Giustizia, assistito da Religiosi, che il confortavano, e lo rappresentò tanto al vivo, che fu stimata opera singularissima. Dipinse in Cortona, poi fu chiamato a Firenze, dove nella Cappella di san Niccolò in santo Spirito fece le pitture, delle quali fino a’ nostri tempi si ragiona, non tanto per fama di lor bontà, quanto per la disgrazia, che toccò alle medesime di essere nel terribile incendio di quella Chiesa rimase preda del fuoco. Andò poi a Sangimignano, Terra di Valdelsa, dove dipinse a fresco nella Pieve cose assai; e già aveva alle medesime dato quasi l’ultima mano, quando volle la sventura sua, ch’egli cadesse da un palco fatto per quel lavoro, a cagione della quale caduta infranto, e percosso in due giorni se ne morì, e ciò fu circa gli anni di nostra salute 1380. Ebbe costui un suo discepolo, che si chiamò Giovanni, nativo del Castello di Asciano dello Stato di Siena; al quale toccarono a finire le poche cose, che di quell’opera restarono imperfette. Questi pure fu chiamato a Firenze, dove dipinse nel Palazzo de’ Medici, ed in Siena sua patria fece vedere sue pitture nello Spedale della Scala, che furon molto lodate.

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Tornando ora al nostro pittore, ebbe egli nella sua prima età, come ci lasciò scritto lo stesso Vasari, gran desiderio di comparire nella sua patria non altrimenti che perfetto, e però volle scapriccirsi intorno alle difficultà dell’arte, impiegando buona parte degli anni suoi in dipignere in campagna, dove egli si faceva a credere, che le prime sue cose non fossero per esser considerate almeno da ognuno, così per la minuta, e vennegli ben fatto; conciosiacosache oltre all’avere egli assai megliorata la propria maniera, acquistasse tanta pratica nel colorire a fresco, e tanta facilità, che fermatosi poi in Firenze, gli potesse riuscire il condurre in essa forse più opere di quante mai ve ne avesse fatte qualsifosse altro pittore stato avanti a lui. Fra quelle, che si veggono fino a questo tempo di sua prima maniera fuori di Firenze è il tabernacolo posto sopra’l ponte a Scandicci in su la Greve fuori della porta a san Friano; e un’intera facciata sotto un portico a Cerbaia coll’immagine di Maria sempre Vergine, e di molti altri santi. In esso monte dunque, detto Monte Giovi, è la Chiesa di santo Romolo a Campestri nel Piviere di san Cresci a Valcava, fabbrica di piccola, ma di antichissima struttura, forse davanti al mille, per quanto si ha da più segni, ed è volta a Levante, e Ponente. In questa Chiesa all’Altar maggiore è una tavola con tre spazzi, ornata a colonnette al modo Gottico; nel primo spazio della quale è Maria Vergine con Gesù Bambino; nel partimento destro è santo Romolo, e san Giovan Batista; e nel sinistro san Gio: Evangelista, e sant’Antonio; a pie della tavola è la predella con istorie di piccole figure di fatti di santo Romolo, il tutto condotto con amore, benché della prima maniera di Lorenzo di Bicci: né è da tacersi, che ne’ piedistalli delle colonnette destra, e sinistra vedonsi della stessa mano le armi de’ Roti antichi nobili, stati potenti in quelle parti, detti talora da Campestri, e da Monte Giovi, e da Ghireto, opere state ordinate a Lorenzo intorno al 1380. da uno di essi Roti, che credesi essere stato Antonio figliuolo di Rota, il quale Rota io trovo assai rinomato in scritture di quegli antichi tempi, e fu figliuolo di Chele di Rota, di Scherano, di Rota, di Brunetto.

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Contengono le armi un campo azzurro entrovi due branche di Lione bianche incrocicchiate. Poco sotto alla nominata Chiesa ne’ beni antichi de’ medesimi Roti, posseduto oggi da Michele Roti, Gentiluomo erudito, descendente di d. Antonio, e figliuolo di Simone, che fu Sergente Generale di Battaglia del Sereniss. Granduca Ferdinando II. di Toscana, soldato di gran valore, vedesi pure oggi della stessa maniera dipinto a fresco un tabernacolo colla medesima arme de’ Roti, ove similmente è figurato sant’Antonio, sebbene essendo la pittura stata dal tempo alquanto guasta, fu poi poco acconciamente restaurata. Altre opere fece Lorenzo di Bicci per lo Contado di Firenze, che per brevità si tralasciano, buona parte delle quali ha distrutte il tempo. Dopo tutto questo, il nostro artefice se ne tornò a Firenze, dove gran lavori gli furon dati a fare, e fra questi per la Chiesa di san Marco nelle Cappelle della famiglia de’ Martini, e de’ Landi più pitture a fresco, ed una tavola di Maria Vergine con varj santi; le pitture a fresco nella riduzione al moderno, e restaurazione di essa Chiesa furono gettate a terra, e vi furono eretti nuovi Altari con vaghe architetture di pietra per ornamento delle stupende tavole, che ora vi si vedono di Fra Bartolomeo, del Cigoli, del Passignano, di Santi di Tito, del Paggi, di Fabbrizio Boschi, e di altri maestri eccellenti.

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Vedesi ancora nella facciata dello Spedale di santa Maria nuova accanto alla porta della Chiesa dedicata a sant’Egidio, edificata con architettura dello stesso Lorenzo, la bella storia della Sagrazione di quella Chiesa fatta da Papa Martino V, nella quale esso Papa Martino è ritratto al naturale, insieme con alcuni Cardinali di quel tempo. Ancora dipinse varie cose per la Chiesa di Camaldoli, per la Compagnia de’ Martiri, le quali insieme colla Chiesa, e Convento perirono per l’assedio. Colorì tutta una facciata, e il tramezzo della Chiesa del Carmine per la famiglia de’ Salvestrini, alla quale pittura occorse tutto cio, che detto abbiamo di quelle fatte in san Marco. Dipinse in santa Trinita tutta la Cappella de’ Compagni con istorie della vita di san Giovan Gualberto; ed in santa Lucia de’ Magnoli dipinse pure assai per Niccolò da Uzzano. Per tante, e si belle opere acquistò Lorenzo in Firenze tanto credito, che essendo seguita la sagrazione della Cattedrale Fiorentina per mano di Papa Eugenio IV. fu dato a lui il carico di dipignere ne’ pilastri, e per la Chiesa, gli dodici Apostoli colle Croci della medesima sagrazione, e sotto le finestre di ciascheduna Cappella le figure di quei santi, a cui le Cappelle erano dedicate.

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Vi colorì ancora il Deposito di finto marmo per lo Cardinale Corsini, primo Arcivescovo della nostra Città, che sopra vi si vede dipinto al naturale; e quello ancora non lungi da questo per Fra Luigi Marsilj Agostiniano, famoso Teologo. E fu gloria singolare di Lorenzo di Bicci l’essere stato il primo, che in quella nobilissima Chiesa facesse vedere sue pitture. Portatosi ad Arezzo, dipinse per i Monaci Olivetani storie di san Bernardo nella maggior Cappella di lor Chiesa, e già accingevasi a dipignere il Chiostro con istorie della vita di san Bernardo, quando sopraggiunto da grave infermità gli convenne tornare a Firenze, lasciando che Marco da Montepulciano suo discepolo la dipignesse in cambio suo, siccome fece male, e goffamente. Tornato ch’egli fu alla primiera salute, dipinse in patria la storia di Maria Vergine Assunta, che pure oggi vediamo benissimo conservata nella sopradetta facciata del Convento di santa Croce, e con questa, che fu al certo la miglior opera, che partorisse il suo pennello, *benché egli fosse già decrepito, e non di 60. anni in circa, come affermò il Vasari*, diede fine alle sue opere, ed al suo vivere circa l’anno di nostra salute 1450. dopo aver insegnata l’ arte a due suoi figliuoli, cioè Bicci, e Neri, de’ quali a suo luogo ragioneremo. Devesi a questo artefice non poca lode per lo grande operare, ch’ei fece, e per essere anche stato sempre simile a sé stesso negli ottimi precetti dell’arte, per quanto però poteva estendersi il modo di fare Giottesco, il quale, siccome da principio fu preso da lui, e migliorato alquanto in disegno, arie di teste, ed in una certa maggioranza di maniera, fu anche sempre mantenuto; in questo però dell’aver sempre voluto tener forte quella maniera non fu lodevole, perché già negli ultimi tempi di lui avendo veduto la nostra Città il miglioramento, che faceva l’arte del dipignere, mediante le nobili fatiche di Masaccio, e de’ suoi imitatori, aveva fatte in ogni sua parte, averebbe potuto ancora esso migliorare la sua maniera; e pure essendo lungamente vissuto fra i maestri di quei due secoli del 1300. e 1400. volle rimanere l’ultimo, che essa maniera Giottesca praticasse, e più tosto restare fra di loro in minore stima, che abbandonarla giammai; dal che ad evidenza si riconosce quanto difficil cosa sia, anche agli uomini assennati, l’emendare in vecchiaia quegli errori, che in un ben lungo corso di vita si presero a praticare, e Quæ pueri didicere, senes perdenda fateri.

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Questo Pittore, che da diversi scrittori vien detto da Modana, da altri è stato creduto nativo di Ferrara, e da altri però di Bologna, forse perché tutte le sue pitture, delle quali si ha notizia si veggono in Bologna; e non è cosa nuova, che i pittori, non dalla patria, ma da quella Città in cui anno molto operato, o anno posta loro abitazione vengano nominati, come si mostrò in Antonio Veneziano, che pure fu di Firenze. Dipinse nella Chiesa di santa Maria di Mezzaratta di Bologna; nell’antico Chiostro di san Domenico, e nella Chiesa de’ PP. Celestini di essa Città. Dicesi esser di sua mano una tavola all’Altare de’ Torri, in cui si vede la Beata Vergine col Bambino Gesù, da lati sant’Antonio, e santa Caterina, e nella predella del trono di essa Vergine è scritto: Christophorus pinxit, e più di sotto: Ravagettus de Savigno 1382. fecit fieri. Dipinse una Vergine a fresco, e un sant’Antonio presso alla porta, che entra in Sagrestia nella Chiesa di san Domenico; ed un’altra simile, che due volte fu mossa di luogo, e trasportata altrove; la prima volta da una certa Chiesa vecchia rifatta fu portata in san Pietro; e la seconda volta per causa di nuova fabbrica fattasi in quella Chiesa, fu levata, ed accomodata in un muro presso alla porta disant’Andrea dei PP. Penitenzieri. Dicesi ancora esser di sua mano un altra immagine di Maria Vergine co’ santi Cosimo, e Damiano, ch’è vicino alla porta di santa Maria Maddalena degli Orfanelli.

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I Fra Iacopo da Turrita 9. 30. Iacopo, e Andrea Orcagna scultori Fiorentini 41. Iacopo da Prato Vecchio pitt. e archit. sua vita 42. Iacopo Lanfrani scult. e archit. Veneziano 45. Iacobello, e Pietro Paolo Veneziani 46. D. Iacopo Fiorentino Monaco nel Monastero degli Angeli in Firenze, uomo di santa vita, e scrittore di libri da Coro insigne 61. Fra Iacopo Passavanti dell’Ordine de’ Predicatori in santa Maria Novella, uomo di gran bontà, e dottrina 64. assiste alla gran fabbrica di essa Chiesa 63. Iacopo di Pietro scult. sua vita 71. Iacopo di Cione Orcagna sua vita 72. Iacopo della Quercia scult. Sanese sua vita 95. Imagine della Nonziata in san Basilio 6. in san Marco 6. in Orbatello 7. Imagine di Maria Vergine sopra la porta di Camolia di Siena da chi cominciata, da chi finita 34. Imagini di Maria Vergine nella Città d’Arezzo fatta da Spinello Aretino 57. Imagine di Maria Vergine di marmo sopra la porta del Duomo, che va a’ Servi da chi fata, contro quanto fu da altri scritto 96. Isidoro Ugurgieri scrittore 40.

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Era l’anno 1436 quando al nostro virtuoso Artefice si presentò occasione, non pure d’esercitare suo talento, sempre curioso d’investigare nuove e utilissime cose, appartenenti alle nostre arti; ma eziandio nel crescere a sé stesso ed all’ingegno suo sempre maggiore rinomanza e fama: e fu quella d’un nobile pensiero, venuto già da qualche tempo avanti agli Operai della Metropolitana Basilica, di procurare (giacché la maravigliosa fabbrica della Cupola era già condotta al suo fine) che con nobile magistero di quella sorta di pittura, che dicesi Musaico di vetri colorati, con più sacre istorie, da uomini di primo sapere, gli occhi del tamburo della medesima si lavorassero; siccome altre finestre pure dell’istessa Chiesa: e riflettendo all’eccedente quantità de’ vetri, che d’ottima maestranza lavorati, richiedevansi per opera sì vasta, avendo avuto sentore d’un tale uomo di queste nostre parti, abitante nella città di Lubeco nell’Alemagna bassa, il più singolare maestro, che in sì fatta facoltà si sapesse essere al mondo, nel giorno de’ 15. di Ottobre di detto anno deliberarono di richiamarlo a questa sua patria, con tutta sua famiglia, per qua esercitare sua professione in servizio della medesima: il che fatto, e dopo avere avuto qua il maestro, furono al nostro Lorenzo Ghiberti allogate tutte l’istorie in vetro degli occhi di esso tamburo, un solo meno, che volle fare Donatello: e fu quello, dove si vede l’incoronazione di Maria sempre Vergine Signora nostra. Fu anche allo stesso Lorenzo data l’incumbenza di fare li tre occhi, che sono sopra le tre porte principali della Chiesa, con tutti quegli delle cappelle e delle tribune: siccome ebbe anche a fare il grande occhio della facciata dinanzi della chiesa di S. Croce: e per la cappella maggiore della Pieve d’Arezzo ebbe a fare pure una bella e grande finestra, siccome per altri luoghi ancora, opere di sì fatto magistero ebbe a condurre.

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Discepolo di Vitale Bolognese, fioriva del 1407. Non senza particolarissimo concorso della divina provvidenza, trovaronsi sempremai, non solo pittori e pitture, per la conservazione e augumento della cristiana pietà e divino culto; ma quello che è più, furono sempre al Mondo alcuni artefici, i quali adornaron la medesima, e di genio e di abilità singolare, per dipignere le sacre immagini di Gesù Crocifisso, di Maria Vergine, e de’ Santi: il che senza che io m’affatichi a provare con esempj, potrassi chiaramente riconoscere in molte parti della presente opera. Uno di coloro, a cui fu liberale il cielo di questo dono, fu Lippo Dalmasi , Pittor Bolognese, discepolo di Vitale, della stessa città, il quale colorì infinite immagini di Maria Vergine, onde acquistò il nome di Filippo delle Madonne. Di queste parlando il Malvasia, Scrittore delle Vite de’ Pittori Bolognesi, dice queste parole: Non reputandosi uom di garbo e compito, chi la Madonna del Dalmasi a possedere non fosse giunto. Dicono che quella, che di sua mano a mio tempo vedevasi nella Rotonda di Roma, fosse quella privata, che per sua particolar devozione, tenne sempre in sua camera presso il letto Gregorio XIII. di glor. mem. Pregiavasi Monsig. Disegna, già Maggiordomo d’Innocenzio X. possederne una di Lippo , che fu già la privatamente custodita e venerata dalla f. m. d’Innocenzio IX. fino quando era Cardinale: ed è vulgato anche presso gli Autori, che Clemente VIII. che scolare ancora nella famosa Università di Bologna, n’era sempre stato divoto, trovandosi nella stessa città, quando vi si trattenne dopo il ritorno da Ferrara riacquistata alla Chiesa, passando avanti a quella, che sta dipinta sopra la porta di S. Procolo , fermatosele davanti, dopo averla divotamente salutata, e concessale, non so quale indulgenza, pubblicamente soggiungesse, non aver mai veduto immagini più divote, e che più lo intenerissero, quanto le dipinte da quest’uomo. Fin qui il Malvagia: e poi soggiugne, che l’eccellente Pittore Guido Reni era solito dire, che ne’ volti delle Madonne di mano di Lippo scorgeva un certo che di sovrumano, che gli faceva credere piuttosto da un non so qual divino impulso, che da arte umanamente acquistata, si movesse il di lui pennello; perché spiravano una purità, una modestia, un decoro e santità grandissima: le quali cose mai nessun moderno pittore aveva saputo tutte in un sol volto fare apparire. Ma non è maraviglia, dirò io, se così divine sembrano le di lui immagini; mentre trovo, essere egli stato così divoto della gran Madre d’Iddio, che non mai si pose a colorirne i ritratti, che non avesse per un giorno avanti con severo digiuno castigato il corpo suo: e la mattina stessa, mediante una devota confessione e comunione, arricchita l’anima di celesti doni: a confusione di tanti, non so s’io mi dica trascurati o poco religiosi pittori, i quali nulla curando il fine, per cui fannosi le sacre immagini, solo a i mezzi, che a finir l’opere loro con guadagno e lode conducono, applicandosi, e più all’arte e a loro stessi di servire affaticandosi, che al decoro cristiano e al bisogno de’ popoli, che altro non è che d’avere immagini, che accendano loro nel cuore affetti, per li tanto necessarj ricorsi a Dio nelle proprie necessità, caricano le medesime di sconcertate bizzarrie, di scomposte attitudini, di vani, per non dire indecenti abbigliamenti, con che rubano altrui le ricevute mercedi, e sé stessi ingannano.

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Nel Tempio di San Giovanni fece la figura di bronzo di Papa Giovanni XXIII. di Casa Coscia, che rappresenta esso Pontefice: e vi lavorò due figure di marmo, cioè la Speranza e la Carità, essendoché la figura terza, che è la Fede, fosse scolpita da Michelozzo, Scultore Fiorentino, e suo discepolo. Nello stesso Tempio, intagliata di sua mano si vede la bellissima statua in legno di Santa Maria Maddalena Penitente. Scolpì in legno un bellissimo Crocifisso, il quale fu poi collocato nella Chiesa di Santa Croce nella Cappella de’ Bardi, in testa alla Croce. Fu opera dello scarpello di Donato la bella statua rappresentante la Dovizia posta sopra la Colonna di Mercato vecchio, la quale, era opinione comune, che fosse una di quelle di Granito, che reggono l’ordine di dentro dell’antico Tempio di San Giovanni di Firenze, cavata allora da’ novelli Cristiani per collocarvi in luogo suo l’altra bellissima accanalata, che a tempo della Gentilità serviva per base della statua di Marte in mezzo a detto Tempio, il che però non va disgiunto da molte contradizioni e inverisimili osservati dagl’Antiquarj più rinomati dell’età nostra. Scolpì ancora, coll’ajuto di Andrea del Verrocchio suo discepolo, il lavamane di marmo, che nella Sagrestia di San Lorenzo si vede: e ordinò i due Pergamidi bronzo della medesima Chiesa, che poi finì Bertoldo suo discepolo. Nel Libro di Deliberazioni dell’Opera del Duomo , segn. B 1436. si legge: Die 21. Mensis Februarii præfati Operarii commiserunt Niccolao Joannotii de Biliottis, et Salito Jacobi de Risalitis, duobus ex eorum offitio, locandi Donato, Niccolai Betti Bardi Civi Florent. magistro intagli, faciendi duas portasde Bronzo duabus novis Sacristiis Cattedr. Eccles. Florent. pro pretio in totum flor. 1900. pro eo tempore, et cum illis storiis, et prout eis videbitur onoralibus etc. Il fatto però si fu, che Donato non fece altrimenti le porte delle Sagrestie: trovandosi, che una per la Sagrestia delle Messe fu fatta da Luca della Robbia , e l’altra per la Sagrestia de’ Canonici non si fece, ma rimane fino ad ora coll’antiche sue imposte di puro legname. In casa il Cavaliere Alessandro del Cavalier Filippo della nobilissima famiglia de’ Valori, Gentiluomo dotato di straordinaria prudenza e bontà, degnissimo nipote di quel Baccio Valori Senatore Fiorentino, gran protettore di queste arti, del quale tanto nobilmente scrisse Raffaello Borghini nel suo Riposo, è, nel tempo che io queste cose vo scrivendo, un quadro di pietra, poco maggiore di un braccio, di una testa di femmina di bassorilievo, ritratto al naturale: ed un altro di marmo carrarese, poco minore, pure anch’esso di bassorilievo, fattovi un Solone con ghirlanda in capo, forse i più belli bassirilievi, che si veggano della mano di quell’artefice.

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Ebbe Donatello molti Discepoli nell’arte, che riuscirono eccellenti maestri, e tali furono: ANTONIO DI MATTEO DI DOMENICO GAMBERELLI, detto ANTONIO ROSSELLINO DAL PROCONSOLO Fiorentino, il quale molto nell’arte della Scultura si segnalò. Costuì fece in Firenze nella Chiesa di Santa Croce la sepoltura di Francesco Nori, e sopra a questa una Vergine di bassorilievo. In San Miniato al Monte, poco fuori della città di Firenze, è di sua mano la sepoltura del Cardinale di Portogallo, opera bellissima e di maravigliosa invenzione, finita l’anno 1459. ed io trovo in antiche scritture, essergli stata data a fare detta sepoltura per prezzo di Fiorini quattrocento venticinque, di lire quattro e soldi cinque il fiorino: e dalle medesime ho trovato il nome del padre e avo, ed il casato di esso Antonio. La parola dal Proconsolo, deriva dal posto ove egli teneva sua bottega, vicino ad un luogo così in Firenzenominato; perché in esso luogo era la Residenza del Magistrato de’ Giudici e Notai, ed altri Magistrati del Proconsolo, che è quegli, che nel detto Magistrato tiene il primo posto. Scolpì Antonio pel Duca Malfi una simil sepoltura per la sua Donna: e in Napoli una tavola della Natività di Cristo. E si vede ancora nella Pieve di Empoli in Toscana un San Bastiano di marmo, bellissimo di proporzione, di mezzo naturale. Furono le opere di questo maestro lodate dal Buonarroto: e fino al presente son tenute in gran pregio: e ciò non tanto per la vaghezza e grazia, che diede alle teste, ma per la delicatezza, con che si vede lavorato il marmo: per la morbidezza e leggiadria de’ panni, e per ogni altro più bel precetto dell’arte statuaria, che si vede così bene osservato nell’opere sue, che veramente arrecano stupore: e se alcuna fede prestare si deve essere al proverbio volgare, cioè: Che ogni Artefice sé stesso ritrae, non saprei dire in chi più avverato egli si fosse, che nel Rossellino, il quale fu da natura dotato di un animo così ben composto, e all’eccellenza nell’arte sua ebbe aggiunte qualitadi tanto singolari di modestia e di gentilezza, che fu da tutti, non che amato e riverito, in certo modo adorato. ANTONIO FILARETE, Scultore e Architetto Fiorentino, dicesi pure essere stato Discepolo di Donatello , insieme con Simone fratello di Donato medesimo; ma comunque si fosse la cosa, non pervenne quest’artefice di gran lunga a quel segno, a cui altri giunsero di quella scuola: anzi essendogli stata data a fare ne’ tempi di Eugenio IV. insieme con Simone soprannominato, il getto della Porta di San Pietro in Roma; egli in quella si portò così ordinariamente, che biasimo, anzi che lode guadagnò a sé stesso. Furono fattura d’Antonio alcune sepolture di marmo nella medesima Chiesa, dipoi state distrutte. Scrive il Vasari, che il Filarete, condotto a Milano dal Duca Francesco Sforza, vi desse il disegno del bello Spedale de’ Poveri, detto lo Spedale Maggiore, e di tutti gli edificj, che lo accompagnano, per servizio degl’Infermi e degl’Innocenti fanciulli, fondato, come egli dice, del 1457. e asserisce cavarlo da ciò, che ne scrisse lo stesso Filarete in un suo libro di materie di Architettura, che ei fece in tempo, che tale opera si conduceva, il qual libro poi l’anno 1464. dedicò al Magnifico Piero di Cosimo de’ Medici. E in vero parmi gran cosa, che in ciò abbia il Vasari preso errore: e contuttociò, il Canonico Carlo Torre nel suo ritratto di Milano, dato alle stampe nel 1674 attribuisce il disegno e invenzione di quella fabbrica a Bramante; sopra la quale contrarietà di pareri non sono ora io per dare giudizio. Fu anche la Chiesa maggiore di Bergamo fatta con disegno di Antonio, il quale finalmente portatosi a Roma, giunto che fu all’età di anni cinquantaquattro, in detta città pagò il debito alla Natura. BERTOLDO Fiorentino, pure suo Discepolo, imitò talmente la maniera del maestro, che dopo la morte di lui ebbe a finire tutti i lavori, che di mano di quel grand’uomo eran rimasi imperfetti in Firenze: e particolarmente finì e rinettò i due bellissimi Pergamidi metallo, che si veggono nell’Ambrosiana Basilica. DESIDERIO Scultore da Settignano, villa vicino a Firenze, ebbe nella sua prima età da Donato i principj dell’arte, e dopo la morte di lui, datosi, come era costume suo, a studiare a tutto suo potere le opere del defunto maestro, in breve si portò ad un altissimo grado di perfezione. Scolpì in marmo le belle figure di bassorilievo, ed altre di tondo rilievo della Cappella del Santissimo Sacramento nella Chiesa di San Lorenzo di Firenze, e fra queste fece un Gesù Bambino, il quale, come cosa rarissima, fu poi levato di luogo, per posarlo sopra all’Altare solamente nelle Feste della Natività di Cristo: e in cambio di quello fu posto sopra il Tabernacolo del Santissimo un simile bambino, fatto da Baccio da Montelupo. Lo stupendo lavoro del basamento, che regge la statua di bronzo di Donato, rappresentante il giovanetto David, la quale si conserva nella Real Galleria, fu delle prime opere della mano di Desiderio. Vedonsi in esso alcune arpie con certi viticci, così bizzarri e sì bene intesi, che sono cosa di maraviglia, anche a’ primi dell’arte. È di suo intaglio il bel sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella. Per le Monache delle Murate intagliò una piccola Immagine di Maria Vergine sopra una Colonna. Fu opera del suo scarpello, nella Chiesa di Santa Croce, e similissima a quelle di Donato suo maestro, il maraviglioso sepolcro di Carlo Marsuppini: ed in terra appiè del detto sepolcro intagliò una gran lapida per Messer Giorgio, famoso Dottore Segretario della Signoria di Firenze, con un bellissimo bassorilievo, ove esso Messer Giorgio è ritratto al naturale: e fu opera sua un’Arme, che si vede nella facciata della casa de’ Gianfigliazzi, dove è intagliato un Lione, cosa che in quel genere non può essere più bella. Veggonsi di questo grande uomo molti bassirilievi per le case de’ nostri cittadini, e tutti di straordinaria bellezza. Morì finalmente di età di anni vent’otto, lasciando abbozzata una Santa Maria Maddalena Penitente, che poi fu finita da Benedetto da Majano, e oggi si vede nella Chiesa di Santa Trinita de’ Padri Vallombrosani. Ebbe questo Scultore un dono singolarissimo dal cielo di condurre le opere sue, e particolarmente le teste, con tanta grazia e leggiadria, che non solo non si riconosce in esse alcuno stento o difficoltà, ma veggonsi fatte con tanta tenerezza, che maggiore non potrebbe essere, s’elle non fossero non di marmo, ma di cera: e l’arie sono tanto vezzose, che rapiscono gli occhj de’ riguardanti: e certo, che se la morte non avesse reciso il filo della vita di lui in età così immatura, avrebbe egli senza dubbio, al pari di ogni altro grande uomo, arricchita la patria e il mondo di opere singularissime, e quasi dissi divine.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Trovasi ancora aver Fra Gio. Angelico fatte nella Chiesa del Convento del suo Ordine nella città di Cortona, ove, come si ha da più scrittori, fece quivi il suo Noviziato Santo Antonino, più opere in pittura, cioè a dire la Vergine Santissima con Gesù in collo, sopra la porta principale della Chiesa nella facciata esteriore: dall’uno e l’altro lato della Vergine si veggono San Domenico e San Pier Martire, e nell’arco i quattro Evangelisti. Nella stessa Chiesa, presso all’Altar maggiore dalla parte dell’Epistola nella Cappella de’ Tomasi, è una tavola di una Vergine con Gesù, e da’ lati alcune Vergini, San Giovambatista, San Marco e Santa Maria Maddalena: e nella predella, in piccole figure, sono diversi fatti di quei Santi. In Sagrestia è la Vergine Annunziata. Di tali pitture fatte in Cortona scrivo io per notizia avuta dal Padre Fra Giovanni Marini, Professo di quell’Ordine, Sacerdote molto studioso e devoto, e mio amicissimo. Io stesso conservo di mano di questo Beato una tavola in forma triangolare, dove in piccole figure, diligentemente lavorate, è una Pietà, cioè il Corpo di Cristo Signor nostro, sedente sopra il Sepolcro, colle mani stese verso la sua Santa Madre e San Giovanni Evangelista, che genuflessi, umilmente le prendono e baciano. Mi donò tale pittura, che io conservo come Reliquia di questo devotissimo artefice, ultimamente in tempo di suo Priorato del Convento di San Marco di Firenze, il Padre Fra Giovambatista, al secolo Michele Bottigli, stretto parente de’ miei stretti parenti, che non è ancora un anno passato, che in tal carica, consumato dalle fatiche, durate a prò di sua Religione, morì in esso Convento, non senza universale concetto di molta bontà, degno fratello e seguace del Padre Timoteo di Santo Antonino al secolo Filippo, pure della stessa Religione, che l’anno 1661. dopo aver gran tempo operato e patito nella propagazione di nostra Santa Fede, nella edificazione di nuovi templi, e nell’Isole Filippine, pieno di meriti, diede fine al suo vivere. Della cui bontà e zelo, oltre ai grandi attestati, che ne diede chi il vide, conobbe e con esso operò, abbiamo quanto appresso: In Actis Congregationis Provincialis, celebratæ in Conventu S.P.N. Dominici Civitatis Massilensis in Insulis Philippinis die 14. Aprilis Anno Domini 1663. ita habetur. In amplissimo Sinarum Regno obiit R.P. Fra Thimotheus de S. Antonino Florentinus, Sacerdos et Pater antiquus, et Vicarius Domus nostræ S. Joannis Evangelistæ Villæ: Vir devotus et zelo ampliandæ fidei perferendo flagrans, qui fere quatuordecim annos in comministerio gloriosissime laborans consumpsit, et sic lætus mortem aspexit. Perdonimi il mio lettore l’avere io, coll’occasione di parlare dell’opere del Beato Fra Gio. Angelico, fatta questa breve digressione intorno a’ due fratelli Bottigli, giacché la memoria di lor virtù fu e sarà sempre a me giocondissima, comeché non pure io ebbi nel mio parentado l’uno e l’altro di loro; ma eziandio ebbigli per compagni di scuola negli esercizj delle prime lettere.

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Tornando ora al nostro pittore Fra Gio. Angelico, lascio per brevità di far menzione di moltissime altre sue pitture fatte a tempera, oltre a quelle, che si trovano in essa Cronica descritte: e dirò solamente, che egli fu anche Miniatore eccellentissimo: e di sua mano sono nel Duomo di Firenze due grandissimi libri, con sue bellissime miniature, e riccamente adornati, i quali son tenuti in somma venerazione e per l’eccellenza loro e per la memoria di tant’uomo. Né meno starò a dire, quanto scrivono intorno alla Santità di lui Leandro Alberti De Viris Ill. Ord. Præd. lib. 5. pag. 250 ed il medesimo Vasarj nella seconda parte a car. 359. e seguenti, e Fra Serafino Razzi nella storia degli Uomini Illustri del Sacro Ordine de’ Predicatori a car. 353. e larghissimamente exprofesso il medesimo Fra Serafino nelle Vite de’ Santi e Beati del medesimo Ordine a c. 222. e 223. non essendo al presente mio assunto lo scriver Vite di Santi. Dirò solamente, e crederò con poco di aver detto tutto, che egli fu osservantissimo di tutti gli Ordini della sua Religione, e fornito di tanta semplicità cristiana, che lavorando in Roma nel Palazzo Pontificio, con gran fatica di applicazione, per Papa Niccola V. il Pontefice compatendo la di lui incomodità, gli ordinò, che per ristorarsi alquanto, mangiasse carne: al che egli, che avvezzo era sempre ad ubbidire a’ suoi ordini religiosi, rispose, non aver di ciò fare altra licenza dal Priore: e fu necessario, che il Papa gli ricordasse, esser la sua autorità, come Vicario di Cristo, superiore a tutte l’altre insieme. Non volle mai cavare altro utile dalle sue pitture, che il merito dell’obbedienza al suo Prelato, al quale, e non a lui si domandavano le opere. Non mai altro dipinse, che immagini sacre, né senz’aver fatta prima orazione: e nel farle sempre spargeva devotissime lacrime. Alle Immagini di Maria Vergine e del Crocifisso, diede tal devozione, che in ciò fu superiore a sé stesso: e per questo e pel vivere suo innocentissimo, si guadagnò il nome di Angelico. Poteva essere Arcivescovo di Firenze, essendone dal Papa riputato degno per la sua bontà; ma recusò di esserlo, proponendo in sua vece Frate Antonio Pierozzi da Firenze, che fu poi Santo Antonino, facendo in un tempo stesso, ricco di merito sé medesimo, e felice e gloriosa la patria sua. Morì finalmente in Roma agli 18. Febbrajo 1455. sopraccennato, e fu sepolto nella Minerva, Chiesa del suo Ordine, in un sepolcro di Marmo col seguente epitaffio: Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles, Sed quod lucra tuis omnia Christe dabam, Altera nam terris opera extant, altera Cœlo Urbs me Ioannem Flos tulit Etruriæ. Ebbe ancora il medesimo Padre un fratello della stessa Religione, uomo di singolar bontà, e scrittore di libri da Coro eccellentissimo, come dell’uno e dell’altro mostrano le seguenti parole copiate dalla soprannominata Cronaca de’ Padri Predicatori, Fogl. 97. Frater Ioannes Petri de Mugello juxta Vidicum optimus pictor, qui multas tabulas et parietes in diversis locis pinxit, accepit habitum Clericorum in hoc Conventu 1407. E al Fogl. 146. Frater Joannes Petri de Mugello obiit die. . . . hic fuit præcipuus pictor, et sicut ipse erat devotus in corde, ita et figuras pingebat devotione plenas ex effigie: pinxit enim multas tabulas Altarium in diversis Ecclesiis, et Cappellis et Confraternitatibus, quarum tres sunt in hoc Conventu Fæsulano, una in S. Marco Florentiæ, duæ in Ecclesia S. Trinitatis, una in S. Maria de Angelis Ordinis Camaldulensium, una in S. Egidio in loco Hospitalis S. Mariæ Novæ. Quædam Tabulæ minores in Societatibus puerorum, et in aliis Societatibus. Pinxit Cellas Conventus S. Marci, et Capitulum, et aliquas figuras in Claustro. Similiter pinxit aliquas figuras hic Fæsulis in Refectorio. In Capitulo veteri, quod modo est Hospitium secularium pinxit, Cappellam D. Papæ, et partem Cappellæ in Ecclesia Cathedralis Urbisveteris, et plura alia pinxit egregie et tandem simpliciter vivens, sancto fine quievit in pace. Ed al Fogl. 146: Fr. Benedictus Petri de Mugello, germanus prædictis pictoris, obiit … hic fuit egregius scriptor, et notavit, et aliquos libros, et hic Fesulis. Fuit hic Pater devotus et sanctus, et bono fine quievit in Domino. E al Fogl. 3. Post separationem S. Marci de Florentia, et Sancti Dominici de Fesulis Anno Domini 1445. unusquisque Conventus habuit proprium Priorem Frater Benedictus Petri de Mugello, germanus Fratris Joannis optimi pictoris, qui erat optimus scriptor et scripsit multos libros notatos pro cantu, tam in Conventu S. Marci, quam in Conventu Fesulano.

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Io però mi son sempre molto maravigliato, come potesse lo stesso Vasari ingannarsi tanto, in dar giudizio di un’altra opera, forse la più bella, che mai facesse quest’artefice. Questa è l’istoria di mezzo rilievo, che rappresenta l’Assunzione di Maria Vergine, che si vede sopra quella porta laterale del Duomo di Firenze, che guarda verso la Santissima Nunziata. Disse il Vasari esser questa scultura stata fatta per mano di Jacopo della Quercia Scultore Senese, come nella Vita del medesimo Jacopo si legge: e pure egli qui s’ingannò, come ora io sono per mostrare. E prima piacemi lasciar da parte, che la maniera, che si scorge in quell’opera, non tanto a giudizio mio, che poco intendo, quanto de’ primi Maestri di questa Città, co’ quali di proposito ho consultato, non è punto lontana dal modo di operare di esso Nanni d’Antonio di Banco: e dirò solo, che molto diversamente da quello, che il Vasari scrisse, trovo io negli antichi libri dell’Opera di quella Chiesa, dove appariscono negli anni 1418. e 1421. più pagamenti fatti a esso Nanni, per intagliare le figure quivi descritte nelle proprie circostanze, che le qualificano per quelle stesse, senza che se ne possa dubitare: e mentre io scrivo queste cose, ho ritrovato nella tante volte nominata Libreria degli Strozzi, un Manoscritto in un libro minor di foglio, segn. num. 285. a car. 45. fra diverse memorie di Pittori e Scultori ed Architetti di quei tempi, la seguente nota. Nanni d’Antonio di Banco Fiorentino, ebbe lo stato nella città di Firenze per le sue virtù, morì giovane, che veniva valentissimo: fece la figura di S. Filippo di marmo nel pilastro di Orto S. Michele, e i quattro Santi in detto luogo, e sopra la porta di S. Maria del Fiore, che va alla Nonziata, un’imagine di nostra Donna bellissima. Nella facciata dinanzi di detta Chiesa, allato alla porta di mezzo verso i Legnajoli, uno de’ quattro Evangelisti, ed altri accanto. Sin qui son parole dell’accennata memoria. Io mi persuado poi, che chi soprintese a quella invenzione, per quanto si apparteneva alla storia, dubitasse, che ella non si confacesse così bene coll’antiche tradizioni, mercè dell’essere stato figurato appresso alla Vergine, in quell’atto di salire al Cielo, un solo Apostolo: e però stimasse bene accennarvene almeno alcuni altri, giacché si veggono sotto la mandorla, la quale contiene in sé quella storia. Due sole teste pure di mezzo rilievo, un vecchio e un giovane, quali appunto sogliono figurarsi San Pietro e San Giovanni, io stimo fossero fatti per Apostoli, non ostanteché fosse per errore nella partita, che appresso si noterà, scritto Profeti: e questi hanno un poco di busto, e mani strette al petto, in atto di adorare e riguardare essa Vergine, le quali teste furono fatte da Donatello. Quanto alla causa di essere state aggiunte esse teste, vaglia quanto può valere l’accennata mia opinione: siccome ancora dell’essere Apostoli o Profeti; ma quanto all’essere stati fatti da Donatello, eccone alcune testimonianze senza eccezione, che serviranno anche per prova concludente, che l’opera dell’Assunta fu fatta per mano di Nanni d’Antonio di Banco, e non di Jacopo della Quercia, come scrisse il Vasari, seguitato in tale errore da chiunque dopo di lui ha scritto. In un libro dell’Opera di Santa Maria del Fiore sopraccennato nell’anno 1418. al dì 28. di Giugno leggesi l’appresso Partita: A Gio. Ant. di Banco lastrajolo e intagliatore di marmo Fiorini 20. sopra le figure intagliate per lui per l’Opera da porsi sopra la porta di Santa Maria del Fiore verso la via de’ Servi. In altro luogo si trova: Donato Nicolai Betti Bardi Intagliatori, quos recipere debet pro duobus testis, sive capitibus Prophetarum per eum factis, et sculptis, et positis in historia facta per Joannem Antonii Banchi super janua dictæ Ecclesiæ (parla della Chiesa di Santa Maria del Fiore) Fiorini 6. E poi in altra carta: Die 21. Aprilis 1421. Joanni Antonii Banchi Intagliatori pro resto solutionis sibi fiendæ de historia marmoris sculpti et intagliati sub figura Beatæ Virginis Mariæ supra januam Annuntiatæ libb. 567. sol. 17. dan. 4. Ma per ultimo considerisi in ciò, che io sono ora per apportare, che il Vasari, in quanto egli scrisse in proposito di questa opera, si governò, non già co’ fondamenti dell’antiche scritture; ma con qualche relazione, che dovette averne poco sicura. E contro a quello, che egli medesimo credeva, e lasciò scritto di sua mano in tal particolare, che è quello appunto, che noi diciamo, che non da Jacopo della Quercia, ma da Nanni di Antonio di Banco fu fatto questo lavoro. Dico dunque, che in un libretto, grande quanto un foglio comune, grosso circa a un dito, chiamato Frammento di Vite di Pittori, che si conserva nella Libreria de’ Gaddi, nobil famiglia, della quale altrove abbiamo parlato, scritto di propria mano, che si dice di Giorgio Vasari, in cui egli incominciò a notare alcune cose appartenenti a’ Pittori, de’ quali poi egli scrisse le Vite, incominciando da Cimabue, si trovan queste parole: Nanni d’Antonio di Banco benefiziato fece la figura di S. Filippo di Marmo nel pilastro di Or S. Michele, e di S. Lò, quattro Santi, l’Assunzione di nostra Donna sopra la porta diS. Maria del Fiore, che va a’ Servi, ed uno de’ quattro Evangelisti nella faccia di detta Chiesa dinanzi verso i Legnajoli. Sin qui il Vasari.

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Fu anche opinione di molti, che nella medesima Chiesa, accanto alla porta, che metteva in Convento, fosse di mano di Tommaso la figura a fresco di un Santo in abito di Vescovo. Ma il Vasari tenne opinione, che ella fosse di mano di Fra Filippo suo discepolo. Molte altre opere fece Tommaso, finché stimolato da desiderio di vedere le pitture degli altri artefici de’ suoi tempi, e parte per provvedere colla mutazione dell’aria a qualche imminente pericolo di sua sanità, se ne andò a Roma, dove subito che fu gustata la sua bella e nuova maniera di operare, fu adoperato in diversi lavori di tavole per molte Chiese, le quali poi nelle turbolenze sopravvenute a quella città, per lo più si smarrirono. Ad istanza del Cardinale di San Clemente nella Chiesa di esso Santo, che anticamente fu abitazione de’ Frati di Santo Ambrogio ad Nemus, Ordine, che ebbe suo principio in una boscaglia poco lontana da Milano, e dipoi estinto ne fu data la Chiesa da Urbano VIII. a’ Frati Domenicani; dipinse Masaccio, secondo quello che ne lasciò scritto il Vasari, seguito dall’Abate Filippo Titi, in una Cappella, la Morte in Croce di Cristo Signor nostro fra due Ladroni, ed alcune storie di Santa Caterina Vergine e Martire. Ma Giulio Mancini in un suo Trattato di Pittura, che va attorno manoscritto, attribuisce tale opera a Giotto: e dice cavarlo, non meno dalla maniera, che dal tempo, il quale si riconosce in alcuni versi, che asserisce aver letto egli medesimo, scritti a lettere d’oro, a mano sinistra della tribuna, del tenore che segue: Ex annis Domini elapsis mille ducentis Nonaginta novem Jacobus Collega minorum Hujus Basilicæ titulo pars cardinis alti Huic jussit fieri, quo placuit Roma Nepote Papa Bonifatius VIII ……… proles.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

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Discepolo di Paolo Uccello, Nato intorno al 1380, viveva nel 1466. Ci conviene dar principio alle notizie di questo artefice, coll’accusar Giorgio in ciò, che appartiene alla cognizione, ch’ei pretese di darci del tempo della vita di lui; avendo esso lasciato scritto, che nel 1368 egli venisse a questa luce; ma abbiamo trovato nell’altre volte nominato Diario di Neri di Lorenzo di Bicci, che Alesso Baldovinetti, insieme con Zanobi Strozzi, si trovò dell’anno 1466 a stimare la tavola di Santo Romolo di Firenze, fatta dal medesimo Neri di Bicci pel Vescovo Bartolommeo Lapacci Priore di quella Chiesa. Perché niun altro fu mai di questo nome e cognome pittore in Firenze, per quanto si ha dagli antichi e moderni autori, bisogna dire, che egli nascesse almeno circa quindici anni dipoi a quello, che dicevano, cioè intorno agli anni 1380. Ed oltre a ciò si conoscono chiaramente le opere di questo maestro della scuola di Paolo Uccello: e fatto computo de’ tempi dell’uno e dell’altro pittore, si trova, che appunto egli gli potè essere maestro nella sua giovenile età, nella quale afferma che egli si applicasse alla pittura. Aggiungasi finalmente al detto di sopra, per prova assai chiara, che Alesso fu maestro nella pittura e nel musaico di Domenico del Grillandajo: e che Domenico morì nel 1493 di anni quarantaquattro, che è quanto dire, che Domenico nascesse del 1449. Ora se Alesso fosse nato del 1348, come poteva essergli stato discepolo Domenico, che nacque nel 1449. Venendo ora alle opere di Alesso, possiamo dire, che egli non fosse nel dipingere tanto secco quanto Paolo, e che molto più di esso anch’egli si discostasse dalla maniera antica, mercé l’esser vissuto ne’ tempi de’ suoi più fervorosi studj, Masaccio da San Giovanni. Dipinse in Firenze la tavola e Cappella maggiore in Santa Trinita, della nobil famiglia de’ Gianfigliazzi, dove si veggono ritratti al naturale molti grand’uomini di quei tempi: e nel Cortile della Santissima Annunziata, in quella parte del muro, che è immediatamente dietro a detta Santissima Immagine, colorì la storia della Natività di Cristo Signor Nostro: ed altre opere fece nella medesima città. Si affaticò molto intorno a’ Musaici; per lo che gli fu data a restaurare la Tribuna del Tempio di San Giovanni, fatta fino dell’anno 1225 da Frate Jacopo da Turrita, pittore di musaici di quei tempi, Religioso dell’Ordine di San Francesco, nella quale opera si portò molto bene. Insegnò anche quest’arte a Domenico Grillandajo, il quale nella Cappella maggiore in Santa Maria Novella lo ritrasse al naturale accanto ad una figura rappresentante lui medesimo, nella storia quando Giovacchino è cacciato dal Tempio, ed è quella di un vecchio raso con un cappuccio rosso in capo. Trovasi essere stato questo maestro descritto degli Uomini della Compagnia de’ Pittori l’anno 1448, che è quello appunto, nel quale lo dà per morto, essendo, come si è detto, sopravvissuto fino all’anno 1466. Racconta che Alesso già vicino alla vecchiezza, per viversi quieto, si commesse nello Spedale di San Paolo: e che fosse per esservi più volentieri ricevuto, o pure seguisse ciò a caso, facesse portare nelle sue stanze un grande e pesante cassone, quasi mostrando, che in esso gran danari vi fossero riposti: e che ciò anche si desse ad intendere lo Spedalingo e suoi ministri eziandio, i quali sapendo, che egli allo Spedale avea fatta donazione per al tempo della sua morte, gli facessero poi gran carezze; ma venuto che fu a morte il pittore, non altro si trovò in quel cassone, che carte disegnate, ed un libretto del modo di lavorare. Fu Alesso la stessa cortesia, e più degli amici, che di sé stesso; onde da chi ben lo conobbe, non si ebbe poi per gran fatto, che poco o nulla egli avanzato avesse; onde col fine de’ giorni si trovasse essere stata data fine alla roba e a’ contanti.

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Or venendo alle opere di costui, egli fece molte belle cose a fresco nella città di Firenze e fuori, che poi, per la demolizione delle fabbriche, furono disfatte: e furono le più belle quelle di alcune stanze dello Spedale di Santa Maria Nuova: e a’ nostri tempi, anzi non molto dopo all’anno 1693. dirò così, con pianto universale di tutti gl’intendenti e amatori delle belle antichità nostre, a consiglio, come si dice, di un moderno pittore, e per soverchia indulgenza di chi governava il Convento di Santa Croce di Firenze de’ Frati Minori Conventuali, è stata mandata a terra la più bell’opera, che Andrea facesse mai, e a maraviglia conservata per lo spazio di dugento e più anni: e fu una istoria della Flagellazione di Cristo Signor nostro, che Andrea avea dipinta a fresco in testa al Chiostro nuovo di quel Convento: e solamente fu fatto fare in quel luogo altra pittura, che quantunque lodevole sia, non può dirsi, che in paragone della venerabile antichità, che aveva in sé l’antica istoria, giunga a gran segno ad agguagliare il pregio. Fra le pitture, che son rimase oggi di mano di Andrea, si veggono nel Duomo di questa città il Cavallo di chiaroscuro colla figura di Niccola da Tolentino, il quale, benché nell’occasione dell’apparato e feste fattesi in Firenze per la venuta della Serenissima Margherita Luisa d’Orléans, Sposa al Serenissimo Granduca Cosimo III. felicemente Regnante, fosse da imo a sommo ridipinto, o come dice il volgo, rifiorito; ebbe però tale avvertenza il pittore, che salva la maggior vivacità de’ nuovi colori, non lo rendè punto differente da quel di prima. Dipinse ancora Andrea nel tramezzo della Chiesa di Santa Croce un San Giovambatista, disegnato a maraviglia bene: ed accanto ad esso un San Francesco; ma essendo l’anno 1566. stato levato eso tramezzo, fu quella pittura, che era sopra muro, con grande artifizio e spesa trasportata, e accomodata in quella parte del muro laterale di essa Chiesa a man destra, vicino alla porta de’ chiostri, dove al presente si vede. In casa i Carducci, poi chiamati de’ Pandolfini, dipinse alcuni celebratissimi uomini, parte de’ quali ritrasse dal naturale, cioè a dire da ritratti somiglianti, e da’ proprJ volti loro: tali furono Pippo Spano Fiorentino , cioè Filippo della nobilissima famiglia degli Scolari , Consorti de’ Buondelmonti , Conte di Temesvar in Ungheria, Dante , il Petrarca , il Boccaccio , ed altri. Nella Parrocchial Chiesa di San Miniato fra le Torri si conserva assai fresca una sua tavola, dove figurò l’Assunzione di Maria Vergine con due Santi, San Miniato cioè, e San Giuliano, mentovati nei seguente versi: e la vetrata della Cappella maggiore di detta Chiesa , dove è rappresentato un S. Miniato, si riconosce fatta con disegno del medesimo. È questa Chiesa delle più antiche della città, situata dentro al primo cerchio delle mura di Firenze, e quasi nel centro di esso, essendo appunto nel mezzo fra il Campidoglio e le Terme, e fra’l Mercato vecchio e’l nuovo: e perché era circondata dalle case delle più antiche famiglie di questa città, come Pigli loro Consorti Bujamonti , Lamberti (il Palazzo de’ quali era quel sito isolato, ov’è ora il Monte di Pietà , e chiamavasi il Dado de’ Lamberti ) Strozzi , Sassetti , Minerbetti , ed altre molte, che avevano torri, si crede comunemente pigliasse il cognome di San Miniato fra le Torri. La prefata tavola fu fatta fare da Lionardo Orta Rettore di quella Chiesa , il quale molto la beneficò, e nel basamento della medesima si leggono le seguenti parole scritte in lettere d’oro: Annis millenis bis ter quinque quoque genis Et quatrigentis nonas Julii pridie enti Andreas Pictor Leonardo depinxit opus Ortano Venia sordis suæ atque pareniptum Genito Marie scandenti enixeque Matri Pro eis Minias ponant Julianusque preces Duorumque patre ipse suæ oratio fiat.

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Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. ? 1498. Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole: A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d'argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo. Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

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Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

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Discepolo d’Andrea dal Castagno, fioriva circa il 1450. Stette Francesco nella scuola d’Andrea dal Castagno fino all’età di trent’anni: e fra gli ottimi insegnamenti del maestro, e il grande studio ch’e’ fece intorno alla maniera di Fra Filippo Lippi, molto si approfittò nell’arte della pittura. Delle prime opere, ch’e’ mettesse in pubblico, fu una tavola a tempera per la Signoria di Firenze, in cui rappresentò la Visita de’ tre Magi al nato Messia, che fu collocata a mezza scala del Palazzo. Per la Cappella de’ Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, dipinse una predella, con figure piccole di storie di San Niccolò. In processo di tempo, questa predella d’Altare si era di mala maniera scommessa; onde un Sagrestano di quella Chiesa ebbe per bene il farla rifare di nuovo in forma di grado di Altare: ed a quello, che fece la spesa, che fu Michelagnolo di Lodovico Buonarroti, pronipote del gran Michelagnolo Buonarroti, donò la tavola, dove erano dette storiette rappresentate, che da quel Gentiluomo, singolarissimo amatore, e non ordinariamente pratico di queste arti, fu adornata con ornamento d’oro, e posta nella sua bella Galleria, dove al presente si vede.

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Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, ? Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini, che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III, per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

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Così detto, perché fu discepolo di Cosimo Rosselli , nato 1441. ? 1521. Nacque Piero di un tal Lorenzo orafo, e fin dalla prima età fu posto dal padre nella in quei tempi fioritissima scuola di Cosimo Rosselli : e perché egli era, come si suol dire, nato pittore, avanzatosi in breve tempo di gran lunga sopra tutti i suoi condiscepoli, arrivò a formarsi una maniera molto vivace, e tutta piena di bellissime e varie fantasie. A questo, molto l’ajutò, oltre all’amore ed indefessa applicazione all’arte, l’avere una natura malinconica, ed esser di così forte immaginativa, che mentre stava operando, non sentiva i discorsi, che intorno a lui si facevano, da chi si fosse. La prima sua applicazione fu l’ajutare al maestro suo, che vedendoselo superiore in tutte le facultà, appartenenti a quella professione, molto se ne valse nell’opere, che fece in Firenze e in Roma. L’accennata sua natura, fissa e malinconica, operò in lui una gran facilità, e felicità in far ritratti al naturale somigliantissimi, de’ quali ne fece molti nel tempo, che stette in Roma: e fra questi bellissimo fu quello del Duca Valentino Borgia , d’infausta memoria. Capitategli alle mani alcune cose di Lionardo da Vinci , diedesi a colorire a olio: e benché non giugnesse di gran lunga al segno, si affaticò però molto per imitare quella maniera. Vedesi di sua mano, fino a’ presenti tempi, nella Chiesa di Santo Spirito di Firenze, una tavola all’Altare della Cappella de’ Capponi, ove rappresentò Maria Vergine, in atto di visitare Santa Elisabetta: e figurovvi un San Niccolò molto bello, ed un S. Antonio, in atto di leggere, assai naturale e spiritoso. Fece anche la tavola di San Filippo Benizzi, colla Vergine ed altri Santi, per la Cappella de’ Tedaldi nella Chiesa de’ Servi , la qual tavola pochi anni sono dal Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana , di gloriosa memoria, fu levata, con far porre in suo luogo la bella tavola, che oggi vi si vede fatta da Baldassarre Volterrano ; e quella di Pier di Cosimo restò appresso di Sua Altezza Reverendissima: fece anche una tavola per la Chiesa di San Pier Gattolini , poi rovinata per l’assedio del 1529 dove dipinse Maria Vergine sedente con quattro figure attorno, la qual poi fu posta in San Friano . Dipinse infiniti quadri per le case de’ cittadini, e colorì molte spalliere di camera con belle bizzarrie. Aveva costui nello stranissimo cervello suo un mondo nuovo di stravagantissimi capricci, e andava inventando diverse forme d’animali, colle più nuove e spaventose apparenze, che immaginar si possa: de’ quali (fatti colla penna) aveva pieno un libro, che restò poi nella Guardaroba del Serenissimo Cosimo I . Similmente fece figure, facce di satiri, maschere, abiti, istrumenti, e altre cose fatte dalla natura, o inventate dagli uomini, storcendo il tutto a seconda del suo fantastico umore; onde, oltre a quanto in questa parte operò in diversi quadri e spalliere per le case de’ particolari, fu anche molto adoperato in trovare invenzioni di pubbliche feste e mascherate, nelle quali fu maraviglioso, ed a tempo suo cominciarono a farsi nella città con invenzione e pompa, di gran lunga maggiore di quel che pel passato si era fatto: e fu egli l’inventore di quella tanto famosa, che avanti al 1512. fu fatta in Firenze in tempo di notte, con cui rappresentavasi il Trionfo della Morte, che per esser da altri stata descritta, non ne dirò di vantaggio. Ponevasi egli alcuna volta come estatico a guardare i nuvoli dell’aria, o qualche muro, dove per lungo tempo fosse stato sputato: e da quelle macchie cavava invenzioni di battaglie, di paesi, di scogli, di figure, e animali i più spaventosi, che immaginar si possa. Né sia chi si maravigli, che Piero fosse così strano ne’ concetti, e negli studj dell’arte sua, perché tale appunto fu egli sempre nel trattamento di sé medesimo in ogni sua azione, benché per altro fosse un buon uomo. Fin da quel tempo, che passò all’altra vita Cosimo suo maestro, egli si ritirò in una casa (dicesi nella via detta Gualfonda) dove stavasene solo e serrato, per non esser veduto lavorare: ed arrivò a tale così fatta stravaganza, che avendo egli a fare per lo Spedalingo degl’Innocenti una tavola per la Cappella de’ Pugliesi, all’entrar di Chiesa da man sinistra, tuttoché lo Spedalingo fosse suo amicissimo, e tuttavia gli somministrasse danari, non fu mai possibile, ch’e’ potesse vedere quel ch’e’ si facesse. Finalmente, credendo di coglierlo, venuto che fu il tempo di dargli gli ultimi danari, negò di farlo, se prima non vedeva l’opera; ma gli rispose Piero , che avrebbe guastato tutto quel che aveva fatto, tantoché allo Spedalingo convenne aver pazienza, e veder la tavola quando volle Piero . Stavasi in quella sua solitudine assai trascuratamente. Non voleva che si spazzassero le stanze, né ebbe mai altr’ora determinata per mangiare, se non quella, nella quale era colto dalla fame: e consisteva la sua cucina in assodare ad ogni tanto gran quantità di uova nel tempo medesimo, e nella medesima pentola, dov’ei faceva la colla, e poi ripostele in una sporta, andavasele consumando appoco appoco, senz’altra conversazione, che di sé medesimo, biasimando ogni altro modo di vivere, come egli diceva, men libero di quello.

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Nato 1444, ? 1528. Di Marco della Robbia, fratello di quel famoso Luca, che fu inventore delle figure di terra invetriate, nacque Luca della Robbia. Questi fu bonissimo scultor di marmo, ed ottimo imitatore di Luca. Opere delle sue mani furono in Santa Maria delle Grazie fuori d’Arezzo, in un ornamento di marmo assai grande di una Vergine di mano di Parri Spinelli, molte figurette tonde, e di mezzo rilievo. In San Francesco della stessa Città, una tavola di terra cotta nella Cappella di Puccio di Magio: e una della Circoncisione per la famiglia de’ Bacci, e molte altre. Nella Chiesa, ed in altri luoghi del Sacro Monte della Vernia, fece altre figure e tavole. In Firenze in San Paolo de’ Convalescenti fece tutte le figure di terra cotta della Loggia, e i putti, che si veggono fra l’uno e l’altro arco di quella dello Spedale degl’Innocenti. E comecché fosse molto stimata e desiderata l’opera sua, e avesse anche avuto in sorte di lungamente vivere, ebbe anche a fare altri moltissimi lavori, che per fuggire lunghezza si lasciano di raccontare. Pervenuto finalmente all’età di anni ottantaquattro, se ne passò a vita migliore l’anno 1528. E nella Chiesa di San Pier maggiore nella sepoltura di quella famiglia fu sepolto. Vedesi il ritratto di lui naturale, quanto mai possa essere, nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, figurato per mano di Andrea del Sarto nella lunetta, dov’esso Andrea dipinse i Frati Serviti, in atto di porre le vestimenta di San Filippo Benizj sopra la testa de’ piccoli fanciulli: ed è un vecchio curvo di persona, vestito di rosso, che si appoggia sopra una mazza. Fu quest’artefice tanto innamorato dell’arte sua, e di coloro, che l’avevano eccellentemente professata, tanto amico, che nell’ultima sua vecchiezza era solito di gloriarsi, più di ogni altra cosa, di essersi trovato da fanciullo a portare il corpo di Donatello alla sepoltura. Ebbe otto figliuoli, due femmine e sei maschi, due de’ quali vestiron l’abito Religioso dell’Ordine de’ Predicatori in San Marco, ammessi a quello instituto dal Padre Fra Girolamo Savonarola, del quale furono sempre amici gli uomini di questa casa; anzi essi furono, che fecero le medaglie, nelle quali esso Padre vedessi rappresentato al vivo. Fra’ maschi furono ancora Girolamo, Luca, e Giovanni. Questo Giovanni attesi all’arte, e di sua mano si vede essere stata fatta una gran tavola di terra cotta invetriata nella Chiesa di San Girolamo delle Monache Gesuate, dette le Poverine, presso alla Zecca vecchia, dove rappresentò la Vergine Annunziata, e appresso molte figure di Angeli, e diversi ornamenti. Fu fatta quest’opera l’anno 1521. Di mano di questo medesimo Giovanni, stimo io senza dubbio, che sia una Vergine di mezzo rilievo, mezza figura, di proporzione quasi quanto il naturale, di terra cotta bianca, col bambino Gesù in braccio, e tre Cherubini sopra la testa, e con ornamento di vaghissime frutte di terra cotta colorata, che fece fare l’anno 1524. Alessandro di Piero Segni nella camera principale del Palazzo nel Castello di Lari nel Pisano, in tempo che esso era Vicario di quel Castello e sua tenuta: la quale immagine, che spira gran devozione, oltre all’essere bellissima, ho io veduta e goduta insieme, coll’occasione di essere in quel governo l’anno 1679. E veramente ella, e per l’aria della testa, e pel decoro dell’attitudine, e delle vesti, e per la venerabile maestà e purità, che ridonda da tutte le sue parti insieme, talmente rapisce gli animi, che appena può altri saziarsi di rimirarla. Il segreto di questi invetriati di terra, mediante una donna che uscì della casa della Robbia, passò in un tale Andrea Benedetto Buglioni, che visse ne’ tempi del Verrocchio. E questo Andrea Benedetto condusse in Firenze e fuori molte opere, fra le quali furono un Cristo risorgente, e appresso alcuni Angeli nella Chiesa de’ Servi, vicino alla Cappella di Santa Barbara: in San Pancrazio un Cristo morto: ed in un mezzo tondo, che era sopra la porta principale di San Pier maggiore, alcune figure. Lasciò questi un figliuolo, che si chiamò Santi Buglioni, che pure venne in possesso di tal segreto, e viveva fino del 1568. In cui io mi fo a credere, che mancasse affatto quest’arte, non essendo a mia notizia, che altri poi abbia in tal magistero operato; sebbene ne’ nostri tempi si son provati molti a ricercarlo, e particolarmente Antonio Novelli Scultore; ma non si son però vedute opere, che molto si assomiglino a quelle de’ nominati maestri, per le difficultà che s’incontrano in tale operazione, come più a lungo diremo nella Vita di dal maestro.

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Discepolo di Alesso Baldovinetti. Nato 1451. ?1495. Fu Domenico del Ghirlandajo, siccome io trovo in antiche scritture, figliuolo di un tal Tommaso di Currado di Gordi, che si esercitava nella Professione dell’orafo, che oltre all’aver fatto di sua mano tutti i voti d’argento, che si conservano nell’armadio della Santissima Nunziata, e le lampane della Cappella della medesima, le quali tutte cose per l’assedio di Firenze l’anno 1529 furon disfatte; fu anche il primo, che trovasse l’invenzione di certi ornamenti del capo per le fanciulle Fiorentine, che si chiamavano ghirlande, dal che acquistò il nome del Ghirlandajo. Questo Tommaso dunque, riconoscendo in Domenico uno spirito molto vivace; e parendogli perciò doverne trarre grande ajuto, lo pose nella propria sua stanza ad imparar l’arte sua. Diedesi il fanciullo con tale occasione allo studio del disegno, e fin da quella prima età eravisi così bene approfittato, che ritraeva coloro, che passavano dalla sua bottega, dando loro in un subito, con pochi segni somiglianza. Lasciata poi la professione dell’orafo, si diede in tutto e per tutto, nella scuola di Alesso Baldovinetti, allo studio della Pittura, e in poco tempo divenne ottimo pittore. Vedesi di sua mano a’ nostri tempi in Firenze la Cappella a fresco di Francesco Sassetti in Santa Trinita, con istorie di San Francesco: ove in quella, che rappresenta il fanciullo risuscitato dal Santo, ritrasse Maso degli Albizzi, Mess. Agnolo Acciajuoli, e Mess. Palla Strozzi, cittadini molto celebrati nelle storie di que’ tempi. In quella, dove rappresentò San Francesco davanti a Papa Onorio, dipinse il Magnifico Lorenzo, il Vecchio, de’ Medici: e dalle parti laterali della tavola, fece i ritratti di Francesco Sassetti, e di Mona Nera sua donna. Nella volta colorì alcune Sibille: e nella fronte, oggi mezza imbiancata, esteriore di essa Cappella, figurò la Sibilla Tiburtina, e Ottaviano Imperadore. Fu poi chiamato a Roma da Sisto IV e per lui dipinse nella sua Cappella due storie, cioè, quando Cristo chiama all’Apostolato Pietro e Andrea; e la Resurrezione del Signore. Tornato a Firenze, fece nella Chiesa degl’Innocenti la tavola de’ Magi: e in Ognissanti, a concorrenza di Sandro, detto il Botticello, colorì a fresco un San Girolamo, che già nel tramezzo di quella Chiesa era allato alla porta del Coro: levato poi il tramezzo, fu questa figura trasportata alla parete nel mezzo di essa Chiesa, da quella parte, che entrando in Chiesa, torna a mano sinistra: e nella medesima Chiesa dipinse ancora la Cappella de’ Vespucci. È di sua mano la Vergine a fresco, che si vede oggi sopra la porta di Santa Maria degli Ughi, a cui è stato ne’ moderni tempi, dato di bianco; onde questa pittura più non si vede: e la Cappella maggiore di Santa Maria Novella della famiglia de’ Ricci, che fino da 100. anni avanti al tempo del Ghirlandajo era stata dipinta da Andrea Orgagna; ma a cagione di un fulmine caduto in quel luogo, e della poca cura, che n’era stata avuta dipoi, eransi quelle pitture ridotte in cattivo stato, come altrove s’è detto. Dipinse il Ghirlandajo questa Cappella ad istanza di Giovanni Tornabuoni: e vi rappresentò storie della vita di Maria Vergine, di San Domenico, e di San Pietro Martire: e diedela finita in quattro anni, cioè del 1485.

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Discepolo di Cosimo Rosselli, nato 1469, ?1517. In questi tempi nacque Fra Bartolommeo, che per corrottela del nome, fu chiamato Baccio, nella Villa di Savignano, vicino a Prato di Toscana: e pervenuto a competente età, essendo stato da’ parenti conosciuto assai inclinato alla Pittura, fu condotto a Firenze, dove vicino alla Porta a San Pier Gattolini gli fu data sua abitazione; che però per tutto il tempo ch’e’ visse al secolo, fu sempre chiamato Baccio dalla Porta. Accomodatosi all’arte appresso a Cosimo Rosselli, fece insieme con Mariotto Albertinelli, suo condiscepolo ed amicissimo, grande profitto; ma datosi poi a studiar le opere di Lionardo da Vinci, si formò quella bellissima maniera di dar rilievo e vivacità alle pitture, che non solo al più perfetto dell’arte esso medesimo condusse, ma che fu poi al Divino Raffaello da Urbino di gran lume, per migliorar l’antico modo appreso dal Perugino, ed arrivare al segno, al quale ei giunse. Quindi è, che lo stesso Raffaello fece poi di lui sì grande stima, che nel tempo ch’e’ si trattenne nella città di Firenze, parve che da esso non mai separar si potesse; anzi non isdegnò di essergli maestro ne’ buoni termini della Prospettiva, e intanto ricercarne i più apprezzabili precetti della grande ed ottima maniera di condurre le opere sue con grazia e morbidezza, fino allora non più riconosciuta in altro pittore: e diede gran testimonianza di questa grande stima lo stesso Raffaello, quando, dopo alcun tempo, impiegò il proprio pennello in Roma nel dar fine ad un’opera, cominciata da Fra Bartolommeo in quella città, e lasciata imperfetta. Onde, se a gran cagione ascrivesi a gloria d’Apelle il non essersi trovato Artefice, che raccomodasse la tanto celebrata sua Venere di Coo, detta Anadiome, cioè Emergente o Sorgente dal mare, dedicata poi da Augusto nel Tempio di Giulio Cesare, guasta nelle inferiori parti, onde fu poi da’ tarli corrosa ed in tutto disfatta; gloria maggiore può dirsi del nostro Fra Bartolommeo, l’essersi trovato un Raffaello, che non solo desse fine alla di lui opera, ma quella con la sua ingegnosa mano consegnasse all’eternità. Tornando ora al nostro Pittore, egli per qualche tempo si trattenne a dipignere in compagnia dell’Albertinelli, e talora da sé solo, Immagini di Maria Vergine con Gesù e d’altri Santi, delle quali fece moltissime a diversi cittadini. Poi dipinse a fresco la tanto celebrata storia del Giudizio Universale nell’antico Cimitero dello Spedale di Santa Maria Nuova, detto fra l’Ossa, che rimase imperfetta, e poi fu finita dall’Albertinelli, come alle notizie della Vita di lui si è detto. Erasi Baccio acquistato fama in Firenze, non solo di giovane valorosissimo nell’arte, ma di persona quieta e buona, e di grande applicazione al lavoro; ma quello che è molto più, di assai timorato di Dio, e di assiduo all’opere di pietà; onde per questa e per ogni altra simile cagione, beato si chiamava colui, che poteva aver dell’opere sue. Ma perché egli rivolgeva nell’animo suo più pensieri del cielo, che del mondo, poco incentivo gli abbisognò per risolversi a lasciare il secolo, e vestire abito religioso: e ciò, secondoché racconta il Vasari, del quale son proprie parole quelle che seguono, seguì nel modo, che appresso. Perchè trovandosi in questi tempi in S. MarcoFra Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’Ordine de’ Predicatori, Teologo famosissimo: e continuando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione, che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui, e dimorava quasi continuamente in convento, avendo anche con gli altri Frati fatta amicizia. Avvenne, che continovando Fra Jeronimo le sue predicazioni, e gridando ogni giorno in pergamo, che le pitture lascive, e le musiche, e i libri amorosi, spesso inducono gli animi a cose mal fatte; fu persuaso, che non era bene tenere in casa, dove son fanciulle, figure dipinte di uomini e donne ignude: per il che riscaldati i popoli dal dir suo, il carnevale seguente, che era costume della Città far sopra le piazze alcuni capannucci di stipa, e altre legne, e la sera del martedì, per antico costume, arderle queste con balli amorosi, dove presi per mano un uomo e una donna, giravano cantando intorno certe ballate; fe’ sì Fra Jeronimo, che quel giorno si condusse a quel luogo tante pitture e sculture ignude, molte di mano di maestri eccellenti, e parimente libri, liuti e canzonieri, che fu danno grandissimo, ma particolare della pittura: dove Baccio portò tutto lo studio de’ disegni, che egli aveva fatto degl’ignudi, e lo imitò anche Lorenzo di Credi, e molti altri, che avevano nome di piagnoni; là dove non andò molto, per l’affezione, che Baccio aveva a Fra Jeronimo, che fece in un quadro il suo ritratto, che fu bellissimo, il quale fu portato allora a Ferrara, e di lì, non è molto, che egli è tornato a Fiorenza nella casa di Filippo d’Alamanno Salviati, il quale, per esser di mano di Baccio, l’ha carissimo. Levatesi poi contro al Padre le Parti contrarie, e’ seguitò nella presa di lui l’abbattimento del Convento di San Marco, che è noto al mondo, descritto da diversi Storici, e particolarmente dal Nardi nella sua storia. E questo, in tempo appunto, che Baccio si trovava per sua devozione in esso Convento; sentito il rumore, e appresso la morte seguita di alcuni dell’una e dell’altra parte, pel timore che ebbe di sé stesso, fece voto a Dio, se egli scampava da quel pericolo, di farsi Religioso di quell’Ordine: il che poi effettuò, vestendo l’abito del Patriarca San Domenico, nel Convento di Prato a’ 16. di Luglio l’anno 1500. E qui noti il Lettore, come Gio. Paolo Lomazzo nel suo Teatro della Pittura a 366 ver. 10. erra, dicendo, che Fra Bartolommeo fosse dell’Ordine di Santo Agostino. Vestito dunque che ebbe Baccio l’abito, per quattro anni interi, tutto dedito agli esercizj di religiosa perfezione, nulla volle mai operare in pittura, risoluto di perseverare in tal sua determinazione fino alla morte; se per altro la volontà di coloro, a’ quali era egli tenuto ubbidire, non l’avessero necessitato a dar qualche luogo all’antiche applicazioni. La prima opera, ch’egli facesse in istato di Religioso, fu la bella tavola di San Bernardo, in atto di scrivere, appresso alla Beatissima Vergine, col Bambino Gesù, e molti Angeli, per la Cappella di Bernardo del Bianco, nella Chiesa di Badia di Firenze. Dipinse poi le tre maravigliose tavole, che fino a’ presenti tempi si son venute e godute nel Convento di San Marco, che fu quasi continova abitazione di Fra Bartolommeo, in una delle quali è Maria Vergine, con San Gregorio, ed altri Santi, con più Angeletti, di così rara bontà, che fu parere di alcuni gran maestri, e fra questi, di Pietro da Cortona, che fra le più stupende opere di pittura, di che è piena la nostra città di Firenze, sia la più bella. In altra tavola, che fu posta rincontro a questa, colorì un’altra Vergine, con Gesù, e due Santi: e nell’altra finalmente la non mai abbastanza lodata, anzi impareggiabile figura del San Marco Evangelista, di cui è fama per tutta l’Italia e fuori. Di queste tre stupende opere del Frate, nel tempo che io queste cose scrivo, son rimase in essa Chiesa di San Marco le copie della prima, e dell’ultima, e il proprio originale della seconda, giacché gli originali dell’altre due sono venuti in potere del Serenissimo Principe Ferdinando di Toscana, che le conserva fra l’altre pitture di primo pregio, che l’Altezza Sua in gran numero possiede. Fece anche il Frate pel Re di Francia un’altra tavola con moltissime figure. Inventò egli il bel modo di fumeggiar le figure, col diminuir l’ombre e gli scuri in guisa, che ad una maravigliosa unione e accordamento tengono congiunto un gran rilievo: e di questa maniera, a cagione di esser dagl’invidiosi stato imputato di non saper fare le figure ignude, fece egli per la sua Chiesa di San Marco un bel San Bastiano, che riuscì di così dolce colorito, e tanto simile al naturale, che per iscandalo preso da alcuno in rimirarlo, se pure non fu un pretesto per farne esito con gran vantaggio, fu levato di luogo, e mandato in Francia. In Roma fece Fra Bartolommeo opere maravigliose: e colorì molti quadri per la città di Prato, di Lucca, e per altri luoghi, ed un’infinità di altri ne fece per nobili e civili persone. Volle sempre nel suo dipignere avere appresso di sé il naturale: e a tale effetto però erasi fatta fare una figura di legno quanto il vivo, la quale in ogni sua congiuntura egli snodava e volgeva a proprio piacimento: e quella copriva di panni per potergli a sua comodità imitare: costume stato poi usato dopo di lui (che di tale istrumento fu primo inventore) da moltissimi altri ottimi artefici. Ultimamente essendogli stato ordinato da Pier Soderini di far una tavola per la Sala del Consiglio, posevi le mani, disegnolla tutta, e colorilla in chiaroscuro, rappresentando in essa que’ Santi, nella solennità de’ quali aveva la città di Firenze avute Vittorie, e Protettori di essa città: in uno de’ quali, quasi presago di sua vicina morte, volendo, che restasse, oltre alla memoria gloriosa che avevangli guadagnata i proprj pennelli, anche quella di sua effigie, fece il ritratto al vivo del proprio volto. Quest’opera però, che diede segni di voler riuscire una delle più belle, che avessero mai partorite i suoi pennelli, diede non poca occasione a quella infermità, che fu l’ultima per lui, e quella, che lo privò di vita; perché avendola egli lavorata al lume di una finestra, per cui infondevasi nella stanza di suo lavoro un’aria grave e penetrante, fu assalito da un gran flussione catarrale, che a termine il ridusse di non potersi quasi muovere. Non giovarono, per suo scampo, rimedj di sorte alcuna; onde non andò molto, che avendoci aggiunto a’ suoi l’effetto di un poco di disordine, fatto in caricarsi alquanto lo stomaco di certe appetitose frutte, delle quali era amicissimo, dopo una febbre di quattro giorni, con gran dolore de’ suoi Frati, ma con dimostrazioni però da buono e santo Religioso, se ne morì in esso Convento di San Marco agli 8 d’Ottobre l’anno 1517. e in quella loro Chiesa aspetta il suo cadavero l’ultimo giorno. La nominata tavola così imperfetta, dipinta a chiaroscuro, fu posta dipoi nella Chiesa di San Lorenzo nella Cappella del Magnifico Ottaviano de’ Medici, dove ella è stata anch’essa fino al tempo, che io ne scrivo, sempre ammirata dagl’intendenti dell’arte: ed è pure anch’essa poi pervenuta in mano del già nominato Serenissimo Principe di Toscana, e nel regio appartamento di quell’Altezza, fra l’altre bellissime pitture, fa pompa di sua bellezza. Il Vasari in fine della Vita di Fra Bartolommeo della Porta dice, che alla di lui morte lasciò tutti i suoi Disegni a una sua scolara Monaca in Santa Caterina di Firenze. E quest’istessi sono presentemente nelle mani del Cav. Gabburri in Firenze al numero di 500. in circa, avuti dal medesimo Monastero, dopo averne ricavato questo lume dalla lettura del medesimo Vasari. Molti e molti però de’ detti Disegni si sono perduti.

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Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

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Poco dopo costui, fiorì ancora FRA LORENZO MORENO, Religioso dell’Ordine del Carmine, il quale nel 1544 dipinse a fresco sopra la porta della Chiesa di suo Convento, intitolata nostra Signora del Carmine, l’Annunciazione di essa Santissima Vergine, la quale poi in occasione di nuova fabbrica (tanta fu la stima, che ne fecero quei suoi Religiosi) e con non minore diligenza, fu segata in tre pezzi, giacché il trasportare la smisurata mole del grosso muro, ov’ella era dipinta, rendevasi quasi impossibile: con gran dispendio trasportata nel Chiostro, nella facciata che è rimpetto alla porta, per la quale da esso Chiostro si scende in Chiesa: e lo stesso ancora fecero di un’altra sua fattura, cioè di una Vergine in abito Carmelitano stata da Lorenzo colorita sopra la porta, che separa il Convento dalla pubblica strada, che collocaronla nel portico, che è dalla porta, per cui si entra nel primo Chiostro.

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Originario di Firenze, pittore e architetto. Discepolo di Raffaello da Urbino, nato a Volterra l’anno 1481, morto 1536. Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e le istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello . Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello : ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

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Discepolo di Cornelis, nato 1500, morto 1559. Nacque questo artefice in Beverwyck, non molto lontano da Haerlem, l’anno 1500. Il nome del padre suo fu Cornelis: appresso di lui imparò i principj dell’arte, e si fece così valente, che fu posto a’ servigi dello ‘mperador Carlo V, il quale sempre lo volle appresso di sé in tutti i suoi viaggi. Condusselo a Tunis in Barberia, dove, per esser’ egli buon Geometra ed Architetto, e sapere anche ben levare di pianta, si valse di lui nelle cose campali, facendogli, nell’occasione di porre assedj, misurare i terreni, e rappresentare in pittura tutte le proprie azioni di guerra, e fra queste l’assedio e’l sito della città di Tunis, delle quali invenzioni poi si servì quella Maestà per far vaghe e ricche tappezzerie. Si videro belle opere di costui in Atrecht in Fiandra nella Badia di San Vaes: in Bruxelles erano ancora alcuni bei quadri e ritratti al naturale, oltre a quelli che erano nella Chiesa di Santa Gudula, stati poi o guasti o portati via. Costui fece fare il proprio sepolcro nella Chiesa di San Goricks, pure in Bruxelles, e nella più alta parte era un Dio Padre. Questo fu poi trasportato in Praga appresso Hans Wermein suo fratello, che fu gran valent’uomo nell’arte dell’orefice, ed eccellente modellatore, di cui lo stesso Carlo V si serviva e avevalo in grande stima. Nella stessa Chiesa era una Natività del Signore, e un Cristo ignudo in piedi, con una mano sul petto, opere assai lodate. Il ritratto di questo artefice, fatto da lui medesimo, si trovava l’anno 1604 a Midelborgh in Zeelandt, appresso Maria sua figliuola, vedova di Pieter Cappoen, in nostra lingua Pietro de’ Capponi, ottimamente lavorato. Nel medesimo quadro del ritratto, dalla parte di dietro, era una lontananza con una veduta della città di Tunis, fatta dal naturale, colle guardie de’ soldati, ed esso a sedere, in atto di dipignere: appresso a lui era una donna grassa ignuda, con un taglio in un braccio. Vi era ancora il ritratto di Maria, sua seconda moglie, assai ben fatto. Questa donna aveva per ciascheduna mano sei dita; ma o forse subito nata, o dipoi, le erano state levate le due dita minori, e benissimo si scorgeva nella pittura il luogo della congiunzione di esse dita tagliate. La medesima Maria fu dipinta al naturale dal padre in sua gioventù in abito Turchesco, perché godeva di vederla spesse volte in quel modo vestita: e con tal veste la conduceva ogni anno alla solita processione della principal festa di Bruxelles, chiamata Emgangh. Era ancora appresso essa Vedova, fatto dal naturale, un ritratto di un bambino, che aveva bellissimi capelli: e un trionfo di mare, fatto da suo padre, con molte figure ignude assai belle. Fu questo Giovanni Cornelisz strettissimo amico e compagno di Giovanni Schooreel: e l’uno e l’altro comprarono gran beni nella Noortolandia. L’Imperadore spesse volte si pigliava gusto di far veder costui ad alcune Dame e Signori, perché era di grandissima statura e benissimo composto, ed aveva una barba sì lunga, che stando ritto, poteva pestarla col piede: ed era cosa gustosa il vedere alcune volte, quando e’ viaggiava a cavallo appresso a Principi e Cavalieri, che il vento gliela sollevava e balzava loro nel viso. Tenevane Giovanni gran conto, e ogni mattina impiegava alcun tempo in pettinarla, e a cagione di questa, era chiamato Ans della barba. Morì quest’artefice in Bruxelles l’anno 1559, della sua età cinquantanove o sessanta: e nella Chiesa di San Goricks, fu sepolto. Il ritratto di lui, intagliato da Tommaso Galle, fra’ ritratti degli altri celebri pittori Fiamminghi, fu dato alle stampe poco avanti al 1600 co’ seguenti versi, composti da Domenico Lamsonio: Quos homines, quæ non majus loca pinxit et urbes, Visendum late quicquid et Orbis habet; Dum terra sequiturque mari te Carole Cæsar, Pingeret ut dextræ fortia facta tuæ; Quæ mox attalicis fulgerent aurea textis, Materiem artifici sed superante manu. Nec minus ille sua spectacula præbuit arte Celso conspicuus vertice grata tibi. Jussus prolixæ detecta volumina barbæ Ostentare suos pendula ad usque pedes.

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Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di SpagnaAntonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi: Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem, Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

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Discepolo del Coreggio, morì 1575. Bernardino Gatti, detto il Sojaro, ornamento della città di Cremona sua patria (non ostante, che altri abbia detto, che e’ fosse da Vercelli) ebbe i suoi principj nell’arte dal sovrano pittore Antonio Allegri da Correggio: e come quelli, che fu da natura provveduto d’un ottimo giudizio, per conoscere ed eleggere sempre il migliore, e d’una mano attissima a conformarsi colle più difficili maniere de’ maestri eccellenti, tanto apprese i precetti di quel gran lume dell’arte, che finalmente riuscì uno de’ migliori artefici della terza scuola di Lombardia. Tenne una maniera di gran gusto, di forza e rilievo, e molto finita: disegnò così bene, ad imitazione del maestro, che alcuni suoi disegni si son talvolta cambiati con quelli del Coreggio. Fece opere insigni a olio e a fresco, e in gran quantità, avendo egli avuta vita lunghissima. Sue pitture sono state portate per tutta Europa, e particolarmente in Ispagna e in Francia, oltre alle innumerabili, che si vedono per la Lombardia: e volendo io ora dar notizia di alcune, incomincerò da quelle, che egli fece nella sua patria Cremona, le quali veramente meritano ogni lode. In San Pietro de’ Canonici Regolari Lateranensi, nel Refettorio, è una grande storia a fresco del miracolo di Cristo del saziarsi le turbe: e nella Chiesa de’ medesimi la tavola dell’Altare maggiore. In San Sigismondo, fuori di Cremona, nella volta, è una bella storia dell’Ascensione di Cristo. Vedesi anche nel Duomo, fra l’altre storie della Passione, fatte da diversi eccellenti maestri, una pure di sua mano, quantunque di maniera alquanto diversa dalla sua consueta. Nella Chiesa di S. Pietro dipinse la tavola dell’Altare maggiore, colla storia della Natività di Cristo, opera, che risplende fra le sue migliori. In San Domenico mandò una sua tavola di un Cristo morto, fatto di gran forza. Nella Chiesa de’ Monaci di San Girolamo, fuori di Cremona, nella tavola della prima Cappella a man destra, rappresentò la Vergine Annunciata. Nella città di Piacenza, nella Chiesa della Madonna di Campagna, rispetto alla Cappella di S. Agostino, dipinta dal Pordenone, è di sua mano un San Giorgio armato, che dagl’intendenti si stima la migliore opera, che egli facesse mai: siccome ancora sono opera del suo pennello l’altre pitture de’ fatti di Maria Vergine, state lasciate imperfette dal Pordenone, co i dodici Apostoli, i quattro Evangelisti, e diverse figure d’Angeli. È quest’opera onorata da’ professori dell’arte, con questa lode, d’essersi egli nella medesima saputo così bene conformare al modo del Pordenone, che vi lavorò alcuni Profeti e Sibille, con certi putti, che il tutto pare essere stato fatto da una sola mano. In San Francesco della stessa città ammirasi la bell’opera del Cristo flagellato alla Colonna: e in Sant’Anna due grandi storie della vita e fatti di Gesù Cristo. In Vigevano furono mandate alcune piccole tavole di sua mano, molto belle. Dopo, che il Sojaro ebbe assai operato nella patria e per le città vicine, se n’andò a Parma, dove fece lavori stupendi. In Sant’Agata è una sua tavola. Nella Madonna della Steccata finì la nicchia e l’arco, restato imperfetto per la seguìta morte di Michelagnolo Senese: e poi messo mano alla grand’opera della Tribuna maggiore, che è in mezzo a detta Chiesa, dove dipinse a fresco l’Assunzione di Maria Vergine, e fecevi altre opere di grande stima. Morì finalmente Bernardino l’anno di nostra salute 1575 lasciando imperfetta una delle più belle pitture, che uscissero dal suo pennello. Tale fu una tavola a olio nel Coro del Duomo di Cremona, alta cinquanta palmi, dove espresse l’Assunzione in Cielo di Maria Vergine, con gli Apostoli, la quale, così abbozzata com’ell’è, è cosa maravigliosissima a vedere. Ebbe questo pittore molti discepoli, uno de’ quali fu lo Sprangber Fiammingo, come abbiam detto nelle notizie di lui. Ancora fu suo discepolo un suo nipote, chiamato Gervasio Gati, che fece molte opere assai bene intese; ma non già del gusto e perfezione di quelle del zio. Ebbe genio particolare a i ritratti, de i quali fece moltissimi, e assai somiglianti: né fu quasi Principe, o altro titolato di quelle parti, che non fosse da lui dipinto. Di mano di costui è una tavola in Sant’Agata di Cremona: e sua ancora è la tavola dell’Altare maggiore de’ Gesuiti. Un suo quadro fu posto nel Coro della Chiesa di San Niccolò, altri nel Coro della Chiesa di Santa Elena, e di quella di San Lorenzo, in San Francesco, in San Girolamo fuori di Cremona e altrove. Fioriva quest’artefice dal 1570.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540. Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli Eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi. È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

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Discepolo di Bernaert di Bruselles, nato 1497, morto 1592. Nacque questo rinomato artefice nella città di Malines l’anno 1497. Cresciuto in età, fece sotto la disciplina di Bernaert di Bruselles, diligentissimi studj, per giugnere alla perfezione dell’arte del dipignere. Se ne venne poi in Italia; e in Roma studiò le opere di Raffaello, e nella Chiesa vecchia di San Pietro dipinse una Resurrezione. Operò in Santa Maria della Pace, ed in altri luoghi della stessa città. Tornossene poi alla patria, accasato con una donna di tanto suo genio, che godendo con essa una tranquillissima vita, poté, senz’alcun disturbo, attendere, a tutto suo piacere, alle cose dell’arte. Quella poi mancatagli, prese altra moglie, della quale non ebbe figliuoli. Fra le opere principalissime di questo artefice, fu una tavola da Altare nella Chiesa della Madonna di Halsembergh, tre leghe lontano da Bruselles, in cui aveva rappresentato un Crocifisso, con tanto artifizio e maestria, che molti amatori dell’arte concorrevano bene spesso a quella Chiesa, per vedere tale opera. Questa tavola fu poi, a tempo de’ tumulti di Fiandra, da un tal Thomas Werzy Mercante di Bruselles, portata in Ispagna (dove anche aveva portate molte altre belle cose di tal genere) e venduta pel Re Filippo al Cardinal Granvela. Era in Bruselles ancora di mano del Cocxie, nella Chiesa Cattedrale di Santa Giulia, una bellissima tavola, in cui era figurato il Transito di Maria Vergine, che pure fu venduta in Ispagna a gran prezzo. Ad un Altare di Santo Luca, attorno ad una tavola fatta da Bernardo suo maestro, aveva egli dipinto due sportelli, i quali, nel partir che fece di Fiandra il Duca Mattias, volle portar con sé come cose rarissime. Dipinse per la Chiesa Cattedrale d’Anversa la tavola di San Sebastiano. Similmente per la nominata Chiesa di S. Giulia in Bruselles una stupenda tavola della Cena di Cristo Signor nostro, e altre moltissime opere fece nel lungo corso di sua vita, colle quali divenne ricco: e fra gli altri beni, ch’egli acquistò nella città di Malines sua patria, furono tre bellissime case, anzi piuttosto tre gran palazzi. Ebbe questo artefice aveva una bella maniera di colorire, ed alle sue figure dava gran naturalezza, particolarmente quando erano immagini di Maria Vergine e de’ Santi. Nell’inventario non fu molto ricco. Erasi egli ajutato assai coll’opere Italiane, avendo anche posto in opera molte cose di Raffaello, sopra le pitture del quale egli aveva fatto tutti i suoi grandi studj. Onde quando Girolamo Cock messe alla stampa le stesse opere di Raffaello, il Cocxie si trovò in grandi angustie, vedendosi scoperte per non sue alcune maravigliose figure, delle quali egli s’era servito nella nominata tavola del Transito di Maria Vergine in S. Giulia a Bruselles. Giunto che fu Michele al novantesimoquinto anno della sua età, avendo poco avanti fatte alcune opere nella casa o palazzo della città, cadde da una scala, o da un ponte di tavole, dove forse egli s’era messo a fare alcuna cosa in pittura, e di tal caduta morì l’anno 1592.

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Discepolo di Frans Floris, fioriva nel 1540, morto 1568. Willem Key, che in nostro idioma diremmo Guglielmo Matto, fioriva in Anversa l’anno 1540 del qual tempo si trova, che entrasse in quella Compagnia de’ Pittori: e aveva sua abitazione vicino al luogo, detto la Borsa, che è il luogo de’ Mercanti. Questi, nella sua gioventù, apprese l’arte dal celebre Pittore Francesco Floris, e poi si pose appresso Lamberto Lombardo di Liege. Operò bene al naturale, ed ebbe lode in quelle parti di dipignere con più dolcezza di qualunque altro suo coetaneo, benché non riuscisse così spiritoso, quanto era il Floris. Nel Palazzo della città d’Anversa era già un quadro di sua mano, che gli fu ordinato dal Tesoriero Christoffel Pruim, dove aveva fatti i ritratti, grandi quanto il naturale, de’ Signori della città: e di sopra era un Cristo, con Angeli. Questo quadro l’anno 1576 nel tempo che la soldatesca Spagnuola diede fuoco al Palazzo, restò preda di quel grande incendio. Nella Cattedrale aveva dipinta una storia, dove aveva rappresentato Gesù Cristo, in atto di chiamare a sé le sue creature, colle parole Venite ad me omnes qui laboratis etc. Vedevasi appresso al Signore gran copia d’artefici d’ogni mestiere, che s’ingegnavano d’accostarsi a lui: e questo quadro pure ancor esso perì nel tempo delle Ribellioni; ciocché mi persuado seguisse ancora ad un’altra bella tavola, che era pur di sua mano in quella Chiesa, dov’era dipinto il trionfo di Cristo. Fece il ritratto del Cardinale Granvela, e quello ancora del Duca d’Alba: e occorse, che mentre egli alla presenza del Duca lo stava lavorando, quantunque e’ non fosse benissimo esperto in quella lingua, egl’intese un certo discorso, che concludeva esser già stato determinato, ch’e’ si facesse morire il Conte di Egmondt, e il Conte di Hoorne con altri Signori; onde Guglielmo, come quegli che era tenero di cuore, e molto amava la nobiltà, e anche, come vollero alcuni, per l’orrore, in che egli ebbe sempre la faccia del Duca d’Alva, s’atterrì di tal maniera, e tanto s’accorò, che infermatosi gravemente, appunto lo stesso giorno, che furono fatti morire, che fu il dì 5 di Giugno del 1568 ancor esso si morì, benché altri fosse d’opinione, che ciò seguisse alcun giorno avanti. Fu questo artefice dotato di ottime qualità naturali, onestissimo ne’ costumi e nelle parole. Tenne sempre l’arte in gran riputazione: e perché gli furono pagate le opere assai, fece anche buone ricchezze. Abitò un magnifico palazzo, e seppe bene accoppiare la prudenza con un discreto risparmio, colla magnanimità di un molto nobile trattamento della propria persona: e lasciò di sé, in ogni conto, gioconda ed onorata memoria.

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Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

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Willem Jacobsz, che abitava in Amsterdam l’anno 1604 presso alla nuova Chiesa, aveva un bel quadro d’una festa di contadini in occasione di nozze, dov’erano rappresentate infinite azioni ridicolose e naturali, e particolarmente l’atto del regalar la Sposa con que’ lor regali contadineschi, mentre una vecchia contadina, con una gran borsa legata al collo, sta ricevendo i quattrini. Ha il Granduca di Toscana nella sua Real Galleria, un quadro di mano di lui, dove si legge anche il nome di Pietro Brueghel. In questo quadro, che è una tavola di circa due braccia e tre quarti, egli rappresentò il portar della Croce del nostro Signore, con figure, la maggior delle quali è alta un palmo. Vedesi in esso una spaziosa campagna ben digradata, col punto alto, dove è la gran città di Gerusalemme: e appresso a questa il Monte Calvario, verso il quale s’invia il Signore colla sua Croce, vestito d’una veste di color cenerino, tirato e spinto da’ manigoldi, mentre la Veronica gli porge pietosamente il velo: dietro è il Cireneo, che regge il fusto della medesima Croce, e moltissime figure, che rappresentano Ufiziali della Corte, ed altre d’ogni età e sesso. Precede al Signore una gran Cavalleria d’uomini armati, coll’insegna, in cui si legge S.P.Q.R. La strada, che batte questa gran comitiva torce dolcemente, secondo il taglio, che apparisce in un gran masso, di che mostra esser composto il Monte Calvario, fino alla sua sommità, dove si riducono le figure di questa numerosa e lagrimevol processione, piccolissime: altre in atto di pigliar posto per veder lo spettacolo, altre per operare in quella tragica azione, altre forse per piagner da vicino il gran misfatto. La Beatissima Vergine, in qualche distanza dal figliuolo, quasiché lo abbia già da lontano veduto sotto quel duro peso, si vede genuflessa sopra la nuda terra, colle spalle voltate a quella dolorosa comitiva, e piange amaramente, mentre la Maddalena la sta confortando. Due altre divote donne si veggiono poco da lungi, pure anch’elleno genuflesse, in atti dolentissimi: e dietro a queste è San Giovanni Evangelista. Scorgesi in tutta quest’opera, la quale è fatta alla solita maniera Fiamminga, una gran varietà d’abiti, d’arie di teste e d’azioni, congiunte alla diligenza ed all’amore grandissimo, col quale è condotta. Per ultimo avevano i Signori di Bruselles determinato di far dipignere al Brueghel alcuni quadri, che rappresentassero coloro, che operavano ne’ canali, che conducono a Bruselles in Anversa; quando nell’ordinarsi questa pratica, il valoroso artefice venne a morte, e rimase la cosa senza effetto. Veggionsi molte carte in istampa di sua invenzione: ed aveva anche fatti alcuni disegni poco onesti, che pure si dovevano intagliare con alcuni versi sotto; ma quando si vide in pericolo di morte, forte temendo il Divino giudizio, chiamò la moglie, e volle, che ella tutti in sua presenza gli abbruciasse. Alla stessa sua moglie lasciò per testamento un pezzo di quadro, che al parere degl’intendenti fu stimato il migliore, che uscisse mai dalle sue mani, dove fra le altre cose era dipinta una gazzera sopra una forca. Rimasero due suoi figliuoli, che pure sono stati eccellenti Pittori: uno chiamato Pieter, che imparò l’arte da Gillis Van Conincxloo, che dipingeva di ritratti alla naturale: l’altro si chiamò Giovanni, che studiava dalla Donna, che fu la moglie di Pietro d’Alost: e da questo Pietro di Alost imparò a dipignere a guazzo, e dipoi a olio da un certo Pieter Goe Kindt, che noi diremmo Pietro buon bambino. Andò in Colonia, e dipoi venne in Italia, dove si guadagnò grande stima, dipingendo paesi e piccole figure, nelle quali ebbe veramente una bella maniera.

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Fioriva nel 1550. In questi tempi fiorì Carel d’Yper, il quale nella stessa città operò molto in tavole da altari, soffitte di case, e altre cose fece pe’ Conventi a fresco. Era di mano costui in Tornay un quadro a chiaroscuro d’una Conversione di San Paolo, e d’una Resurrezione a olio, che, per testimonio di Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, era degna di molta lode. Similmente in un villaggio, chiamato Hooglede, vicino a Boesselaer, in una Chiesa, era un Giudizio universale a olio, fatto coll’ajuto di Claes Snellaert suo discepolo, che fu assai valente in dipignere architetture e spartimenti, che morì a Tornay l’anno 1602 in età di sessant’anni. Si son veduti disegni di Carlo in sulla maniera del Tintoretto: e fra questi il citato Vanmander fa menzione d’uno bellissimo, fatto colla penna, dov’era nostro Signore in gloria, e abbasso i quattro Evangelisti. In Gant era di sua mano una Natività del Signore. Fu questo artefice stimato il migliore di sua patria, come quegli, che aveva fatti studj in Italia, ed altre provincie; ma fu di natura così iracondo, che pochi potevan trattare con esso lui: ed i suoi discepoli, de’ quali uno fu Pieter Ulerick di Cortray, del quale abbiamo parlato, ancor essi erano forzati tosto a lasciarlo. Deliberò poi di andarsene a Tornai, dove fu ricevuto con grande accoglienza da’ Professori, quali l’invitavano spesso a desinare, ed altre dimostrazioni di cortesia gli facevano. Occorse un giorno, che nell’esser’ egli a desinare con alcuni di loro, fu mosso un discorso sopra le loro donne e figliuoli. Uno di questi s’impegnò a dire, che Carlo aveva una bella donna, ma che non ne aveva figliuoli; al che soggiunse un altro: Carlo tu non meriti di vivere fra gli uomini, per avere una sì bella donna, e non saper far figliuoli. Queste furon per Carlo male parole, perché come uomo di forte apprensio, e molto fisso, cominciando a pensarvi sopra, diede in tal malinconia, che e’ non fu poi più modo, che si potesse rallegrare. Poco appresso, un giorno dopo desinare, nell’andare egli a spasso fuori di Cortray vicino ad un fiume, che passa per la medesima città, disse di voler toccare il fondo di quel fiume. Credettero i compagni, ch’e’ si volesse andare a bagnare, perché faceva gran caldo. Ma ciò che seguì dipoi la medesima sera, fece conoscere, che Carlo raggirava pel suo cervello altri pensieri, che di fuggire il caldo della stagione; perchè nel trovarsi, ch’ei fece co’ medesimi a cena all’osteria (dove si trattenne sempre con segni d’una profonda tristezza) essendo da uno de’ compagni fatto un brindisi, domandogli se e’ voleva rispondergli con bianco o rosso, l’infelice Carlo con un coltello, che teneva in mano sotto la tavola, si diede una ferita nel petto, facendo correre il sangue sopra la medesima tavola, e disse: Ecco il rosso. Furongli subito attorno, spaventati, tutti i compagni per soccorrerlo; ma egli non facendo altro, che ridir le parole: Io non son degno di vivere, con esse in bocca si venne meno. Allora temendo tutti del caso della sua morte, per paura di non cadere insieme con esso nelle mani della Giustizia, si partirono di quel luogo, e lo menarono seco in un Convento, chiamato Groeninge: quivi cercarono di ristorarlo e consolarlo, giacché per essere il colpo andato a ferire una costola, non dava per allora la ferita segno evidente d’esser mortale; tantoché Carlo si rinvenne alquanto, e domandava a’ compagni, che cosa avesse fatto: quindi chiesta carta da disegnare cominciò a rappresentare un Inferno, e intanto forte gridava: Io son dannato. Quelli, che lo custodivano (fra’ quali era Olivier Bard Pittore di Bruges, con altri) avevano molto da fare a tenerlo, finchè, coll’aprirsi e serrarsi ad ogni poco la ferita, a cagione della sua grande inquietudine, egli s’aggravò di tanto male, che in brevi giorni miserabilmente si morì l’anno 1564. Dissesi allora, che costui avesse in Roma, o in altro luogo d’Italia, un’altra moglie: e che ciò gli fosse avvenuto per giusto gastigo del cielo, per aver’egli così bruttamente contro le Umane e Divine Leggi, abusato il primo Matrimonio. Nel che ci rimettiamo a ciò, che fosse in verità. Il suo cadavero fu sepolto nello stesso Convento di sopra mentovato di Groeninge.

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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S Sandro Botticelli, detto Alessandro Filipepi 137. Scrittori sopra la vita e santità del B. Fra Giovanni Angelico domenicano 46. Sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella 41. Sepolcro di Carlo Marsuppini in Santa Croce 41. Sepoltura in Santa Croce di Francesca Nori 39. Sepoltura nella chiesa di San Miniato del Cardinale di Portogallo 39. Sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici in San Lorenzo, bellissima 119. Fra Simone da Corniolo 232. Simone fratello di Donatello scultore 105. Il Sodoma Pittore 228. Lo Spagna 278. Statua di S. Basti della Pieve d’Empoli 39. Statua di S. Filippo d’Orsanmichele 49. Statua di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga del Signore, nella facciata d’Orsanmichele 119. Statua di San Giovanni Evangelista di Orsanmichele 147. Statua di Santo Lò d’Orsanmichele 59. Statua di San Gio. Battista d’Orsanmichele 6. Statua di San Matteo di detta Chiesa 6. Statue di Donatello in più luoghi 35. e 36. Statue de’ quattro Santi d’Orsanmich. 49. Statue poste sopra la porta di San Giovanni, rappresentanti San Giovambatista predicante in mezzo a due figure 140.

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