Luogo - Bargello

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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P
Proemio dell’Opera 1.
Pittura, e Scultura sono una cosa stessa 2. lor divisione da che proceda 2. Procedono dallo stesso principio che è il disegno 2. Dall’Egitto in Italia, e poi in Grecia 3. periscono 3. risorgono in Toscana 3.
Plastica del primo Uomo 2.
Prassitele antico Scultore 3.
Pirro antico pittore in Grecia 3.
Polignoto Ateniese antico Pittore in Corinto 3.
Parrasio antico pittore 3.
Protogene antico pittore 3.
Pitture de’ Greci in S. Maria Novella 4.
Palazzo de’ Governatori d’Ancona 5.
Provvisione ottenuta nel Consiglio della Città di Firenze a favor di Giotto 10.
Platone ebbe lode d’essere stato il primo, che riducesse il Dialogo a perfezione 28.
Palazzo de’ Sig. in Arezzo, e Torre della Campana 35.
Ponte alla Carraia quando fondato, e da chi 35.
Palazzo delli Anziani in Firenze e da chi edificato 36. servì poi pel Podestà, oggi pel Bargello 36.
ser Petraccolo dell’Ancisa padre del Petrarca 36.
Ponte alla spugna sopra il fiume dell’Elsa quando edificato, e da chi 38.
Persio si fa chiamare discepolo di Cornuto 42.
Paradiso si piglia per atrio, e portico di Chiesa, avvertimento dell’Autore intorno a ciò 48.
Pietro Berrettini da Cortona 58.
Papa Benedetto IX da Treviso 60 e 63.
Papa Bonifazio VIII. 60.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Furono a Lorenzo, oltre al pagamento, date molte onorevolezze, e di più risolverono gli Operai di S. Liperata di metterlo a parte degli onori, che si procacciava l’eccellentissimo Brunellesco nella sua maravigliosa fabbrica della Cupola, con darglielo per compagno; mentre io trovo a un libro di Deliberazioni dell’Opera del 1419. che Filippo di Ser Brunellesco, Lorenzo di Bartoluccio, e Batista d’Antonio sono eletti in Provveditori dell’Opera della Cupola a farla fabbricare e finire con fior. 3. di provvisione per ciascuno, per quanto durerà a fabbricarsi, e finché non sia finita: ed al primo di loro, che mancasse di vita, fu sostituito Giuliano di Arrigo Pittore, vocato Pisello: ed al secondo di loro, che morisse, Mes. Giovanni di Gherardo da Prato. Ma perché tal Deliberazione apportò al Brunellesco gran dispiacere, non andò la cosa molto avanti. E giacché intorno a’ particolari più minuti di tale risoluzione degli Operai il v assai ci lasciò scritto, e con sì bel modo, che ogn’altra espressione che io volessi fare, doverebbe riputarsi men bella; io a quanto egli ne raccontò, rimetto il mio Lettore. Ora, siccome è proprio de’ più sublimi e nobili ingegni, l’essere da coloro, che tali non sono, sottoposti alla maladicenza, la quale però, in luogo della procacciata oppressione, bene spesso onore e grandezza loro cagiona; così a Lorenzo, il quale con sì rare virtù s’era nella sua patria guadagnata gloria immortale, non fu possibile il sottrarsi dalla livorosa rabbia dell’Invidia: il che, quando non mai da altro, si riconosce da una falsa imputazione, che per toglierlo a quegli onori, che e per nascita e per le sue rare qualità personali se gli convenivano, gli fu data nel modo, che più a basso diremo; ma è prima da sapersi quanto appresso. Ebbe per costume l’antica Repubblica Fiorentina, come abbiamo dal vecchio Statuto al trattato terzo del libro terzo, intitolato gli Ordinamenti della Giustizia alla Rubrica 96. e 97. citati da Giovanni Villani, di fare le intamburazioni, che erano alcune segrete notificazioni, le quali facevansi nel Palazzo di un ministro, chiamato l’Esecutore degli Ordinamenti della Giustizia, che era uno de’ tre Rettori forestieri, dopo il Potestà e’l Capitano del Popolo, solamente fatto per difendere i Popolani contro a i Grandi: ed abitava da S. Piero Scheraggio: e queste notificazioni gettavansi in certe casse serrate a chiave, che chiamavano tamburi. E perché essa antica Repubblica reggevasi a governo Democratico o Popolare, che dir vogliamo: e però avendo avuti sempre a sospetto i Grandi e potenti, voleva in tal modo attutarne l’orgoglio, e così rendersi più sicura; quasi in quella guisa che l’Ateniese, simile in governo alla Fiorentina, inventò il violento rimedio dell’esilio di coloro, che pure non altra colpa avevano, che l’aver qualitadi eminenti sopra’l Popolo: e questo chiamavano Ostracismo; onde è, che essa Fiorentina Republica aggiunse alla statutaria disposizione, che se nel tamburo si fusse trovata qualche cedola contro a qualche Popolare, subito dovea stracciarsi senza leggerla, con doversi anche di tale atto rogare pubblico Instrumento: e colui, che avesse tale notificazione fatta fare, dovesse sommariamente e de plano esser condannato. Ma giacché parliamo di tale statutaria disposizione, non voglio lasciar di dire, a benefizio degli eruditi, come dalla medesima, per mio avviso, viene illustrato un bel luogo del Dittamondo di Fazio degli Uberti, nostro antichissimo potea, contemporaneo di Dante, ove dice: Qui non temeva la gente comuna (intende de’ Popolari) Trovarsi nel tambur (esser tamburato), ned esser preso Per lo Bargello senza colpa alcuna. Collo scorrere de’ tempi mutaronsi altresì l’usanze, ed usaronsi pure dalla Fiorentina Republica altre maniere d’intamburazioni: e furon quelle di certi tamburi di legno, che si tenevano appesi in alcune Chiese principali, e particolarmente in S. M. del Fiore, dove stavano appiccati alle colonne: e avevano dalla parte dinanzi scritto il nome di quell’Ufizio o Magistrato a cui elle servivano, e di sopra un’apertura, nella quale si poteva da chiunque volesse mettere, ma non già messa cavare, alcuna notificazione o scrittura: e questo si diceva intamburare, cioè accusare, e querelare. Questo facevano, acciocché fosse lecito a ciascheduno, senza manifestarsi, iscoprire a pubblico benefizio le mancanze di qualunque cittadino: ed è costume praticato nelle Repubbliche, siccome anche in qualche altro luogo, fino a oggi continuato. Avvenne dunque, che essendo il nostro Lorenzo stato tratto l’anno 1443. dell’ufizio de’ dodici Buonuomini, uno de’ tre maggiori, che oggi si dice il Collegio; vi fu chi procurò d’offuscare la sua fama, ed opporsi all’ingrandimento di sua casa, con una notificazione, data per lo Magistrato de’ Conservadori di Legge, del tenore, che segue: Lorenzo di Bartolo, fa le porte di S. Giovanni, di nuovo tratto all’uficio de’ Dodeci, è inabile a tale ufizio, perché non è nato di legittimo matrimonio, perché d. Lorenzo fu figliuolo di Bartolo e Mona Fiore, la quale fu sua femmina, ovvero fante, e fu figliuola d’un lavoratore di Val di Sieve, e maritolla a Pelago a uno chiamato Cione Paltami, uomo della persona molto disutile, e quasi smemorato, il quale non piacque alla detta Fiore: fuggissi da lui, e vennesene a Firenze, capitò alle mani di Bartolo predetto dell’anno 1374. o circa, e in quattro o cinque anni ne ebbe due figliuoli, una prima femmina, poi questo Lorenzo dell’anno circa il 1378. e quello allevò, e insegnolli l’arte sua dell’Orafo: dipoi circa l’anno 1406. morì il detto Cione, e’l detto Bartolo trovato da certi amici, i quali mostrarongli, che male era a vivere in adulterio, la sposò, come di questo è pubblica voce e fama, e come per li strumenti di matrimonj. E s’egli dicesse esser figliuolo di Cione, e non di Bartolo; troverete, che Cione mai ebbe figliuoli della Fiore: e che Lorenzo prese e usò i beni di Bartolo, e quelli ha venduti e usati come figliuolo e legittimo erede: e perché e’ s’è sentito innabile, mai ha accettato l’ufizio del Consolato dell’Arte, al quale più volte è stato tratto; ma sempre per piccola cosa è stato allo specchio, e lasciatosi stracciare. Fin qui son parole proprie della intamburazione.

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