Luogo - Arte

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Venne poi voglia a Lorenzo di provarsi a operar di Musaico, e nella stessa loggia d’Or San Michele, sopra il luogo appunto, dove era stata collocata la statua del S. Gio: Batista, fece la mezza figura dell’Apostolo, che sino a oggi vi si vede. Dipoi per l’Arte de’ Cambiatori gettò la bella statua del S. Matteo per l’altro pilastro d’Or San Michele, incontro all’Arte della Lana, il quale pilastro, come mostreremo appresso era stato concesso per avanti all’Arte de’ Fornai, che avevanlo domandato, per farvi collocare la figura, ch’e’ disegnavano di fare del Martire S. Lorenzo loro protettore. Ma perché io non istimo, che i fatti, che occorsero al principio, ed accompagnarono poi il proseguimento di quest’opera, che in vero riuscì bella oltre ogni credere, siano in tutto indegni di esser saputi, risolvo di notargli in questo luogo, tali appunto, quali io medesimo gli ho riconosciuti in un libro de’ Consoli di essa Arte de’ Cambiatori, fatto tenere apposta, il quale benissimo conservato trovasi oggi fra le antiche loro scritture. È intitolato il libro nella esterior parte: Libro del Pilastro della Figura di S. Matteo dell’Arte: e per entro nella prima carta è scritto: In questo libro si scriveranno tutte e ciascuna diliberagioni, stanziamenti, e ciascune altre cose, le quali si faranno intorno a fatti del Pilastro. Cominciò detto libro in tempo degli appresso Consoli dell’Arte del Cambio per quattro mesi, cominciati a dì primo di Maggio, XII. Indizione, 1419. Niccolò di Ser Fresco Borghi, Gherardo di Francesco de’ Medici, Giovanni di Barduccio di Cherichino, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini; esistente Camarlingo della detta Arte per lo tempo di quattro mesi Piero di Mes. Guido Ponciani. A dì 19 Giugno Deliberazione. Che con tutti gli opportuni rimedj si procacci dinanzi a’ Capitani d’Orto S. Michele, ovvero dinanzi da’ Signori e Colleghi, d’avere il pilastro, che fu giudicato all’Arte de’ Fornai, e che sia e pervenghi alla detta Arte, e in caso che s’abbi detto pilastro, che per la detta Arte, si faccia la .figura di S. Matteo Apostolo ed Evangelista, vero campione della detta Arte, e faccisi di Bronzo, ovvero d’Ottone bellissima quanto più si può fare. E che si chiamino quattro Artefici ed Arruoti della detta Arte in Operai, per Operai, i quali quattro insieme co’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e le due parte di loro abbino quella balìa, che tutta la detta Arte in allogare la detta figura di S. Matteo al più valente maestro ci sia, e spender quella quantità di danaro della detta Arte, che occorreranno per detta figura, e suo ornamento. I quattro Operai furono Niccolò di Giovanni del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Giovanni di Mico Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici. Fecer poi 19. Arruoti, che per brevità non si notano: e sposero loro instanza alla Signoria nel tempo del Gonfaloniere Niccolò di Franco Sacchetti, e de’ Priori, Parigi di Tommaso Corbinelli, Lorenzo di Giovanni Grasso, Giovanni di Filippo di Ghese Legnajuolo, Domenico di Jacopo Pieri Guidi Magnano, Dionisio di Giovanni di Ser Nigi, Antonio di Davanzato de’ Davanzati, Francesco di Domenico Naldini, Lorenzo di Mes. Ugo della Stufa: i quali a’ 22. di Giugno 1419. deliberarono, che stanteché la detta Arte de’ Fornai, alla quale era stato dato il Pilastro , per farvi un S. Lorenzo Martire, Campione della detta Arte , era poverissima, ed i suoi artefici pochi di numero e poveri assai, e che né di presente né per l’avvenire avrebber potuta far quella spesa; quello si dovesse concedere, e di consenso de’ medesimi Fornai concessero all’ Università de’ Cambiatori , per farvi la figura del S. Matteo. A 21. di Luglio del detto anno l’Arte de’ Cambiatori, cioè i Consoli e Operai ragunati insieme fecero il partito, che dovesse procedersi alla allogagione della statua, con doversene fare Scrittura, di lor mano sottoscritta: ed alli 26. del susseguente mese d’Agosto allogaronla a Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio , e ne fecero la Scrittura del tenore che segue, tratto a parola a parola dal suo originale, che pure nel soprannotato libro apparisce. MCCCCXVIIII. Ind. XII. a dì 26 Ag. Sia manifesto a qualunque persona vedrà o leggerà la presente Scrittura come i nobili uomini Niccolò di Ser Fresco Borghi, Averardo di Francesco de’ Medici, Giovanni de’ Cherichini, Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini Consoli della detta Arte del Cambio della Città di Firenze, et i savi uomini Niccolò di Gio: del Bellaccio, Niccolò d’Agnolo Serragli, Gio: di Marco Capponi, Cosimo di Giovanni de’ Medici, VII. Artefici, et Arroti, et Operai della detta Arte , et li quali nobili, e quattro Artefici Arruoti due Operai, e le parti di loro intorno alle infrascritte cose anno quella balìa, che tutta la d. Arte per vigore della delibarazione fatta pe’ presenti nobili, e dodici Artefici, et Arroti della detta Arte stati alcuna volta dell’Uficio del Consolato della detta Arte servate le dovute solennitadi, e mezzo fra loro diligente e secreto scrutinio, et ottenuto il partito a fava nera e bianca. Signori tutti raunati nella casa della detta Arte pe’ fatti, e intorno a’ fatti del Pilastro, e della nuova figura di S. Matteo, che vogliono si faccia d’ottone o bronzo nel Pilastro di nuovo avuto e acquistato per la detta Arte , ed ogni cosa, che dependesse, da essi o da qualunque di loro feciono l’infrascritta allogagione del detto Pilastro, e della detta figura di S. Matteo mezzo tra loro diligente e segreto squittino, et ottenuto il partito a fava nera o bianca, all’infrascritto Lorenzo di Bartoluccio del Popolo di S. Ambrogio qui presente, volente, ricevente, e stipulante per sé per gli suoi eredi, e con esso Lorenzo contrassono, e formarono gl’infrascritti patti modi etc. e concordarono In prima il detto Lorenzo di Bartoluccio promesse, e per solenne stipulazione convenne, a detti Consoli, e quattro Arruoti, et Operai fare la d. figura di S. Matteo d’Ottone fine alla grandezza il meno, che è la figura al presente di S. Gio: Batista dell’Arte de’ Mercatanti, o maggiore quello più, che paressi alla discrizione di esso Lorenzo, che megli stare debbi. Et la detta figura fare d’un pezzo o di due, cioè per insino in due pezzi, in questo modo, cioè la testa un pezzo, e tutto il resto un altro pezzo, e che il prezzo di tutta la detta figura colla basa non passerà libbre 2500. compiuta sul pilastro. Et promette ne detti modi, e forma a detti Consoli, et quattro Operai, et Arruoti dare dorata detta figura in tutto et in parte, come parsa a Consoli, della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, et a detti quattro Arroti, et Operai, et alle due parti di loro in concordia, et si e come per loro, e per le due parti di loro sarà provveduto, ordinato, et deliberato. Ancora promesse la detta figura lavorare, e lavorare fare per buoni, e sufficienti Maestri intendenti delle dette cose, che del detto lavorio, et esso proprio Lorenzo promise lavorare detta figura continuamente durante il tempo infitto eziandio in certo intervallo di tempo, e come parrà, e piacerà a Consoli della detta Arte presenti e futuri, e a detti quattro Arroti, o Operai, e alle due parti di loro, e detta figura promette dare, e aver dato compiuta, e posta sul pilastro della detta Arte per di qui a tre anni cominciati a dì 16. di Lug. pross. passati, e fra’l detto tempo, e termine salvo giusto impedimento, il quale chiarire si debbi, e possi pe’ Consoli della detta Arte, che saranno, e pe’ dd. Operai, e per le due parti di loro. Ancora disse, e promise il d. Lorenzo a’ detti Consoli, e a’ detti quattro Arroti, e Operai, se volere, e avere, e ricevere per suo salaro, e rimunerazione, e mercedi della sua fatica, e di detti maestri della detta figura posta sul pilastro, quello il quale, come e in quel modo fia deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e detti quattro Arruoti, e Operai, e per le due parti di loro una volta, e più, e promise non pure in suo beneficio quello che abbi avuto l’anno dell’Arte de’ Mercatanti per suo salaro, rimunerazione, e fatica della figura di S. Giovanni per lui fatta alla detta Arte, ne niuna altra cosa avesse avuto da persona niuna; ma solamente sono contento per mio salaro, e de’ detti maestri avere solamente quella quantità di danari, e quello prezzo, come e in che modo sarà una volta, e più, proveduto, deliberato pe Consoli della detta Arte presenti, e che per lo tempo saranno, e per li detti quattro Operai, e per le due parti de’ detti Consoli, e quattro Operai. Dall’altra parte i detti Consoli e Operai in nome della detta Arte promisono al detto Lorenzo qui presente dare a tempi debiti, quando detto Lorenzo ne farà chiesta, terra, ferramenti per armare la detta figura, cera, ottone, carboni, legne, et altre cose occorrenti, e necessarie alla detta figura, e dargli eziandio fral detto tempo dì per dì quella quantità di danari alla discrizione de’ presenti o futuri Consoli della detta Arte, e di quattro Operai o alle due parti di loro. Che sopra dette cose promise l’una parte all’altra ne’ detti modi e forma avere ferme, e rate, e non contraffare o vero venire sotto la pena di fiorini 500. d’oro con rifacimento di danno, e spesa, la quale pena commessa o no, nientedimeno tutte le predette cose stieno ferme, e rate, e rinunziorono ad ogni beneficio in qualunque modo si chiami, che per loro facessi. E per ciò osservare i detti Consoli, e Proveditori obrigorono al detto Lorenzo la detta Arte, e i suoi beni presenti, e futuri, e il detto Lorenzo obrigo a detti Consoli, e quattro Arroti, e Operai qui presenti, e per la detta Arte riceventi, se e suoi eredi e beni presenti e futuri, e eziandio il detto Lorenzo si sottomette alla detta Arte, e ad ogni multa, condannagione, deliberagione, e sentenza si faranno una volta, e più pe’ Consoli della detta Arte presenti e futuri, e per detti quattro Operai, e per le due parti di loro del detto Lorenzo per non osservare, e mandare ad execuzione le cose sopraddette in tutto o in parte. Io Gio: di Balduccio di Cherichino uno de’ sopra detti Consoli allogatore predetto son contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, anno e mese. Io Niccolò di Ser Fresco Borghi uno de’ soprad. Consoli alogatore predetto sono contento alla detta Scrittura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò ho fatta questa soscrizione di mia propria mano soprad. dì, e anno, e mese. Io Giovanni di Mes. Luigi Guicciardini fui presente …… a sopradetti patti come di sopra si contiene, e però mi sono sottoscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto. Io Averardo di Francesco de’ Medici uno de’ detti Consoli alogatore predetto son contento alla detta Scrittura di sopra scritta, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì, e mese sopraddetti. Io Niccolò di Giovanni del Bellaccio uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obligomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano, e dì detto di sopra. Io Gio. di Mico Capponi uno de’ detti Operai sono contento alla sopra Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì detto di sopra. Io Cosimo di Gio: de’ Medici uno de’ detti Operai sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e però mi sono soscritto di mia propria mano anno, e dì come di sopra. Io Niccolò d’Agnolo Serragli uno de’ detti sono contento alla detta Scrittura, e obrigomi, e prometto come di sopra si contiene, e operò mi sono soscritto di mia propria mano anno e dì detto di sopra. Io Lorenzo di Bartoluccio orafo condottore soprad. son contento alla detta iscritura, e prometto, e obligomi come di sopra si contiene, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia propria mano anno, e mese, e dì detto di sopra. Io Stefano di Ser Naldo Notajo della detta Arte feci la detta Scriptura di volontà de’ detti Consoli, e de’ detti quattro Operai, e del detto Lorenzo di Bartoluccio, e per chiarezza di ciò mi sono soscritto di mia mano detto dì, anno, e mese. Io Michele di Francesco Notajo Fiorentino fu’ presente alla detta allogagione, e ciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle dette parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, mese e dì sopraddetto. Io Piero di Gio: Vajajo fu presente alla detta allogagione, e acciò che in essa si contiene, e a fede di ciò di volontà delle parti mi sono soscritto di mia propria mano, anno, e mese, e dì detto di sopra. Ma prima di tornare a parlare dell’altre opere di Lorenzo, è da sapersi, come avendo la detta Arte somministrato a Lorenzo più somme per lo necessario ammannimento di legname, ferro, terra, cimatura, cera e opere d’uomini per bisogno del modello, e fatto pagare dal camarlingo Lapo di Biagio Vespuggi a Gio: di Bicci de’ Medici fiorini d’oro dugento novantasei per libbre tremila di rame fatto condurre da Venezia, correndo l’anno 1421. ed il giorno 16. di Luglio comparve il Ghiberti, e disse, che essendo il getto della figura riuscito difettoso, faceva di mestieri tornare a gettarla, offerendosi il tutto fare a proprie spese: e a tale effetto furongli accomodati 30. fiorini. Fu poi imposto un dazio di 200. fiorini, che servir dovessero per dare spaccio, come fu detto nella deliberazione, a detta figura, cioè nettarla, pulirla, governarla, e metterla sul pilastro, eziandio per adornare il Tabernacolo di dentro e di fuori di marmi. Nel mese di Maggio 1422. deliberarono, che Jacopo di Corso, e Gio: di Niccolò compagni lastrajuoli, facessero il Tabernacolo, col disegno di Lorenzo, e con promessa di 75. fiorini d’oro, e più d’una lapida di marmo di grandezza di braccia 4. in circa: e trovasi notato esser seguita tale deliberazione nella Casa della detta Arte, posta in Firenze nel Popolo di S. Andrea. Finalmente il giorno de’ 17. Dicembre dello stesso anno stanziarono a Lorenzo di Bartoluccio fiorini 650. d’oro, come dissero per suo salario della figura di bronzo per lui fatta, con questo ch’e’ dovesse ad ogni sue spese rifare di nuovo la base, in modo che stesse bene, e governare detta figura in maniera, che non potesse essere gittata in terra dalle manovelle, e che risedesse bene nel Tabernacolo.

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Venuto a Firenze Papa Eugenio IV, per causa del Concilio, in cui fu unita la Chiesa Greca colla Latina, ebbe a fare per esso Pontefice molte belle cose, delle quali fu riccamente ricompensato. Intanto essendo state date gran lodi, in Italia e fuori, alla città di Firenze per la bella opera ch’ella aveva esposto al pubblico della Porta di S. Giovanni, deliberarono quelli della stessa Arte de’ Mercatanti, che e’ gettasse la terza Porta. Questa fu da Lorenzo spartita in dieci quadri, cinque per parte, ne’ quali rappresentò Storie del Vecchio Testamento, la creazione d’Adamo ed Eva, la transgressione del precetto, la cacciata del Paradiso, con altre, che io lascio per brevità, per essere state da altri descritte. Ed in vero, che questo Artefice cresciuto e d’animo e di studj, si mostrò in quest’opera di gran lunga superiore non solo a sé stesso, ma a quanti mai avessero operato per molti secoli fino al suo tempo: e dove le figure della prima Porta, ed anche la statua del S. Gio: Batista dimostravano di ritenere un non so che dell’antico modo d’operare Giottesco, questa riuscì della più maravigliosa maniera, che mai immaginar si possa; onde gli uomini dell’Arte fecero tor via la porta di mezzo, fatta già da Andrea Pisano, ed in suo luogo porre quella di Lorenzo, e quella d’Andrea fecero situare rimpetto alla Misericordia. Le lodi, che furono date a Lorenzo per quest’opera veramente maravigliosa, non si possono rappresentare: basterà solo il dire, che fermatosi un giorno ad osservare queste belle porteMichelagnolo Buonarroti, richiesto del suo parere, ebbe a dire: elle son tanto belle, ch’elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Impiegò il Ghiberti in tutte due queste porte lo spazio di 40. anni in circa: e fu ajutato a rinettarle e pulirle da molti allora giovani, che tutti poi fecero grandissima riuscita nell’arte di Pittura e Scultura. Tali furono il Brunellesco, Masolino, che poi sotto lo stesso Gherardo Starnina, stato maestro di Lorenzo, attese alla Pittura, Niccolò Lamberti, Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paolo Uccello, e Antonio del Pollajuolo, allora fanciulletto. Circa il luogo, dove furono queste porte lavorate, dice queste parole: Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza in una stanza, che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove e oggi lo Spedale de’ Tessitori, che si chiama l’Aja, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telajo: fin qui. Ma io mi persuado, che non dispiacerà al Lettore l’avere dello stesso luogo e suoi annessi una più minuta descrizione, che trovo fatta in uno strumento, rogato da Ser Matteo di Domenico Zafferani alli 12. di Maggio 1445. cioè: Domina Maritana, filia olim Taldi Ricchi Taldi, et uxor Michælis Jacobi Vanni Cittadini Setaioli pp. S. Margherite vendidit ven. viro presbitero Andreæ de Simonis, Rectori et Hospitalario Hospitalis S. Marie Nove de Florentia, unam Domum cum volta, terreno, cucina, puteo, salis, cameris, et aliis edificis ad d. domum pertinent. posit. in pp. S. Michælis Vicedominorum in via de Santo Egidio. cui a p. dicta via, a 2. bona dicti Hospitalis, a 3. e 4. hortus et area, ubi fabbricantur Januæ S. Johannis Bapt. de Florentia, pro pretio flor. ducentorum sexaginta auri, quam Domum d. Venditrix asseruit emisse anno 1438. a Domina Piera Vidua filia q. Lapi Francisci Chursi, et uxore olim Bartoli Laurentii Cresci Tintoris, etc. È anche fatta menzione di questo luogo nell’originale strumento di Lodo fra Vettorio e i figli soprammentovato. Quedam Domus, seu apotheca, sive quædam Casolaria cum hortis, curiis, et portichis, et puteo, et sala, et chameris, et habitationibus, et edificiis, ad quæ habetur introitus, et aditus, et exitus in via, et per viam S. Mariæ Novæ de Florentia, sic vulganter denominata per ostium, et anditum ad dictam, et in dicta via respondentem, etc. cui, et quibus bonis prædictis, a primo dicta via, a 2. bona HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, a 3. Societatis S. Zenobii, et seu della Compagnia delle laudi, a 4. bona dicti HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, infra prædictos confines, vel alios si qui forent plures aut veriores, in quibus apotheca, et porticis, et habitationibus, et cippo bonorum predictorum fuerunt, ut vulgo dicitur olim in vita M. d. Laurentii patris dicti Victorii, lavorate le porte di S. Gio: di Firenze. Circa al tempo de i 40. anni, che impiegò il Ghiberti in far il lavoro delle porte, disse bene, che ne diede tal notizia; perché s’è trovato in un libro di Ser Noferi di Ser Paolo Nemi Notajo de’ Signori appo agli eredi del già Stefano Nemi, che in dì 7. di Gennaio 1407. fu concessa licenza a Lorenzo Ghiberti, maestro, ed a Bandino di Stefano, Bartolo di Michele, Antonio di Tommaso, Maso, Cristofano, Cola di Domenico di Gio: e Barnaba di Francesco tutti lavoranti nel lavoro delle porte di S. Gio: di potere andare per Firenze per tutte l’ore della notte, ma però con lume acceso e patente. E mostra l’altro citato strumento, che l’anno 1445. ancora si fabbricavano le porte.

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Nato 1387, ? 1455. Questo celebre artefice, come diremo nel proseguimento di questa narrazione, si trova in alcune antiche carte scritto con questo nome, cioè: Guido, vocato Giovanni. Dice il Vasari, che egli si fece valente pittore collo studiare le opere di Masaccio , il che non è se non molto verisimile; ben’è vero, che il suo dipignere a fresco lo dimostra pur troppo chiaramente allievo al principio di Gherardo dello Starnina, che fioriva ne’ tempi, che questo venerabile uomo, ancor giovanetto, e prima che Masaccio cominciasse a dipingere, anzi a vivere, si diede alla pittura: nella quale fece, quasi nella sua puerile età, e ne’ medesimi tempi dello Starnina, gran profitto; poiché, per quanto io raccolgo non tanto dagli scritti del Vasari, quanto dall’originale Cronaca del Convento de’ Padri Predicatori di San Domenico di Fiesole, dove egli di tenera età vestì abito Religioso l’anno 1407. come si dirà appresso, egli allora era già valente pittore: la maniera del qual Gherardo, megliorata però, quanto alla morbidezza e pastosità, col vedere le opere, che poco dopo faceva di Masolino da Panicale , tenne sempre. Ed io mi persuado, che le pitture, che egli fece a fresco nel Capitolo di San Marco di Firenze, il Crocifisso col San Domenico inginocchioni, in atto di abbracciar la Croce: e le figure delle testate nel Chiostro, con altre molte sparse pel medesimo Convento, e per quello di San Domenico di Fiesole, fossero le sue prime occupazioni; riconoscendosi queste alquanto più secche e lontane dalla bella e morbida maniera, che tenne poi sempre nel molto operar che fece a tempera sopra le tavole, per avere (come io credo) studiato le opere di Masolino , e poi di Masaccio . Dipinse egli per la Cappella della Santissima Nonziata di Firenze, che fece fare Cosimo de’ Medici, i portelli di un grande Armario nella facciata a man dritta entrando in essa Cappella, dove stavano anticamente le argenterie, che agli anni addietro fu levato, e posto in quel luogo un molto devoto Crocifisso di legno, fatto circa al 1500. da Antonio da San Gallo, celebre Architetto e Scultore: il qual Crocifisso era stato fino a quel tempo sopra il gran Ciboriodi legno dell’Altar maggiore di quella Chiesa, levato poi per collocarvi un altro Ciboriod’argento sodo, che vi è al presente. I detti portelli, tutti storiati di piccole figure, della Vita, Morte e Resurrezione del Salvatore, furono da’ Frati di quel Convento posti nel Chiostro piccolo, che è avanti alla Chiesa, credo io, affine di esporlo a maggior venerazione de’ popoli, e renderlo anche a’ medesimi più godibile; ma non so già con quanta speranza di maggior durata, per esser quel luogo assai sottoposto all’ingiurie del tempo. Il che avendo il Serenissimo Granduca Cosimo III. mio Signore, operò, che fossero tolti via, e collocati in più venerabile e più durevol posto, che fu per entro la Chiesa medesima, da uno de’ lati della Cappella de’ cinque Santi, dico dalla parte di verso il maggiore Altare. Avendo l’anno 1387. i Consoli dell’Arte de’ Linajuoli di Firenze comprata da Guido di Dante da Castiglione, nobil famiglia Fiorentina, alcune abitazioni, dove fecero poi Residenza di loro Uficio: e dopo avere con grandi spese condotta la fabbrica a buon uso; venuto l’anno 1433. alli 11. di Luglio, gli Operai di dett’Arte diedero a dipignere a Fra Giovanni un gran Tabernacolo di Maria Vergine, e ne i portelli alcuni Santi, i quali condusse egli egregiamente. E le parole, che si leggono nel Partito di detti Consoli, esistente in un libro di memorie di dett’Arte, in quanto appartiene al prezzo dell’opera, non lasciano di porgere alcuno argomento del concetto, in che si aveva la di lui bontà. Dicono dunque così. Allogorno a Frate Guido, vocato Frate Giovanni dell’Ordine di San Domenico di Fiesole, a dipignere un Tabernacolo di nostra Donna nella detta Arte, dipinto di dentro e fuori con colori, oro e argento variato, de’ migliori e più fini che si trovino, con ogni sua arte e industria, per tutto e per sua fatica e manifattura, per Fiorini cento novanta d’oro, o quello meno, che parrà alla sua conscienza, e con quelle figure, che sono nel disegno. Fin qui il Partito.

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Discepolo di Donatello, nato nel 1383, ? 1421. D’assai riguardevoli natali, nacque in Firenze Giovanni, detto Nanni d’Antonio, il quale, non per alcuna necessità, che avesse di guadagnarsi il vivere; ma per solo amore della virtù, e grande inclinazione naturale, messesi ad imparare l’arte della Scultura da Donatello, il più eccellente, che allora nel mondo maneggiasse scarpello: e divenuto in breve tempo buono artefice, gli fu data a fare nella nostra Città la statua del San Filippo Apostolo, che fu messa in un pilastro di una delle facciate di Orsanmichele. Questa statua per avanti era stata da i Consoli dell’Arte de’ Calzolai allogata a Donato suo maestro; ma non avendo potuto concordare nel prezzo, fu la medesima, quasi per dispetto, data a fare a Nanni, che si era offerto di farla, non solo per molto meno di quello, che Donato chiesto ne aveva, ma eziandio per quello solamente, che agli uomini di quell’Arte fosse piaciuto. Finita l’opera, scordatosi Nanni in tutto della promessa, molto maggior prezzo ne domandò, che Donato fatto non avea; onde nata fra lui e i detti Consoli gran controversia, dopo le molte, finalmente fu nello stesso Donato rimessa la differenza, sperandosi dagli uomini dell’Arte, che pel torto, ricevuto da Nanni, di aver quello, prima a sé destinato lavoro, preso a fare, dovesse stimarla poco o nulla; ma assai diversamente andò la bisogna; imperocché Donato la stimò di gran lunga più di quel che egli medesimo ne aveva chiesto. Può ognuno facilmente immaginarsi, quanta fosse l’ammirazione di quei dell’Arte, i quali con lui molto si dolsero di così fatta stima, dicendo non parer loro cosa giusta il pagar la statua del discepolo, più di quello, che ne aveva domandato il maestro, e maestro quale esso era. A questi rispose francamente Donato, esser egli altra persona che Nanni non era, ed avere altra facilità, e molto più presto sbrigarsi dall’opere, di quello, che egli faceva: voler però ogni giustizia, che molto più a Nanni, che a sé medesimo fosse pagata quell’opera, per avervi durata più fatica, e speso più tempo, che egli non averebbe fatto. Come ei disse, così fu necessario di fare: ed a Nanni fu pagato il prezzo rigoroso in conformità del detto di Donato. Bella invenzione, con cui seppe quel nobile ingegno, senz’alcun torto fare alla giustizia, confondere il poco lodevol termine del suo discepolo, ed insegnare a quei dell’Arte, che non il risparmio, ma l’abilità e l’valore de’ maestri dee cercarsi da coloro, che hanno incumbenza di far condurre opere grandi per pubblico splendore.

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