Luogo - Altare maggiore

Numero occorrenze: 8

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Ma io contuttociò per soddisfare al mio intento, che è di dar notizie universali al possibile, e per rendere al merito della virtù il suo dovere, ne farò in questo luogo quella memoria, che potrò. E qui mi conceda il Lettore, che io faccia di tutti un cumulo, anche di quelli, che alquanto s’avvicinarono a’ nostri tempi; con discostarmi assai per ora dall’ordine, che io mi prefissi, che fu di notare in ciaschedun Decennale que’ solamente, che in esso Decennale fiorirono; perché non avendo io per lo più de’ loro tempi certezza, ho creduto, che ogni altro ordine, che io tenessi in parlarne, servirebbe piuttosto per ingannare quelli, che leggeranno, che per dar loro buone notizie. È dunque da sapersi, come nella Germania alta furono, dopo i nominati Giovanni e Uberto, molti nobili artefici, anziché tutti gli Scultori, e Scrittori (che tali chiamano coloro, che dipingono i vetri) erano anche Pittori: e si son vedute qua e là alcune reliquie di loro arte e sapere, nelle stampe: come per esempio di Sibaldo Bheen Suanio, Luca di Cronach in Sassonia, Israele di Menttz, e Hispe Martino che molto bene fanno conoscere il valore di ciascuno di costoro nel suo tempo, ciò che non possono più fare le loro pitture. Similmente fu nella Fiandra un eccellente maestro della città di Bruges, chiamato Giovanni Memmelink, che fiorì avanti a’ tempi di Pietro Purbus: né altro si sa di lui, se non che lo stesso Purbus ne’ giorni festivi andava sempre a vedere un’opera di mano di questo Giovanni, nella casa o fosse Confraternita di S. Giovanni, e non si poteva saziare di vederla e lodarla: dal che si comprende, quanto questo Giovanni fosse eccellente nell’arte. A Ghent fu poco dopo di lui Gio: Vanneik, un Pittore chiamato Geeraert Vandermerre, che aveva una maniera pulita: di mano di cui fu portata da Ghent in Olanda, fino del 1600. una Lucrezia molto ben fatta. Similmente un tal Gheraert Horebaut, che poi fu Pittore del Re d’Inghilterra Enrigo VIII. di mano del quale erano nella stessa città di Ghent sua patria, nella chiesa di S. Giovanni, a mano destra dell’altare maggiore, due sportelli d’una tavola fatta di rilievo: in uno era dipinta la Flagellazione del Signore: nell’altro il portar della Croce, colla Vergine addolorata e S. Giovanni, e in lontananza le tre Marie, che andavano al Sepolcro, con lanterne e lumi, che facevano in quella spelonca un bel vedere, a cagione de’ molto bene osservati riflessi, che percuotevano i volti di quelle donne. Questi sportelli sortirono esser difesi dalla furia degli Ugonotti, che tentarono di disfarli, siccome avevan fatto dell’altre immagini; essendoché da una pia persona fossero comperi a poco prezzo (e fu questi Marten Biermano, nato in Broselles, che era anche grande amatore dell’arte) e poi dallo stesso fossero restituiti alla chiesa per quel poco prezzo, che costarono a lui. Di questo stesso Gheraert era ancora in Ghent del 1604. nel mercato del Venerdì, in una casa, dove si vendevano tele, un tondo doppio, dipinto da due parti: da una Cristo sedente sopra una pietra, in atto di esser coronato di spine, e battuto sopra il capo con canne: nell’altra era Maria Vergine col figliuolo, e una gran quantità d’Angeli. Nella stessa Città di Ghent fu un certo Lieven de Witte, buon pittore, che intese bene l’Architettura e la Prospettiva. Eranvi di sua mano un quadro singolare dell’Adultera nella chiesa di S. Giovanni, e alcune finestre di vetro, fatte con suo disegno. Fu a Bruges un tal Lansloott Blondeel, che sempre nelle sue opere metteva per segno una cazzuola da muratori. Era Pittore molto intendente, e buon Architetto, e fu in que’ tempi singolare in dipignere anticaglie e rovine, e più che ogni altra cosa, fuochi e splendori notturni, incendj, e simili: ebbe una figliuola, che fu moglie di Pietro Purbus.

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Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

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Discepolo di Mariotto Albertinelli, nato 1483, morto 1524. Dopo avere il Franciabigio ricevuti i principj dell’arte dall’Albertinelli, ed essersi colle proprie fatiche acquistato buon credito, furongli date a fare alcune opere in pubblico, una delle quali fu un San Bernardo e una Santa Caterina da Siena, a fresco, nella Chiesa di San Pancrazio de’ Monaci Vallombrosani. Fece poi a olio una Vergine, con Gesù, per la Chiesa di San Pier Maggiore; e’l tabernacolo di Sant’Job dietro a’ Servi, dove a fresco figurò la Visitazione della Madonna, e alla medesima Compagnia dipinse la tavola dell’Altare maggiore. Colorì ancora i due angeletti che nella Chiesa di Santo Spirito sull’Altare di San Niccola, si vedono da’ lati dell'immagine del Santo, che in que’ tempi fu fatta di legno con modello di Jacopo Sansovino. E anche dipinse i due tondi, dov’è la Nunziata, e le storiette della vita del Santo: nella predella della tavola delle quali opere fu molto lodato, perché in esse, siccome poi fece in alcune altre, si sforzò al possibile di seguitar la maniera d’Andrea del Sarto, con cui tenne sua stanza molto tempo. A concorrenza del medesimo, nel cortile dinanzi alla Chiesa de’ Servi, dipinse la storia dello Sposalizio di Maria Vergine, con San Giuseppe: ed occorse, che avendo i Frati di quel Convento, coll’occasione di certa solennità, voluto scoprirla senza sapere del Franciabigio, al quale ancora restavano da finire il basamento e altro, che a lui fosse paruto necessario: esso se ne chiamò sì fattamente disgustato, che sopraffatto da collera, subìto avutane la nuova, se ne andò al luogo della pittura, e salendo sul ponte, che ancora non era interamente disfatto, benché fosse scoperta l’opera, presa una martellina, percosse alcune teste e di fermo e un ignudo, che egli aveva figurato, in atto di rompere una mazza, e quasi interamente le scalcinò. E se non che da’ Frati e da altra gente concorsa al rumore fu egli ritenuto, l’avrebbe disfatta tutta, né mai più, anche per doppio pagamento statogli offerto da’ Frati, volle raccomandarla. Onde non essendosi trovato né allora né poi, alcuno eccellente pittore, che vi abbia voluto metter la mano, per la reverenza, in che è stata sempre tenuta quell’opera, essa si è rimasta in quel modo stesso, nel quale dal pittore fu lasciata. Per la Cappella de’ Corinzi in San Pier Maggiore, dipinse poi la piccola tavola di Maria Vergine Annunziata, che fino ad oggi si conserva. Fu opera delle sue mani un Cenacolo pe’ Frati del Beato Gio. Colombino, detti della Calza (Religione stata a’ dì nostri soppressa) nel Refettorio di lor Convento, presso alla Porta di San Pier Gattolini. E nel Cortile della Compagnia dello Scalzo, dipinto da Andrea del Sarto, sono di sua mano gli ornamenti di tutte le pitture, e due storie della Vita di San Giovambatista, cioè quando il Santo piglia licenza dal padre per andare al deserto: ed il medesimo Santo fanciullo, in atto d’incontrarsi con Gesù, Maria e San Giuseppe, le quali storie non aveva potuto fare Andrea, per esser stato chiamato in Francia. Dipinse nella Sala della Villa del Poggio a Cajano, a concorrenza d’Andrea del Sarto e di Jacopo da Pontormo, una facciata con istorie de’ fatti di Cicerone. Ad instanza d’Andrea Pasquali, eccellentissimo Medico Fiorentino, fece per lo Spedale di Santa Maria Nuova una bella Anatomia. Operò ancora il Franciabigio in figure piccole ottimamente: fece ritratti molto al vivo, e intese molto di prospettiva. Fu grande amico degli studj dell’arte; onde ne’ tempi della state, non lasciò mai passar giorno, che e’ non disegnasse uno ignudo dal naturale, tenendo in sua stanza uomini a tal’ effetto salariati. Non ebbe gran concetto di sé stesso; anziché avendo vedute alcune opere di Raffaello, seppe così ben contenersi, che non mai volle uscir di Firenze, non parendogli per verun conto di poter concorrere con uomini di sì rara virtù. Non era però egli di così mediocre valore, quanto la sua modestia il faceva parere: e avrebbe senza dubbio la nostra città, oltre alle tante opere da esso condotte, vedutene di sua mano anche delle più belle, se però la morte, nel più bello del suo operare, cioè nella sua età d’anni quarantadue, non l’avesse tolto da questo mondo, il che seguì appunto l’anno 1524.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva circa al 1530. Nel tempo, che Raffaello Sanzio da Urbino, coll’opere maravigliose del suo pennello, spargeva in Roma e per tutto il mondo fama di sé, come di artefice rarissimo, o per dir meglio, unico nell’arte della pittura, venivan da tutte le parti richieste sue pitture: e quelli, a’ quali non toccava in sorte di ottenere originali di sua mano, si affaticavano per averne le copie, delle quali oggi molte si veggiono in ogni luogo; onde era necessario, che alcuni giovani della sua scuola, mentre studiavano dalle pitture di lui, in un tempo stesso soddisfacessero a coloro, che tali opere addimandavano. Uno di questi fu Jacomone della città di Faenza, il quale, mentre visse Raffaello, molte ne fece, e forse anche dopo, e con tale studio talmente si approfittò, che poté esser di non poco giovamento nell’arte a Taddeo Zuccheri, il quale, dopo che stracco dalle noje e dagli strapazzi, ricevuti da giovanotto nella casa di Gio. Piero Cabrese, stato in Roma suo primo maestro, con esso Giacomone si accomodò. Molte ancora furono le opere inventate da Giacomone, e particolarmente a Faenza, dove alcune se ne veggono fino dell’anno 1570 ed io le porterò in questo luogo, secondo la notizia avuta dal Conte Fabrizio Laderchi di quella città, Cavaliere di religiosi costumi, esperto nelle buone arti, e dotato di tutte quelle rare qualità, che posson desiderarsi in un suo pari: il quale, mentre io scrivo, dopo alcuni anni di servizio di Gentiluomo della Camera della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana, che molto amava la sua virtù, è nella stessa carica passato a servire il Serenissimo Principe Francesco. Nella Chiesa dunque de’ Padri Domenicani sono di sua mano la Vergine Annunziata, due Profeti, ed alcune storie del Testamento Vecchio: e nel Refettorio de’ medesimi eran dipinti molti Santi di quell’Ordine, i quali, a cagione dell’umidità di quel luogo, sono andati male. Nella Chiesa di San Giovanni Evangelista de’ Padri Agostiniani, dentro al Coro, è dipinto lo stesso Santo; e all’Altare maggiore una Santa Maria Maddalena, che dagli Angeli è portata in Cielo: e vi è San Girolamo e’l Beato Giovanni Colombino. All’Altare maggiore della Chiesa del Paradiso una Madonna, con Gesù, San Giovambatista e San Francesco; e in San Pietro Celestino, pure all’Altare maggiore, è di sua mano un San Giovambatista, che mostra il Cielo ad un Monaco che gli sta vicino inginocchioni, con San Giovanni Evangelista, San Matteo, San Pietro Celestino, e San Benedetto. Nella Chiesa di San Giovanni è la Creazione di Adamo ed Eva, e la cacciata loro dal Paradiso Terrestre; in Santa Chiara una Madonna col Bambino Gesù, San Gregorio, ed un altro Santo; nella Confraternita di Santo Rocco la Deposizione di Cristo dalla Croce: in quella della Madonna degli Angeli la Vergine Assunta: e nella Confraternita della Nunziata, all’Altare maggiore, una Madonna con Gesù Bambino, con appresso due Santi.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, fioriva nel 1520. Questo Pittore fece molti ritratti al naturale d’uomini singolari de’ suoi tempi, in Roma, in Bologna ed in altre, fra’ quali quello di Giulio III, di Monsignor di Fois, morto nella città di Ravenna, e di Massimiliano Sforza. Dipinse con maestro Biagio Bolognese, tutta la Chiesa di San Michele in Bosco, nella quale fece esso una tavola, che fu posta alla Cappella di San Benedetto. Dipoi colorì molte cose nella Cappella di mezzo della Chiesa di Santa Maria Maggiore; e nella Chiesa di San Giuseppe de’ Servi fuori di Bologna, dipinse la tavola dell’Altare maggiore, dove figurò lo Sposalizio di esso Santo, con Maria sempre Vergine. In Santa Colomba di Rimini, a concorrenza di Benedetto da Ferrara e di Lattanzio, colorì una tavola di Santa Lucia; e nella tribuna maggiore dipinse la Coronazione della Madonna, i dodici Apostoli, e’ quattro Evangelisti. Portatosi a Napoli, fece in Monte Oliveto la tavola de’ Magi, nella Cappella di Monsignor Vescovo Aniello, e in Sant’Aniello un’altra simile, con Maria Vergine, San Paolo e San Giovambatista: e nella medesima città fece molti ritratti al naturale. Aveva questo pittore, già pervenuto all’età di sessantanove anni, co’ suoi lavori, e coll’ajuto di un parco e austero vivere, messa insieme buona somma di danari, co’ quali tornatosi a Roma, fu da alcuni suoi finti amici, o vogliam dire veri nimici, consigliato, per custodia di quella sua cadente età, a pigliar moglie. Fecelo l’imprudente vecchio; ma non l’ebbe appena condotta a casa, che si avvide, come ne lasciò scritto il Vasari, essergli stata posta accanto per isposa una vituperosa meretrice, per opera e comodo di coloro, che avevano manipolato l’impiastro: di che accortosi il povero uomo, s’accorò tanto, che in brevi giorni di dolore si morì.

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Discepolo del Coreggio, morì 1575. Bernardino Gatti, detto il Sojaro, ornamento della città di Cremona sua patria (non ostante, che altri abbia detto, che e’ fosse da Vercelli) ebbe i suoi principj nell’arte dal sovrano pittore Antonio Allegri da Correggio: e come quelli, che fu da natura provveduto d’un ottimo giudizio, per conoscere ed eleggere sempre il migliore, e d’una mano attissima a conformarsi colle più difficili maniere de’ maestri eccellenti, tanto apprese i precetti di quel gran lume dell’arte, che finalmente riuscì uno de’ migliori artefici della terza scuola di Lombardia. Tenne una maniera di gran gusto, di forza e rilievo, e molto finita: disegnò così bene, ad imitazione del maestro, che alcuni suoi disegni si son talvolta cambiati con quelli del Coreggio. Fece opere insigni a olio e a fresco, e in gran quantità, avendo egli avuta vita lunghissima. Sue pitture sono state portate per tutta Europa, e particolarmente in Ispagna e in Francia, oltre alle innumerabili, che si vedono per la Lombardia: e volendo io ora dar notizia di alcune, incomincerò da quelle, che egli fece nella sua patria Cremona, le quali veramente meritano ogni lode. In San Pietro de’ Canonici Regolari Lateranensi, nel Refettorio, è una grande storia a fresco del miracolo di Cristo del saziarsi le turbe: e nella Chiesa de’ medesimi la tavola dell’Altare maggiore. In San Sigismondo, fuori di Cremona, nella volta, è una bella storia dell’Ascensione di Cristo. Vedesi anche nel Duomo, fra l’altre storie della Passione, fatte da diversi eccellenti maestri, una pure di sua mano, quantunque di maniera alquanto diversa dalla sua consueta. Nella Chiesa di S. Pietro dipinse la tavola dell’Altare maggiore, colla storia della Natività di Cristo, opera, che risplende fra le sue migliori. In San Domenico mandò una sua tavola di un Cristo morto, fatto di gran forza. Nella Chiesa de’ Monaci di San Girolamo, fuori di Cremona, nella tavola della prima Cappella a man destra, rappresentò la Vergine Annunciata. Nella città di Piacenza, nella Chiesa della Madonna di Campagna, rispetto alla Cappella di S. Agostino, dipinta dal Pordenone, è di sua mano un San Giorgio armato, che dagl’intendenti si stima la migliore opera, che egli facesse mai: siccome ancora sono opera del suo pennello l’altre pitture de’ fatti di Maria Vergine, state lasciate imperfette dal Pordenone, co i dodici Apostoli, i quattro Evangelisti, e diverse figure d’Angeli. È quest’opera onorata da’ professori dell’arte, con questa lode, d’essersi egli nella medesima saputo così bene conformare al modo del Pordenone, che vi lavorò alcuni Profeti e Sibille, con certi putti, che il tutto pare essere stato fatto da una sola mano. In San Francesco della stessa città ammirasi la bell’opera del Cristo flagellato alla Colonna: e in Sant’Anna due grandi storie della vita e fatti di Gesù Cristo. In Vigevano furono mandate alcune piccole tavole di sua mano, molto belle. Dopo, che il Sojaro ebbe assai operato nella patria e per le città vicine, se n’andò a Parma, dove fece lavori stupendi. In Sant’Agata è una sua tavola. Nella Madonna della Steccata finì la nicchia e l’arco, restato imperfetto per la seguìta morte di Michelagnolo Senese: e poi messo mano alla grand’opera della Tribuna maggiore, che è in mezzo a detta Chiesa, dove dipinse a fresco l’Assunzione di Maria Vergine, e fecevi altre opere di grande stima. Morì finalmente Bernardino l’anno di nostra salute 1575 lasciando imperfetta una delle più belle pitture, che uscissero dal suo pennello. Tale fu una tavola a olio nel Coro del Duomo di Cremona, alta cinquanta palmi, dove espresse l’Assunzione in Cielo di Maria Vergine, con gli Apostoli, la quale, così abbozzata com’ell’è, è cosa maravigliosissima a vedere. Ebbe questo pittore molti discepoli, uno de’ quali fu lo Sprangber Fiammingo, come abbiam detto nelle notizie di lui. Ancora fu suo discepolo un suo nipote, chiamato Gervasio Gati, che fece molte opere assai bene intese; ma non già del gusto e perfezione di quelle del zio. Ebbe genio particolare a i ritratti, de i quali fece moltissimi, e assai somiglianti: né fu quasi Principe, o altro titolato di quelle parti, che non fosse da lui dipinto. Di mano di costui è una tavola in Sant’Agata di Cremona: e sua ancora è la tavola dell’Altare maggiore de’ Gesuiti. Un suo quadro fu posto nel Coro della Chiesa di San Niccolò, altri nel Coro della Chiesa di Santa Elena, e di quella di San Lorenzo, in San Francesco, in San Girolamo fuori di Cremona e altrove. Fioriva quest’artefice dal 1570.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540. Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli Eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi. È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

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Ancora un tal FRANS CREBBÈ, che noi diremmo Francesco Granchio: di mano del quale era nella Chiesa de’ Padri Zoccolanti, pur di Malines, all’Altare maggiore, un quadro della Passione del Signore, fatto a tempera, con i suoi sportelli: nel mezzo si vedeva la Croce, e in esso avevano dipinti bellissimi ritratti in sulla maniera di Quintin de Smets, che è lo stesso, che Quintino Manescalco, del quale abbiamo parlato a lungo, sotto nome di Quintino Messis. Questo Frans fu persona ricca, e per ordinario seguì la maniera di Luca d’Olanda. Seguì la sua morte l’anno 1548.

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